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martedì 28 agosto 2018

Italia chiede aiuto all'Albania?? abbiamo dimenticato i nostri crimini ma un pò di memoria può aiutare

L’Albania negli anni Novanta
Dopo la caduta del regime comunista, all’inizio degli anni Novanta l’Albania si ritrovò in una situazione molto complicata e difficile. Il paese era politicamente isolato, con un livello di criminalità molto elevato, povero e arretrato da un punto di vista economico. Il governo albanese cercò di porre rimedio con una serie di riforme, tra cui quella delle cosiddette “imprese piramidali” che funzionavano come delle banche ma con un tasso di interesse molto alto. Nel gennaio del 1997 la maggior parte di queste imprese fallì e un terzo delle famiglie albanesi perse i propri risparmi.

A Tirana cominciarono proteste che poi si estesero anche in altre città, durarono mesi e diventarono sempre più violente fino a quando l’allora presidente della Repubblica, Sali Berisha, dichiarò lo stato d’emergenza: solo una piccola parte del territorio albanese era rimasto sotto il controllo dello governo, mentre la maggior parte del sud e delle zone centrali (Tirana, Durazzo, Valona) erano gestite da bande armate. Fu in questa situazione – che viene storicamente ricordata come “anarchia albanese” – che cominciò a aumentare l’emigrazione verso l’Italia.

Il “blocco navale” del 1997
In quell’anno di grave crisi e disordine per l’Albania, in Italia al governo c’era il centrosinistra e il presidente del Consiglio era Romano Prodi. Il ministro degli Esteri era Lamberto Dini; alla Difesa c’era Beniamino Andreatta e agli Interni Giorgio Napolitano. Il governo italiano decise di adottare una duplice strategia: da una parte offrire accoglienza temporanea nei casi di bisogno effettivo, con l’immediato ri-accompagnamento di coloro a cui non era riconosciuto quel bisogno, dall’altra parte evitare un afflusso massiccio di migranti verso l’Italia tramite un accordo con l’Albania.

Il 19 marzo del 1997 venne adottato un decreto legge che regolamentava i respingimenti; il 25 marzo venne firmato un accordo con l’Albania per il contenimento del traffico clandestino di profughi. L’accordo parlava ufficialmente di un «efficace pattugliamento» delle coste dell’Adriatico e dava alla Marina disposizioni per fare «opera di convincimento» nei confronti delle barche di migranti provenienti dall’Albania: in pratica però fu un vero e proprio “blocco navale”, criticato apertamente dall’ONU.

L’accordo prevedeva un controllo nelle acque territoriali albanesi affidato al 28° Gruppo Navale italiano, che operava regolarmente armato e pronto a rispondere al fuoco se provocato (aveva a disposizione anche un contingente di terra per il controllo dell’area portuale, del porto e del lungomare sul quale si trovavano le aree di partenza dei cosiddetti “scafisti”); una seconda fascia, costituita da navi d’altura, aveva il compito di sorvegliare lo spazio marittimo tra Albania e Italia per intercettare le barche con i migranti; la terza fascia doveva recepire la situazione trasmessa dalle unità d’altura e agire per contenere l’entrata nelle acque territoriali italiane.

Cosa avvenne il 28 marzo del 1997
Pochi giorni dopo la promulgazione degli accordi una motovedetta albanese carica di donne e bambini, la Katër i Radës, fu speronata nel canale d’Otranto dalla Sibilla, una corvetta della Marina militare italiana che ne contrastava il tentativo di approdo sulla costa italiana. Si rovesciò in pochi minuti: morirono 81 persone, ne sopravvissero 32.

Quel giorno a svolgere le operazioni di pattugliamento nel canale d’Otranto c’erano cinque navi della marina Italiana: le fregate Zeffiro, Aliseo, Sagittario, il pattugliatore Artigliere e la corvetta Sibilla. Le prime quattro avevano il compito di perlustrare le acque internazionali vicino alle coste albanesi. La corvetta Sibilla, invece, aveva compiti e funzioni difensive diverse: collocarsi al confine tra le acque italiane e quelle internazionali, controllando la seconda linea.

La Katër i Radës era stata rubata al porto di Saranda da un gruppo che gestiva il traffico di migranti. Nel pomeriggio del 28 marzo, intorno alle 15, partì da Valona carica di circa 120 persone, tra uomini, donne e anche molti bambini, molte più di quante ne potesse contenere. Alle 17.15 fu avvistata dalla fregata Zeffiro impegnata nell’operazione del blocco navale. La Zeffiro intimò alla Katër i Radës di invertire la rotta ma la nave albanese proseguì. Quindici minuti più tardi della nave iniziò a occuparsi la corvetta Sibilla, più piccola ed agile, che iniziò a effettuare le manovre di allontanamento, avvicinandosi in cerchi sempre più stretti alla Katër i Radës. Alle 18.57 avvenne l’urto. La Sibilla colpì la piccola nave (il ponte era lungo circa 20 metri) due volte: una prima, sbalzando molte persone in acqua e una seconda capovolgendola. Alle 19.03 la nave affondò.

La sentenza di primo grado, che risale al 2005, ma anche quella di secondo grado, del 2011, stabilirono che la colpa era condivisa tra i comandanti delle due imbarcazioni: il comandante della Katër i Radës venne condannato a quattro anni di carcere, poi ridotti in appello a tre anni e dieci mesi; Fabrizio Laudadio, comandante della Sibilla, venne condannato a tre anni, poi ridotti a due anni e quattro mesi. Il relitto della nave albanese, recuperato, è diventato un monumento a Otranto.

La situazione in Albania non migliorò, il governo locale chiese l’intervento di una forza militare internazionale: arrivò con l’operazione Alba, promossa dall’Italia e autorizzata dall’ONU. Il blocco navale permise di intercettare decine di imbarcazioni, ma non fermò i viaggi dei migranti: soltanto il 5 maggio a Bari sbarcarono 1.500 migranti. In Albania si tennero delle nuove elezioni a giugno; l’Italia in agosto ritirò il suo contingente militare e si impegnò poi ad addestrare le forze militari e la polizia albanese, mentre la situazione tornò molto lentamente a una specie di normalità.

martedì 21 agosto 2018

La commissione nominata da Toninelli si deve (auto)indagare

Tre dei sei membri della commissione d'inchiesta sul crollo del Ponte Morandi nominata dal ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, hanno ricoperto in passato incarichi che, di fatto, li mettono ora nelle condizioni di dover indagare anche sul loro stesso operato. E uno di loro addirittura aveva lavorato per Autostrade, accusata dal governo di avere responsabilità del disastro costato la vita a 43 persone.
Si tratta dell'ingegnere Bruno Santoro, dirigente del ministero "pagato fino al 2013 per prestazioni professionali dalla società di gestione", dell'architetto Roberto Ferrazza, provveditore per le opere pubbliche di Piemonte-Valle d'Aosta-Liguria e del professore associato della facoltà di ingegneria dell'Università di Genova, Antonio Brencich.
La singolarità è che dal 2015, cioè appena due anni dopo la fine del rapporto con Autostrade, al 2018 Santoro è anche direttore della 'Divisione 3 – Qualità del servizio autostradale' nella Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali, cioè il massimo organismo di sorveglianza. E dal marzo di quest'anno è direttore della 'Divisione 1 – Vigilanza tecnica e operativa della rete autostradale in concessione', nella stessa Direzione generale del ministero. La Divisione 1, secondo quanto ha precisato il ministero, non avrebbe però "alcuna competenza sui progetti di manutenzione straordinaria" in oggetto.
L'incarico di Santoro per Autostrade riguardava una prestazione professionale per 'Direzione e coordinamento lavori, collaudo e manutenzione opere pubbliche, l'incarico, iniziato il 30 ottobre 2009 e terminato il 30 ottobre 2012, è stato retribuito al dirigente da Autostrade per l'Italia con un importo di cinquantamila euro; a questo si aggiunge un secondo conferimento che appare nella lista delle autorizzazioni del ministero per il 2010. Si tratta di un incarico analogo per direzione e collaudo dal 13 gennaio 2010 al 13 gennaio 2013 per un ulteriore compenso di ventimila euro. Un totale di settantamila euro in quattro anni".​
Ferrazza e Brencich, da parte loro, il primo febbraio scorso, rispettivamente da presidente e da relatore esperto, hanno firmato il verbale del comitato tecnico amministrativo che ha approvato il progetto di ristrutturazione deL Morandi. "Pur consapevoli della 'riduzione d'area totale dei cavi dal 10 al 20 per cento' e rilevando 'alcuni aspetti discutibili per quanto riguarda la stima della resistenza del calcestruzzo', né loro due né altri componenti del comitato hanno ritenuto di dover prescrivere misure di sicurezza come la deviazione del traffico pesante e la riduzione delle corsie di marcia in attesa del completamento dei lavori, esattamente come era invece accaduto prima delle opere di rinforzo realizzate circa vent'anni fa.

I funerali di un popolo e di uno stato

Mi sarei aspettato una energica protesta da parte dei genovesi nei confronti del governo al momento dei funerali di Stato per le vittime del ponte Morandi, invece applausi scroscianti, incitamento ad andare avanti, elogi e sorrisi, approvazione. La sintonia tra esecutivo e popolo continua e lo fa sull’onda di un crescendo dettato dall’immagine di una risolutezza mostrata dall’intransigenza delle parole dei ministri pentastellati e leghisti.

sabato 18 agosto 2018

Il #luttonazionale è per l'italia disfatta

Il crollo del ponte morandi a Genova sembra aver segnato un passaggio d’epoca nella triste vicenda italiana degli ultimi 30 anni : si sta andando da uno stato di degrado verso uno di disfacimento del Paese. Risaltano, in queste ore, arroganza, impreparazione, approssimazione dei nuovi esponenti di governo e davvero c’è da dubitare sulla possibilità di uscirne con una possibilità seria di rinnovamento culturale della nostra convivenza civile e politica.

venerdì 17 agosto 2018

L'Italia è da ricostruire e ripensare... impossibile con sto governo trasformista

Nell’agenda di un governo serio di un paese in cui ponti, viadotti e gallerie sono a costante rischio di crollo, ci dovrebbe essere al primo punto un grande piano di manutenzione straordinaria e di messa in sicurezza di queste infrastrutture, soprattutto di quelle più vecchie. Invece, ponti, viadotti e gallerie sono stati/e, regalati/e a privati senza scrupoli, che ogni mattina si alzano e si arrovellano sul come cercare di arrivare nel più breve tempo possibile al prossimo aumento dei pedaggi onde poter incrementare i dividendi tra i propri azionisti ed i vantaggi della propria davvero straordinaria rendita di posizione.

E pensare che per verificare la tenuta di un ponte come quello appena crollato a Genova, secondo Renzo Piano, sarebbe bastata  una semplice “termografia”, ovvero, una tecnologia che non obbliga i manutentori a faticose e costose perforazioni. Purtroppo l’Italia queste tecnologie non le usa in casa propria, ma le esporta verso paesi in cui le norme sulla sicurezza delle infrastrutture sono certamente più stringenti. Da noi, si sa,  basta uno studio legale importante per demolire un quadro normativo farraginoso ed inconcludente e per ipnotizzare un magistratura sempre molto sensibile alle ragioni dei potenti.

D’altronde nulla si è fatto e nulla si continua a fare nemmeno per la manutenzione straordinaria della rete ferroviaria né per mettere in sicurezza i territori divorati dal cemento per fermare la lunga serie di frane ed alluvioni annunciate che ormai vengono digerite ed archiviate dopo pochi giorni come se nulla fosse, come si trattasse di eventi naturali. Ma noi sappiamo bene che tutte queste tragedie, con il loro triste corollario di morti, feriti e mutilati, sarebbero evitabilissime. Succede però, che, nei piani aziendali dei privati che sfruttano le generose concessioni dello Stato, morti feriti e mutilati sono catalogati come effetti collaterali inevitabili e necessari; né più, né meno di come si fa in guerra.

Allora sarebbe finalmente ora di ammettere che – passata la sbornia delle privatizzazioni e delle grandi opere fatte con lo sputo dalle aziende subappaltanti in odor di mafia – i privati ai quali governi compiacenti hanno regalato due terzi del paese per consentirgli di accumulare, in modo facile e veloce, profitti giganteschi, non investiranno mai in manutenzione e sicurezza semplicemente perché non hanno alcun interesse a farlo.

Fare campagna elettorale promettendo mari e monti è abbastanza facile, se hai gli spin doctor giusti, spazi mediatici rilevanti e una gestione dei social di buon livello. Governare un paese imbavagliato da interessi immondi, trasversali alle forze politiche, blocco dominante vero di tutti gli esecutivi fin qui avvicendatisi a Palazzo Chigi, è tutta un’altra cosa.

Non abbiamo neanche fatto in tempo a scrivere che il governicchio giallo-verde non avrebbe mai messo in discussione le “concessioni autostradali” – venendo subito attaccati da alcuni troll professionali al soldo dei due plenipotenziari – che la dura realtà si è incaricata di confermare che avevamo visto giusto.

Nel breve volgere di 24 ore il governo è passato dalla messa in stato d’accusa di Atlantia (la società che controlla buona parte della rete autostradale), proclamando di aver già avviato l’iter per il ritiro della concessione, alla solita melassa democristiana che annuncia la conserrvazione pura e semplice dello statu quo.


In pratica, un rovesciamento a 180 gradi della posizione da tenere. Dal “togliamo ad Autostrade-Atlantia il business miliardario che gli avevano regalato i governi precedenti” (tutti, anche quelli in cui la Lega aveva affiancato Berlusconi), a “facciamo una commissione, indagheremo, vedremo, sentiremo, eventualmente…”. Abbiamo scherzato, via…

I funerali di Stato per le vittime saranno la solita occasione per recitare un dolore che nessuno di questi personaggi prova, la melassa di retorica raggiungerà il top, le questioni tecniche e giuridiche – compresa la concessione, le multe, i reati, ecc – torneranno sullo sfondo. Roba da far valutare ai tecnici, lontani da telecamere e riflettori…

Cos’è successo nel frattempo? Atlantia è ovviamente crollata in borsa (anche i broker sanno che un disastro come Genova comporterà comunque costi per la società e un “danno di immagine” rilevante, anche senza revoca della concessione), ha emesso un cinico comunicato in cui ricorda di avere contrattualmente il coltello dalla parte del manico, i media hanno battuto sul tasto delle “penali da pagare” (come se fosse lo Stato – il popolo di questo paese – a dover risarcire i Benetton e non il contrario), e devono esser corse telefonate di fuoco tra i vertici confindustriali e i cellulari di questi scombiccherati personaggi seduti su poltrone ministeriali troppo grandi per la loro personalità.

Capita l’antifona, i feroci bastonatori di migranti, mendicanti, occupanti di case (e via elencando tra le figure sociali più deboli), si sono rapidissimamente calati nei panni dei soliti governanti italici: cautelosi chiacchieroni, pronti a baciare i piedi delle imprese e di chiunque abbia un potere solido, ben attenti a non disturbare il business da cui sgorga – o potrà sgorgare – qualche briciola di riconoscenza.

Stiamo infatti parlando di una società con 6 miliardi di fatturato che dichiara utili per 1,1, che pur vantando un margine operativo lordo di 1,9 miliardi fa investimenti per soli 340 milioni (le cifre si riferiscono ai primi nove mesi dello scorso anno). Diciamo che ben pochi imprenditori dell’economia reale possono vantare guadagni così alti facendo così poco. Meglio di loro, forse, solo pochi maghi della finanza internazionale.


Un paese malato che non Sà come curarsi è un paese morto.

mercoledì 15 agosto 2018

#Genovaponte. non è fatalità

Ponte Morandi, perché è venuto giù? Per qualche ora l’Italia superstiziosa e bambina, impressionabile e fantasiosa, implausibile e ciarliera, ignara di fatti ma ghiotta di impressioni…per qualche ora dopo il crollo questa Italia e le sue televisioni e giornali e siti e social hanno condiviso fosse venuto giù per un fulmine. O per un nubifragio. 

#FAVOLETTA DEI 5 STELLE SI è REALIZZATA TRAGICAMENTE. AVETE IL CORAGGIO DI PARLARE?

 4 anni fa, nel 2014, M5S e Beppe Grillo erano di diverso parere… Dopo l’alluvione che nel 2014 colpì la città di Genova, Grillo infatti denunciava lo spreco di denaro per le grandi opere: “6 per il terzo Valico e 3-4 miliardi di euro per la Gronda“. L’opera della “Gronda” avrebbe dovuto alleggerire il traffico sul Ponte Morandi deviando almeno i mezzi pesanti, ma Grillo lo etichettava come spreco di denaro e incitava il pubblico: “Fermiamoli con l’esercito”.

Inoltre a qualche ora dal crollo del ponte Morandi  è spuntato sui social un comunicato dei Comitati No Gronda del 2013. Nel testo, ospitato sul sito del Movimento 5 Stelle, venivano spiegati i motivi della contrarietà alla Gronda di Ponente, una bretella autostradale progettata a Genova. Poi, a un certo punto, il comunicato cita espressamente il ponte Morandi.

“Ci viene poi raccontata, a turno – si legge nel documento – la favoletta dell’imminente crollo del Ponte Morandi, come ha fatto per ultimo anche l’ex presidente della Provincia, il quale dimostra chiaramente di non avere letto la Relazione conclusiva del dibattito pubblico, presentata da Autostrade nel 2009. In tale relazione si legge infatti che il Ponte “…potrebbe star su altri cento anni” a fronte di “…una manutenzione ordinaria con costi standard” (queste considerazioni sono inoltre apparse anche più volte sul Bollettino degli Ingegneri di Genova)”.
Una favoletta che «ci viene raccontata a turno. Come ha fatto per ultimo anche l’ex presidente della Provincia, il quale dimostra chiaramente di non avere letto la Relazione conclusiva del dibattito pubblico, presentata da Autostrade nel 2009. In tale relazione si legge infatti che il Ponte «...potrebbe star su altri cento anni» a fronte di «...una manutenzione ordinaria con costi standard» (queste considerazioni sono inoltre apparse anche più volte sul Bollettino degli Ingegneri di Genova)».In una relazione successiva, sempre di Autostrade ma pubblicata nel 2011, le conclusioni sembrano diverse: il tratto autostradale A10 a Genova e l’innesto sull’autostrada per Serravalle producono «quotidianamente, nelle ore di punta, code di autoveicoli ed il volume raggiunto dal traffico provoca un intenso degrado della struttura del viadotto «Morandi», in quanto sottoposta ad ingenti sollecitazioni. Il viadotto è quindi da anni oggetto di una manutenzione continua».

Ma che lo stato di salute del viadotto fosse precario lo rilevano anche altre fonti. Una interrogazione al Senato presentata dall’esponente di Scelta Civica Maurizio Rossi, dedicata più ingenerale alle infrastrutture e alle strade della zona di Genova segnalava il pericolo. Era il 28 aprile del 2016 e Rossi rivolgendosi all’allora ministro Graziano Delrio annotava: «Il viadotto Polcevera, chiamato ponte Morandi...recentemente è stato oggetto di un preoccupante cedimento dei giunti che hanno richiesto un’opera straordinaria di manutenzione senza la quale è concreto il rischio di una sua chiusura». Il senatore indicava poi nella gronda la soluzione che avrebbe risolto alla radice il problema dell’attraversamento di Genova e domandava al ministro a che punto fosse l’iter del progetto.

martedì 14 agosto 2018

ORA BASTA, SIAMO STANCHI DI PIANGERE

Esprimiamo massima vicinanza e solidarietà alla città di Genova colpita in queste ore dal crollo del ponte autostradale dell’A10. Sono già più di 20 le vittime accertate.

Siamo stanchi di piangere i nostri morti, ogni giorno apprendiamo di morti sul lavoro, morti per la mancanza di manutenzione sul territorio, morti che lottavano per i diritti e la dignità di tutti e tutte.

Non si tratta di calamità naturali, dobbiamo fare nomi e cognomi dei responsabili di questo massacro. Dobbiamo accusa un sistema politico che parte dai suoi organi sovranazionali e giunge fino alla sua più piccola articolazione locale.

Da anni viviamo in un regime di austerità che impedisce di spendere soldi per la messa in sicurezza delle infrastrutture, per dei salari dignitosi, per i diritti elementari e universali come quello alla salute e all’abitare.

Chi difende questa infernale macchina che fagocita esseri umani dentro e fuori i propri confini è complice di ogni suoi assassinio.

Siamo stanchi di piangere “tragedie”.

Non è possibile che i profitti contino più della vita delle persone. Vogliamo avere il potere di decidere noi quali opere ci servono e non le imprese o gruppi multinazionali in combutta con la politica. Nel frattempo, i responsabili devono pagare.

Non vogliamo parlare di fatalità, non vogliamo più piangere per i morti, vogliamo organizzarci per lottare e conquistare diritti e dignità qui e ora!

#Genova. Quella del viadotto Polcevera è una tragedia annunciata

Il viadotto Polcevera dell’autostrada A10 crollato oggi, chiamato ponte anche ponte Morandi, attraversa il torrente Polcevera, a Genova, tra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano. Progettato dall’ingegnere Riccardo Morandi, è stato costruito tra il 1963 e il 1967 dalla Società Italiana per Condotte d’Acqua.

giovedì 2 agosto 2018

A #Bologna il tempo si fermò, #2agosto

Quando si scende da un treno,  si esce in piazza Medaglia D'Oro e si fissa quell'orologio. Non segna l'ora giusta, le lancette sono immobili. "Chissà da quanto tempo è rotto", si lamenta, senza immaginare che la vera vergogna è non sapere perché lì, a Bologna, quell'orologio, è fermo.

mercoledì 23 maggio 2018

Capaci, il mistero del furgone bianco #23maggio

Depistaggi, menzogne, silenzi si sommano, affiorano e scompaiono di continuo. Come la testimonianza di un agente di polizia che, in quel maggio del 1992, giurò di avere notato sul luogo dell’attentato un furgone bianco, per poi ritrattare subito dopo.

giovedì 17 maggio 2018

Gaza, l'ennesimo massacro di palestinesi

In queste ore a Gaza si stanno tenendo i funerali dei 61 morti, tra cui 8 bambini e una neonata di 8 mesi asfissiata dai gas lacrimogeni israeliani durante le manifestazioni di ieri al confine tra la Striscia e Israele, più di 3000 i feriti.
Manifestazioni con cui i palestinesi stanno protestando contro il trasloco dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme e per esigere il ritorno dei rifugiati o dei loro figli, costretti all’esodo nel ‘48, dopo la nascita di Israele. Un esodo che i palestinesi ricordano come la Nakba, la catastrofe. Dall’inizio della Marcia per il Ritorno i cecchini israeliani hanno ucciso così un totale di 102 palestinesi, la conta dei feriti ha superato i 6000. Tra le vittime di ieri anche personale sanitario, soccorritori, giornalisti, molti giovani e donne.

La Marcia del Ritorno, partita il 30 marzo, doveva finire oggi, ma Hamas ha fatto sapere che le manifestazioni continueranno anche per il periodo del Ramadan che inizierà dopo domani.
I palestinesi della Cisgiordania oggi ricorderanno le vittime per le quali sono stati indetti tre giorni di lutto, scuole e esercizi pubblici chiuse, e nel pomeriggio ci saranno manifestazioni a Betlemme, Ramallah, Hebron e Nablus contro le quali le forze israeliane stanno mettendo in campo ingenti sistemi di sicurezza.
Il timore di un nuovo massacro è forte, la Lega Araba ha chiesto alla comunità internazionale di fermarlo. In giornata si riunirà il Consiglio di sicurezza dell’ONU e Amnesty International ha definito “aberrante” l’uso della forza da parte di Israele.

Quello che si sta raccogliendo in queste ore è l’interesse degli estremismi, non solo quelli di Hamas perché l’estremismo di Benjamin Netanyahu e Donald Trump non è da meno e ben più ben armato. E’ profitto classico degli estremisti che quando seminano il loro obiettivo, che è appunto quello di creare tensioni, poi raccolto questi frutti senza che nessuno li condanni.

Con la decisione di trasferire l’ambasciata Usa a Gerusalemme, Trump ha definitivamente chiarito, se ci fossero dubbi, che gli Stati Uniti non possono e non hanno diritto ad essere mediatori di un processo di pace nella regione. In realtà è da quanto esiste il cosiddetto processo di pace, che gli Stati Uniti non sono mai stati mediatori equidistante, prima di tutto venivano gli israeliani poi, eventualmente, i palestinesi. Trump non può più essere mediatore, né il suo giovane genero Kushner che di Medio Oriente non sa niente e, cosa più grave, la sua famiglia finanzia una organizzazione estremista di coloni israeliani. Sarebbe bello lo diventasse l’Europa, ma non può perché respinta da una delle parti in causa, Israele, e soprattutto perché l’UE non ha una politica coerente né un peso interazionale.

L’Onu farà l’ennesima dichiarazione di condanna, altri paesi prenderanno le distanze dalle scelte difensive di Israele, la solidarietà farà altre giuste manifestazioni di protesta contro Tel Aviv (a Roma, oggi pomeriggio, Bds ha organizzato un sit in davanti a Montecitorio), ma la sensazione è che il popolo palestinese sia sempre più solo e si esporrà sempre di più al fuoco israeliano nella speranza di rendersi visibile. E lo sarà, almeno per qualche giorno dopo un massacro, ma i colori della speranza diventano sempre più sbiaditi.

martedì 1 maggio 2018

#PRIMOMAGGIO #1maggio, NULLA DA FESTEGGIARE SOLO RABBIA E DOLORE PER LA STRAGE DI LAVORO

220 omicidi sui luoghi di lavoro dall'inizio dell'anno. Questo è il numero di sangue che accompagna il Primo Maggio secondo l'Osservatorio indipendente di Carlo Soricelli. Che aggiunge che queste sono solo le vittime dell'attività lavorativa in fabbriche, cantieri, campi. Ad esse ne vanno aggiunte altrettante di incidenti "in itinere", cioè nel trasferimento verso o durante il lavoro. In totale i morti di lavoro dall'inizio dell'anno sarebbero 450. È il 10 % in più rispetto ad un anno fa, mentre il PIL è cresciuto solo dell'1,5. Cioè la crescita consuma morti 7 volte la sua velocità.Rispetto all'inizio della grande crisi nel 2008 i morti sul lavoro sono cresciuti del 21%. Il dato Eurostat del 2015 assegnava all'Italia oltre un terzo di tutti i 3600 i infortuni mortali ufficialmente registrati nella intera Unione Euopea. Qui siamo il paese guida.
Se alle morti cruente di lavoratrici e lavoratori aggiungiamo quelle per malattia causata dai veleni della produzione, arriviamo a cifre da capogiro. Solo per l'amianto, che è fuorilegge dal 1992, muoiono 5000 persone all'anno. E i vertici Olivetti e quelli Eternit sono stati recentemente assolti. Poi ci sono tutte le altre migliaia di vittime degli altri veleni nell'aria, nell'acqua, nella terra. Che i lavoratori ed i loro familiari, e anche persone non coinvolte nella produzione, toccano, respirano, ingeriscono.
Le condizioni di lavoro sono sempre più pericolose e nocive. Non solo si lavora di più ma anche più a lungo, tanti morti sono anziani che non dovrebbero più lavorare, ma vi sono costretti dalla povertà e dalla legge Fornero. I turni di notte continuativi indeboliscono le difese immunologiche e il lavoro festivo causa stress e malattie. Tutto il mondo del lavoro sta e lavora peggio e la crescita delle morti è solo la più brutale, feroce prova del degrado di tutta la condizione lavorativa. Si va al lavoro con il rischio concreto di morire o almeno di veder sostanzialmente compromessa la propria salute e la propria integrità fisica, e psichica. Gli infortuni storpianti e invalidanti sono un milione all'anno. E la tendenza per tutti questi numeri terribili è solo al rialzo.
Insomma è un massacro continuo, sostanzialmente impunito e anzi agevolato.
La strage di lavoro è il prodotto di un composto criminale fatto di liberalizzazioni e deregolazioni, di distruzioni della prevenzione così come dei controlli, di ingordigia delle imprese e di complicità e connivenze con lo sfruttamento. La strage di lavoro è il primo effetto del ricatto che ogni lavoratore ed ogni lavoratrice oggi subisce: o accetti o quella è la porta. La disoccupazione di massa, prodotto di dieci anni di politiche di austerità, alimenta questo ricatto e così uccide. Il Jobsact e la Legge Fornero, costringendo a lavorare con sempre meno diritti e sempre più in là con gli anni, uccidono. La priorità che anche lo stato dà alla produzione rispetto alla salute, come all'Ilva dove un decreto del governo autorizza lavorare in spregio a salute e sicurezza, questa politica fatta nel nome del lavoro, in realtà del profitto, uccide. La caduta dei controlli, il taglio al numero degli ispettori e soprattutto gli ostacoli posti alla loro attività - se un funzionario pubblico vuole rovinarsi la carriera deve andare a controllare un'azienda senza averla prima avvisata - la politica che non vuole porre ostacoli alla libertà dell'impresa, quella politica uccide. E anche la scuola, che con l'alternanza scuola lavoro addestra i giovani al lavoro senza diritti, diventa complice della strage.
Così come sono complici del massacro le politiche sindacali di collaborazione e subalternità verso le imprese, quelle che mettono produttività, flessibilità e obbedienza al primo posto e amministrano la salute dei lavoratori con cogestione burocratica. Negli anni 70 del secolo scorso ci fu il più drastico abbattimento degli infortuni e dei morti sul lavoro della storia italiana: la lotta di classe faceva bene alla salute. Il suo abbandono da parte delle dirigenze di CGIL CISL UIL ha contribuito ad aumentare la nocività.
La strage sul lavoro in Italia andrebbe affrontata come la mafia. Con una repressione diffusa ed implacabile dei crimini in tutto il paese, non a caso il procuratore Guariniello chiedeva una procura e una direzione centrale per la sicurezza sul lavoro, con gli stessi poteri di quella antimafia. E tutte le leggi infami che hanno agevolato le uccisioni di lavoratori andrebbero abolite. E la prevenzione con adeguati poteri andrebbe finanziata e potenziata. E la salute e la vita dovrebbero venire prima della produzione in ogni iniziativa sindacale. E nessun lavoratore per vivere dovrebbe subire il ricatto della precarietà, che poi fa morire. E l'austerità dovrebbe essere cancellata dalle politiche economiche come crimine contro l'umanità. E ogni connivenza o solo anche ogni pubblico disinteresse verso la strage, andrebbe sottoposto alla condanna dell'opinione pubblica, allo stesso modo della connivenza con la mafia.
Altro che ipocriti periodici pianti a feste comandate. La strage di lavoro non è un incidente del sistema, è il suo modo normale di operare. Solo rovesciando le regole e ribaltando i comportamenti oggi ritenuti normali, solo dicendo basta alla libertà del mercato, solo così si cominceranno a salvare vite.
Questo Primo Maggio non c'è nulla da festeggiare, ci sono solo rabbia e dolore da esprimere. Facciamo un Primo Maggio vero, contro lo sfruttamento e la strage del lavoro.

martedì 24 aprile 2018

Serve Una cultura del lavoro per fermare le stragi bianche

Purtroppo occorre parlarne e indignarsi tutti i giorni, poiché tutti i giorni, in media, muoiono 4 lavoratori di infortunio sul lavoro. A tale proposito invito a visitare la pagina internet dell’Osservatorio indipendente sui morti sul lavoro di Bologna in cui vengono puntualmente e quotidianamente riportati gli infortuni mortali.

lunedì 2 aprile 2018

La strage quotidiana, inarrestata e inarrestabile in nome del profitto

“Ciao tesoro, ci vediamo questa sera”. Poi si esce per andare al lavoro. Verso un cantiere, una fabbrica, su un furgone per consegnare pacchi o in bici per consegnare un pasto caldo. “Ciao tesoro, ci vediamo questa sera”. Un saluto normale, quotidiano, quasi scontato. Come scontato dovrebbe essere tornare a casa dal lavoro. E invece no. Perché è più probabile morire da lavoratori in Italia che da soldato italiano in missione all’estero.

martedì 27 giugno 2017

USTICA, LA STRAGE DIMENTICATA

Nelle scorse ora la Cassazione ha affermato che il depistaggio relativo alle indagini sul disastro aereo di Ustica del 27 giugno 1980 debba ormai considerarsi “definitivamente accertato”. Un passaggio importante perché sancisce che occorra un nuovo processo civile per valutare la responsabilità dello Stato in merito alla tragedia dell’ Itavia andando a confermare la tesi del missile sparato da aereo ignoto.Tesi che, sottolinea la Cassazione, risulta “ormai consacrata”. Una sentenza di notevole importanza e che ribalta quanto era stato affermato in fase di appello in data 4 ottobre 2010; in quella circostanza la corte di appello aveva respinto la richiesta di risarcimento avanzata dai figli di Aldo Davanzali, patron dell’Itavia (compagnia aerea italiana che ha operato dal 1958 al 1980) e considerato responsabile del cedimento strutturale del DC9 a Ustica e conseguentemente della morte di 81 persone. La sentenza emessa dalla corte di Cassazione in data 22 ottobre 2013 ribalta quel verdetto in quanto, spiega, quella sentenza “erra nell’escludere l’eventuale efficacia dell’attività di depistaggio e il suo effetto sul dissesto”.




Ci fu depistaggio nelle indagini:


Per la terza sezione della Cassazione è quindi necessario valutare l’effetto di tali depistaggi nel crac dell’Itavia del 1980 dato che questi hanno gettato “discredito commerciale” sulla compagnia a seguito della “diffusione della falsa notizia del cedimento strutturale”. Una sentenza storica e per certi versi rivoluzionaria quella che rimette al centro della pubblica opinione la vicenda della strage di Ustica; adesso si rende necessario un nuovo processo civile da tenersi davanti ad un’altra sezione della corte di appello di Roma per stabilire se il dissesto della compagnia aerea sia dovuto alla “riconosciuta attività di depistaggio” o se, viceversa, sia stato preesistente al disastro del 27 giugno 1980 nei cieli di Ustica. Dire che forse verrà finalmente fatta luce su una delle vicende più oscure e misteriose del nostro paese, fatta di depistaggi, insabbiamenti e mezze verità, potrebbe sembrare un eccessivo esercizio di ottimismo; tuttavia grazie a questa sentenza si va ad accertare un’opera di depistaggio in fase di indagini su quell’episodio. Fattore non da poco.
Ricostruzione della strage di Ustica:


Ma cosa accadde quel 27 giugno 1980 ad Ustica? Cosa sappiamo della strage di Ustica? È il 27 giugno del 1980, ore 21 circa, quando il Dc9 della società Itavia in volo da Bologna verso Palermo con 81 passeggeri a bordo scompare dai radar; la torre di controllo cerca disperatamente di ristabilire contatti con il pilota del volo ma è tutto inutile. Non arriva alcuna risposta e del Dc9 sembra non esserci più traccia. E risposte dall’ aereo non potrebbero arrivare perché questo è esploso in volo ed è scomparso, inabissandosi, nel tratto di mare compreso tra le isole di Ponza e di Ustica. I soccorsi, si dice, tardano ad arrivare e giungono quando ormai il velivolo si sta inevitabilmente inabissando; fattore che getterà un ulteriore alone di mistero sulla vicenda. Nell’incidente periscono tutti gli 81 passeggeri a bordo; la prima spiegazione fornita per trovare una causa del disastro parla di un difetto strutturale dell’aereo. Un cedimento per l’esattezza; tesi che resisterà per un paio di anni come spiegazione ufficiale della tragedia di Ustica. La società proprietaria dell’aeromobile, l’Itavia, diventa capro espiatorio della vicenda al punto che sarà costretta a sciogliersi; Aldo Davanzali, il patron dell’ Itavia, è considerato responsabile della strage. Nel frattempo partono le indagini delle procure di Palermo, Roma e Bologna; viene anche aperta una commissione di inchiesta da parte dell’allora ministro dei trasporti (Rino Formica); commissione che venne sciolta senza aver portato a termine il proprio incarico. Secondo lo stesso ministro dei trasporti l’aereo dell’ Itavia era precipitato a causa di un cedimento strutturale dovuto, probabilmente, ad una cattiva manutenzione. Ma la versione dopo un po’ inizia a fare acqua; c’è qualcosa in quella storia che non quadra ed in molti iniziano a credere che dietro la strage di Ustica ci sia dell’altro.
Depistaggi, versioni alternative e condanne:


Il governo italiano allora in carica sembra essere più di ostacolo che d’aiuto e non collabora a trovare un vera risposta sulla strage; negli anni si inseguono varie versioni, voci, testimonianze, ipotesi. C’è chi parla di un intrigo internazionale (e come non farlo, essendoci di mezzo l’Italia?); chi di un attentato terroristico, specificamente di un ordigno esplosivo; chi vede legami con la strage di Bologna che si consuma proprio in quei giorni. Ma quale sia la verità ‘vera’ non è dato sapersi. In data 2007 l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che ai tempi della strage di Ustica era presidente del Consiglio, attribuisce la responsabilità ad un missile francese destinato ad abbattere un aereo sul quale viaggiava il dittatore libico Gheddafi. Tesi simile a quella che porta alla condanna, il 10 settembre 2011, dello Stato italiano (nello specifico, ministero della Difesa e ministero dei Trasporti) da parte del tribunale civile di Palermo. Secondo quella sentenza, nessun attentato causò la strage ma l’aereo fu invece abbattuto durante una azione di guerra svoltasi nei cieli italiani senza che nessuno degli enti preposti al controllo facesse qualcosa; per queste ragioni, i due ministeri in questione devono pagare oltre 100 milioni di euro in favore dei familiari delle vittime della strage di Ustica poiché, si legge nella sentenza, i due ministeri non hanno fatto abbastanza per prevenire il disastro
Lo Stato condannato a risarcire familiari delle vittime:


In data Il 28 gennaio del 2013 la corte di Cassazione conferma la sentenza condannando lo Stato italiano a risarcire i familiari delle vittime della strage di Ustica affermando che “tutti gli elementi considerati consentono di ritenere provato che l’incidente si sia verificato a causa di un intercettamento realizzato da parte di due caccia di un velivolo militare precedentemente nascostosi nella scia del Dc9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell’esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l’aereo nascosto oppure di una quasi collisione verificatasi tra l’aereo nascosto ed il Dc9”. Tutt’altra verità quindi rispetto a quella che era stata considerata attendibile per molti anni. E adesso, con la sentenza della Cassazione del 22 ottobre 2013 che certifica il depistaggio su quella strage, si potrebbe riscrivere in parte la storia di quella vicenda andando finalmente a rispondere ad una domanda che da oltre 30 anni ci portiamo dietro: cosa successe quel 27 giugno 1980 ad Ustica?



lunedì 29 maggio 2017

Heysel, l'idiozia per un pallone

SONO passati 32 anni dalla strage dell’Heysel, tragedia avvenuta il 29 maggio 1985, poco prima dell’inizio della finale di Coppa dei Campioni di calcio tra Juventus e Liverpool allo stadio Heysel di Bruxelles, in cui morirono 39 persone, di cui  32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e 1 irlandese, e ne rimasero ferite oltre 600.

Circa un’ora prima della partita, alle 19:20, alcuni hooligan cominciarono a spingersi verso il settore Z – che ospitava alcuni dei tifosi italiani in trasferta – sfondando le reti divisorie alla ricerca di una reazione da parte della tifoseria juventina.

domenica 12 febbraio 2017

#Foibe: Ecco la vera verità

In coincidenza del 10 febbraio assistiamo ad indecorose iniziative  sulla 'questione foibe' che non riflettono la verità e le documentazioni storiche, bensì manifestano posizioni strumentali e storicamente prive di ogni fondamento tipiche del revanscismo nazionalista.

martedì 31 gennaio 2017

Strage Viareggio, Mauro Moretti e Michele Mario Elia condannati

Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, e Michele Mario Elia, ex amministratore delegato di Rfi, sono stati condannati a 7 anni di carcere in primo grado per la strage di Viareggio del 29 giugno 2009. Un breve applauso ha salutato, dopo qualche minuto dalla lettura, la sentenza al processo della strage di Viareggio, dove tutti i familiari hanno ascoltato le parole del giudice in religioso silenzio.

venerdì 27 gennaio 2017

L’ALTRO OLOCAUSTO...

Sono passati 72 anni da quel 27 gennaio ’45 quando l’armata rossa liberando il campo di concentramento di Auschwitz, rivelò al mondo la realtà dell’olocausto. Milioni di persone erano state ammazzate e passate dai forni crematori avendo come unica colpa quella di essere ebrei nell’indifferenza più totale! Il processo di Norimberga poi svelò “la soluzione finale”,il piano di Hitler per annientare completamente gli ebrei.