BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA
Visualizzazione post con etichetta società. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta società. Mostra tutti i post

lunedì 25 giugno 2018

Analisi di una grave crisi di civiltà

I segnali erano già arrivati, latenti eppure visibili. Dentro l’ultima crisi, quella palesatasi nel 2007/2008, alcuni osservatori avevano letto in essa la crisi della civilizzazione capitalistica, ossia di un modello economico diventato egemone dopo il 1989 a livello globale, ma che non riusciva più ad alimentare il suo carattere progressivo. Al contrario, soprattutto nei paesi occidentali – quelli a “capitalismo avanzato” – quel modello ha cominciato a mostrare pubblicamente un’inversione regressiva bloccando, ad esempio, quello che è stato definito “l’ascensore sociale”.

Quando le condizioni e le aspettative generali di vita delle nuove generazioni sono peggiori di quella precedente, si rende visibile come il progresso non solo si sia arrestato, ma abbia innestato la marcia indietro.

A subire le conseguenze della regressione sono stati in primo luogo i lavoratori e le loro famiglie, in tutto l’occidente, facendo riaffacciare in Europa e negli Usa lo spettro della povertà di massa e dei working poors, quelli che precipitano nella povertà pur avendo un lavoro, perché le retribuzioni sono diventate troppe basse. Eppure ci si era gingillati con tesi consolatorie.

Da un lato, la teoria dello “sgocciolamento”. Quella narrazione secondo cui se si accentua la polarizzazione sociale e si fanno arricchire i ricchi, prima o poi questa sovrabbondanza per pochi avrebbe lasciato sgocciolare un po’ ricchezza anche verso gli strati più bassi (la furbata sanguinosa della Flat Tax è un frutto di questa logica).

Dall’altro ci si è gingillati sulla tesi-speranza per cui il modello liberale che ha caratterizzato l’occidente potrebbe benissimo convivere con l’abbassamento pianificato delle condizioni di vita e delle aspettative generali della popolazione (quindi dei diritti sociali collettivi), ma non avrebbe mai messo in discussione la sfera dei diritti civili individuali.

Intorno a queste due tesi è stato costruita, non solo una narrazione, ma un vero e proprio modello di civiltà: capitalistica, occidentale, molto spesso eurocentrica. Una narrazione da cui hanno aspirato a pieni polmoni anche la sinistra liberal-liberista (che ha seppellito quella socialdemocratica) e purtroppo settori della stessa “sinistra radicale” (seppellendo quella “di classe”).

Sono tesi, quasi una religione, come la “mano invisibile dei mercati”, che i fatti si sono incaricati di smentire, dolorosamente.

Lo stiamo verificando qui, nel cuore e nella periferia dell’Europa, ma anche negli Stati Uniti, ossia negli epicentri della “civiltà capitalistica”, che per decenni era stata contrapposta prima al socialismo reale ed ora al “dispotismo asiatico” incarnato da Russia e Cina, nel quadro di una nuova competizione globale.

Quando nella società e nella psicologia delle masse vediamo gli effetti delle sparate di Salvini e dei suoi simili ungheresi, austriaci, bavaresi (una coincidenza geopolitica che mette i brividi, quasi come la Cavalcata delle Valchirie su Woody Allen), o quelle di Trump negli Usa, si comprende bene come sia già venuta meno ogni pretesa di “civiltà superiore dell’occidente” rispetto al resto del mondo, sia esso quello dolente e povero dei migranti dall’Africa o dall’America Latina, sia quello dei paesi Brics che stanno contendendo Pil e mercati all’ex blocco euro-statunitense, oggi diviso e in competizione al suo interno.

L’unico fattore escluso da ogni priorità – quando si prospettano o scelgono le soluzioni ai problemi posti da una crisi globale, non solo economica ma anche ambientale, alimentare, energetica – è diventato il fattore umano.

Nelle voci che inneggiano agli affondamenti e al blocco degli sbarchi nel Mediterraneo, o al muro al confine con il Messico, non rivelano soltanto l’accresciuta frustrazione sociale e la generale insicurezza sul futuro, ma mostrano anche il tentativo delle classi dirigenti – ormai diventate solo “classi dominanti”, senza più egemonia – di rimanere in sella seminando guerra e capri espiatori.

Era già accaduto negli anni Trenta, e per metterci una pezza c’è voluta una guerra mondiale devastante, la metabolizzazione dell’orrore e della banalità del male, fino al rifiuto totale di tutto questo che ha generato Costituzioni come quella italiana.

Per esorcizzare questo sanguinoso passato, sull’Europa hanno costruito l’Unione Europea e negli Usa l’alternanza immobile tra liberal e conservatori. Ma il carattere di classe di queste soluzioni ha riprodotto – come da manuale – i meccanismi perversi del dominio: prima contro il lavoro e i lavoratori, poi nella competizione tra simili (con il ritorno ai dazi, alla guerra commerciale, al protezionismo), infine con la liquidazione dei valori umani elevati, nella retorica occidentale, a fondamento della civiltà che conosciamo rispetto agli altri, ai “barbari”. La vita di un “negro” vale di nuovo meno, o addirittura nulla. Come quella di uno zingaro, un musulmano, di un clochard, di un soggetto umano escluso o escludibile dalla logica competitiva.

E’ evidente come entrambe le soluzioni – in Europa come negli Usa – siano fallite, aprendo la crisi di civiltà.

domenica 24 giugno 2018

Fisionomia del “non sono razzisti ma” La paura al posto del welfare.

La nave ong Lifeline «batte abusivamente bandiera olandese e quindi è una nave fantasma. È una nave pirata come quella di capitan Uncino», ha detto il ministro Matteo Salvini nel comizio a Terni in vista del ballottaggio per le comunali. «Io le navi fantasma – ha sottolineato – nei porti italiani non le voglio. Vadano altrove, vadano a Malta che è più vicina. Se arrivano in Italia gli sequestriamo la nave e processiamo l’equipaggio per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Una manciata di voti vale questo fiume di perle di ferocia da parte del controverso personaggio che guida il governo dopo le elezioni del 4 marzo. Se l’Aquarius è stata ‘dirottata’ a Valencia, la Lifeline sbarcherà in Italia – si apprende nella tarda serata di ieri – ma per essere sequestrata, come annuncia Danilo Toninelli. In un porto tricolore solo senza i migranti soccorsi, che dovranno essere trasferiti a Malta o in Libia, precisa il collega Matteo Salvini. La guerra dichiarata dal Governo M5S-Lega alle navi umanitarie fa così un’altra vittima. La linea dura è annunciata dopo che la nave della ong tedesca ha preso a bordo 224 persone (compresi 14 donne e 4 bambini) da alcuni gommoni ma non ha voluto consegnarli alla Guardia costiera libica. Intanto, si continua a morire: 120 annegati in due giorni, rileva Unhcr dalla Libia. In tutto il 2018 le vittime sfiorano quota 1.000.

La versione gialloverde
Da circa una settimana attiva a ridosso delle acque libiche, la Lifeline era stata protagonista nei giorni scorsi di alcuni polemici botta e risposta via twitter con Salvini, con accuse di ‘fascismo’ rivolte al titolare del Viminale, che aveva ironizzato sull’aspetto di un membro dell’equipaggio. Ieri il primo intervento vero e proprio al largo delle coste libiche: «in acque internazionali», sostiene l’organizzazione. «In acque Sar (ricerca e soccorso) nostre», ribattono da Tripoli. Dalla capitale libica si muove una motovedetta che arriva in zona, soccorre un altro gommone in difficoltà e chiede la consegna dei 224. La Lifeline oppone un ‘nein’ e sollecita l’intervento alla Guardia costiera italiana: «vogliamo un porto sicuro». Che non può essere libico, secondo la ong. A questo punto sia Salvini che Toninelli si collegano in diretta facebook, ognuno dal proprio ufficio, per manifestare tutto il loro disappunto. «Questa nave – sottolinea il primo – contravvenendo a tutte le regole e leggi, ha caricato 224 clandestini su gommoni partiti dalla Libia in acque libiche. La Guardia costiera italiana ha scritto ‘non muovetevi, ci pensano le autorità libiche’; la Guardia costiera libica ha scritto ‘non muovetevi, ci pensiamo noi’. Ma questi disgraziati, anche mettendo a rischio la vita dei migranti su quei gommoni, non hanno ascoltato le autorità libiche e italiane e sono forzosamente intervenuti per caricare il prezioso quantitativo di carne umana a bordo». Bene, aggiunge, «questo carico di esseri umani ve lo portate in Olanda, fate il giro un po’ largo. Le navi di queste pseudo-ong non toccheranno più il suolo italiano». Nel pomeriggio la comunicazione ufficiale: la Lifeline non è registrata in Olanda. E Toninelli attacca: «è una nave apolide, ‘fantasma’, che non può navigare in acque internazionali»; dunque, «nonostante sia in mare libico, ci assumiamo noi la responsabilità di portare i migranti sulle navi della nostra Guardia costiera, la porteremo in Italia dove dovrà fermarsi perchè la sequestreremo». Ma sulla destinazione dei 224 rischia di ripetersi il caso Aquarius e tra i due ministri emergono differenze. «Il mio obiettivo – spiega Salvini – è mettere in salvo quelle 200 persone, possibilmente non Italia, ma per esempio a Malta». E l’equipaggio sarà «arrestato» con l’accusa di «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». I due ministri provano poi a smontare la «retorica» delle ong «buone» e dell’Italia «cattiva». La presenza di queste navi a meno di 30 miglia dalle coste libiche, osserva Toninelli, «sta incoraggiando le partenze dei barconi della morte e, non avendo caratteristiche tecniche per supportare salvataggi di massa, stanno mettendo a rischio la vita dei richiedenti asilo e degli stessi equipaggi». E mentre la minaccia del sequestro pende anche per un’altra nave umanitaria, la Seefuchs della ong Sea Eye, le imbarcazioni di altre 2 organizzazioni, l’Aquarius, ripartita da Valencia e la Open Arms, giungeranno nel giro di un paio di giorni nel Canale di Sicilia. Altre grane in arrivo.

Sembra un secolo ma sono passati solo una decina di giorni dall’assolata domenica di giugno in cui il ministro dell’Interno leghista ha blindato i porti italiani e la nave di una Ong, con 629 profughi a bordo, si è trovata a vagare nel Mediterraneo quasi senza scorte. Finché, il giorno appresso, il nuovo premier spagnolo Sanchez non si offrirà di accoglierla. De Magistris e Accorinti, sindaci di città di mare, hanno provato a sfidare Salvini in nome dei valori umanitari su cui si fonda la legge del mare. Anche il loro collega di Livorno, Nogarin, proverà a farlo ma in pochi minuti ritratta: «Nel momento in cui mi sono reso conto che oggettivamente questo poteva creare dei problemi al governo mi è sembrato corretto rimuovere il post». Salvini esulta, dice che «il primo obiettivo è stato raggiunto». E su twitter i due hastag, #chiudiamoiporti e #portiaperti si fronteggiano. La blindatura dei porti sembra piacere alla maggioranza degli italiani, una ricerca a caldo di Swg, ci spiega che il consenso viene, oltre che dagli elettori leghisti, dal 75% di chi ha votato M5S e da un quarto degli elettori Pd.

Due sfumature di razzismo e tre di ansia

Sapevamo già che il 32% della popolazione italiana è d’accordo sul fatto che l’Italia debba rispedire le imbarcazioni dei migranti nel Mediterraneo, anche se questo implica il rischio di morti. E la metà di “noi” è d’accordo sul fatto che i cittadini saranno costretti a proteggere di persona le coste e i confini qualora la crisi migratoria continuasse, e soltanto il 23% si dichiara in disaccordo. E’ la stessa gente che ritiene che le Ong non considerino l’impatto sul paese dei salvataggi di migranti. Ma che paese siamo diventati?

Il contesto è quello definito in tutta Europa da dieci anni di crisi economica ininterrotta e dall’irruzione sulla scena degli attentati terroristici. Un’insicurezza dirottata con sapienza sull’emergenza immigrazione: secondo i dati dell’Osservatorio di Pavia, nei mesi prima elezioni è cresciuta dell’8% la copertura giornalistica sugli sbarchi producendo una sorta di “effetto slavina”, secondo gli studiosi, che ha persuaso il governo uscente ad abbandonare il progetto di legge sullo ius soli perché, nei sondaggi, era precipitato dall’80% del 2014 al 57% di consensi alla fine del 2017.

Non sono razzista ma…” è un incipit in voga nel discorso pubblico. Bene, gli italiani – secondo la ricerca – sono proprio cosi: non-sono-razzisti-ma. “Ma” significa che sono spaventati, disorientati, resi ansiosi da «un uso sofisticato della tecnologia digitale e una narrativa semplificata che dipinge l’immigrazione come un’invasione.

«Tecnicamente si tratta della parte italiana di una ricerca di segmentazione finanziata da una fondazione con sede a Belfast, The social change initiative, nell’ambito di More in common, un “incubatore” di comunicazione per la promozione dei diritti sociali. Da un po’ circola nei tavoli degli addetti ai lavori ma ora è tempo di portarla fuori», spiega una coordinatrice per Ipsos delle rilevazioni in Italia dove sono stati individuati, appunto, sette segmenti sociali: due sono aperti e solidali (Italiani Cosmopoliti, 12% e Cattolici Umanitari, 16%), altri due incarnano valori di chiusura, i razzisti in senso stretto (li hanno chiamati, Nazionalisti Ostili, 7% e Difensori della Cultura, 17%), i tre restanti rappresentano il 48% del campione e vanno a comporre quella che Ferrari definisce «la maggioranza ansiosa»: il 19% sono stati definiti Moderati Impegnati (19%), poi ci sono i Trascurati (17%), infine i Preoccupati per la Sicurezza (12%). «Si tratta di settori sociali demograficamente diversi ma accomunati da uno stato d’ansia generato da diversi fattori». Il segmento più ampio è quello dei Moderati Disimpegnati, quelli che non si schierano, che restano neutrali, pur non mostrando atteggiamenti ostili verso i migranti, anzi sono preoccupati dall’escalation razzista, «sanno che l’immigrazione c’è sempre stata e ci sarà sempre». Un atteggiamento più radicato nella fascia tra i 18 e i 30 anni, istruiti ma precari, «sono i giovani, bloccati sull’oggi, le generazioni “no future” – continua Ferrari – perché mai dovrebbero preoccuparsi del futuro degli immigrati se loro stessi non posso comprare né casa, né trovare un lavoro decente? Sono i figli dei Trascurati, il segmento più anziano, molti di loro sono donne e vivono nel Nord Est. «Sono i “lasciati indietro”, persone che avevano un tenore di vita decente – precisa la ricercatrice che coordina il team di Ipsos per la “social opinion research” – divenuti pessimisti dopo che la crisi s’è mangiata, assieme ai risparmi, ogni aspettativa». Per gente così l’immigrazione è un «peso, una spesa per la previdenza sociale, costano troppo». In sintesi, non porterebbero nulla di buono e non ce li possiamo permettere anche perché ci farebbero concorrenza nell’accesso al welfare e nella ricerca di lavoro. Da qui scaturisce il loro “prima gli italiani”. I Preoccupati per la Sicurezza, uomini e donne di mezz’età, pensionati o persone con istruzione bassa, sono coloro che, più di tutti, ritengono che accogliere sia troppo pericoloso, «sono quelli che tendono ad essere facile preda delle narrazioni molto semplificate, che si fanno raccontare storie noir da certa televisione». Questi tre segmenti, però, non sono «graniticamente razzisti ma sono persone che si trovano a dover fare i conti con i propri problemi personali e con i propri limiti». Anzi, tra i Moderati Disimpegnati, i ricercatori hanno colto «dei tratti di «solidarietà fra pari, dicono “siamo noi stessi migranti, abbiamo dovuto cambiare città, dovremo farlo ancora”» quando hanno interpellato giovani che hanno avuto esperienze di lavoro all’estero. «E’ lì il segno di una potenziale evoluzione, il punto di contatto. E’ il segmento più promettente se solo non fosse paralizzato sull’oggi».

La maggioranza paurosa

La maggioranza ansiosa si annida nella classe media impoverita, dsgregata dal combinato disposto crisi-globalizzazione. E’ popolata di genitori di giovani disoccupati, di nonni che utilizzano la pensione per far studiare i nipoti, per pagare le bollette ai figli, percepisce chiunque come un competitor ed è bersaglio di un’iconografia molto distorcente. 9 su 10 hanno una dieta mediatica soprattutto televisiva, 4 ore al giorno di media di fronte al piccolo schermo. Di fronte a una «narrazione semplificata la contronarrazione cade nel vuoto perché non parla alla pancia, perché in Italia c’è un terzo di analfabeti funzionali che ha perso l’uso della lingua.

La specificità italiana è proprio la segmentazione, una polarizzazione ancora non definita. Là dove c’è un’immigrazione più radicata storicamente, sono più forti sia i segmenti ispirati al cosmopolitismo sia quelli più identitari, con connotazioni esplicitamente anti-islamiche come in Francia. In Italia non è così, forse non ancora. La crisi, più che razzismo, produce opposizione agli immigrati, gli italiani sono molto provinciali, appunto “non sono razzzista ma devi adattarti alle nostre regole”. L’immigrato ideale è quello silenzioso e grato per le opportunità concesse. Non c’è xenofobia, c’è paura del diverso, si fatica a comprendere il diverso perché non c’è mai stata davvero un’immigrazione massiccia come quella dei turchi in Germania o dei maghrebini in Francia. In Italia la migrazione è ultradiversificata. In questo momento gli immigrati sono un capro espiatorio artificiale, generato dalla narrazione politica, pensa anche ai pasticci del Pd con la Libia!. Un’altra ricerca di Ipsos, dal 2014, si occupa dei rischi della percezione: nessuno come gli italiani ritiene di essere invaso dagli stranieri. A fronte di un’incidenza del 7% di immigrati viene percepita una presenza del 30%. E’ il frutto avvelenato di una rappresentazione che simula l’invasione, di una paura generata dal modo con cui si racconta: Si fa leva sulle paure per presunte ingiustizie e sulla realtà di un’immigrazione non governata, come nel caso del blocco dei transitanti, della loro concentrazione.

L’ambivalenza delle radici cristiane
E poi c’è l’ambivalenza della matrice cattolica sugli atteggiamenti degli italiani. Da una parte, infatti, ci sono i Cattolici umanitari, in assoluto il gruppo più ottimista», più socievoli degli stessi Italiani Cosmopoliti perfino verso i musulmani, anche sulla scia del ruolo di Bergoglio, convinti di avere delle responsabilità verso il prossimo. Dall’altra, il richiamo alle radici cristiane d’Europa fomenta gli atteggiamenti dei Nazionalisti Ostili e, soprattutto, dei Difensori della Cultura, convinti che, per colpa degli immigrati l’identità italiana stia scomparendo. Il retroterra cattolico è uno dei temi di pretesto del ripiegamento difensivo dei segmenti oppositori.

E’ importante, leggendo questi dati, tenere a mente che «la ripresa non è atterrata nella percezione degli italiani, vent’anni di globalizzazione e dieci anni di crisi hanno stordito il paese. La crisi ha falciato la parte centrale della piramide. Se esiste un italiano medio è caratterizzato dalla sensazione di incertezza e dalla rottura del patto fiduciario con le istituzioni in un paese con livelli bassi di istruzione (14% soltanto di laureati) e un’età media sempre più alta. Questa maggioranza incerta viene attivata proprio su questa incertezza per il futuro e l’immigrato è il capro espiatorio perfetto. Perché nessuno nasce razzista. E’ che in questo momento la paura è il catalizzatore più facile. L’egemonia di chi governa si nutre di paura.

La guerra alle Ong
Dunque la paura è un sostitutivo del welfare? «Certo – conferma a Left, Guglielmo Micucci, direttore generale di Amref Italia – la conseguenza sulla vita delle persone è la guerra fra poveri, la soluzione consiste nel fare rete, rete di salvataggio, resistere alla spinta violenta, a tutti gli effetti di destra e oggi al potere: i nostri progetti, in Italia e in Africa, sono sempre più coinvolgenti. Una richiesta che arriva dai donatori ma che ha degli effetti moltiplicatori. Il no profit, in Italia, è ancora molto frammentato e, come abbiamo visto nella vicenda dei cosiddetti “taxi del mare” (la formula con cui l’attuale vicepremier Di Maio, nell’aprile 2017, ha inaugurato la guerra alle Ong, ndr)». Quell’attacco ha condizionato molto i donatori riducendo i margini di manovra per i progetti e le Ong non riuscirono a fare fronte comune. «Il tema di una risposta collettiva delle Ong è sul tavolo – continua Micucci – ma non è facile mettere insieme orientamenti diversi, soggetti che adotterebbero uno stile più “aggressivo” o soggetti che temono di esporsi per timore di rappresaglie». Per questo Amref si batte per mobilitare la società civile e disinnescare la mina antiuomo delle narrazioni tossiche: «E’ evidente che serva una contronarrazione, una sorta di fact checking puntuale. Ogni volta proviamo a replicare alle fake news sui medesimi canali ma la potenza di fuoco comunicativa non è la stessa, anche perché noi abbiamo uno stile diverso, non insultiamo».

«Le migrazioni sono tutti i giorni in prima pagina, quasi sempre come un problema di mero ordine pubblico, di sicurezza, e nei continui tentativi di criminalizzare le Ong – dice ancora il direttore di Amref – tutto ciò influisce sulle attitudini e i comportamenti dei singoli, aumentando le paure e i pregiudizi nell’opinione pubblica, di fronte alla complessità delle dinamiche legate alle disuguaglianze e alla crisi economica. Non a caso la ricerca di cui discutiamo ha dimostrato che solo il 18% degli italiani intervistati considera l’immigrazione una possibilità positiva, una ricchezza.

Noi vogliamo invertire questa tendenza, assumendoci la responsabilità di narrare le migrazioni, moltiplicando le voci e l’impatto delle esperienze dirette, delle “storie”, dei dati che possono rivelare il vero volto della migrazione e anche le opportunità che essa rappresenta. Servono cioè nuove narrazioni che rivelino come il tema della migrazione sia fortemente collegato alla possibilità di costruzione di comunità più forti, unite e resistenti alle crescenti minacce di divisione sociale, anche attraverso il contributo di persone di origine straniera allo sviluppo del Paese e dei territori di accoglienza. Questo dibattito (promosso col Comune di MIlano a ridosso della giornata del rifugiato, ndr) si inserisce in questo quadro. Vorremmo fosse un ulteriore passo verso una narrazione meno tossica e più corretta, per affrontare in modo costruttivo ed efficace un tema che riguarda i diritti, le vite delle persone, di chi migra e di chi accoglie, dei cittadini tutti, a prescindere dal loro status giuridico».

lunedì 11 giugno 2018

Automazione, disoccupazione e guerra tra poveri. Sono questi i VERI problemi su cui riflettere

“Gli immigrati ci portano via il lavoro”… Questa cazzata viene ripetuta nelle interviste a caso prese per strada, nel pià sperduto paesino italiano (persino a San Ferdinando, in Calabria, dove solo dopo l’uccisione di Jacko Soumaila qualche “itagliano” ha scoperto di poter andare a raccogliere pomodori per 2,5 euro l’ora) come nelle periferie metropolitane degli Stati Uniti.

sabato 9 giugno 2018

La deriva culturale fascio-razzista-sessista è il trionfo del liberismo con il sostegno dei media

Sì, la maggioranza dell’elettorato italiano è razzista e sessista. Ma è stupido se non più grave scoprirlo dopo le elezioni del 4 marzo e col governo M5S-Lega. Il processo che ha portato a questo è cominciato negli anni Settanta e via via s’è aggravato. Si tratta del trionfo del liberismo che ha provocato innanzitutto una sconvolgente destrutturazione economica, sociale, culturale e politica. Finita l’epoca della società industriale, del conflitto fra padronato e proletariato industriale a cui si univano studenti e popolazione. I ceti meno abbienti non hanno più trovato nella sinistra storica i riferimenti credibili perché questa stessa sinistra è stata fagocitata dal neoliberismo. Allora che scegliere: un partito e dei leader che parlano come quelli di destra o direttamente questi, oppure astenersi dal votare? E come fare per lottare quando si è atomizzati con contratti individuali, precari o addirittura al nero o in condizioni di neo-schiavitù?

Perché la demagogia più becera prima di Berlusconi e ora dello squadrista Salvini riescono ad avere successo? Vendetta contro chi ha tradito i lavoratori e i dominati? Infatuazione per il nuovo capo carismatico? Oppure illusione che se si massacrano gli immigrati e i più sfigati si starà meglio, si proteggeranno i privilegi promessi ai cittadini europei? Ma chi ha accreditato questi possibili elementi che hanno portato al successo dei Salvini ma anche dei grillini di destra e pure dei Renzi amici di Berlusconi?

Se si passano in rassegna i media di questi ultimi anni e in particolare di quest’ultimo anno appare evidente che quasi tutti hanno continuamente fatto pubblicità in generale al discorso neoliberista e in particolare all’idea che la colpa dei malesseri e problemi economici e sociali è degli immigrati e di chi remerebbe contro la difesa dei privilegi dei cittadini italiani. Questo è il meccanismo che prima ha dato consenso a Berlusconi, poi a Renzi (che s’è totalmente “sputtanato” governando con Verdini e di fatto con Berlusconi) e infine ai grillini e a Salvini. Il consenso dei grillini ha giocato con il miscuglio fra discorsi di sinistra e discorsi di destra. Ma è proprio allo squadrista Salvini che è stato dato più risalto (invitato continuamente in ogni sorta di tv e di programmi) come pure a personaggi della sua squadra fascio-razzista-sessista (si pensi alla Santanché, Sgarbi e personaggi del genere). Come dice un amico: per fare una fiction che appassioni ci vogliono soldi, per mettere in scena una lite furibonda “a gratis” basta invitare Salvini o la Santanché, Sgarbi ecc. di fronte a qualche pseudo personaggio di sinistra che di fatto fa da spalla ai primi. La tv della politica spazzatura (inaugurata da Giuliano Ferrara) dura dagli anni Ottanta e non smette di avere audience proprio perché il frame neoliberista incita alla litigiosità, al trash, al gusto di vedere la sopraffazione di uno da parte di altri, così come nei videogiochi che appunto permettono di sterminare l’avversario.

Come mai per esempio nessun media ha mostrato che nei comuni, provincie e regioni governati dalle destre e in particolare dalla Lega ma anche in alcuni governati dalla ex-sinistra diventata neoliberista si ha:

a) il più alto inquinamento da sostanze tossiche che provocano la quasi totalità della mortalità dovuta appunto non a “morte naturale” ma alle contaminazioni da tali sostanze che sono nell’aria, nei terreni, nelle acque, nei posti di lavoro, nelle abitazioni, nelle scuole cioè dappertutto (basta guardare la foto satellitare che mostra chiaramente che la pianura padana è una delle due zone più inquinate d’Europa);

b) la più alta quantità di economie sommerse, lavoro nero, neoschiavitù (di italiani e di immigrati regolari e irregolari), corruzione, intrecci con le mafie, quindi evasione fiscale e contributiva e persino traffico di rifiuti tossici ecc. è sempre nelle zone governate da oltre 25 anni dalle destre e in parte dalla ex-sinistra diventata neoliberista (anche perché le economie sommerse esistono sono in funzione di quelle apparentemente legali che notoriamente sono quantitativamente più importanti al Nord).

4. Allora cosa faranno i signori cinquestelle e leghisti al governo? Salvini continua a blaterare da boss fascista-razzista-sessista convinto che si governi a mo’ di Mussolini (ma qualcuno gli ricorderà che a piazzale Loreto c’è ancora tanto posto). E grida che espellerà 500 o 600 mila immigrati. E tutti i media hanno accreditato questa sparata. Il Corriere del 4 giugno arriva a scrivere a titoli cubitali: «Promossa l’idea di accelerare i rimpatri dei 600 mila stranieri ai quali è stata rifiutata la protezione. E di rafforzare il con trattenimento di 18 mesi nei centri di “detenzione”».

Eppure la promessa dei 500 o 600 mila immigrati da espellere (sparata prima da Berlusconi e poi fatta propria da Salvini) è sfacciatamente una bufala di cui qualsiasi giornalista principiante non si fa imbobinare. In Italia praticamente tutti gli immigrati senza permesso di soggiorno, cioè in situazione irregolare sono ben noti alla polizia perché sono tutti stati schedati al loro arrivo oppure perché sono entrati con visto regolare o ancora perché hanno già avuto il permesso di soggiorno ma non sono più stati in grado di rinnovarlo (sono quelli che lo stesso Viminale chiama overstayers, cioè chi resta senza permesso). Ma di questi la quasi totalità lavora, cioè sono costretti a lavorare al nero, spesso schiavizzati e costretti anche a vivere come invisibili (lavoro e alloggio). E vedi caso la maggioranza di questi 500 mila stanno proprio nelle zone governate dalle destre e innanzitutto dalla Lega e sfruttati-schiavizzati da elettori leghisti.

Allora si dovrebbe chiedere al boss Salvini cosa farà se alcuni operatori delle polizie andranno a fare dei blitz nelle aree leghiste del sommerso come per esempio la Valle della gomma e altrove fra Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia, nelle campagne, nelle fabbrichette, nei cantieri ecc.

E cosa faranno i signori cinquestelle che avevano promesso totale integrità e politica di pace e non di guerre con la signora ministra della Difesa che hanno scelto e che – strano – si scopre solo ora che non solo ha conflitto d’interesse con questa funzione, ma è persino coinvolta nella storia poco limpida di una università privata specializzata in pseudo-formazioni di personale per missioni ben poco trasparenti (far cui i contractors ecc.). E come possono avallare un sottosegretario già condannato con patteggiamento per bancarotta?

E’ probabile che una parte dell’elettorato M5S abbandonerà questo pseudo partito di imbonitori che sono riusciti nella loro formidabile impresa perché sinora non hanno mai governato (e laddove governano deludono o cambiano prassi o abbandonano il partito). Ma cosa ne sarà dell’elettorato leghista? Saranno soddisfatte le sue attese? Probabilmente in parte sì; ma anche là ci sarà la scoperta degli inganni insiti nella demagogia del boss Salvini, che peraltro dovrà dimostrare di non essere capo di una Lega che come quella di Bossi & C. fece pensare a un branco di famelici arraffatori di potere.

Insomma, il futuro è incerto e soprattutto appare scarsa la possibilità di creare di una nuova sinistra capace di successo elettorale. Per uscire da questo pantano ci vorrà tempo e soprattutto paziente instancabile Resistenza in tutti i campi.

lunedì 4 giugno 2018

SOLO L’AMORE È NATURALE. IL RESTO È PREGIUDIZIO E IPOCRISIA

Io non sono un omosessuale. Anzi lo sono ma prima di essere e sentirmi “omo” di qualcosa o di qualcuno, io mi sento UN essere umano. E’ spesso una sensazione rabbrividevole perché porta a fare i conti con una essenza comune che non si vorrebbe condividere con chi, della stessa specie, è capace di sterminare milioni di persone nel nome della purezza razziale, per sete di dominio, magari unendo questi due fattori con il legaccio del sadismo, della megalomania che è estremizzazione di sentimenti tipicamente umani.
Non è sempre possibile pensarsi umani e potersi astrarre dal contesto complessivo dello spettacolo che il cammino esattamente umano offre.
“L’umanità si fa tanto per farsi”, diceva Carmelo Bene, significando che poi tanta importanza non riveste l’essere umani, l’essere vivi e l’essere parte di una incomprensibilità chiamata “vita” o “esistenza” nel suo più profondo senso che comprende la vita medesima.
Ma, fatto salvo che l’enigma rimane e che nessuno può scioglierlo, qui siamo e qui dobbiamo rimanere e quindi lo scopo dell’umanità dovrebbe essere quello di provare a migliorare sempre più le proprie condizioni di vita, di quel tempo minimo, rispetto alle dimensioni spazio-temporali dell’universo, che affrontiamo su questo pianeta.
Migliorare queste condizioni vuol dire provare ad essere felici, ad armonizzare l’esistenza di ciascuno nel contesto generale della collettività, dei popoli tutti.
Sentirsi umano dovrebbe significare anzitutto provare ai propri occhi e a tutti i sensi che non esistono differenze in ciò che chiamiamo amore e che ognuno di noi ama chi sente di poter amare: un uomo può amare una donna, una donna può amare un uomo, un uomo può amare un uomo, una donna può amare una donna, un essere umano può amare sia un uomo sia una donna, e così via.
Le relazioni di genere sono tali finché si ama solo un genere alla volta. Ma se si ama più generi, viene spontaneo parlare di essere umano nella sua completezza e unicità e non serve distinguerlo tra “uomo” e “donna”. Anzi, tra “maschio” e “femmina”, visto che si fa cenno al “genere”.
Ma non è lecito secondo morali millenarie amare il proprio stesso sesso (altra cosa rispetto al “genere”…): la famiglia, ci dice un ministro di questo nuovo governo che ancora deve ricevere la fiducia delle Camere, è naturale solo se si fonda sul matrimonio e questo non può che avvenire tra coppie formate da eterosessuali.
Per l’amore omosessuale non c’è riconoscimento nella costruzione di un nucleo familiare. Natura vuole, si dice, che un bambino o una bambina siano cresciuti da un uomo e da una donna.
Natura vuole. O forse è la morale cattolica che lo vuole. Forse è la morale di un certo oltranzismo a volerlo. La Natura non ha scritto nessuna tavola della legge.
Si nasce per il congiungimento di due corpi di differente sesso. Ma il dopo è frutto delle circostanze: ciò di cui necessita qualunque essere vivente, umano o non umano che sia, è l’amore: se volete chiamatelo più semplicemente “affetto”. Ognuno di noi lo distribuisce in maniera differente tra parenti, amici, amanti, semplici conoscenti, oggetti, ricordi, animali, piante.
L’affetto è la natura di noi stessi, è la regola della nostra natura. L’affetto lo possediamo tutti e tutti possiamo esprimerlo con sincerità, senza vincoli morali che dettino il genere a cui lo si deve rivolgere.
Due donne o due uomini possono voler bene ad un bambino così come gliene può volere una coppia “classica”, eterosessuale, fondata sul sacro vincolo del matrimonio.
Eppure non è un concetto difficile da comprendere: non è forse meglio l’amore di due padri che la privazione dell’amore per un bambino? Per un orfano non è forse meglio essere amato anche solo da un padre piuttosto che crescere senza entrambi i genitori? Certo che sì.
Ma il ministro non fa riferimento a tutte le circostanze che determinano le famiglie al di fuori dello schema classico uomo-donna: accetterà la vedovanza come condizione di necessità per la crescita ad affetto dimezzato (perdonate la banalizzazione). Quella la accetta sicuramente.
Ciò che non gli riesce proprio di accettare è che al binomio “naturale” padre-madre si affianchi l’eccezione uomo-uomo o donna-donna.
L’eccezionalità è rivoluzionaria, mina le certezze granitiche di uno schema imperturbabile, sconvolge mentalmente l’impostazione data dalla tradizione che si fonderebbe su una naturalità assoluta.
Eppure la natura non impedisce a due uomini di volere bene ad un figlio. Non impedisce nemmeno ad un figlio di ricevere l’amore di due madri. Non c’è un respingimento naturale: il bambino non subisce (lo dicono fior fiore di riviste scientifiche e, ancora meglio, migliaia di casi di “famiglie arcobaleno”) nessun trauma nella crescita.
Le divergenze che può riscontrare derivano non dal confronto che può fare tra la propria genitorialità e quella dei suoi coetanei, ma semmai dal pregiudizio che gli adulti istillano nei piccoli, magari anche indirettamente, con frasi mezze abbozzate. I bambini registrano tutto, tutto sentono e vedono e la loro attenzione è al massimo nei primi anni di vita.
Il passaggio del pregiudizio da genitore a figlio è frutto di un istante: il bambino, innocentemente, chiederà al suo amichetto: “Ma perché tu hai due papà?”.
E’ una domanda che non dovrebbe neppure nascere se non dalla libera spontanea osservazione del piccolo e non da suggestioni emotive e pregiudizi degli adulti.
E’ una domanda che ha diritto di esistere solo se proviene dalla curiosità del bambino. Nessuna spiegazione è mai colpevole di pregiudizialità se mette sullo stesso piano i diritti di tutti e l’amore che è libero, uguale e non vincolante alla morale cattolica o ad altre impostazioni e dottrine del comportamento umano.
La famiglia non si fonda sui legami di sangue, ma soltanto sull’affetto. E i diritti sono e devono essere sempre uguali per tutti, perché rispondono soltanto alla piena formazione dell’individuo e non alla tipologia di famiglia in cui è nato e cresciuto.
Ciò che importa è se è stato amato piuttosto che picchiato o ingiuriato. Ciò che conta non è la presunta perfezione naturale del ministro riguardo alla famiglia ma i valori a cui padri e madri si ispirano. Se si parte dal rispetto per ciascuno e per tutti, se la si smette di puntare il dito e di condannare, allora la società in cui si vive può dirsi civile. Altrimenti è solo un ennesimo luogo di crescita dell’iprocrisia.

sabato 19 maggio 2018

Anche il male ha fascino

In questi giorni nei cinema italiani è in programmazione il film Escobar – Il fascino del male, il cui successo è certo sostenuto dai due protagonisti, Javier Bardem e Penélope Cruz, due bravissimi attori, ma anche due personaggi assolutamente da copertina. Non ho ancora visto il film, questa definizione non vuole essere una recensione, ma il pretesto per spiegare qualcos’altro. So che Pablo Escobar è già stato raccontato in un film e soprattutto in una fortunata serie televisiva, Narcos, giunta alla terza stagione. Il trafficante colombiano è un “cattivo” di questi anni, uno dei peggiori probabilmente, è giusto che l’arte lo racconti.

giovedì 17 maggio 2018

Noi diciamo #stopomofobia, filosofia e dati

La parola “diverso” è una parola che sempre più caratterizza il nostro lessico. All’orecchio questa parola richiama spesso la sua accezione più negativa e l’etimologia non sembra dare molti scampi a tal riguardo: “diverso” deriva infatti dal latino “diversus” che significa “volto dall’altra parte”, “opposto” o “contrario”. Questo aggettivo si dovrebbe usare per indicare ciò che si presenta con un’identità, una natura, una conformazione nettamente distinta rispetto ad altre persone o cose.

giovedì 10 maggio 2018

Ma davvero il “popolo” ha sempre ragione?

Prima di tutto tentiamo di chiarire cos’è il “popolo”, concetto i cui contenuti non sono mai indicati da chi si riempie la bocca di questa parola e che invece bisogna specificare, se non vogliamo proclamare soltanto degli slogan, magari ad effetto ma assai poco incisivi sullo stato delle cose.

mercoledì 9 maggio 2018

#9maggio #EuropeDay #FestadellEuropa Essere DAVVERO cittadini d’Europa per salvarci dalla crisi

Oggi. il 9 maggio ricorre l'anniversario della storica dichiarazione di Schuman del 19/50, considerata l'atto di nascita dell'Ue. In quel discorso, pronunciato a Parigi dall'allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman, si è palesato l’embrione ideologico di un modello di cooperazione politica per l'Europa. Secondo Schuman, infatti, la collaborazione tra gli Stati del Vecchio Continente poteva essere l’unico strumento per impedire nuove guerre tra le nazioni europee. Nello specifico la sua ambizione era creare un'istituzione europea in grado di mettere in comune la gestione e la produzione del carbone e dell'acciaio. Un anno più tardi nacque la Ceca (Comunità europea del carbone e dell'acciaio) a cui presero parte Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Da lì, la cooperazione si estese gradualmente ad altri settori della vita politica ed economica dei Paesi coinvolti (e di quelli che si aggiunsero successivamente), fino a formare l'Unione europea come la conosciamo oggi.

martedì 8 maggio 2018

Perché i lavoratori e operai votano la destra? riflessioni e commenti

Il tema è la crescita, negli ultimi anni, di questa nuova destra radicale e i motivi per i quali questa ondata è andata espandendosi in tutta Europa: ciò che ne fa, pertanto, non un fenomeno occasionale, anche se, com’è logico, in ogni Paese presenta caratteristiche proprie.

martedì 24 aprile 2018

Essere antifascisti oggi, FREE-ITALIA lo è e lotta quotidianamente

SIAMO ANTIFASCISTI
“Odio gli indifferenti; credo che vivere voglia dire essere partigiani; chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia, opera potentemente nella storia; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia promulgare leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti….vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.  Così citava il politico, filosofo e giornalista Antonio Gramsci, che sempre s’impegnò in una lotta contro il regime fascista,dal quale fu anche incarcerato.

lunedì 2 aprile 2018

La (il)logica del potere

La domanda è di grande attualità: come si determinano i meccanismi di accesso all’effettiva gestione del potere politico in tempi di società complessa, dove appaiono evidenti i limiti dei “corpi intermedi” e delle stesse formazioni di governo?

venerdì 16 marzo 2018

Alla ricerca di un ordine che non c’è più nel mondo e in Italia

Due analisi su temi molto diversi tra loro – gli squilibri Nord-Sud in Italia e la guerra dei dazi scatenata da Trump – affrontano esattamente lo stesso problema “sistemico”: le diseguaglianze di sviluppo territoriale (dunque anche sociale) sono alla base di problemi politici e geopolitici di prima grandezza.


lunedì 12 marzo 2018

La degenerazione porno-punitivo della donna

Spot pubblicitari che solleticano e sollecitano l’immaginario maschile in un’unica direzione: quella della donna come corpo sessualizzato. Immagini ai limiti del porno sadomaso, di stilisti che, implicitamente, non solo istigano allo stupro ma veicolano anche il messaggio che, a lei, alla donna, tutto sommato, lo stupro piace. Inquadrature televisive, sempre più indirizzate a sbirciare sotto le mini, quasi in angolature ginecologiche. Comportamenti e battutacce di uomini, spesso potenti e prepotenti, che mortificano la dignità di un soggetto, reo solo di non appartenere all’elite dei detentori del fallo. Giornalisti (Feltri, Farina, Sallusti) che, definirli sessisti, è far loro un complimento. E si potrebbe continuare così: la lista sarebbe lunga.

Un corpo, insomma, quello femminile, commercializzato e mercificato ad uso e consumo del virile desiderio; e un’intelligenza, quella muliebre, alla mercé del maschile svilimento. Con, in sovrapprezzo, la beffa dell’insulto sessista e moralista: in fondo, poi, se mostrano tanta sfrontatezza, spudoratezza, temerarietà, un po’ mignotte devono esserlo per davvero!

La cosiddetta e tanto sbandierata liberazione del corpo della donna, si è, in sostanza, nel corso di questi ultimi trent’anni, quasi trasformata in un boomerang, che ne ha travolto l’immagine, cristallizzandola in una sorta di oggetto pansessuale. Un oggetto, il cui unico scopo è deliziare lo sguardo maschile che, una volta accesosi di rude voluttà, ritiene di avere il diritto di passare all’atto, trasformando l’oggetto stesso della conteplazione in mera preda da sottomettere e di cui godere. Spesso, anche senza l’altrui consenso.

E i social, in un simile quadro, non hanno certo migliorato la situazione. Anzi. Non di rado, su queste moderne piazze della virtualità, frasi e immagini di contenuto sessista vengono utilizzate – anche dalle stesse donne – ergendosi come totem celebrativi di un rinnovato maschilismo. Un maschilismo, se si vuole, più infido e strisciante di prima perché risorto dalle sue stesse ceneri infuocate che una gelida bora oscurantista sta rapidamente spargendo, come seme guasto ma con alacre zelo restauratore, sulle contemporanee società occidentali, investite dall’orda della nuova reazione capitalistica.

Un capitalismo talmente eccessivo e violento, nelle sue divaricabili posture di dominio, da trasformare finanche il sesso -e, di conseguenza il corpo femminile – in un imperativo consumistico, regolato da un obbligo di plus godimento. D’altronde, è pur sempre profitto!

Proprio sui social, con una certa frequenza, ci si trova quindi a fare i conti con questa nuova forma di maschilismo provocatorio, volgare, finto libertario, a tratti vessatorio e umiliante. Post con immagini, video o commenti, di contenuto sessuale o sessista – che poi, su una piattaforma come facebook, in considerazione della sua particolarissima valenza semiotica e simbolica, assumono praticamente la stessa connotazione semantica – finiscono col dar luogo ad atteggiamenti avvilenti e sordidi che, lungi dall’essere divertenti, travalicano, non di rado, i limiti del buon gusto, sfociando nell’offesa della dignità della donna, principalmente – ma anche dell’uomo, nel momento stesso in cui sono i maschi ad essere considerati alla stregua di un mero pezzo di carne – quando non, addirittura, nella violenza.

È facile constatare come simili contenuti approdino all’insulto o insistano nell’atteggiamento sessista, anche se solo con frivole intenzioni, sui social o altrove. Atteggiamenti indecorosi – mi si passi questa parola dal sapore antico – che andrebbero considerati pericolose spie di un malessere sociale profondo, nonché come il prodotto di una semplificatoria superficialità del pensiero conformista; o, peggio, come la somma esponenziale di rabbie represse e addizionabili a quella temperie reazionaria e repressiva che sembra percorrere, da oltre un decennio, le schiene scoperte, non solo dell’Italia ma, come si accennava precedentemente, di tutte o quasi le società occidentali.

Superficialità, rabbie, aggressività pulsionali, che risulta troppo facile scaricare su quelle classi, generi, categorie, insomma su quei soggetti che, apparentemente, vengono percepiti come più facilmente attaccabili o indifesi: disoccupati, anziani, bambini, diversi, donne. Una percezione alterata – almeno nel caso di alcuni di quei soggetti, come, appunto, le donne – conseguenza di posture culturali, politiche, sociali, le quali altro non evidenziano che il marcatore genetico dell’ideologia dominante e largamente diffusa, tutta coniugata al maschile. Quella stessa ideologia che spinge, non certo accidentalmente, i signori uomini, nelle loro spesso distorte relazioni col femminile, ad oltrepassare gli argini, confondendo avance, scherzo di cattivo gusto e molestia.

A tal proposito, tutti abbiamo commesso e commettiamo errori e leggerezze, figurarsi. Ma sarebbe buona norma, sempre e comunque, almeno lasciarsi guidare dal principio ispiratore fondamentale del liberalismo borghese: la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro.

E la donna, per parafrasare Simon de Beauvoir o Carla Lonzi, è il nostro Altro. D’altronde, è inutile prendersi in giro con cavillosi e sofistici ragionamenti autoassolutori o peggio giustificatori: sanno bene, i “colleghi”maschi, come e quando un comportamento può diventare volgare, fastidioso, molesto o, ancor peggio, violento; e quando, invece, ci si limita al provarci.

Uno sguardo, una tenerezza, il più delle volte bastano e avanzano, per capirsi. E seppure si è frainteso, il “no” ferma. È la regola o dovrebbe esserlo. Anche nella coppia consolidata. Invece, troppo spesso un “no” si trasforma in una cocente ferita narcisistica, cui seguono reazioni, troppo di frequente, parossistiche.

Il reciproco stare come soggettività l’uno accanto all’altro, nel rispetto dell‘altrui diversità, dovrebbe considerarsi norma dettata dalla logica e vieppiù intima consapevolezza e, per dirla ancora con la Lonzi, l’essenza di un rapporto di coppia. Difficile, certo, ma non impossibile.

Ebbene, per riprendere quanto si diceva immediatamente sopra, immagini e video a sfondo sessista andrebbero considerati – almeno dai più avveduti – in quell’infantile e autoreferenziale gioco di complicità tra maschi, esattamente per quello che sono: divertimento pecoreccio, da caserma, con vaghi echi fascisteggianti.

Un divertimento che non poche donne, oggi, considerano però naturale proporre, tra loro o anche nel rapporto con partner occasionali, non comprendendo, talvolta, nell’elettrizzante e stuzzicante coinvolgimento di una presunta trasgressione, che l’utilizzo poco accorto quando non spregiudicato dei social (facebook e watsapp, in primis) l’invio di video e foto, specie se di carattere personale – le chat erotiche sembrano diventate la nuova frontiera virtuale di un sesso sempre meno goduto e sempre più mestamente porno-rappresentato – non solo costituiscono l’introiezione di un cliché maschile mutuato e riprodotto ma, nel secondo caso, finiscono col gratificare proprio quell’immaginario, con il suo fallocentrato apparato simbolico, al quale ci si vorrebbe opporre per contrasto. Insomma, diciamolo chiaramente: un inganno più o meno etero-indotto ma decidecisamente auto-inflitto.

Mi corre l’obbligo però, a questo punto, di fare una doverosa precisazione, per non cadere in un imperdonabile equivoco, considerando il nostro giornale e la sua vocazione marxista. Qui, sia ben chiaro, non si sta esprimendo alcun giudizio morale, ci mancherebbe pure! Il campo delle fantasie sessuali è libero, aperto, divertente, vario e va vissuto appieno. Ciascuno, nella sua intimità, fa ciò che vuole, sempre nello scambievole rispetto dei desideri altrui e nella piena consapevolezza delle proprie azioni. Si tratta semplicemente di un mio personalissimo pensiero. Un pensiero innanzitutto, necessariamente e imprescindibilmente Politico.

In un periodo di grandissima confusione all’interno della sfera dei rapporti e del conflitto di genere, e nel guado di un passaggio storico tristemente reazionario, che vede la cultura fallocratica, patriarcale e capitalistica, tornare a soggiogare, in un fittizio e ambiguo richiamo alla libertà, il corpo femminile al puro desiderio virile – spesso manifestato, come accenavo sopra, con aggressività e violenza – credo che vada, ancor più di prima, chiarito che la liberazione della donna non debba tradursi, come molti uomini pensano, in un trastullo per gli occhi, le mani e il membro do lor signori.

Un pensiero, ad esseri sinceri, che attraversa la mente anche di molte donne, influenzate da un femminismo borghese e di matrice, essenzialmente, liberal-liberista. Quello stesso femminismo capace di scorgere, nella sola illusoria tutela giuridica, da parte di uno Stato che si regge sulla natura e la concezione esclusivamente maschile di comando – oltre che classista – lo strumento di difesa e di affermazione di una libertà che, in tal modo, finisce col trasformarsi, invece, in un surrogato di libertà, elargita, per concessione regale, dal maschio dominante. Si capisce quindi, con queste premesse, che solo la lotta su un terreno di classe può essere propedeutica ad una effettiva e piena liberazione della donna stessa.

Libertà, infatti, vuol dire libertà di scelta. Libertà scevra da condizionamenti culturali, mode sociali – vedi facebook, appunto – e ricatti esistenziali. Libertà dalla schiavitù del bisogno. Libertà dalla variabile economica. Libertà, insomma, dal Potere, la cui sovrastruttura ideologica risulta impregnata di testosterone anche quando viene esercitato – molto più di rado, tuttavia – da donne. Donne che, in larga parte, hanno mutuato una weltanschauung tutta inscritta nell’immaginario patriarcale e padronale tipico del maschio. Un immaginario di dominio che tende a ridurre l’altro a puro oggetto di piacere o a soggettività subordinata.

Libera, pertanto, non vuol dire libera di essere molestata o di elargire sesso, proprio malgrado, altrimenti correndo vigliaccamente il rischio di beccarsi pure l’accusa di bacchettona o bigotta.

In conclusione, ci troviamo ormai, nelle nostre società Occidentali e occidentalizzate, e nell’epoca dello schizocapitalismo finanziario e globalizzato – per riprendere l’affascinante e calzante concetto elaborato da Deleuze – al cospetto di un immaginario porno-punitivo, sospeso sul baratro della perversione realizzata. Un immaginario che si regge su una catena significante e semantica, concettuale e desiderante, all’ombra della quale si rivelano le pulsioni (desideri?) più oscure di un’umanità ridotta a merce e a puro coefficiente consumistico.

Il sesso, lungi dall’essere finalmente liberato dagli opprimenti lacciuoli della morale religiosa e borghese, dietro le quinte di quello Spettacolo che è, oramai, il Capitale divenuto visione – e visione social – si è via via trasformato in un paradossale e mortifero dogma super egoico, porno/liberal ed economico/punitivo, di tipo solipsistico e masturbatorio – incastrato tra frantumazioni dell’Io e sbandamenti dell’inconscio – il cui algoritmo rivelatore, come sempre, è il corpo femminile. Sovraesposto, oggettualizzato e, infine, stuprato dal godimento del fallo, per citare Lacan.

Insomma, in poche parole, siamo al paradigma declinato, in ogni sua voce, specie al femminile, della mercificazione del sesso e della reificazione dell’essere umano. Con l’aggravante aggiunta di classismo e razzism. L’esotico, soprattutto se sotto specie di immigrato e se povero, è preda sempre più desiderabile e facilmente soggiogabile, quando non stuprabile!

Una mercificazione che, in qualunque forma si verifichi, finisce con l’nquietare, e perciò andrebbe respinta con fermezza. Soprattutto se prodotta su una piazza virtuale, il cui potenziale di rischio e di violenza è incalcolabile e, quel che è peggio, con conseguenze imprevedibili.

lunedì 5 marzo 2018

IL TRIONFO DEI LIBERISTI E LE RESPONSABILITA' DELLA SINISTRA

Da trent'anni il gioco dei liberisti è sempre quello e il fatto che continuino a vincere dipende solo dalla mancanza di lucidità, capacità e coraggio di coloro che dovrebbero ribellarsi o almeno resistere ai peggiori soprusi.

Si sentono tante cose in giro sul panorama politico che si sta delineando. Sento dire "E' colpa dei fascisti!". Oppure "E' colpa del popolo bue!", Oppure "E' colpa dei populismi!".
Ebbene, NO, cara "sinistra".
Non si vota più il centro sinistra per un cambiamento politico che ha coinvolto questo schieramento a livello mondiale. Il problema è molto semplice, cara "sinistra", o per lo meno, tu che ti definisci tale. Tu, non rappresenti più le necessità della massa. Una volta la sinistra era dalla parte dell'operaio, del lavoratore, e si contrapponeva al padrone, (capitale). Ora la "sinistra" è capitalista, aziendalista e neoliberista quanto la destra. Solo che tutto ciò la destra lo sa fare meglio, è una questione storica, la destra è così da sempre. Insomma, alla fine, cara "sinistra", hai lasciato un buco proprio dove la maggioranza della popolazione aveva più bisogno, e il populismo, in questo buco, ci si è infilato.Le forze populiste sono impreparate, non hanno radici e forse faranno dei guai. Ma non è colpa loro, loro hanno cercato di rispondere a delle necessità, necessità chiamate a gran voce. La colpa è tua, cara sinistra. Quindi smettila di accusare l'ignoranza e il popolo bue. Sei tu che hai smesso di fare quello che stavi facendo, lasciando che altri prendessero il tuo posto, lasciando uno spazio vuoto. C'è un problema politico che è antico e che sta tornando alla ribalta. "Sinistra", assumiti le tue responsabilità, per tutto quello che sta succedendo. Fatti delle domande.
Perchè non ti votano è semplice: un partito, lo voti se rappresenta i tuoi interessi. Se non ti rappresenta cosa lo voti a fare? Interessi di pochi = pochi voti. E le minoranze, in democrazia, valgono zero.

La sinistra nel prossimo Parlamento rischia di essere quindi semi irrilevante, ma d’altro canto il responso delle urne non deve sorprendere. Dalle elezioni è uscito il ritratto fedele di un paese imbruttito e smarrito, quello che chiunque può vivere e vedere quotidianamente. Un popolo che si è sentito privato, proprio dalla sinistra, di opportunità e diritti e che oggi riversa la sua rabbia contro i nemici giurati degli ultimi anni: la classe politica dirigente, soprattutto quella che l’ha tradita, del centrosinistra. E i migranti, con i quali sempre più ci si è sentiti in competizione nella “lotta” per accaparrarsi l'ultimo osso gettato dai ricchi ai poveri.

Però le crisi sono sempre anche opportunità, se le si sa cogliere. Renzi ha rottamato se stesso;  LeU si è dimostrata quello che è , cioè un tinello “de sinistra” di frigidi professionisti della politica tutto sommato infastiditi dal “popolo”. Anche Potere al Popolo ha deluso le aspettative, parlando molto ai "suoi" e poco alle persone comuni. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Italia per la prima volta non potrà contare su una forza progressista incisiva in Parlamento, ma si sa che il nuovo non può nascere se il vecchio non muore: forse queste elezioni seppelliranno per sempre la sinistra spocchiosa, convinta di capire il mondo e di rappresentare i poveri senza sporcarsi le mani. E forse la sinistra del futuro – che dovrà ricostruire utopie e immaginari – rinascerà dai giovani che oggi trovano nel volontariato e nel mutualismo modi per essere utili, costruendo reti di solidarietà umanitaria ma anche politica. Occorreranno anni, ma forse non ci sono altre possibilità.

Così si impone e trionfa in Italia e nel mondo il nuovo fascismo della finanza e delle grandi corporation globaliste: usando efficacemente i media e il consumismo per convincere la gente che i maggiori pericoli siano i regimi del passato, benché da tempo sconfitti e senza potere, o quelli del futuro, benché mai messi alla prova e anch’essi senza potere, invece che il regime attuale, il più pervasivo della Storia e responsabile dell’oscena ineguaglianza economica e della sistematica distruzione dell’ambiente.


"Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa, 
tu devi realmente esistere, perché lui esista: 
chi era coperto di croste è coperto di piaghe, 
il bracciante diventa mendicante,  
il napoletano calabrese, il calabrese africano, 
l'analfabeta una bufala o un cane. 

Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa, 
sta per non conoscerti più, neanche coi sensi: 
tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie, 
ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli". Pier Paolo Pasolini

domenica 11 febbraio 2018

I fascisti a cosa servono? a imporre il liberismo e farci morire di fame

Il killer nazifascista di Macerata ha ottenuto un successo travolgente. Il dibattito minimizza la  gravità del suo crimine, ignora le sue vittime e si concentra tutto sul “disagio sociale” provocato dai migranti. Le parole più inquietanti non le ha dette il fascista Salvini, ma il ministro Minniti. Egli infatti ha affermato che nessuno debba farsi giustizia da solo. Giustizia?  Sparare a persone individuate solo per il colore della pelle,  per il ministro degli interni sarebbe dunque una forma distorta di giustizia. Che magari dovrebbe essere lasciata allo stato. Minniti e tutti gli esponenti del governo non hanno mai usato la  parola razzismo, né tantomeno la parola fascismo,  per la tentata strage di Macerata. Lo stesso hanno fatto i mass media, che pure mostrano il Mein Kampf e i simboli nazifascisti dello sparatore e fanno cronaca del suo saluto romano, ma comunque mai usano la parola fascista. Bisogna andare sulla stampa estera per trovare questa parola, nei titoli che annunciano quanto accaduto da noi, che tra l’altro viene presentato come il primo atto di quel terrorismo che insanguina il resto d’Europa. Terrorismo fascista e razzista in Italia? Quando mai,  il problema sono i migranti dicono tutti, rinfacciandosi l’un l’altro di non saperlo affrontare. Traini ha già vinto.
Salvini e Casapound affermano che in Italia non c’è nessun rischio fascista e che chi usa questa parola lo fa solo per ragioni strumentali. Non è una novità, dal 1945 i fascisti si sono sempre mascherati in vario modo, spesso reagendo sdegnosamente a chi ricordava loro chi realmente fossero. Negli anni 70  mettevano le bombe e mai le rivendicavano. Ci pensava lo stato a coprirli e ad indirizzare altrove l’opinione pubblica. L’uccisione nella questura di Milano dell’anarchico Pinelli, assieme a Valpreda accusato innocente della bomba fascista di Piazza Fontana, aprì la via ad una lunga trama di stragi,  insabbiamenti e depistaggi di stato.
Il potere in Italia  ha sempre fatto leva sui  fascisti, li ha fatti crescere e  usati quando voleva diventare più autoritario, li ha colpiti quando voleva mostrarsi più democratico.  I mass media che indirizzano l’opinione pubblica verso i migranti, quando viene sfasciato lo stato sociale e dilagano disoccupazione e povertà, rinverdiscono quella caccia alle streghe che anche altre volte hanno scatenato. Non a caso oggi è stata creata la categoria dell’insicurezza “percepita”, quando tutti i dati statistici mostrano come delitti tremendi come quello di Macerata non possono portare ad alcuna generalizzazione,   anzi negano che la popolazione italiana sia oggetto di un’aggressione criminale generalizzata da parte dei migranti.
Non ci sono italiani che non trovano lavoro perché glielo hanno rubato i migranti, mentre tanti sono in mezzo ad una strada perché le multinazionali chiudono e migrano indisturbate a saccheggiare altrove. La popolazione residente sta calando, perché sono più gli italiani che emigrano perché non trovano un lavoro decente, rispetto a  coloro che vengono qui e che diventano schiavi sfruttati, da italiani naturalmente. Si dovrebbero combattere la disoccupazione, il degrado e lo sfruttamento del lavoro. Ma i razzisti parlano di sostituzione etnica addossando agli schiavi la colpa della schiavitù. Nulla di tutto ciò che è diventato senso comune è vero, ma è percepito così. Percepito come? Attraverso i mass media.

È il liberismo il male che ha fatto rinascere in Italia ed in Europa il fascismo. Anche di questo ne abbiamo già parlato, dopo la crisi del 1929 i governi democratici tedeschi adottarono la politica dell’austerità e del rigore di bilancio imposto dai trattati di pace e un insignificante gruppuscolo nazista sbeffeggiato da tutti conquistò il potere. Dopo la guerra lo stato sociale fu edificato come compromesso tra le classi, ma anche come garanzia di democrazia. La nostra Costituzione è antifascista perché promuove lo stato sociale contro la ferocia del mercato; ed è per i diritti sociali e del lavoro perché è antifascista. Decenni di politiche di smantellamento di quei diritti, nel nome dell’Europa e della globalizzazione, hanno divelto le basi materiali dell’antifascismo e  fatto risorgere i mostri.
È per questo  che il mondo PD non usa la parola fascismo, ma condanna genericamente e ipocritamente l’odio. Meglio condannare moralisticamente un sentimento,  che dover riconoscere i frutti marci della propria politica. E il M5S, che pure non è responsabile delle politiche economiche di questi anni, adotta ora lo stesso linguaggio del PD, evidentemente pensando che nessun partito che voglia governare, possa usare parole sconvenienti come fascismo e razzismo. Così da un lato ci sono quelli che  raccomandano di stare buoni, dall’altro coloro che giustificano il killer di Macerata.  La dialettica politica è tutta qui.
Certo i gruppuscoli fascisti non prenderanno mai il potere. Quando ci provarono nel 1970 con Junio Valerio Borghese, i loro protettori della Nato li convinsero a fermarsi e ad uscire dai ministeri dove erano entrati. I fascisti oggi non devono prendere il potere, ma aiutare il potere a fascistizzarsi. Cosa  che sta facendo benissimo, basti pensare alle leggi di polizia di Minniti. Il potere, italiano e UE,  per continuare con le politiche liberiste  di devastazione sociale, deve imporre un sistema sempre più autoritario ed intollerante. Se gli sfrattati si  organizzano, lottano, magari contrastano la polizia che li vuole sbattere fuori di casa, allora questa é inaccettabile violenza degli antagonisti e dei centri sociali. Invece se un fascista spara ai negri, questo è disagio sociale.  Se i poveri si ribellano vengono repressi, perché per il palazzo i poveri devono solo odiarsi tra loro. D’altra parte come farebbe il 1%,  che diviene sempre più ricco impoverendo il restante 99, come farebbe a comandare e a distogliere da sé l’indignazione popolare, se non volgendola verso i migranti oggi, domani verso chissa chi,

Non facciamoci illusioni, il guasto oramai è profondo. Anni ed anni di politiche liberiste e di diseguaglianza sociale, la resa della sinistra di governo al mercato, hanno diffuso una mentalità reazionaria di massa.  L’antifascismo non deve solo essere affermato , ma ricostruito. Non sarà semplice, ma soprattutto non sarà possibile se l’antifascismo non si rivolgerà contro il feroce potere degli affari che ci governa. Bisogna lottare duramente sia  contro le politiche di austerità liberiste, sia contro il risorgere del fascismo, chiamando ogni cosa con il suo nome, senza reticenze e senza paura. Ci vuole un antifascismo sociale, quello che ha  scritto la nostra Costituzione, finora ignorata e violata da tutti coloro che  hanno governato.

Riflessioni e speranze dopo Sanremo

E così, dopo i disastri nel calcio, f1, economia, politica e cultura, la lista dei fallimenti italiani si allunga: Vince il festival della canzone italiana di Sanremo 2018 (presentato da una svizzera) un albanese e con una canzone con il forte sentore di essere copiata.
Sono infatti Ermal Meta e Fabrizio Moro con Non mi avete fatto niente i trionfaori della 68esima edizione del Festival. 

Vince il poco gusto musicale in Italia. Un pezzo qualunquista su un argomento che meriterebbe idee profonde al posto di banali canzonette. Sono lontani i tempi in cui Dylan cantava Masters of War e Blowin' In the Wind, oggi le "rivoluzioni" si fanno con le filastrocche di Meta e Moro, con testi pieni di luoghi comuni su basi già sentite e risentite allo sfinimento. Pochissima qualità è il leitmotiv di questo Sanremo 2018.
Sintomo di un paese in pieno naufragio artiistico-culturale che ha perso le radici storiche, che facevano dell'italia patria dell'originalità e creatività, e non sà più come stare in questo mondo.
Un Paese ipocrita il nostro, che sbraita e respinge, grida e abbassa la testa, poi nel programma più immobile della sua storia, dal canale più ingessato che possiede, spalanca le braccia e si emoziona davanti ad un monologo.


Ma soprattutto a deludere sono state le canzoni, emblema di un degrado che sta avvolgendo la nostra discografia nell’ultimo periodo. E’ vero che Sanremo spesso fa rima con canzoni d’amore ma, per carità, c’è amore e amore, anche nella musica. L’emblema è quanto è accaduto intorno alle 22 di questa finale, quando una dietro l’altra ci sono state proposte la Leggenda di Cristalda e Pizzomunno e Il Mondo prima di te. La prima,  raccontata da un sempre stiloso ed elegante Max Gazzè (sesto e vincitore del premio per la miglior composizione musicale), attinge dalla mitologia e usa termini alti per un sentimento narrato in anni di letteratura e grande musica italiana, distrutto in pochi minuti da Annalisa (terza), che si esibisce subito dopo leggendoci in musica gli ultimi whatsapp appena ricevuti dalla sua migliore amica in crisi di coppia. Non è una questione di cuore-amore, quella formula aveva un senso quando a proporla erano De Andrè, Pino Daniele o Lucio Dalla, ma di quanto stia cadendo in basso la musica italiana, nei testi e nei suoni.



Non è un caso che a salvarla siano stati i classici “riesumati da febbraio sanremese” come ad esempio la Vanoni (quinta e vincitrice del premio per la miglior interpretazione) e Ron (quarto e vincitore del premio della critica). Stupenda e toccante l’esibizione di quest’ultimo, che interpreta in maniera divina “Almeno pensami”, inedito del grande Lucio Dalla. Altro che Le Vibrazioni (undicesimi) e Noemi (quattordicesima), che ha provato a far parlare di sé con una scollatura che era meno femminile di una partita di calcio di terza categoria. Per non parlare dei “big non big”, come Renzo Rubino (tredicesimo), Carneade in abito da sera che propone un pezzo che può fare breccia solo in una balera sul mare nel mese di settembre e ce lo fa capire con la coppia di nonni che danza sul palco di fianco al suo pianoforte.

Ora, menzione a parte merita la canzone degli Stato Sociale “Una vita in vacanza”, che non voglio recensire né tantomeno entrare nel giudizio artistico che si può avere intorno a uno dei più antichi e prolifici festival culturali mainstream. Si potrebbero scrivere pagine interminabili di critica alla decadenza e al conformismo dell’industria e dell’establishment culturale e di come esso cerchi sempre di riprodurre sé stesso, inglobando ogni volta le mode underground del momento.

No, questo adesso sarebbe molto barboso; quello che risulta interessante è sottolineare un altro aspetto.

Gli Stato Sociale sono uno dei tantissimi gruppi che stanno riuscendo in qualche modo a far rivivere la musica italiana, anche a livello underground. Mosse di mercato, ricerca artistica, chi più ne ha più ne metta: ma il dato è incontrovertibile, la musica (indie) italiana va che è una bellezza!

E ci sono una marea di giovani che l’ascoltano. Si può quindi parlare di un fenomeno culturale concreto, attivo, vivo, che interpreta il mondo e la fase storica nella quale viviamo.

Sì perché la cosa curiosa stà nel fatto che questi gruppi musicali trasmettono un’esplicita critica sociale.

Anche la canzone arrivata miracolosamente seconda ha un testo che ci presenta quella che è la dimensione sociale dei nostri tempi: una vita passata in vacanza, danzando tra i ruoli più differenti; altrimenti “sei fuori”.

Ecco, ma questo passare da un ruolo all’altro, non vi ricorda qualcos’altro?

E questo essere perennemente in vacanza?

A noi ha fatto venire in mente la precarietà e, nel tentativo degli Stato Sociale, un modo di ironizzare su quanto penosa sia questa esistenza, costretta a inseguire i più assurdi e disgraziati mestieri, alla disperata ricerca di un ruolo (sociale) nel mondo, senza mai realmente apprendere niente di che, cercando allora di considerarsi perennemente in vacanza, perché poi tanto arriverà la disoccupazione e allora è meglio pensare di essere in ferie che senza lavoro.

L’arte d’altronde è fatta così, non si prende mai troppo sul serio quando si tratta di denunciare qualcosa, soprattutto quando questa ha poi radici in mondi underground e provocatori come la musica indie.

Ma, appurato il fatto che quello di cui parla questa canzone è una condizione sociale alquanto lugubre, e assodato che questo genere di gruppi musicali hanno tutti più o meno lo stesso stile di denuncia (anche lo stesso nome della band ci dice qualcosa, “Lo Stato Sociale”), e certi del fatto che – per avere così tanto successo a Sanremo – schiere di giovani ascoltino le parole di queste canzoni, a noi viene una inevitabile voglia di pormi altre domande.

Sì, perché magari io sarò cresciuto su altri pezzi, in altri anni, ascoltando pallottole di vecchio punk rock sparate a manetta nelle cuffie del mio lettore cd, ma il ricordo più vivo che ho dell’epoca e dell’ascolto di quella musica di denuncia, era un’incredibile rabbia che veniva fuori: una vera e propria voglia di riscatto, una ricerca continua al fine di trovare, a tutti i costi, un posto nel mondo.

Mi ricordo che all’epoca era anche una cosa condivisa da tanti altri miei coetanei. C’era stato il G8 di Genova, la morte di Carlo Giuliani, la destra al governo, la guerra in Afghanistan e in Iraq, insomma anni turbolenti.

Ma non sono anche questi anni un po’ così, turbolenti?

C’è la guerra in Siria, quella in Afghanistan mai terminata; c’è il dramma dei migranti che affogano nel mediterraneo; c’è una crisi economica che va avanti da 10 anni senza mai fermarsi; c’è un’alternanza di governi alla guida di questo paese da far accapponare la pelle; c’è un nazista che va in giro a sparare a 6 persone solo perché hanno un colore della pelle diverso dal suo. Insomma, non si può dire che siano anni in cui manchino le motivazioni per cui incazzarsi.

Ma quello che mi chiedo allora è perché, ragazzi miei, non vi incazzate più, non ci incazziamo più. Sì, perché chi scrive non è che sia tanto più grande; di anni in fondo ne ho solo 31, ma mi sembra che sia passato un secolo da quel lontano 2001.

Cos’è che manca per far scattare la scintilla?

Dopo anni passati a scervellarmi sulla questione, credo la risposta stia semplicemente nel fatto che i giovani non vengono più interpellati. Non gli si chiede più insomma cosa ne pensino. Dentro e fuori la nostra società. Dentro è fuori la scuola e l’università. Dentro e fuori la politica. Dentro e fuori i partiti “di governo”. Dentro e fuori il “movimento” (non quello 5 stelle). E allo stesso tempo non c’è niente che si fa per loro o insieme a loro. Ci si deve arrangiare, punto e basta. Abbandonarsi completamente all’apatia, ad altre narrazioni (dominanti) e far finta di niente. Ironizzare, tramite qualche “canzonetta”, sulla propria misera condizione lavorativa di precario, che si traduce nell’escludere ogni possibilità di certezza dalla propria vita, compresi anche gli affetti.

Colpa nostra? Colpa loro? non ci interessa.

Ma credo che, se dei contenuti così tanto densi arrivino nel testo di una canzone di un festival mainstream come Sanremo, magari dovremmo sfruttare un po’ meglio l’occasione.

Troppo ambizioso, al momento. Sicuramente corretto, perché corrisponde alla realtà del mondo in cui viviamo. Ma forse è anche un po’ noioso.

Però almeno guardiamoci in faccia e facciamo qualcosa. Parliamo. Interagiamo.

Che poi i soldi di mamma, babbo o nonno finiscono, e lì non c’è più nulla da fare, le bollette non le paghi e la luce te la staccano. E poi allora il festival di Sanremo non lo vede più nessuno.

Ecco, allora facciamo davvero qualcosa.

Le opportunità ci sono.

Ho sentito parlare ad esempio di una nuova forza politica che è fatta di gente come noi ed ha fatto qualcosa come 150 assemblee sui territori di tutto il paese prima di decidere come procedere e che strada prendere.

Non so, potrebbe essere un’occasione, magari anche no, sarà solo altra fuffa.

giovedì 8 febbraio 2018

E' tutto un copia-incolla

Nella tesi di dottorando della Madia qualcuno avverte che sono presenti vari, pezzi, testi di economia del lavoro non di pugno del ministro ma copiati. Così come copiati sarebbero (almeno secondo chi li accusa) ampia parte del programma elettorale di governo niente meno che di M5S: brani, pezzi, testi di economisti, sociologi, interrogazioni parlamentari e testi parlamentari anche non made in M5S, wikipedia a volontà…

Ora il cerca, copia e incolla non è di per sé né vergogna, tanto meno truffa e neanche indizio di ignoranza e impreparazione da parte di chi cerca, copia e incolla. Dipende però da come cerchi, dove cerchi, come e perché copi e, non ultimo, cosa pensi di incollare.

Ora si dà il caso che dal politico di qualsiasi parte, passando per l’ufficio stampa o relazioni sociali di qualsiasi azienda, attraversando i prospetti elaborati negli studi professionali, guardando in contro luce le richieste di finanziamento pubblico o di fondi europei, leggendo gli elaborati di ricercatore universitario, analizzando cioè ciò che la gente scrive quando pensa di scrivere serio, informato e documentato…Sempre si vede che cercare, copiare e incollare non è stato uno strumento per sapere e studiare ma un sostituto-impostore del sapere-studiare.

Il copiato è la più triste dimensione del nostro fallimento intellettuale e creativo, un furto del sapere e del tempo altrui, un'infantile regressione ai banchi delle elementari e i copioni sono sempre esistiti. Solo che il copiato spinto più raramente arriva da fonte cartacea, più difficile da scovare e noiosa da trascrivere. Così per i docenti scatta la caccia alle frasi lunghe tre o trenta righe, copiate da articoli scientifici o di giornale, da abstract di tesi, da riflessioni d'autore o da pietosi contenuti da blog di terza categoria. Contenuti che vengono copiati e incollati tra di loro per poi apparire un elaborato unico. Firmato senza scrupoli dall'autore. Autore (lo studente) che nella stragrande maggioranza dei casi ignora persino il vero significato di quanto plagiato e che, spesso, non si accorge di essere pure precipitato fuori tema. E' pure vero che non tutti gli argomenti di ricerca possono trovare un preciso riscontro sul web. Molti nascono per essere frutto di percorsi originali e di ricerche sul campo, che difficilmente trovano riscontro nel già scritto. Ma è proprio per questo che gli irriducibili del copia e incolla vengono riconosciuti a distanza. I copioni parlano un linguaggio che non è il loro e si imbattono in temi lontani mille miglia dalla loro portata e dal buon senso.

Si è cominciato tanto tempo fa nella scuola e nell’Università (non diamo sempre addosso al Web, allora non c’era). Si è cominciato con l’idolatria delle tesine, cioè testi brevi, standard, privi di spessore quantitativo e qualitativo la cui presentazione e compilazione esentava dalla fatica dell’approfondimento e soprattutto del ragionar individuale sul tema, questione o problema.

Si è costruita una generazione di diplomati e laureati a misura di tesine (e lo si vede negli standard professionali vertiginosamente calati in tutte le professioni). Poi ci si è messo il web, la Rete. Dove è praticabile un cercare che ti esenta perfino dal sapere e distinguere dove vai a cercare.

E quindi l’attività conoscere-comunicare è diventata per tutti cercare senza criterio alcuno tanta è l’abbondanza del raccattabile, quindi copiare on per documentare ma per fare volume, incollare il trovato e copiato.

Di chi è la colpa? . Prendiamocela con l'insicurezza di una età biologica che non risparmia nessuno, prendiamocela con una generazione abituata al web tanto da confonderlo con la realtà stessa, allo stesso modo di come i nostri padri si guardavano stupiti per esclamare: “E' tutto vero, l'ha detto la tv”. Prendiamocela con la scuola, che non prepara adeguatamente gli studenti alla scrittura, all'analisi ed alla ricerca degna di questo nome, commissionando surreali gite lampo su Wikipedia. Ma quelle frasi prefabbricate di cui ci si appropria, quei saggi brevi costati ad altri mesi di lavoro, fatica e denaro, quelli gridano vendetta. La “gratificazione istantanea” dei nostri giorni, invece, se ne frega. Quella invece rimbecillisce gli studenti, e in certi casi, ahimè, pure giornalisti e docenti di ogni ordine e grado. Copiano anche loro, a volte, con conseguenze più gravi.

Già, perché non c’è scandalo nel copiare. C’è invece il baratro senza fondo della sopravvenuta inattitudine al pensiero autonomo, quel po’ o tanto di pensiero che ciascuno, dopo aver studiato e riflettuto, può produrre. Politici, assistenti universitari, giovani e meno giovani in carriera, cervelli di M5S o di chi vi pare non è che mai più leggano, ci pensino sopra e poi scrivano dopo aver pensato. Si condonano tutti il pensiero.

Cercano, copiano e incollano perché una pagina tutta intera e tutta da soli che abbia un senso non la sanno più scrivere.