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domenica 24 giugno 2018

Fisionomia del “non sono razzisti ma” La paura al posto del welfare.

La nave ong Lifeline «batte abusivamente bandiera olandese e quindi è una nave fantasma. È una nave pirata come quella di capitan Uncino», ha detto il ministro Matteo Salvini nel comizio a Terni in vista del ballottaggio per le comunali. «Io le navi fantasma – ha sottolineato – nei porti italiani non le voglio. Vadano altrove, vadano a Malta che è più vicina. Se arrivano in Italia gli sequestriamo la nave e processiamo l’equipaggio per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Una manciata di voti vale questo fiume di perle di ferocia da parte del controverso personaggio che guida il governo dopo le elezioni del 4 marzo. Se l’Aquarius è stata ‘dirottata’ a Valencia, la Lifeline sbarcherà in Italia – si apprende nella tarda serata di ieri – ma per essere sequestrata, come annuncia Danilo Toninelli. In un porto tricolore solo senza i migranti soccorsi, che dovranno essere trasferiti a Malta o in Libia, precisa il collega Matteo Salvini. La guerra dichiarata dal Governo M5S-Lega alle navi umanitarie fa così un’altra vittima. La linea dura è annunciata dopo che la nave della ong tedesca ha preso a bordo 224 persone (compresi 14 donne e 4 bambini) da alcuni gommoni ma non ha voluto consegnarli alla Guardia costiera libica. Intanto, si continua a morire: 120 annegati in due giorni, rileva Unhcr dalla Libia. In tutto il 2018 le vittime sfiorano quota 1.000.

La versione gialloverde
Da circa una settimana attiva a ridosso delle acque libiche, la Lifeline era stata protagonista nei giorni scorsi di alcuni polemici botta e risposta via twitter con Salvini, con accuse di ‘fascismo’ rivolte al titolare del Viminale, che aveva ironizzato sull’aspetto di un membro dell’equipaggio. Ieri il primo intervento vero e proprio al largo delle coste libiche: «in acque internazionali», sostiene l’organizzazione. «In acque Sar (ricerca e soccorso) nostre», ribattono da Tripoli. Dalla capitale libica si muove una motovedetta che arriva in zona, soccorre un altro gommone in difficoltà e chiede la consegna dei 224. La Lifeline oppone un ‘nein’ e sollecita l’intervento alla Guardia costiera italiana: «vogliamo un porto sicuro». Che non può essere libico, secondo la ong. A questo punto sia Salvini che Toninelli si collegano in diretta facebook, ognuno dal proprio ufficio, per manifestare tutto il loro disappunto. «Questa nave – sottolinea il primo – contravvenendo a tutte le regole e leggi, ha caricato 224 clandestini su gommoni partiti dalla Libia in acque libiche. La Guardia costiera italiana ha scritto ‘non muovetevi, ci pensano le autorità libiche’; la Guardia costiera libica ha scritto ‘non muovetevi, ci pensiamo noi’. Ma questi disgraziati, anche mettendo a rischio la vita dei migranti su quei gommoni, non hanno ascoltato le autorità libiche e italiane e sono forzosamente intervenuti per caricare il prezioso quantitativo di carne umana a bordo». Bene, aggiunge, «questo carico di esseri umani ve lo portate in Olanda, fate il giro un po’ largo. Le navi di queste pseudo-ong non toccheranno più il suolo italiano». Nel pomeriggio la comunicazione ufficiale: la Lifeline non è registrata in Olanda. E Toninelli attacca: «è una nave apolide, ‘fantasma’, che non può navigare in acque internazionali»; dunque, «nonostante sia in mare libico, ci assumiamo noi la responsabilità di portare i migranti sulle navi della nostra Guardia costiera, la porteremo in Italia dove dovrà fermarsi perchè la sequestreremo». Ma sulla destinazione dei 224 rischia di ripetersi il caso Aquarius e tra i due ministri emergono differenze. «Il mio obiettivo – spiega Salvini – è mettere in salvo quelle 200 persone, possibilmente non Italia, ma per esempio a Malta». E l’equipaggio sarà «arrestato» con l’accusa di «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». I due ministri provano poi a smontare la «retorica» delle ong «buone» e dell’Italia «cattiva». La presenza di queste navi a meno di 30 miglia dalle coste libiche, osserva Toninelli, «sta incoraggiando le partenze dei barconi della morte e, non avendo caratteristiche tecniche per supportare salvataggi di massa, stanno mettendo a rischio la vita dei richiedenti asilo e degli stessi equipaggi». E mentre la minaccia del sequestro pende anche per un’altra nave umanitaria, la Seefuchs della ong Sea Eye, le imbarcazioni di altre 2 organizzazioni, l’Aquarius, ripartita da Valencia e la Open Arms, giungeranno nel giro di un paio di giorni nel Canale di Sicilia. Altre grane in arrivo.

Sembra un secolo ma sono passati solo una decina di giorni dall’assolata domenica di giugno in cui il ministro dell’Interno leghista ha blindato i porti italiani e la nave di una Ong, con 629 profughi a bordo, si è trovata a vagare nel Mediterraneo quasi senza scorte. Finché, il giorno appresso, il nuovo premier spagnolo Sanchez non si offrirà di accoglierla. De Magistris e Accorinti, sindaci di città di mare, hanno provato a sfidare Salvini in nome dei valori umanitari su cui si fonda la legge del mare. Anche il loro collega di Livorno, Nogarin, proverà a farlo ma in pochi minuti ritratta: «Nel momento in cui mi sono reso conto che oggettivamente questo poteva creare dei problemi al governo mi è sembrato corretto rimuovere il post». Salvini esulta, dice che «il primo obiettivo è stato raggiunto». E su twitter i due hastag, #chiudiamoiporti e #portiaperti si fronteggiano. La blindatura dei porti sembra piacere alla maggioranza degli italiani, una ricerca a caldo di Swg, ci spiega che il consenso viene, oltre che dagli elettori leghisti, dal 75% di chi ha votato M5S e da un quarto degli elettori Pd.

Due sfumature di razzismo e tre di ansia

Sapevamo già che il 32% della popolazione italiana è d’accordo sul fatto che l’Italia debba rispedire le imbarcazioni dei migranti nel Mediterraneo, anche se questo implica il rischio di morti. E la metà di “noi” è d’accordo sul fatto che i cittadini saranno costretti a proteggere di persona le coste e i confini qualora la crisi migratoria continuasse, e soltanto il 23% si dichiara in disaccordo. E’ la stessa gente che ritiene che le Ong non considerino l’impatto sul paese dei salvataggi di migranti. Ma che paese siamo diventati?

Il contesto è quello definito in tutta Europa da dieci anni di crisi economica ininterrotta e dall’irruzione sulla scena degli attentati terroristici. Un’insicurezza dirottata con sapienza sull’emergenza immigrazione: secondo i dati dell’Osservatorio di Pavia, nei mesi prima elezioni è cresciuta dell’8% la copertura giornalistica sugli sbarchi producendo una sorta di “effetto slavina”, secondo gli studiosi, che ha persuaso il governo uscente ad abbandonare il progetto di legge sullo ius soli perché, nei sondaggi, era precipitato dall’80% del 2014 al 57% di consensi alla fine del 2017.

Non sono razzista ma…” è un incipit in voga nel discorso pubblico. Bene, gli italiani – secondo la ricerca – sono proprio cosi: non-sono-razzisti-ma. “Ma” significa che sono spaventati, disorientati, resi ansiosi da «un uso sofisticato della tecnologia digitale e una narrativa semplificata che dipinge l’immigrazione come un’invasione.

«Tecnicamente si tratta della parte italiana di una ricerca di segmentazione finanziata da una fondazione con sede a Belfast, The social change initiative, nell’ambito di More in common, un “incubatore” di comunicazione per la promozione dei diritti sociali. Da un po’ circola nei tavoli degli addetti ai lavori ma ora è tempo di portarla fuori», spiega una coordinatrice per Ipsos delle rilevazioni in Italia dove sono stati individuati, appunto, sette segmenti sociali: due sono aperti e solidali (Italiani Cosmopoliti, 12% e Cattolici Umanitari, 16%), altri due incarnano valori di chiusura, i razzisti in senso stretto (li hanno chiamati, Nazionalisti Ostili, 7% e Difensori della Cultura, 17%), i tre restanti rappresentano il 48% del campione e vanno a comporre quella che Ferrari definisce «la maggioranza ansiosa»: il 19% sono stati definiti Moderati Impegnati (19%), poi ci sono i Trascurati (17%), infine i Preoccupati per la Sicurezza (12%). «Si tratta di settori sociali demograficamente diversi ma accomunati da uno stato d’ansia generato da diversi fattori». Il segmento più ampio è quello dei Moderati Disimpegnati, quelli che non si schierano, che restano neutrali, pur non mostrando atteggiamenti ostili verso i migranti, anzi sono preoccupati dall’escalation razzista, «sanno che l’immigrazione c’è sempre stata e ci sarà sempre». Un atteggiamento più radicato nella fascia tra i 18 e i 30 anni, istruiti ma precari, «sono i giovani, bloccati sull’oggi, le generazioni “no future” – continua Ferrari – perché mai dovrebbero preoccuparsi del futuro degli immigrati se loro stessi non posso comprare né casa, né trovare un lavoro decente? Sono i figli dei Trascurati, il segmento più anziano, molti di loro sono donne e vivono nel Nord Est. «Sono i “lasciati indietro”, persone che avevano un tenore di vita decente – precisa la ricercatrice che coordina il team di Ipsos per la “social opinion research” – divenuti pessimisti dopo che la crisi s’è mangiata, assieme ai risparmi, ogni aspettativa». Per gente così l’immigrazione è un «peso, una spesa per la previdenza sociale, costano troppo». In sintesi, non porterebbero nulla di buono e non ce li possiamo permettere anche perché ci farebbero concorrenza nell’accesso al welfare e nella ricerca di lavoro. Da qui scaturisce il loro “prima gli italiani”. I Preoccupati per la Sicurezza, uomini e donne di mezz’età, pensionati o persone con istruzione bassa, sono coloro che, più di tutti, ritengono che accogliere sia troppo pericoloso, «sono quelli che tendono ad essere facile preda delle narrazioni molto semplificate, che si fanno raccontare storie noir da certa televisione». Questi tre segmenti, però, non sono «graniticamente razzisti ma sono persone che si trovano a dover fare i conti con i propri problemi personali e con i propri limiti». Anzi, tra i Moderati Disimpegnati, i ricercatori hanno colto «dei tratti di «solidarietà fra pari, dicono “siamo noi stessi migranti, abbiamo dovuto cambiare città, dovremo farlo ancora”» quando hanno interpellato giovani che hanno avuto esperienze di lavoro all’estero. «E’ lì il segno di una potenziale evoluzione, il punto di contatto. E’ il segmento più promettente se solo non fosse paralizzato sull’oggi».

La maggioranza paurosa

La maggioranza ansiosa si annida nella classe media impoverita, dsgregata dal combinato disposto crisi-globalizzazione. E’ popolata di genitori di giovani disoccupati, di nonni che utilizzano la pensione per far studiare i nipoti, per pagare le bollette ai figli, percepisce chiunque come un competitor ed è bersaglio di un’iconografia molto distorcente. 9 su 10 hanno una dieta mediatica soprattutto televisiva, 4 ore al giorno di media di fronte al piccolo schermo. Di fronte a una «narrazione semplificata la contronarrazione cade nel vuoto perché non parla alla pancia, perché in Italia c’è un terzo di analfabeti funzionali che ha perso l’uso della lingua.

La specificità italiana è proprio la segmentazione, una polarizzazione ancora non definita. Là dove c’è un’immigrazione più radicata storicamente, sono più forti sia i segmenti ispirati al cosmopolitismo sia quelli più identitari, con connotazioni esplicitamente anti-islamiche come in Francia. In Italia non è così, forse non ancora. La crisi, più che razzismo, produce opposizione agli immigrati, gli italiani sono molto provinciali, appunto “non sono razzzista ma devi adattarti alle nostre regole”. L’immigrato ideale è quello silenzioso e grato per le opportunità concesse. Non c’è xenofobia, c’è paura del diverso, si fatica a comprendere il diverso perché non c’è mai stata davvero un’immigrazione massiccia come quella dei turchi in Germania o dei maghrebini in Francia. In Italia la migrazione è ultradiversificata. In questo momento gli immigrati sono un capro espiatorio artificiale, generato dalla narrazione politica, pensa anche ai pasticci del Pd con la Libia!. Un’altra ricerca di Ipsos, dal 2014, si occupa dei rischi della percezione: nessuno come gli italiani ritiene di essere invaso dagli stranieri. A fronte di un’incidenza del 7% di immigrati viene percepita una presenza del 30%. E’ il frutto avvelenato di una rappresentazione che simula l’invasione, di una paura generata dal modo con cui si racconta: Si fa leva sulle paure per presunte ingiustizie e sulla realtà di un’immigrazione non governata, come nel caso del blocco dei transitanti, della loro concentrazione.

L’ambivalenza delle radici cristiane
E poi c’è l’ambivalenza della matrice cattolica sugli atteggiamenti degli italiani. Da una parte, infatti, ci sono i Cattolici umanitari, in assoluto il gruppo più ottimista», più socievoli degli stessi Italiani Cosmopoliti perfino verso i musulmani, anche sulla scia del ruolo di Bergoglio, convinti di avere delle responsabilità verso il prossimo. Dall’altra, il richiamo alle radici cristiane d’Europa fomenta gli atteggiamenti dei Nazionalisti Ostili e, soprattutto, dei Difensori della Cultura, convinti che, per colpa degli immigrati l’identità italiana stia scomparendo. Il retroterra cattolico è uno dei temi di pretesto del ripiegamento difensivo dei segmenti oppositori.

E’ importante, leggendo questi dati, tenere a mente che «la ripresa non è atterrata nella percezione degli italiani, vent’anni di globalizzazione e dieci anni di crisi hanno stordito il paese. La crisi ha falciato la parte centrale della piramide. Se esiste un italiano medio è caratterizzato dalla sensazione di incertezza e dalla rottura del patto fiduciario con le istituzioni in un paese con livelli bassi di istruzione (14% soltanto di laureati) e un’età media sempre più alta. Questa maggioranza incerta viene attivata proprio su questa incertezza per il futuro e l’immigrato è il capro espiatorio perfetto. Perché nessuno nasce razzista. E’ che in questo momento la paura è il catalizzatore più facile. L’egemonia di chi governa si nutre di paura.

La guerra alle Ong
Dunque la paura è un sostitutivo del welfare? «Certo – conferma a Left, Guglielmo Micucci, direttore generale di Amref Italia – la conseguenza sulla vita delle persone è la guerra fra poveri, la soluzione consiste nel fare rete, rete di salvataggio, resistere alla spinta violenta, a tutti gli effetti di destra e oggi al potere: i nostri progetti, in Italia e in Africa, sono sempre più coinvolgenti. Una richiesta che arriva dai donatori ma che ha degli effetti moltiplicatori. Il no profit, in Italia, è ancora molto frammentato e, come abbiamo visto nella vicenda dei cosiddetti “taxi del mare” (la formula con cui l’attuale vicepremier Di Maio, nell’aprile 2017, ha inaugurato la guerra alle Ong, ndr)». Quell’attacco ha condizionato molto i donatori riducendo i margini di manovra per i progetti e le Ong non riuscirono a fare fronte comune. «Il tema di una risposta collettiva delle Ong è sul tavolo – continua Micucci – ma non è facile mettere insieme orientamenti diversi, soggetti che adotterebbero uno stile più “aggressivo” o soggetti che temono di esporsi per timore di rappresaglie». Per questo Amref si batte per mobilitare la società civile e disinnescare la mina antiuomo delle narrazioni tossiche: «E’ evidente che serva una contronarrazione, una sorta di fact checking puntuale. Ogni volta proviamo a replicare alle fake news sui medesimi canali ma la potenza di fuoco comunicativa non è la stessa, anche perché noi abbiamo uno stile diverso, non insultiamo».

«Le migrazioni sono tutti i giorni in prima pagina, quasi sempre come un problema di mero ordine pubblico, di sicurezza, e nei continui tentativi di criminalizzare le Ong – dice ancora il direttore di Amref – tutto ciò influisce sulle attitudini e i comportamenti dei singoli, aumentando le paure e i pregiudizi nell’opinione pubblica, di fronte alla complessità delle dinamiche legate alle disuguaglianze e alla crisi economica. Non a caso la ricerca di cui discutiamo ha dimostrato che solo il 18% degli italiani intervistati considera l’immigrazione una possibilità positiva, una ricchezza.

Noi vogliamo invertire questa tendenza, assumendoci la responsabilità di narrare le migrazioni, moltiplicando le voci e l’impatto delle esperienze dirette, delle “storie”, dei dati che possono rivelare il vero volto della migrazione e anche le opportunità che essa rappresenta. Servono cioè nuove narrazioni che rivelino come il tema della migrazione sia fortemente collegato alla possibilità di costruzione di comunità più forti, unite e resistenti alle crescenti minacce di divisione sociale, anche attraverso il contributo di persone di origine straniera allo sviluppo del Paese e dei territori di accoglienza. Questo dibattito (promosso col Comune di MIlano a ridosso della giornata del rifugiato, ndr) si inserisce in questo quadro. Vorremmo fosse un ulteriore passo verso una narrazione meno tossica e più corretta, per affrontare in modo costruttivo ed efficace un tema che riguarda i diritti, le vite delle persone, di chi migra e di chi accoglie, dei cittadini tutti, a prescindere dal loro status giuridico».

domenica 11 febbraio 2018

I fascisti a cosa servono? a imporre il liberismo e farci morire di fame

Il killer nazifascista di Macerata ha ottenuto un successo travolgente. Il dibattito minimizza la  gravità del suo crimine, ignora le sue vittime e si concentra tutto sul “disagio sociale” provocato dai migranti. Le parole più inquietanti non le ha dette il fascista Salvini, ma il ministro Minniti. Egli infatti ha affermato che nessuno debba farsi giustizia da solo. Giustizia?  Sparare a persone individuate solo per il colore della pelle,  per il ministro degli interni sarebbe dunque una forma distorta di giustizia. Che magari dovrebbe essere lasciata allo stato. Minniti e tutti gli esponenti del governo non hanno mai usato la  parola razzismo, né tantomeno la parola fascismo,  per la tentata strage di Macerata. Lo stesso hanno fatto i mass media, che pure mostrano il Mein Kampf e i simboli nazifascisti dello sparatore e fanno cronaca del suo saluto romano, ma comunque mai usano la parola fascista. Bisogna andare sulla stampa estera per trovare questa parola, nei titoli che annunciano quanto accaduto da noi, che tra l’altro viene presentato come il primo atto di quel terrorismo che insanguina il resto d’Europa. Terrorismo fascista e razzista in Italia? Quando mai,  il problema sono i migranti dicono tutti, rinfacciandosi l’un l’altro di non saperlo affrontare. Traini ha già vinto.
Salvini e Casapound affermano che in Italia non c’è nessun rischio fascista e che chi usa questa parola lo fa solo per ragioni strumentali. Non è una novità, dal 1945 i fascisti si sono sempre mascherati in vario modo, spesso reagendo sdegnosamente a chi ricordava loro chi realmente fossero. Negli anni 70  mettevano le bombe e mai le rivendicavano. Ci pensava lo stato a coprirli e ad indirizzare altrove l’opinione pubblica. L’uccisione nella questura di Milano dell’anarchico Pinelli, assieme a Valpreda accusato innocente della bomba fascista di Piazza Fontana, aprì la via ad una lunga trama di stragi,  insabbiamenti e depistaggi di stato.
Il potere in Italia  ha sempre fatto leva sui  fascisti, li ha fatti crescere e  usati quando voleva diventare più autoritario, li ha colpiti quando voleva mostrarsi più democratico.  I mass media che indirizzano l’opinione pubblica verso i migranti, quando viene sfasciato lo stato sociale e dilagano disoccupazione e povertà, rinverdiscono quella caccia alle streghe che anche altre volte hanno scatenato. Non a caso oggi è stata creata la categoria dell’insicurezza “percepita”, quando tutti i dati statistici mostrano come delitti tremendi come quello di Macerata non possono portare ad alcuna generalizzazione,   anzi negano che la popolazione italiana sia oggetto di un’aggressione criminale generalizzata da parte dei migranti.
Non ci sono italiani che non trovano lavoro perché glielo hanno rubato i migranti, mentre tanti sono in mezzo ad una strada perché le multinazionali chiudono e migrano indisturbate a saccheggiare altrove. La popolazione residente sta calando, perché sono più gli italiani che emigrano perché non trovano un lavoro decente, rispetto a  coloro che vengono qui e che diventano schiavi sfruttati, da italiani naturalmente. Si dovrebbero combattere la disoccupazione, il degrado e lo sfruttamento del lavoro. Ma i razzisti parlano di sostituzione etnica addossando agli schiavi la colpa della schiavitù. Nulla di tutto ciò che è diventato senso comune è vero, ma è percepito così. Percepito come? Attraverso i mass media.

È il liberismo il male che ha fatto rinascere in Italia ed in Europa il fascismo. Anche di questo ne abbiamo già parlato, dopo la crisi del 1929 i governi democratici tedeschi adottarono la politica dell’austerità e del rigore di bilancio imposto dai trattati di pace e un insignificante gruppuscolo nazista sbeffeggiato da tutti conquistò il potere. Dopo la guerra lo stato sociale fu edificato come compromesso tra le classi, ma anche come garanzia di democrazia. La nostra Costituzione è antifascista perché promuove lo stato sociale contro la ferocia del mercato; ed è per i diritti sociali e del lavoro perché è antifascista. Decenni di politiche di smantellamento di quei diritti, nel nome dell’Europa e della globalizzazione, hanno divelto le basi materiali dell’antifascismo e  fatto risorgere i mostri.
È per questo  che il mondo PD non usa la parola fascismo, ma condanna genericamente e ipocritamente l’odio. Meglio condannare moralisticamente un sentimento,  che dover riconoscere i frutti marci della propria politica. E il M5S, che pure non è responsabile delle politiche economiche di questi anni, adotta ora lo stesso linguaggio del PD, evidentemente pensando che nessun partito che voglia governare, possa usare parole sconvenienti come fascismo e razzismo. Così da un lato ci sono quelli che  raccomandano di stare buoni, dall’altro coloro che giustificano il killer di Macerata.  La dialettica politica è tutta qui.
Certo i gruppuscoli fascisti non prenderanno mai il potere. Quando ci provarono nel 1970 con Junio Valerio Borghese, i loro protettori della Nato li convinsero a fermarsi e ad uscire dai ministeri dove erano entrati. I fascisti oggi non devono prendere il potere, ma aiutare il potere a fascistizzarsi. Cosa  che sta facendo benissimo, basti pensare alle leggi di polizia di Minniti. Il potere, italiano e UE,  per continuare con le politiche liberiste  di devastazione sociale, deve imporre un sistema sempre più autoritario ed intollerante. Se gli sfrattati si  organizzano, lottano, magari contrastano la polizia che li vuole sbattere fuori di casa, allora questa é inaccettabile violenza degli antagonisti e dei centri sociali. Invece se un fascista spara ai negri, questo è disagio sociale.  Se i poveri si ribellano vengono repressi, perché per il palazzo i poveri devono solo odiarsi tra loro. D’altra parte come farebbe il 1%,  che diviene sempre più ricco impoverendo il restante 99, come farebbe a comandare e a distogliere da sé l’indignazione popolare, se non volgendola verso i migranti oggi, domani verso chissa chi,

Non facciamoci illusioni, il guasto oramai è profondo. Anni ed anni di politiche liberiste e di diseguaglianza sociale, la resa della sinistra di governo al mercato, hanno diffuso una mentalità reazionaria di massa.  L’antifascismo non deve solo essere affermato , ma ricostruito. Non sarà semplice, ma soprattutto non sarà possibile se l’antifascismo non si rivolgerà contro il feroce potere degli affari che ci governa. Bisogna lottare duramente sia  contro le politiche di austerità liberiste, sia contro il risorgere del fascismo, chiamando ogni cosa con il suo nome, senza reticenze e senza paura. Ci vuole un antifascismo sociale, quello che ha  scritto la nostra Costituzione, finora ignorata e violata da tutti coloro che  hanno governato.

Riflessioni e speranze dopo Sanremo

E così, dopo i disastri nel calcio, f1, economia, politica e cultura, la lista dei fallimenti italiani si allunga: Vince il festival della canzone italiana di Sanremo 2018 (presentato da una svizzera) un albanese e con una canzone con il forte sentore di essere copiata.
Sono infatti Ermal Meta e Fabrizio Moro con Non mi avete fatto niente i trionfaori della 68esima edizione del Festival. 

Vince il poco gusto musicale in Italia. Un pezzo qualunquista su un argomento che meriterebbe idee profonde al posto di banali canzonette. Sono lontani i tempi in cui Dylan cantava Masters of War e Blowin' In the Wind, oggi le "rivoluzioni" si fanno con le filastrocche di Meta e Moro, con testi pieni di luoghi comuni su basi già sentite e risentite allo sfinimento. Pochissima qualità è il leitmotiv di questo Sanremo 2018.
Sintomo di un paese in pieno naufragio artiistico-culturale che ha perso le radici storiche, che facevano dell'italia patria dell'originalità e creatività, e non sà più come stare in questo mondo.
Un Paese ipocrita il nostro, che sbraita e respinge, grida e abbassa la testa, poi nel programma più immobile della sua storia, dal canale più ingessato che possiede, spalanca le braccia e si emoziona davanti ad un monologo.


Ma soprattutto a deludere sono state le canzoni, emblema di un degrado che sta avvolgendo la nostra discografia nell’ultimo periodo. E’ vero che Sanremo spesso fa rima con canzoni d’amore ma, per carità, c’è amore e amore, anche nella musica. L’emblema è quanto è accaduto intorno alle 22 di questa finale, quando una dietro l’altra ci sono state proposte la Leggenda di Cristalda e Pizzomunno e Il Mondo prima di te. La prima,  raccontata da un sempre stiloso ed elegante Max Gazzè (sesto e vincitore del premio per la miglior composizione musicale), attinge dalla mitologia e usa termini alti per un sentimento narrato in anni di letteratura e grande musica italiana, distrutto in pochi minuti da Annalisa (terza), che si esibisce subito dopo leggendoci in musica gli ultimi whatsapp appena ricevuti dalla sua migliore amica in crisi di coppia. Non è una questione di cuore-amore, quella formula aveva un senso quando a proporla erano De Andrè, Pino Daniele o Lucio Dalla, ma di quanto stia cadendo in basso la musica italiana, nei testi e nei suoni.



Non è un caso che a salvarla siano stati i classici “riesumati da febbraio sanremese” come ad esempio la Vanoni (quinta e vincitrice del premio per la miglior interpretazione) e Ron (quarto e vincitore del premio della critica). Stupenda e toccante l’esibizione di quest’ultimo, che interpreta in maniera divina “Almeno pensami”, inedito del grande Lucio Dalla. Altro che Le Vibrazioni (undicesimi) e Noemi (quattordicesima), che ha provato a far parlare di sé con una scollatura che era meno femminile di una partita di calcio di terza categoria. Per non parlare dei “big non big”, come Renzo Rubino (tredicesimo), Carneade in abito da sera che propone un pezzo che può fare breccia solo in una balera sul mare nel mese di settembre e ce lo fa capire con la coppia di nonni che danza sul palco di fianco al suo pianoforte.

Ora, menzione a parte merita la canzone degli Stato Sociale “Una vita in vacanza”, che non voglio recensire né tantomeno entrare nel giudizio artistico che si può avere intorno a uno dei più antichi e prolifici festival culturali mainstream. Si potrebbero scrivere pagine interminabili di critica alla decadenza e al conformismo dell’industria e dell’establishment culturale e di come esso cerchi sempre di riprodurre sé stesso, inglobando ogni volta le mode underground del momento.

No, questo adesso sarebbe molto barboso; quello che risulta interessante è sottolineare un altro aspetto.

Gli Stato Sociale sono uno dei tantissimi gruppi che stanno riuscendo in qualche modo a far rivivere la musica italiana, anche a livello underground. Mosse di mercato, ricerca artistica, chi più ne ha più ne metta: ma il dato è incontrovertibile, la musica (indie) italiana va che è una bellezza!

E ci sono una marea di giovani che l’ascoltano. Si può quindi parlare di un fenomeno culturale concreto, attivo, vivo, che interpreta il mondo e la fase storica nella quale viviamo.

Sì perché la cosa curiosa stà nel fatto che questi gruppi musicali trasmettono un’esplicita critica sociale.

Anche la canzone arrivata miracolosamente seconda ha un testo che ci presenta quella che è la dimensione sociale dei nostri tempi: una vita passata in vacanza, danzando tra i ruoli più differenti; altrimenti “sei fuori”.

Ecco, ma questo passare da un ruolo all’altro, non vi ricorda qualcos’altro?

E questo essere perennemente in vacanza?

A noi ha fatto venire in mente la precarietà e, nel tentativo degli Stato Sociale, un modo di ironizzare su quanto penosa sia questa esistenza, costretta a inseguire i più assurdi e disgraziati mestieri, alla disperata ricerca di un ruolo (sociale) nel mondo, senza mai realmente apprendere niente di che, cercando allora di considerarsi perennemente in vacanza, perché poi tanto arriverà la disoccupazione e allora è meglio pensare di essere in ferie che senza lavoro.

L’arte d’altronde è fatta così, non si prende mai troppo sul serio quando si tratta di denunciare qualcosa, soprattutto quando questa ha poi radici in mondi underground e provocatori come la musica indie.

Ma, appurato il fatto che quello di cui parla questa canzone è una condizione sociale alquanto lugubre, e assodato che questo genere di gruppi musicali hanno tutti più o meno lo stesso stile di denuncia (anche lo stesso nome della band ci dice qualcosa, “Lo Stato Sociale”), e certi del fatto che – per avere così tanto successo a Sanremo – schiere di giovani ascoltino le parole di queste canzoni, a noi viene una inevitabile voglia di pormi altre domande.

Sì, perché magari io sarò cresciuto su altri pezzi, in altri anni, ascoltando pallottole di vecchio punk rock sparate a manetta nelle cuffie del mio lettore cd, ma il ricordo più vivo che ho dell’epoca e dell’ascolto di quella musica di denuncia, era un’incredibile rabbia che veniva fuori: una vera e propria voglia di riscatto, una ricerca continua al fine di trovare, a tutti i costi, un posto nel mondo.

Mi ricordo che all’epoca era anche una cosa condivisa da tanti altri miei coetanei. C’era stato il G8 di Genova, la morte di Carlo Giuliani, la destra al governo, la guerra in Afghanistan e in Iraq, insomma anni turbolenti.

Ma non sono anche questi anni un po’ così, turbolenti?

C’è la guerra in Siria, quella in Afghanistan mai terminata; c’è il dramma dei migranti che affogano nel mediterraneo; c’è una crisi economica che va avanti da 10 anni senza mai fermarsi; c’è un’alternanza di governi alla guida di questo paese da far accapponare la pelle; c’è un nazista che va in giro a sparare a 6 persone solo perché hanno un colore della pelle diverso dal suo. Insomma, non si può dire che siano anni in cui manchino le motivazioni per cui incazzarsi.

Ma quello che mi chiedo allora è perché, ragazzi miei, non vi incazzate più, non ci incazziamo più. Sì, perché chi scrive non è che sia tanto più grande; di anni in fondo ne ho solo 31, ma mi sembra che sia passato un secolo da quel lontano 2001.

Cos’è che manca per far scattare la scintilla?

Dopo anni passati a scervellarmi sulla questione, credo la risposta stia semplicemente nel fatto che i giovani non vengono più interpellati. Non gli si chiede più insomma cosa ne pensino. Dentro e fuori la nostra società. Dentro è fuori la scuola e l’università. Dentro e fuori la politica. Dentro e fuori i partiti “di governo”. Dentro e fuori il “movimento” (non quello 5 stelle). E allo stesso tempo non c’è niente che si fa per loro o insieme a loro. Ci si deve arrangiare, punto e basta. Abbandonarsi completamente all’apatia, ad altre narrazioni (dominanti) e far finta di niente. Ironizzare, tramite qualche “canzonetta”, sulla propria misera condizione lavorativa di precario, che si traduce nell’escludere ogni possibilità di certezza dalla propria vita, compresi anche gli affetti.

Colpa nostra? Colpa loro? non ci interessa.

Ma credo che, se dei contenuti così tanto densi arrivino nel testo di una canzone di un festival mainstream come Sanremo, magari dovremmo sfruttare un po’ meglio l’occasione.

Troppo ambizioso, al momento. Sicuramente corretto, perché corrisponde alla realtà del mondo in cui viviamo. Ma forse è anche un po’ noioso.

Però almeno guardiamoci in faccia e facciamo qualcosa. Parliamo. Interagiamo.

Che poi i soldi di mamma, babbo o nonno finiscono, e lì non c’è più nulla da fare, le bollette non le paghi e la luce te la staccano. E poi allora il festival di Sanremo non lo vede più nessuno.

Ecco, allora facciamo davvero qualcosa.

Le opportunità ci sono.

Ho sentito parlare ad esempio di una nuova forza politica che è fatta di gente come noi ed ha fatto qualcosa come 150 assemblee sui territori di tutto il paese prima di decidere come procedere e che strada prendere.

Non so, potrebbe essere un’occasione, magari anche no, sarà solo altra fuffa.

giovedì 8 febbraio 2018

E' tutto un copia-incolla

Nella tesi di dottorando della Madia qualcuno avverte che sono presenti vari, pezzi, testi di economia del lavoro non di pugno del ministro ma copiati. Così come copiati sarebbero (almeno secondo chi li accusa) ampia parte del programma elettorale di governo niente meno che di M5S: brani, pezzi, testi di economisti, sociologi, interrogazioni parlamentari e testi parlamentari anche non made in M5S, wikipedia a volontà…

Ora il cerca, copia e incolla non è di per sé né vergogna, tanto meno truffa e neanche indizio di ignoranza e impreparazione da parte di chi cerca, copia e incolla. Dipende però da come cerchi, dove cerchi, come e perché copi e, non ultimo, cosa pensi di incollare.

Ora si dà il caso che dal politico di qualsiasi parte, passando per l’ufficio stampa o relazioni sociali di qualsiasi azienda, attraversando i prospetti elaborati negli studi professionali, guardando in contro luce le richieste di finanziamento pubblico o di fondi europei, leggendo gli elaborati di ricercatore universitario, analizzando cioè ciò che la gente scrive quando pensa di scrivere serio, informato e documentato…Sempre si vede che cercare, copiare e incollare non è stato uno strumento per sapere e studiare ma un sostituto-impostore del sapere-studiare.

Il copiato è la più triste dimensione del nostro fallimento intellettuale e creativo, un furto del sapere e del tempo altrui, un'infantile regressione ai banchi delle elementari e i copioni sono sempre esistiti. Solo che il copiato spinto più raramente arriva da fonte cartacea, più difficile da scovare e noiosa da trascrivere. Così per i docenti scatta la caccia alle frasi lunghe tre o trenta righe, copiate da articoli scientifici o di giornale, da abstract di tesi, da riflessioni d'autore o da pietosi contenuti da blog di terza categoria. Contenuti che vengono copiati e incollati tra di loro per poi apparire un elaborato unico. Firmato senza scrupoli dall'autore. Autore (lo studente) che nella stragrande maggioranza dei casi ignora persino il vero significato di quanto plagiato e che, spesso, non si accorge di essere pure precipitato fuori tema. E' pure vero che non tutti gli argomenti di ricerca possono trovare un preciso riscontro sul web. Molti nascono per essere frutto di percorsi originali e di ricerche sul campo, che difficilmente trovano riscontro nel già scritto. Ma è proprio per questo che gli irriducibili del copia e incolla vengono riconosciuti a distanza. I copioni parlano un linguaggio che non è il loro e si imbattono in temi lontani mille miglia dalla loro portata e dal buon senso.

Si è cominciato tanto tempo fa nella scuola e nell’Università (non diamo sempre addosso al Web, allora non c’era). Si è cominciato con l’idolatria delle tesine, cioè testi brevi, standard, privi di spessore quantitativo e qualitativo la cui presentazione e compilazione esentava dalla fatica dell’approfondimento e soprattutto del ragionar individuale sul tema, questione o problema.

Si è costruita una generazione di diplomati e laureati a misura di tesine (e lo si vede negli standard professionali vertiginosamente calati in tutte le professioni). Poi ci si è messo il web, la Rete. Dove è praticabile un cercare che ti esenta perfino dal sapere e distinguere dove vai a cercare.

E quindi l’attività conoscere-comunicare è diventata per tutti cercare senza criterio alcuno tanta è l’abbondanza del raccattabile, quindi copiare on per documentare ma per fare volume, incollare il trovato e copiato.

Di chi è la colpa? . Prendiamocela con l'insicurezza di una età biologica che non risparmia nessuno, prendiamocela con una generazione abituata al web tanto da confonderlo con la realtà stessa, allo stesso modo di come i nostri padri si guardavano stupiti per esclamare: “E' tutto vero, l'ha detto la tv”. Prendiamocela con la scuola, che non prepara adeguatamente gli studenti alla scrittura, all'analisi ed alla ricerca degna di questo nome, commissionando surreali gite lampo su Wikipedia. Ma quelle frasi prefabbricate di cui ci si appropria, quei saggi brevi costati ad altri mesi di lavoro, fatica e denaro, quelli gridano vendetta. La “gratificazione istantanea” dei nostri giorni, invece, se ne frega. Quella invece rimbecillisce gli studenti, e in certi casi, ahimè, pure giornalisti e docenti di ogni ordine e grado. Copiano anche loro, a volte, con conseguenze più gravi.

Già, perché non c’è scandalo nel copiare. C’è invece il baratro senza fondo della sopravvenuta inattitudine al pensiero autonomo, quel po’ o tanto di pensiero che ciascuno, dopo aver studiato e riflettuto, può produrre. Politici, assistenti universitari, giovani e meno giovani in carriera, cervelli di M5S o di chi vi pare non è che mai più leggano, ci pensino sopra e poi scrivano dopo aver pensato. Si condonano tutti il pensiero.

Cercano, copiano e incollano perché una pagina tutta intera e tutta da soli che abbia un senso non la sanno più scrivere.

domenica 4 febbraio 2018

Chiamare le cose con il proprio nome, Crimine FASCISTA a #Macerata

Allora procediamo: quello che è successo ieri mattina a Macerata è un attentato.
Il motivo? Erano di colore, come il presunto assassino di Pamela Mastropietro, la giovane fatta a pezzi sulla cui morte sono in corso indagini.
Dicono che per essere un buon blogger serve l'equità. ma con la violenza non si può essere equi, dii equo c'è solo l'idiozia di voler giustificare un crimine con un altro........
Un attentato motivato da razzismo, fascismo e da un delirante senso di vendetta.

Quello di Macerata è un atto di terrorismo di matrice politica. A commetterlo un fascista, che ha cercato di uccidere sei persone.

Stessa tipologia di azione di quelle messe in atto di jihadisti dello Stato Islamico, per capirci. Cambia la motivazione, razziale e non pseudo religiosa, e cambia l’identità etnica, geografica e politica del protagonista.

Non è un jihadista, è un fascista.


Però è uno squilibrato fascista e leghista. Il clima in cui è maturato il suo gesto è quello della martellante propaganda razzista e xenofoba di Salvini, Meloni e di formazioni neofasciste come Casapound o Forza Nuova. Lì sono i mandanti morali. Un clima alimentato anche dai media che hanno dato in questi anni uno spazio enorme a questa propaganda e in generale hanno avallato una narrazione della realtà in cui l’immigrazione è la principale emergenza del paese. La maniera con cui Salvini e la Meloni hanno commentato l’efferato delitto di Macerata è stato a dir poco criminale, un vero e proprio incitamento all’odio razziale. D’altronde questi alleati di Berlusconi hanno costruito il loro successo elettorale su questa demagogia. Il pistolero è sicuramente uno che non sta bene: come qualificare un coglione che si candida con la Lega e va in giro col tricolore? Salvini invece è un lucido politicante senza scrupoli che sa che seminare odio porta voti. Salvini ha commentato cercando di giustificare il comportamento di questo aspirante serial killer.

Per il resto stessa roba.

La cronaca, ormai nota, è agghiacciante: Luca Traini, ventottenne originario di Tolentino, ieri mattina sale in macchina portando con sé una pistola. Inizia a girare per le strade di Macerata sparando praticamente ad ogni persona di colore gli capiti a tiro. Ne ferisce sei, di cui uno grave.

Poi, sentendosi braccato, si ferma di fronte al Monumento ai Caduti di Macerata, si avvolge in una bandiera tricolore, fa il saluto romano e grida “Viva l’Italia”.

Che l’appartenenza politica del soggetto sia chiara, basterebbe appunto solo la cronaca a stabilirlo. Per essere sicuri che il tutto non rischi di venir derubricato ad “azione di un balordo”, i tatuaggi ben in evidenza sul corpo (una croce celtica ed un simbolo addirittua tatuato in faccia) e un accenno di curriculum di attività politica: Traini nel 2017 si era candidato con la Lega Nord alle elezioni amministrative per il Comune di Corridonia. Alcune testimonianze raccontano di una sua vicinanza a Forza Nuova e Casapound, che ha smentito comunque la notizia.

Possiamo quindi dire che la frase tra l’ironico ed il provocatorio che sta girando da iesi sulle piattaforme social – “alla fine l’unico attentato vero in Italia l’hanno fatto i fascisti, non i jihadisti” – è formalmente vera.

Come altrettanto vere sono le accuse ai mandanti morali di quanto avvenuto. E qui l’elenco è lungo.

Innanzitutto coloro i quali agitano e strumentalizzano lo spettro dell’ “invasione”, dell’ “immigrazione incontrollata”, oppure la delirante tesi della “sostituzione etnica” per motivi elettorali. Siamo immersi in una campagna elettorale oscena, ed i risultati iniziano ad arrivare.

Un esempio perfettamente calzante è la dichiarazione a caldo del leader leghista Salvini: “Chiunque spari è un delinquente. Ma la colpa è di chi riempie di immigrati l’Italia”. La costruzione stessa della frase esprime in modo evidente l’approccio, la volontà di strumentalizzazione: prima la banalità “politically correct”, poi lo slogan. E che importa se studi ed analisi statistiche dicono in modo scientifico che non esiste nessuna invasione, ma solo politiche sbagliate di accoglienza. L’importante è creare consenso, e prendere voti.

Altra responsabilità enorme, la hanno gli “sdoganatori” delle organizzazioni neofasciste: quelli per cui “tutti hanno diritto di parola”, “non vi condivido ma siete all’interno delle regole democratiche”, “non la penso come voi ma con voi parlo”. Questo approccio liberal e radical chic che dimentica il fatto che la nostra Costituzione sul fascismo si esprime in maniera molto chiara, e che pare non vedere come in questo paese stia montando una marea nera alimentata dalla paura, dalla povertà, dall’impoverimento, dalla scomparsa del welfare, dalle politiche di austerity, dalla messa a profitto di tutto, a partire dai diritti, dalle persone stesse. Odiare chi è più debole di te, non guardando a chi ha veramente la responsabilità del deperimento della qualità di vita di sempre più persone.

venerdì 29 dicembre 2017

Il razzismo di oggi è la poverofobia

Il sindaco di Como sia una persona spregevole. Lo è per le vergognose ordinanze contro i poveri della sua città e ancora di più per le balbettanti giustificazioni che poi ha addotto. Faccio il mio dovere, obbedisco agli ordini, pardon applico la legge. Le abbiamo già sentite queste terribili parole, che nella loro banalità hanno coperto il peggiore dei mali. La legalità senza giustizia, solidarietà e umanità produce mostri.

È vero però che lì si sta davvero applicando una legge, quella di Minniti e Orlando che parla di decoro urbano e tratta di persone. Quando una legge considera i poveri un danno all’arredamento delle città, siamo già nella barbarie. “Devono sparire” urlava il poliziotto che minacciava di rompere le braccia agli inquilini sgomberati dal palazzo via Indipendenza a Roma. Come spariscono i migranti nel deserto libico grazie agli accordi che i governi europei fanno con i tagliagole del posto.

I poveri, quale che sia il colore della loro pelle, devono scomparire. La loro presenza infastidisce i bravi cittadini, che vogliono poter fare le compere, senza che qualcuno ricordi loro che quelli che vedono sono solo l’avanguardia di un popolo di 11 milioni di persone, solo nel nostro paese.

I poveri devono sparire, soprattutto nelle società che ne producono sempre di più. Non deve sparire la povertà, ma chi ne è colpito. Nell’Inghilterra del 1500 ove nasceva il capitalismo re Enrico VIII faceva impiccare i poveri a migliaia. In fondo oggi si danno solo multe e Daspo, un poco di progresso c’è stato.

Non fate gli ipocriti allora, voi che oggi vi scandalizzate per il sindaco di Como e ieri avete approvato le leggi che egli sta applicando. E i bravi Comaschi che vogliono mostrarsi più vicini alla ricca Svizzera, in fondo sono sinceri quando si offendono se gli si dà dei razzisti. Se uno sceicco di pelle scura aprisse da loro una nuova banca o comprasse la squadra di calcio, ne sarebbero ben contenti lo accoglierebbero coi più servili dei sorrisi. Solo pochi imbecilli vogliono che si discrimini per il colore della pelle, ciò che davvero conta per tanti altri è invece quanto è pieno il portafoglio.

E’ quello che succede anche in molti, troppi, paesi e città italiane, dove la mattina si scacciano barboni, rom. “vu cumprà” e “arabi”, accusati di invadere il territorio e di sporcarne l’immagine, e poi la sera si va a vedere ammirati e invidiosi il mega-yacht dello sceicco arabo attraccato alla banchina del porto, proveniente magari da un Paese sotto il suo tallone dittatoriale dal quale è scappato qualcuno dei poveri appena scacciati.

 La poverofobia è il rifiuto dei poveri, un fenomeno non certo nuovo ma che è in crescita nelle ricche società occidentali ed è sempre più manifesto nei comportamenti di chi se la prende con i migranti o di collettività e delle amministrazioni locali, come nel recente caso di Gorino o di quei sindaci che vogliono sgombrare indiscriminatamente il centro cittadino da senza tetto e “zingari”.

E’ l’atteggiamento xenofobo  e “poverofobico” che ha portato Donald Trump a giocarsi la presidenza degli Stati Uniti è lo stesso che permea la retorica anti-immigrati della Lepen o di Salvini che in realtà sottende una marcata “poverofobia” che è condivisa anche da molti amministratori “democratici” quando dichiarano i poveri e i migranti anti-estetici, magari per i turisti. E’ la paura che pervade la classe media impoverita dalla crisi del neoliberismo che ha spesso sostenuto con il suo voto e dei lavoratori senza più rappresentanza di classe che stanno scivolando verso la povertà e la continua erosione di diritti, che ora vedono come privilegi messi in pericolo da chi è più povero di loro. E’ duro e spaventevole guardarsi in quello che potrebbe essere lo specchio di un possibile futuro.

Il razzismo di oggi, quello che davvero ci minaccia e ci angoscia, è rivolto verso i poveri.

Bisogna rompere il circolo vizioso della povertà  e che questo potrà essere fatto solo tutti insieme e ritornando a quella che cattolici e musulmani chiamano misericordia e la sinistra chiama solidarietà. Con la xenofobia, con la poverofobia, la miseria vincerà, al massimo la si potrà allontanare dalla vista dei ricchi, dai lungomare dei Paesi turistici e  dai corsi commerciali delle città.

A voi incombe di far luce sul fatto che coloro che vivono in povertà sono già attivamente impegnati a migliorare la vita del loro prossimo. Noi dobbiamo coinvolgerli nella progettazione e nell’attuazione di progetti che siano di beneficio particolarmente  ai più poveri. E’ essenziale esortarli per mettere fine alla povertà sotto tutte le sue forme, dappertutto nel mondo, tenendo sempre presente l’obiettivo di non lasciare indietro nessuno. Che poi sarebbe un vecchio slogan socialdemocratico e un impegno della carità cattolica e islamica. Il sogno di giustizia terrena che non si è avverato.


Ma la poverofobia sembra una nuova e vecchissima malattia sociale difficile da estirpare perché il suo contrario è una svolta politico-culturale – e soprattutto un radicale cambiamento di paradigma economico –   che metta fine a ogni forma di povertà, ma questo esige di fare di tutto perché ogni persona si senta rispettata nel suo diritto inalienabile di essere umano e riconosciuta nella sua dignità. Possiamo tutti arricchire l’umanità della nostra conoscenza, della nostra spiritualità, del nostro sentimento di essere utili agli altri. Ciascuno di noi è artigiano della creazione comune di un mondo più giusto e più profondamente solidale.

Parole antiche, che sembrano modernissime e rivoluzionarie al tempo del razzismo esibito che, oggi come ieri,  nasconde la poverofobia frutto della paura e dell’egoismo senza più ritegno.

giovedì 7 settembre 2017

RAZZISMO A 5 STELLE

Ho letto un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo.
Il post è un maldestro tentativo di fare satira  facendo apparire come ragionevoli le solite dichiarazioni su quanti soldi percepirebbero gli immigrati, sul fatto che l'Africa non possa entrare in Italia, sulla corruzione delle associazioni umanitarie e tutto il campionario fascista che ben conosciamo. Non poteva mancare, a chiusura, quello che per l'appunto , sarebbe l'emergenza malaria : "gli immigrati ci portano la malaria". Attenzione, non i turisti, non gli italiani di ritorno da qualche paese esotico, no no, gli immigrati. Beppe non ha dubbi. Come del resto  non li ha nessun razzista, perché il fascista vive di certezze, di risposte semplici a problemi complessi, e se accade qualcosa di brutto il suo primo pensiero non è mai cercare di capire ma individuare subito qualcuno a cui dare la colpa.
Ora; come sa chiunque abbia letto qualcos'altro che non sia la composizione dello shampoo mentre sta sul cesso, la malaria non si trasmette fra umani, neanche se quegli umani sono poveri, neanche se sono neri, pensate, nemmeno di cognome fanno Boldrini ( e mo chi glielo dice a Direttoretto e a Uvetta Bianca ). No, serve proprio un vettore di sangue infetto, verosimilmente una zanzara, che quando in italia non si superavano i 50 gradi (maledetta sia l'estate e chi la vuole ) probabilmente non sarebbe sopravvissuta ma adesso grazie a questo clima innaturale, prospera e prolifica.
Tuttavia noi siamo tranquilli, perché quando il M5S sarà finalmente al governo ed erigerà lungo i confini dei muri altissimissimi non mancherà di apporvi in cima anche le zanzariere. SalutI

DA UN BLOG

mercoledì 6 settembre 2017

Certa "informazione" va sanzionata, soprattutto se procura FALSI allarmi e razzismo. #Libero

Certi quotidiani ci hanno abituato a titoli gridati e notizie spazzatura. Materiale odioso molto spesso, ma corrispondente all’ambiente che lo produce e lo recepisce. Ma è cosa totalmente diversa fare titoli come quello oggi in copertina, non solo perché palesemente falso, ma perché semina volutamente allarmi infondati e istigazione all’odio; benzina sul fuoco sulla già rovente situazione in Italia.

Diffondere l’idea di un nesso tra immigrati e ricomparsa di malattie estinte nel nostro paese non solo è scientificamente sbagliato, ma è socialmente pericoloso.

L’unico “mediatore” esistente per tramettere il virus della malaria tra umani (a parte la trasfusione diretta, che nel caso di Trento non c’è stata) è la zanzara anofele. Nessun altro tipo di zanzara può riuscirci. Il ritorno o meno di questo tipo di zanzara sul territorio italiano dipende eventualmente dai mutamenti climatici, non dalle migrazioni. Se anche un “africano” volesse portarsi qualche zanzara al seguito (al guinzaglio, in valigia, ecc), questa non potrebbe sopravvivere in un clima inadatto.

Questo è quanto ci dice la scienza.

Naturalmente sappiamo bene che malattie un tempo debellate (al pari della malaria) oggi tornano ad affacciarsi. Basta pensare che sono stati chiusi ospedali dedicati e sanatori per alcuni casi di Tbc, la cosiddetta “malattia dei poveri”, che insorge a causa delle condizioni di vita (abitazione insalubri, scarsa o cattiva alimentazione, ecc) che rendono vulnerabili all’eventuale contagio.

Ci sembra improbabile che i direttori di Libero e de il Tempo non abbiano sentito nessun medico per informarsi meglio prima di fare un titolo così. Dunque è stata una decisione a mente fredda, volontaria e con l’intenzione scoperta di speculare sulla morte di una bambina di quattro anni.

Per questo riteniamo indispensabile, in casi come questo, sanzionare un organo di dis-informazione. A tutti – anche a noi – capita di sbagliare o di prendere fischi. Qui non c’è nessun errore, ma una volontà perversa, razzista, senza scrupoli.

Capiamo benissimo che invocare sanzioni contro l’informazione spazzatura e allarmista è un terreno scivoloso, così come sono evidenti i tentativi di enfatizzare le fake news per ridurre le possibilità che in Rete si sviluppi un serio sistema mediatico alternativo ed efficace, fuori e contro il monopolio mainstream di giornali e telegiornali.

Ma è anche necessario che chi fa informazione – così come medici o ingnegneri – abbia e rispetti scrupolosamente un codice deontologico e, qualora non lo faccia, che gli organi preposti al rispetto di questo codice intervergano. In questo caso è l’Ordine dei Giornalisti.

Se l’informazione spazzatura diffonde invece allarmi sociali infondati, che possono innescare azioni e reazioni pericolose nelle relazioni sociali del paese, si configura un reato vero e proprio e qui non è più un problema deontologico, ma penale.

Il problema sorge quando l’”informazione spazzatura” coincide con la strategia non dichiarata di “autorità costituite”, che hanno contribuito al diffondersi di un clima razzista e xenofobo nel paese per legittimare agli occhi dell’opinione pubblica la nuova escalation colonialista verso l’Africa, fino a renderla la soluzione migliore e ineluttabile.

lunedì 4 settembre 2017

IL NEMICO DEL POVERO IL NON DEVE ESSERE UN ALTRO POVERO

E' pesante il clima di odio palpabile nel Paese e nella nostra società. Questo odio è l'inganno e la strumentalizzazione delle paure che vengono espiate da chi desidera soltanto gestire una crisi economica sul piano della sicurezza per distrarre gli sfruttati, quelli che possiamo defimire “moderni proletari”, dalla loro condizione: per non pensarsi “poveri”, per non subire questa terribile e temibile onta sul piano sociale, si deve dare alle masse un argomento che le unisca e le faccia sentire protagoniste di una lotta contro qualcosa, contro qualcuno.

venerdì 1 settembre 2017

La triste e isterica conta degli Stupri, in 8 mesi: 2.438: italiani 1.534, stranieri 904

Gli ultimi episodi di violenza sulle donne avvenuti in tutta Italia - da Rimini a Bologna, da Milano al Salento - riportano in primo piano questo dramma con numeri agghiaccianti che parlano di quasi 11 stupri al giorno, 4mila ogni anno e oltre un milione di donne colpite nel corso della vita. Questa è l’Italia.

giovedì 31 agosto 2017

NOI E LORO

Oggi vogliamo riflettere seriamente sul bisogno intrinseco del uomo di fare divisioni (noi e loro). Nel contesto attuale è in voga il dualismo: Razzismo: noi e loro esiste eccome vs Civiltà è: noi e loro uguali diritti e doveri. 

Uguali e pari non sono tutte le culture e le civiltà (meglio civilitation). Uguali e pari non sono tutte le concezioni del mondo e le gerarchie dai valori e neanche uguali per tutte le culture sono quelli che la nostra cultura chiama diritti universali dell’umanità. La nostra cultura contempla, pensa diritti universali dell’umanità. Altre culture non lo fanno, ignorano il concetto stesso di diritti universali dell’umanità tutta. O considerano diritti ciò che per altre culture è soggezione e/o oscurantismo.

Il noi e il loro esiste Nella realtà. Vederlo, riconoscerlo non è razzismo. Negare esista il noi e il loro non taglia le gambe al razzismo. Al contrario dà, regala al razzismo una artefatta base di oggettività. Se si nega quel che è, il noi e il loro appunto, si offre al razzista una base per sbatterti sul muso la realtà.

Ci sono molti noi e loro, anche all’interno delle società che condividono la stessa civilitation. Anche nella stessa società e cultura occidentale ci sono molti ampi noi e loro. Un noi e loro divide che crede e si affida al pensiero magico e chi a quello scientifico. Un noi e loro tra detrattori e nemici della democrazia e chi dalla democrazia si sente protetto e difeso. Un noi e loro quasi antropologico, ad esempio tra chi si affida a Medjugorje e chi alla medicina, tra chi pensa il nazismo sia un’opinione e chi ritiene sia ancora qui e oggi un crimine dei peggiori…Un noi e loro spesso lo si riscontra anche dentro la stessa civiltà.

Tra civilizzazioni diverse il noi e loro è lampante. La cultura e la storia arabo-islamica oggi condividono l’idea dello Stato e Chiesa uniti in una teocrazia: la legge di dio che coincide con quella degli uomini. La cultura occidentale ha respinto a prezzo di secoli di sangue questo concetto, definendolo come uno dei killer della libertà. La cultura e la storia arabo-islamica hanno dato vita a società sessuofobe fino alla psicosi e che considerano al donna inferiore e impura. 

E nell’economia, nel pregare, nel nutrirsi, nel riprodursi il noi e loro esiste eccome sul pianeta. Non solo con il mondo islamico dove il noi e loro appare spesso stridente se non conflittuale. Esiste il noi e il loro con civilizzazioni orientali e lo riscontriamo talvolta come dato esotico, talaltra con sereno stupore.

In europa siamo qui e oggi chiamati a un noi e loro ravvicinato, molto ravvicinato. Non una novità nella storia dal punto di vista qualitativo. Nei secoli commistioni di etnie sono state la regola, ciascuno di noi, razzisti compresi, è un ibrido etnico. Proprio nel sangue e nei geni, quelli che i custodi del sangue e della terra vogliono mantenere “puri”, ci sono le prove dell’ibrido e della commistione.

Per navigare con giusta rotta in questo noi e loro molto ravvicinato c’è una sola bussola: non siamo uguali ma abbiamo uguali diritti e doveri noi e loro.

Se noi neghiamo loro i diritti che abbiamo stabilito come universali per l’umanità, allora siamo razzisti e incivili anche secondo i nostri parametri. Non c’è scusa o alibi che tenga. Non quelli della brava gente, è sempre la brava gente che nella storia fa i pogrom, i genocidi, i lager. Fino ad un attimo prima sono sempre tutti brava gente. Non l’alibi o la scusa dell’invasione e del prima…noi. Chi sceglie di negare a loro i diritti che sono per noi universali fa scelta precisa contro la civiltà occidentale. Punto.

Se loro non accettano, non riconoscono, combattono qui e altrove i diritti che noi riconosciamo come universali allora loro sono incivili e avversari di una civiltà libera. Non c’è rispetto per tradizioni e culture altrui che possa ribaltare o oscurare questo dovere civile che noi abbiamo di preservare la civiltà dei diritti universali.

Noi su questo pianeta abbiamo parlato di diritti universali per tutta l’umanità senza distinzione di razza, genere, religione… Lo abbiamo messo nelle nostri Costituzioni, nella nostra vita, nel rispetto e considerazione che abbiamo per noi stessi. Loro hanno gli stessi diritti e doveri che riconosciamo a noi stessi, lo abbiamo detto noi! Abbiamo lottato, combattuto e sofferto per questo. E oggi dobbiamo noi esigere siano applicati a loro i nostri stessi diritti. Se qualcuno di noi non lo fa non è al contrario boicottaggio della nostra stessa civiltà.

Ma per essere davvero civili come noi intendiamo non c’è alcun bisogno e dovere di raccontarci una cosa falsa e cioè che noi e loro uguali siamo su usi, costumi, morale, etica, filosofia… No, siamo diversi e noi abbiamo certamente qualcosa da insegnare a loro: l’universalità dei diritti dell’umanità appunto. Qui, qui e oggi c’è un punto di superiorità di una civilisation rispetto ad altre. La lezione delle libertà degli umani senza distinzione di etnia, genere, religione…tanto meno tribù, setta e numero di volte in cui ci si inginocchia e la direzione del corpo che prega.

AIUTIAMOLI A CASA LORO DEPREDANDO LE LORO RISORSE

Negli ultimi si è diffuso il motto "aiutiamoli a casa loro", si parla della lotta in corso in Africa contro il terrorismo, ma come farlo se i nostri stessi stati sono in guerra perenne imperialista per accappararsi le loro ultime risorse?

venerdì 25 agosto 2017

L'OFFENSIVA NAZISTA AVANZA, CACCIATO #donBiancalani

Il neo-nazifascismo miete una prima "vittima". La messa di domenica sarà celebrata dal vicario generale della diocesi di Pistoia e non da don Biancalani, il prete colpevole di un crimine efferato, aver regalato momenti di gioia ad alcuni rifugiati. Dopo la foto infatti che ritraeva alcuni migranti in piscina, la dura polemica di Salvini e l'intervento di Forza Nuova, il vescovo di Pistoia, Fausto Tardelli ha interdetto don Biancalani dal celebrare la funzione. La decisione è stata presa proprio dopo l'annuncio di Forza Nuova di voler partecipare alla messa domenicale. "Visto che don Biancalani afferma di interpretare alla lettera la dottrina cattolica i militanti forzanovisti assisteranno alla sua messa" aveva detto Claudio Cardillo, segretario provinciale di Forza Nuova a Pistoia. Dura la replica del vescovo, su Facebook, monsignor Tardelli: "Credo che qui si stiano davvero oltrepassando i limiti. Spero solo che si voglia scherzare, anche se lo scherzo mi pare di cattivo gusto."
"Da quello che leggo si vorrebbe profanare la SS.Eucaristia con l'assurda motivazione di andare a controllare l'operato di un prete, addirittura mentre celebra un sacramento e facendo diventare la celebrazione eucaristica teatro di contese e di lotta. Richiamo tutti a considerare la gravità di ciò che si vorrebbe fare. Anche chi si contrappone a queste inqualificabili intenzioni, non può scegliere modi che ledono la sacralità dell’eucaristia. A messa si va esclusivamente per partecipare con fede al divino sacrificio, ricevere la grazia di Cristo e imparare a vivere nell'amore fraterno. Ogni altra finalità ha qualcosa di sacrilego. Intanto annuncio che domenica prossima a Vicofaro, la celebrazione eucaristica sarà presieduta dal mio vicario generale."
"Ricordo anche, perché sia a tutti chiaro, che sull'operato di un prete, sul suo insegnamento e la sua azione pastorale, giudice è il vescovo, che non si esime certo dal valutare con attenzione le varie situazioni. Nessun altro può prendere il suo posto. Chi ha da fare critiche, le faccia sempre con carità cristiana direttamente al prete o al vescovo. Valutate le cose, il vescovo prenderà i provvedimenti che riterrà doverosi o più opportuni".

Noi non intendiamo restare in silenzio mentre una nuova Shoah si dispiega sotto i nostri occhi. FREE-ITALIA si schiera con ogni mezzo contro questa odiosa guerra TRA poveri condita da becero razzismo.

#Roma, stato di polizia e la rivincita del nazifascismo

A Roma tornata la macelleria messicana. Contro rifugiati REGOLARI, che occupavano da anni uno stabile della grande proprietà immobiliare in attesa di una sistemazione che non c’è, prima lo sgombero, poi la violenza. 

Sgomberati gli sgomberati dal palazzo. L’ordine lugubre di una città incapace di accoglienza, di rispetto per il diritto internazionale, di solidarietà di massa tra gli sfruttati. La polizia ha mostrato il suo volto violento e brutale. Donne e bambini inginocchiati e con le braccia alzate contro cui robocop in assetto antisommossa hanno azionato gli idranti. E’ il film di Roma città chiusa e Raggi sindaca muta. E’ bene tenere a mente che si è trattato di una guerra contro migranti, rifugiati eritrei e etiopi, con regolare permesso di soggiorno, senza nessuna reale alternativa abitativa, accampati per giorni senza che Sindaca, né alcun assessore comunale si è fatto vedere.

Dopo essere stati cacciate dal piazzale in cui avevano dormito gli ultimi giorni, le persone sono rimaste per diverse ore sedute sotto il sole nelle vie adiacenti. Alla fine hanno deciso di dirigersi verso un giardinetto vicino alla stazione Termini. Ma le forze dell’ordine hanno nuovamente caricato i rifugiati che sono fuggiti in direzione della stazione inseguiti anche con le camionette. Durante l’inseguimento il funzionario che guidava la celere gridava: “Devono sparire, peggio per loro. Se qualcuno tira qualcosa spezzategli un braccio”.

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi e spazio all'aperto. Ecco, i getti degli idranti contro chi vuol solo far sapere che esiste e che non sa dove andare dopo lo sgombero, quei getti feroci vogliono cancellare, davvero far sparire delle persone. È una violenza di poveri contro altri poveri a tutto vantaggio dei potenti, è una violenza razzista contro migranti soprattutto africani, è una violenza di stato contro ogni forma di vero dissenso e protesta.

Il ministro Minniti ha dato piena rappresentanza istituzionale e migliore organizzazione a queste tre violenze e ora la sua polizia esegue. Con il conseguente fanatismo di quei funzionari che sanno, qualunque cosa dicano o facciano, di essere coperti.

Ora sentiremo le solite giustificazioni di regime, da parte di chi in Venezuela giustifica chi spara contro la polizia, ma qui considera violenza il solo protestare per avere una casa. D’altra parte uno stato che cancella i diritti del lavoro e non spende in diritti sociali deve investire sempre di più in repressione poliziesca. Se lo stato sociale viene cancellato al suo posto subentra lo stato di polizia. È ciò che abbiamo visto a Termini, ma nessuno pensi che colpiranno solo qualche povero rifugiato, come annuncia euforico il fascista Salvini.

No, noi non ci rassegniamo a far felici politici parassiti bramosi di potere usando violenza e razzismo, -tutti noi siamo sotto tiro. Per questo bisogna resistere e organizzarci sempre di più. E ora rompeteci le braccia a tutti.

giovedì 24 agosto 2017

#PiazzaIndipendenza è il simbolo del becero razzismo e della guerra ai poveri

«Molti bambini, dopo aver assistito a scene di guerriglia urbana, sono stati caricati sui pullman delle forze dell'ordine e portati in Questura alcuni testimoni ci hanno raccontato che continuavano a gridare e battere le mani sui vetri durante tutto il tragitto, in preda al terrore. Sconvolti. È una situazione molto triste: parliamo di 800 persone con status di rifugiato, sopravvissute a guerre, persecuzioni o torture che in alcuni casi hanno anche ottenuto la cittadinanza italiana, buttate in strada in condizioni disumane senza una alternativa sostenibile (non il meno peggio) da parte del Comune di Roma che abbiamo invano atteso in piazza»: queste sono le devastanti parole del portavoce di Unicef Andrea Iacomini per rendere l'idea di cosa sia accaduto questa mattina a Roma, in piazza Indipendenza, dove gli uomini della Questura hanno "sgomberato" donne, bambini e persone con disabilità con camionette, idranti sparati in faccia a gente ancora addormentata e la vigliacca muscolarità di chi trova nei fragili l'occasione di sentirsi forte.

Perché, badate bene, il punto non è solo nello sgombero. No. Al di là delle parole (da "feccia umana" a "scarti") che le forze di Polizia hanno usato come incitamento per legittimare un atteggiamento che oltre che incostituzionale è anche patetico, visto da qui. E non è un caso che ai giornalisti qualche agente abbia pensato bene di rispondere con offese o con frasette da bulletto social come "prenateveli a casa vostra". Piazza Indipendenza oggi è il fulcro del nostro scontento. L'occasione di sfogare gli istinti bassi giustificandosi con il dovere (e la libertà) di godersi il momento. Fiumi di bile che alcuni a stento faticano a trattenere tutto l'anno e che oggi hanno potuto eiaculare attraverso i cannoni d'acqua. Ed è una bile che puzza di squadrismo, fascismo e del peggior razzismo che si sia mai visto negli ultimi decenni.

Infatti, se notate, il commento alle immagini (da parte di politici e non) per alcuni è l'atto liberatorio che stavano aspettando. E così riparte anche tutta la solita tiritera della propaganda e della falsificazione della realtà: quelle persone, piaccia o no, non hanno nulla a che vedere con i flussi migratori. Nulla. Quelle persone sono rifugiati riconosciuti. Persone che, nella follia di un'Europa latitante, per legge non possono nemmeno andarsene dall'Italia. Persone che, come molti altri, italiani e non, sono gli scarti della mancanza di una politica lungimirante nell'amministrazione della città. Non è nemmeno una "guerra tra poveri" ormai: è una guerra ai poveri. Tutti. È il deserto culturale di un'Estate Romana che il vicesindaco Bergamo aveva annunciato in pompa magna come rinascita culturale della capitale e che invece sta fabbricando deserto. Disse Virginia Raggi, era il 9 dicembre 2016: "I rifugiati sono nostri fratelli e sorelle. Roma città accogliente farà la sua parte". Ecco qui.

Benvenuti nella nuova Shoah


Dalla Francia all’Ungheria, dall’Olanda all’Italia alla UK, e persino in Germania, l’Europa di oggi è costellata da nazionalismi estremi, xenofobi e neofascisti. Tra criminalizzazione degli stranieri e soggetti politici che cavalcano l’onda anti-islamica, il razzismo è tornato a occupare la vita quotidiana. Ciò che è accaduto al tempo del nazismo potrebbe succedere ancora, ammoniva Primo Levi, e già abbiamo i primi odiosi vagiti in un’Europa non è più “immunizzata” dalla tragedia dei lager e pronta a costruirne di nuovi. 

martedì 22 agosto 2017

#ischia, #ischiaterremoto, IDIOZIA E RAZZISMO CORRE SUL WEB

Mentre i nostri fratelli muoiono per iL terremoto, razzismo e idiozia , ma SI sà “la madre dei miserabili è sempre incinta”.

Soggetti inqualificabili si sono lasciati andare a indecenti commenti in rete sulla tragedia del terremoto che ha colpito Ischia, vomitando giubilo e felicità, inneggiando al sisma. Una certa Sara scrive: «Speravamo nel Vesuvio, ma il terremoto va bene lo stesso», con tanto di emoticon, divertita quanto imbecille.



Ma passiamo alla seconda slide. Commento dimenticabile di persona più dimenticabile di chi lo scrive.

Naturalmente questo tweet fa chiaro riferimento all’appartenenza alla Campania dell’isola di Ischia e invoca disastri ben più peggiori rispetto a quelli che si sono verificati la scorsa notte. Empatia questa sconosciuta.

Ma c’è di più e lo scopriamo adesso con la terza foto gentilmente concessa dal mondo webete.

Qui siamo su facebook e i commenti lo dicono chiaro: i razzisti speravano di cancellare la Campania con una eruzione del Vesuvio. Ma i poveri piccoli haters si possono “accontentare” di un terremoto che, per ora quando il bilancio non è ancora definitivo, ha ucciso 2 donne e ha provocato 39 feriti di cui alcuni gravi.

La vergogna del web non finisce tuttavia qui,
Stavolta vanno al cuore del loro problema malato: i napoletani. E si chiedono, con molta crudeltà, se sono ancora vivi. Un commento da bar che prima del web sarebbe stato giudicato male ma che oggi ai tempi di facebook gira manco la frase fosse di un famoso filosofo.


La clamorosa idiozia degli italiani nell’uso dei social network si vede nel momento delle emergenze: proprio per questo già ieri sera, mentre circolava la notizia del terremoto a Ischia, un discreto numero di sveglioni ha cominciato a esultare per il sisma e ad augurarsi in seconda battuta il risveglio del Vesuvio. Tra questi c’è ad esempio l’account twitter @duraveritas1, che ieri ha avuto la brillante idea di uscirsene così:


Sulla stessa lunghezza d’onda un utente che si firma Carletto: «Speriamo si svegli il Vesuvio».

Una certa Italia unita da becero razzismo.

Verrebbe da dire che non ci resta che piangere, ma sarebbe invece opportuno attivarsi e spazzare vie odiose nubi anti-italiani che puzzano di demagogica e fanatica discriminazione.