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domenica 1 luglio 2018

NON esiste l'emergenza migrantii

Non si parla d’altro, in questa strano inizio d’estate in Italia, dell’emergenza migranti. Vediamo, prima di proporre soluzioni, di descrivere semplicemente il fenomeno, scrivendo inizialmente – magari – cose ovvie. Ma riteniamo sia utile, forse non per i nostri lettori attuali, ma pensando a qualcuno che nel lontano futuro (ad esempio, nel 2019) si ritrovi a leggere questo articolo e, letteralmente, cerchi di spiegarsi cosa succedeva in Italia, e in Europa, in quel 2018. 

martedì 26 giugno 2018

Chi è il più infame nel Mediterraneo??

Il Mediterraneo è un mare conteso da sempre. Non era però mai avvenuto che la contesa avvenisse su chi avesse la migliore idea per trasformarlo in un muro o un cimitero.

Andiamo con ordine, perché le notizie da mettere in fila sono molte, tutte in qualche misura rivelatrici del caos totale che regna tra Unione Europea e Libia, dentro l’Unione Europea e persino dentro la filiera di comando italiana.

Partiamo dalla buona notizia. I 113 naufraghi raccolti in mare dalla Alexander Maersk, nave portacontainer della omonima multinazionale danese, primo armatore mondiale da almeno un secolo, sono finalmente sbarcati a Pozzallo, in Sicilia.

Da quattro giorni erano fermi in rada, bloccati dal rifiuto opposto dal ministero dell’interno italico. Evidentemente deve essere arrivata qualche telefonata pesante al Viminale per ricordare che un carico merci di quelle dimensioni – le navi di questo tipo trasportano centinaia di container – non può perdere tempo e valore per beghe elettoral-propagandistiche di qualche politicante. Il danno imputabile al comandante, per qualsiasi ritardo, si aggira infatti sui 200.000 dollari al giorno. Oltretutto, navi del genere non sono certamente imputabili di eccesso di “spirito umanitario”, vista la loro missione, ma debbono come tutte rispettare il codice globale del mare: si tirano su i naufraghi, senza neanche chiedersi chi siano.

Lo sbarco è avvenuto in piena notte, quasi senza telecamere, con l’aiuto di un rimorchiatore e di un pilota locale, dato che la nave misura oltre 100 metri e naturalmente non era mai attraccata in un piccolo porto come quello di Pozzallo.

Tutto il resto manda un nauseabondo odore di… scegliete voi il materiale.

Il caso della Lifeline, nave appartenente a una Ong olandese o tedesca (tanto per complicare le cose…), non è affatto risolto, dopo una settimana di rimpalli tra Italia, Francia, Malta e Spagna. Il portavoce del governo francese Benjamin Griveaux ha prospettato lo sbarco dei migranti a Malta e il loro immediato trasferimento in aereo nel paese o nei paesi europei che dovessero accettare di farsene carico. Solo che non si sa quali siano. Parigi, infatti, è disponibile soltanto a mandare una squadra di funzionari-agenti per esaminare le eventuali domande d’asilo, una per una, come se Madrid o La Valletta non ne fossero capaci.

Il responsabile della Ong, il tedesco Alex Steier, ha scritto una lettera al governo spagnolo, chiedendo di concedere un permesso ai 234 migranti a bordo. In caso di risposta positiva Malta concederebbe il permesso di sbarco e immediato trasferimento verso la Spagna. All’ultimo minuto anche Malta ha posto la sua condizione: la Lifeline potrà attraccare a La Valletta a patto che i migranti siano divisi tra i paesi dell’Unione europea. Il premier Joseph Muscat l’ha spiegata così: “Vogliamo evitare un’escalation della crisi umanitaria attraverso una condivisione di responsabilità da parte di alcuni stati volenterosi”. Ma anche di quelli senza buona volontà, sennò si sa già come finisce.

Precipitando nel melma della politica italiana, c’è solo l’imbarazzo della scelta su cosa sia più osceno.

Il ministro dell’interno, reduce dall’incontro con il suo omologo tripolino (la Libia, come stato, non esiste più da qualche anno, dopo l’attacco occidentale e l’uccisione di Gheddafi; l’uomo forte nel paese è semmai il padrone della Cirenaica, il generale Haftar), non potendo esibire alcun risultato concreto, ha deciso che i lager libici “sono all’avanguardia”, in barba a tutte le inchieste indipendenti e soprattutto al giudizio dell’Onu. “Ho chiesto di visitare un centro di accoglienza per migranti in costruzione, un centro all’avanguardia che potrà ospitare mille persone. Questo per smontare la retorica in base alla quale in Libia si tortura e non si rispettano i diritti umani“. Una scelta che ricorda, ai più dotati di memoria, una storica decisione di un governo democristiano di fronte ad analisi che certificavano livelli di atrazina nell’acqua potabile svariate volte superiori alla soglia di pericolo: fu alzata la soglia della “non pericolosità per l’uomo”, senza intervenire sulle cause dell’inquinamento.

Quanto ai cosiddetti “hospot chiusi”, ossia prigioni a cielo aperto, Salvini respinge l’ideuzza di Macron – farli in Sicilia – facendo sua in altro teatro. Ha infatti proposto al governo di Tripli di crearli lì, con una ovvia contropartita di soldi, armi e “consiglieri” (sul modello dell’accordo Ue con la Turchia, insomma), ricevendo un garbato rifiuto: “Rifiutiamo categoricamente” la proposta circolata in ambito europeo di realizzare “campi per migranti in Libia: non è consentito dalla legge libica”, ha detto il vicepresidente Ahmed Maitig. Chiudendo l’argomento.

Nessuna paura, però! C’è già una nuova proposta: farli a sud della Libia…

Di fronte a tanta chiacchiera senza costrutto o risultati, al ministro non restava altro che criminalizzare definitivamente le Ong: “Dobbiamo bloccare l’intervento dannoso da parte delle navi delle Ong, che sono complici dei trafficanti”. Un processo che abbiamo già individuato – l’archiviazione della breve epoca dell’”imperialismo umanitario” – e che prelude a comportamenti militari inumani, in mare, che è meglio non abbiano testimoni neutrali.

E’ qui che il povero ministro delle infrastrutture, il grillino ex carabiniere Toninelli, è riuscito a dare la misura del suo non essere.

“La Guardia Costiera opera in autonomia tecnico giuridica e non devo essere io a dire di rispondere oppure no, ma secondo noi, in continuità con il governo precedente che ha giustamente rafforzato la guardia costiera libica, se uno dei gommoni ci chiama ma è in zona libica rispondiamo che non possiamo intervenire perché è in un’area a responsabilità giuridica non nostra“.

Per essere più chiaro, nei limiti delle contorsioni logiche: “Negli ultimi anni – ha ricordato il ministro – per colpa anche di una politica sbagliata accadeva che chiunque, ong o richiedenti asilo direttamente, chiamasse la guardia costiera italiana“, ma “noi dobbiamo rispondere che non possiamo intervenire perché è area giuridica non nostra“. La Guardia costiera, insomma, “risponde al diritto del mare: se un gommone è in mare di responsabilità libica e sono presenti le motovedette libiche, noi non possiamo avere la responsabilità e il comando delle operazioni lo prende la guardia costiera libica“.

Traduciamo? Il “governo del cambiamento” opera consapevolmente in “perfetta continuità con il governo precedente” e soprattutto con i peggiori accordi siglati da Marco Minniti. Già quegli accordi, infatti, permettono di considerare come un “non problema” – per il governo italico – la strage in mare di naufraghi. Il “diritto del mare”, nel suo strologare, è ridotto a una pratica di condominio in cui l’unico obiettivo è poter affermare che “non sono Stato io”.

domenica 24 giugno 2018

Fisionomia del “non sono razzisti ma” La paura al posto del welfare.

La nave ong Lifeline «batte abusivamente bandiera olandese e quindi è una nave fantasma. È una nave pirata come quella di capitan Uncino», ha detto il ministro Matteo Salvini nel comizio a Terni in vista del ballottaggio per le comunali. «Io le navi fantasma – ha sottolineato – nei porti italiani non le voglio. Vadano altrove, vadano a Malta che è più vicina. Se arrivano in Italia gli sequestriamo la nave e processiamo l’equipaggio per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Una manciata di voti vale questo fiume di perle di ferocia da parte del controverso personaggio che guida il governo dopo le elezioni del 4 marzo. Se l’Aquarius è stata ‘dirottata’ a Valencia, la Lifeline sbarcherà in Italia – si apprende nella tarda serata di ieri – ma per essere sequestrata, come annuncia Danilo Toninelli. In un porto tricolore solo senza i migranti soccorsi, che dovranno essere trasferiti a Malta o in Libia, precisa il collega Matteo Salvini. La guerra dichiarata dal Governo M5S-Lega alle navi umanitarie fa così un’altra vittima. La linea dura è annunciata dopo che la nave della ong tedesca ha preso a bordo 224 persone (compresi 14 donne e 4 bambini) da alcuni gommoni ma non ha voluto consegnarli alla Guardia costiera libica. Intanto, si continua a morire: 120 annegati in due giorni, rileva Unhcr dalla Libia. In tutto il 2018 le vittime sfiorano quota 1.000.

La versione gialloverde
Da circa una settimana attiva a ridosso delle acque libiche, la Lifeline era stata protagonista nei giorni scorsi di alcuni polemici botta e risposta via twitter con Salvini, con accuse di ‘fascismo’ rivolte al titolare del Viminale, che aveva ironizzato sull’aspetto di un membro dell’equipaggio. Ieri il primo intervento vero e proprio al largo delle coste libiche: «in acque internazionali», sostiene l’organizzazione. «In acque Sar (ricerca e soccorso) nostre», ribattono da Tripoli. Dalla capitale libica si muove una motovedetta che arriva in zona, soccorre un altro gommone in difficoltà e chiede la consegna dei 224. La Lifeline oppone un ‘nein’ e sollecita l’intervento alla Guardia costiera italiana: «vogliamo un porto sicuro». Che non può essere libico, secondo la ong. A questo punto sia Salvini che Toninelli si collegano in diretta facebook, ognuno dal proprio ufficio, per manifestare tutto il loro disappunto. «Questa nave – sottolinea il primo – contravvenendo a tutte le regole e leggi, ha caricato 224 clandestini su gommoni partiti dalla Libia in acque libiche. La Guardia costiera italiana ha scritto ‘non muovetevi, ci pensano le autorità libiche’; la Guardia costiera libica ha scritto ‘non muovetevi, ci pensiamo noi’. Ma questi disgraziati, anche mettendo a rischio la vita dei migranti su quei gommoni, non hanno ascoltato le autorità libiche e italiane e sono forzosamente intervenuti per caricare il prezioso quantitativo di carne umana a bordo». Bene, aggiunge, «questo carico di esseri umani ve lo portate in Olanda, fate il giro un po’ largo. Le navi di queste pseudo-ong non toccheranno più il suolo italiano». Nel pomeriggio la comunicazione ufficiale: la Lifeline non è registrata in Olanda. E Toninelli attacca: «è una nave apolide, ‘fantasma’, che non può navigare in acque internazionali»; dunque, «nonostante sia in mare libico, ci assumiamo noi la responsabilità di portare i migranti sulle navi della nostra Guardia costiera, la porteremo in Italia dove dovrà fermarsi perchè la sequestreremo». Ma sulla destinazione dei 224 rischia di ripetersi il caso Aquarius e tra i due ministri emergono differenze. «Il mio obiettivo – spiega Salvini – è mettere in salvo quelle 200 persone, possibilmente non Italia, ma per esempio a Malta». E l’equipaggio sarà «arrestato» con l’accusa di «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». I due ministri provano poi a smontare la «retorica» delle ong «buone» e dell’Italia «cattiva». La presenza di queste navi a meno di 30 miglia dalle coste libiche, osserva Toninelli, «sta incoraggiando le partenze dei barconi della morte e, non avendo caratteristiche tecniche per supportare salvataggi di massa, stanno mettendo a rischio la vita dei richiedenti asilo e degli stessi equipaggi». E mentre la minaccia del sequestro pende anche per un’altra nave umanitaria, la Seefuchs della ong Sea Eye, le imbarcazioni di altre 2 organizzazioni, l’Aquarius, ripartita da Valencia e la Open Arms, giungeranno nel giro di un paio di giorni nel Canale di Sicilia. Altre grane in arrivo.

Sembra un secolo ma sono passati solo una decina di giorni dall’assolata domenica di giugno in cui il ministro dell’Interno leghista ha blindato i porti italiani e la nave di una Ong, con 629 profughi a bordo, si è trovata a vagare nel Mediterraneo quasi senza scorte. Finché, il giorno appresso, il nuovo premier spagnolo Sanchez non si offrirà di accoglierla. De Magistris e Accorinti, sindaci di città di mare, hanno provato a sfidare Salvini in nome dei valori umanitari su cui si fonda la legge del mare. Anche il loro collega di Livorno, Nogarin, proverà a farlo ma in pochi minuti ritratta: «Nel momento in cui mi sono reso conto che oggettivamente questo poteva creare dei problemi al governo mi è sembrato corretto rimuovere il post». Salvini esulta, dice che «il primo obiettivo è stato raggiunto». E su twitter i due hastag, #chiudiamoiporti e #portiaperti si fronteggiano. La blindatura dei porti sembra piacere alla maggioranza degli italiani, una ricerca a caldo di Swg, ci spiega che il consenso viene, oltre che dagli elettori leghisti, dal 75% di chi ha votato M5S e da un quarto degli elettori Pd.

Due sfumature di razzismo e tre di ansia

Sapevamo già che il 32% della popolazione italiana è d’accordo sul fatto che l’Italia debba rispedire le imbarcazioni dei migranti nel Mediterraneo, anche se questo implica il rischio di morti. E la metà di “noi” è d’accordo sul fatto che i cittadini saranno costretti a proteggere di persona le coste e i confini qualora la crisi migratoria continuasse, e soltanto il 23% si dichiara in disaccordo. E’ la stessa gente che ritiene che le Ong non considerino l’impatto sul paese dei salvataggi di migranti. Ma che paese siamo diventati?

Il contesto è quello definito in tutta Europa da dieci anni di crisi economica ininterrotta e dall’irruzione sulla scena degli attentati terroristici. Un’insicurezza dirottata con sapienza sull’emergenza immigrazione: secondo i dati dell’Osservatorio di Pavia, nei mesi prima elezioni è cresciuta dell’8% la copertura giornalistica sugli sbarchi producendo una sorta di “effetto slavina”, secondo gli studiosi, che ha persuaso il governo uscente ad abbandonare il progetto di legge sullo ius soli perché, nei sondaggi, era precipitato dall’80% del 2014 al 57% di consensi alla fine del 2017.

Non sono razzista ma…” è un incipit in voga nel discorso pubblico. Bene, gli italiani – secondo la ricerca – sono proprio cosi: non-sono-razzisti-ma. “Ma” significa che sono spaventati, disorientati, resi ansiosi da «un uso sofisticato della tecnologia digitale e una narrativa semplificata che dipinge l’immigrazione come un’invasione.

«Tecnicamente si tratta della parte italiana di una ricerca di segmentazione finanziata da una fondazione con sede a Belfast, The social change initiative, nell’ambito di More in common, un “incubatore” di comunicazione per la promozione dei diritti sociali. Da un po’ circola nei tavoli degli addetti ai lavori ma ora è tempo di portarla fuori», spiega una coordinatrice per Ipsos delle rilevazioni in Italia dove sono stati individuati, appunto, sette segmenti sociali: due sono aperti e solidali (Italiani Cosmopoliti, 12% e Cattolici Umanitari, 16%), altri due incarnano valori di chiusura, i razzisti in senso stretto (li hanno chiamati, Nazionalisti Ostili, 7% e Difensori della Cultura, 17%), i tre restanti rappresentano il 48% del campione e vanno a comporre quella che Ferrari definisce «la maggioranza ansiosa»: il 19% sono stati definiti Moderati Impegnati (19%), poi ci sono i Trascurati (17%), infine i Preoccupati per la Sicurezza (12%). «Si tratta di settori sociali demograficamente diversi ma accomunati da uno stato d’ansia generato da diversi fattori». Il segmento più ampio è quello dei Moderati Disimpegnati, quelli che non si schierano, che restano neutrali, pur non mostrando atteggiamenti ostili verso i migranti, anzi sono preoccupati dall’escalation razzista, «sanno che l’immigrazione c’è sempre stata e ci sarà sempre». Un atteggiamento più radicato nella fascia tra i 18 e i 30 anni, istruiti ma precari, «sono i giovani, bloccati sull’oggi, le generazioni “no future” – continua Ferrari – perché mai dovrebbero preoccuparsi del futuro degli immigrati se loro stessi non posso comprare né casa, né trovare un lavoro decente? Sono i figli dei Trascurati, il segmento più anziano, molti di loro sono donne e vivono nel Nord Est. «Sono i “lasciati indietro”, persone che avevano un tenore di vita decente – precisa la ricercatrice che coordina il team di Ipsos per la “social opinion research” – divenuti pessimisti dopo che la crisi s’è mangiata, assieme ai risparmi, ogni aspettativa». Per gente così l’immigrazione è un «peso, una spesa per la previdenza sociale, costano troppo». In sintesi, non porterebbero nulla di buono e non ce li possiamo permettere anche perché ci farebbero concorrenza nell’accesso al welfare e nella ricerca di lavoro. Da qui scaturisce il loro “prima gli italiani”. I Preoccupati per la Sicurezza, uomini e donne di mezz’età, pensionati o persone con istruzione bassa, sono coloro che, più di tutti, ritengono che accogliere sia troppo pericoloso, «sono quelli che tendono ad essere facile preda delle narrazioni molto semplificate, che si fanno raccontare storie noir da certa televisione». Questi tre segmenti, però, non sono «graniticamente razzisti ma sono persone che si trovano a dover fare i conti con i propri problemi personali e con i propri limiti». Anzi, tra i Moderati Disimpegnati, i ricercatori hanno colto «dei tratti di «solidarietà fra pari, dicono “siamo noi stessi migranti, abbiamo dovuto cambiare città, dovremo farlo ancora”» quando hanno interpellato giovani che hanno avuto esperienze di lavoro all’estero. «E’ lì il segno di una potenziale evoluzione, il punto di contatto. E’ il segmento più promettente se solo non fosse paralizzato sull’oggi».

La maggioranza paurosa

La maggioranza ansiosa si annida nella classe media impoverita, dsgregata dal combinato disposto crisi-globalizzazione. E’ popolata di genitori di giovani disoccupati, di nonni che utilizzano la pensione per far studiare i nipoti, per pagare le bollette ai figli, percepisce chiunque come un competitor ed è bersaglio di un’iconografia molto distorcente. 9 su 10 hanno una dieta mediatica soprattutto televisiva, 4 ore al giorno di media di fronte al piccolo schermo. Di fronte a una «narrazione semplificata la contronarrazione cade nel vuoto perché non parla alla pancia, perché in Italia c’è un terzo di analfabeti funzionali che ha perso l’uso della lingua.

La specificità italiana è proprio la segmentazione, una polarizzazione ancora non definita. Là dove c’è un’immigrazione più radicata storicamente, sono più forti sia i segmenti ispirati al cosmopolitismo sia quelli più identitari, con connotazioni esplicitamente anti-islamiche come in Francia. In Italia non è così, forse non ancora. La crisi, più che razzismo, produce opposizione agli immigrati, gli italiani sono molto provinciali, appunto “non sono razzzista ma devi adattarti alle nostre regole”. L’immigrato ideale è quello silenzioso e grato per le opportunità concesse. Non c’è xenofobia, c’è paura del diverso, si fatica a comprendere il diverso perché non c’è mai stata davvero un’immigrazione massiccia come quella dei turchi in Germania o dei maghrebini in Francia. In Italia la migrazione è ultradiversificata. In questo momento gli immigrati sono un capro espiatorio artificiale, generato dalla narrazione politica, pensa anche ai pasticci del Pd con la Libia!. Un’altra ricerca di Ipsos, dal 2014, si occupa dei rischi della percezione: nessuno come gli italiani ritiene di essere invaso dagli stranieri. A fronte di un’incidenza del 7% di immigrati viene percepita una presenza del 30%. E’ il frutto avvelenato di una rappresentazione che simula l’invasione, di una paura generata dal modo con cui si racconta: Si fa leva sulle paure per presunte ingiustizie e sulla realtà di un’immigrazione non governata, come nel caso del blocco dei transitanti, della loro concentrazione.

L’ambivalenza delle radici cristiane
E poi c’è l’ambivalenza della matrice cattolica sugli atteggiamenti degli italiani. Da una parte, infatti, ci sono i Cattolici umanitari, in assoluto il gruppo più ottimista», più socievoli degli stessi Italiani Cosmopoliti perfino verso i musulmani, anche sulla scia del ruolo di Bergoglio, convinti di avere delle responsabilità verso il prossimo. Dall’altra, il richiamo alle radici cristiane d’Europa fomenta gli atteggiamenti dei Nazionalisti Ostili e, soprattutto, dei Difensori della Cultura, convinti che, per colpa degli immigrati l’identità italiana stia scomparendo. Il retroterra cattolico è uno dei temi di pretesto del ripiegamento difensivo dei segmenti oppositori.

E’ importante, leggendo questi dati, tenere a mente che «la ripresa non è atterrata nella percezione degli italiani, vent’anni di globalizzazione e dieci anni di crisi hanno stordito il paese. La crisi ha falciato la parte centrale della piramide. Se esiste un italiano medio è caratterizzato dalla sensazione di incertezza e dalla rottura del patto fiduciario con le istituzioni in un paese con livelli bassi di istruzione (14% soltanto di laureati) e un’età media sempre più alta. Questa maggioranza incerta viene attivata proprio su questa incertezza per il futuro e l’immigrato è il capro espiatorio perfetto. Perché nessuno nasce razzista. E’ che in questo momento la paura è il catalizzatore più facile. L’egemonia di chi governa si nutre di paura.

La guerra alle Ong
Dunque la paura è un sostitutivo del welfare? «Certo – conferma a Left, Guglielmo Micucci, direttore generale di Amref Italia – la conseguenza sulla vita delle persone è la guerra fra poveri, la soluzione consiste nel fare rete, rete di salvataggio, resistere alla spinta violenta, a tutti gli effetti di destra e oggi al potere: i nostri progetti, in Italia e in Africa, sono sempre più coinvolgenti. Una richiesta che arriva dai donatori ma che ha degli effetti moltiplicatori. Il no profit, in Italia, è ancora molto frammentato e, come abbiamo visto nella vicenda dei cosiddetti “taxi del mare” (la formula con cui l’attuale vicepremier Di Maio, nell’aprile 2017, ha inaugurato la guerra alle Ong, ndr)». Quell’attacco ha condizionato molto i donatori riducendo i margini di manovra per i progetti e le Ong non riuscirono a fare fronte comune. «Il tema di una risposta collettiva delle Ong è sul tavolo – continua Micucci – ma non è facile mettere insieme orientamenti diversi, soggetti che adotterebbero uno stile più “aggressivo” o soggetti che temono di esporsi per timore di rappresaglie». Per questo Amref si batte per mobilitare la società civile e disinnescare la mina antiuomo delle narrazioni tossiche: «E’ evidente che serva una contronarrazione, una sorta di fact checking puntuale. Ogni volta proviamo a replicare alle fake news sui medesimi canali ma la potenza di fuoco comunicativa non è la stessa, anche perché noi abbiamo uno stile diverso, non insultiamo».

«Le migrazioni sono tutti i giorni in prima pagina, quasi sempre come un problema di mero ordine pubblico, di sicurezza, e nei continui tentativi di criminalizzare le Ong – dice ancora il direttore di Amref – tutto ciò influisce sulle attitudini e i comportamenti dei singoli, aumentando le paure e i pregiudizi nell’opinione pubblica, di fronte alla complessità delle dinamiche legate alle disuguaglianze e alla crisi economica. Non a caso la ricerca di cui discutiamo ha dimostrato che solo il 18% degli italiani intervistati considera l’immigrazione una possibilità positiva, una ricchezza.

Noi vogliamo invertire questa tendenza, assumendoci la responsabilità di narrare le migrazioni, moltiplicando le voci e l’impatto delle esperienze dirette, delle “storie”, dei dati che possono rivelare il vero volto della migrazione e anche le opportunità che essa rappresenta. Servono cioè nuove narrazioni che rivelino come il tema della migrazione sia fortemente collegato alla possibilità di costruzione di comunità più forti, unite e resistenti alle crescenti minacce di divisione sociale, anche attraverso il contributo di persone di origine straniera allo sviluppo del Paese e dei territori di accoglienza. Questo dibattito (promosso col Comune di MIlano a ridosso della giornata del rifugiato, ndr) si inserisce in questo quadro. Vorremmo fosse un ulteriore passo verso una narrazione meno tossica e più corretta, per affrontare in modo costruttivo ed efficace un tema che riguarda i diritti, le vite delle persone, di chi migra e di chi accoglie, dei cittadini tutti, a prescindere dal loro status giuridico».

sabato 23 giugno 2018

Mettere fine alle guerre per fermare i rifugiati

L’Europa sta affrontando la più importante crisi di rifugiati fin dalla II Guerra mondiale. Tutti i tentativi di risolvere il problema sono falliti perché hanno ignorato le cause alla radice del problema.

L’11 giugno, il nuovo Ministro degli Interni italiano, Matteo Salvini, ha bloccato la nave di soccorso, Aquarius, che trasportava 629 rifugiati e migranti economici (coloro che emigrano per motivi economici) e le ha impedito di attraccare nei porti italiani.

lunedì 18 giugno 2018

Che affoghino tutti..??? noi stiamo già affogando..

Sondaggi d’opinione (ma basta ascoltare in strada) registrano approvazione di massa per porti chiusi alle navi cariche di migranti. Percentuali arie vengono fornite ma la dimensione è quella di circa il 70 per cento di favorevoli. Porti chiusi piace. E non solo all’elettorato leghista dove porti chiusi è plebiscito. Porti chiusi sfonda tra l’elettorato M5S, porti chiusi conquista un terzo dell’elettorato di sinistra.

venerdì 15 giugno 2018

Perchè dovremmo aprire i porti?

La parola porto deriva, attraverso il latino, dal greco poreytòs, in cui riconosciamo la stessa radice che troviamo in pòros, che significa passaggio: il porto quindi non è mai una destinazione, ma un luogo – o magari un momento – di passaggio, da un luogo a un altro, da una condizione a un’altra. Dovrebbero ricordare questa semplice definizione sia il ministro che in questi giorni ha dichiarato che i porti italiani saranno chiusi, sia i sindaci di grandi città sul mare che, magari solo per fare polemica contro il partito di quel ministro o forse perché ci credono davvero, hanno detto che vorrebbero aprire i porti delle loro città. Ma dovrebbero ricordare questa definizione anche le autorità francesi che hanno creato a Calais, un porto così importante per la storia di quel paese, un grande campo, chiamato significativamente The Jungle, che – nonostante sia ufficialmente chiuso – è ancora una destinazione per troppe persone.
Quel ministro ha certamente l’autorità per “chiudere” un luogo fisico, una banchina dove dovrebbe attraccare una nave, come io ho il permesso di dire che questa decisione è sbagliata, tragicamente sbagliata, perché è immorale il divieto di attracco e quindi di sbarco di una nave dove si trovano 629 persone, tra cui bambini, donne in gravidanza, persone malate. Non credo che un sindaco abbia il potere di aprire quel luogo che il ministro ha chiuso, ma il tema non è il luogo fisico e chi ne abbia le chiavi.
Un ministro non può impedire un passaggio da una condizione a un’altra. L’uomo – o la donna – che decide di lasciare il proprio paese perché in quel luogo non ci sono più le condizioni politiche, economiche, sociali, per vivere, non è più un cittadino sottoposto alle leggi del suo paese, ma un esule, che quelle regole non può più – o non vuole più – rispettare, e che quindi deve essere sottoposto a nuovi doveri, ovviamente in cambio di nuovi diritti. L’uomo – o la donna – dal momento che è partito diventa qualcun altro, qualcuno a cui noi dobbiamo garantire precisi diritti, come ci insegnano già gli antichi. E hanno ancora più diritti quelli che nel linguaggio burocratico chiamiamo “minori non accompagnati”, ma che poi sono bambine e bambini, le cui famiglie hanno una sola possibilità e devono scegliere: uno solo può fare quel viaggio, per uno solo ci sono i soldi, e viene scelto il più debole, quello che soffrirà di più, ma anche quello che potrà vivere di più. Anche qui c’è un passaggio, quel bambino – o quella bambina – diventa un orfano.
Naturalmente non tutti quelli che partono hanno questi diritti, alcuni non li hanno mai avuti – se non il diritto di essere salvati in caso di imminente pericolo – perché il loro obiettivo è lasciare un paese, dove magari stanno davvero male anche loro, ma per commettere dei reati, e con l’intento di non rispettare le leggi del paese in cui vogliono arrivare. Compito di un ministro sarebbe quello di organizzare un sistema di controlli rapido, efficiente e sicuro, attraverso cui separare il grano dal loglio. A parte che fare una cosa del genere è difficile, e richiederebbe tempo – tempo che immagino il ministro non abbia, visto che è sempre in giro a fare dichiarazioni – fare questo sarebbe controproducente per quel ministro, dal momento che il suo partito per ottenere voti ha bisogno che arrivino stranieri in maniera irregolare. Ma soprattutto quelli che votano per quel ministro hanno bisogno di stranieri senza diritti, altrimenti non saprebbero chi far lavorare nei loro campi o nelle loro fabbriche con paghe da fame o non saprebbero a chi affittare in nero le loro case. E allora qui assistiamo a un altro passaggio, quell’uomo – o quella donna – da esule che era, diventa uno sfruttato; e si tratta di un passaggio su cui il ministro e i suoi elettori chiudono volentieri un occhio.
Quando il ministro urlerà ancora che i nostri porti sono chiusi, noi dovremo rispondergli che ci sono cose che non può fare, ci sono passaggi su cui non può intervenire e che non può chiudere.
Ma il porto deve essere un luogo e un momento di passaggio non solo per quegli uomini e quelle donne che stanno arrivando, ma anche per noi, che apparentemente rimaniamo fermi qui. Abbiamo bisogno di riconoscerci come uomini e donne che passano attraverso dei porti: è il passaggio che facciamo, o che dovremmo fare, da spettatori inermi ad attori, da consumatori a cittadini, da schegge di una comunità chiusa ed egoista a gocce in una fratellanza solidale sempre più ampia. Dei porti si può avere paura, perché è più facile stare nella sicurezza delle proprie case, nelle certezze che ci siamo costruiti, mentre ogni passaggio ha in sé un rischio. Lo sanno bene quelle donne e quegli uomini che accettano ogni giorno per sé e per i propri figli un pericolo che paralizzerebbe tanti di noi. Per questo dobbiamo andare loro incontro, dobbiamo capirli, dobbiamo riconoscerli come fratelli: quei porti li dobbiamo aprire a loro, ma anche a noi.

giovedì 14 giugno 2018

Caporalato in Sicilia: gli immigrati schiavi

Lavoravano per 3 euro all’ora nelle campagne di Marsala e di Mazara del Vallo, ricevevano pane duro a pranzo e a cena, venivano sfruttati anche per 12 ore al giorno

. E’ quanto sono stati costretti a subire diversi lavoratori immigrati, clandestini e regolari, reclutati da due agricoltori di Marsala (Trapani), padre e figlio, rispettivamente di 68 e 35 anni, arrestati oggi dalla Polizia di Trapani.

I due sono finiti ai domiciliari su ordine del GIP di Marsala con l’accusa di sfruttamento della manodopera aggravato e in concorso. Il Giudice ha disposto anche il sequestro preventivo di due vigneti e di un vasto oliveto, di proprietà degli arrestati, dove venivano fatti lavorare gli immigrati.

Le indagini della Squadra Mobile, coordinate dalla Procura della Repubblica di Marsala, sono durate sei mesi e hanno accertato che i due “caporali” sfruttavano gli immigrati facendoli lavorare non solo nelle loro aziende, ma anche mettendoli a disposizione di altri agricoltori di Mazara del Vallo e di Marsala. Quasi ogni mattina andavano a prelevarli con le loro macchine e li portavano nei campi per fare la vendemmia, la raccolta delle olive, della frutta e della verdura.

Sono state le intercettazioni e le telecamere installate dagli investigatori a inchiodare i due responsabili. Padre e figlio svolgevano rapide ‘contrattazioni’ con gli immigrati sulla paga oraria, sulle ore di lavoro e sul cibo e decidevano quale lavoratore impiegare: chi “faceva troppe storie” sul compenso o sul cibo veniva subito “scartato”.

Dalle indagini della Polizia di Stato è emerso che gli arrestati sfruttavano la manodopera almeno da tre anni, facendo fare turni di lavoro massacranti che iniziavano alle 5 del mattino.

Tre euro era la paga oraria massima oltre alla “mangiarìa“, cioè il panino che i due “caporali” davano ai lavoratori come pasto della giornata, non sempre previsto se la paga era un pò più alta. Spesso, però, il pane era duro e scarso; per questo motivo, alcuni degli immigrati sfruttati si lamentavano, chiedendo almeno del pane più morbido e più abbondante.

I terreni sequestrati dalla Polizia saranno confiscati dallo Stato, perché utilizzati per compiere il reato di sfruttamento della manodopera.

Loro si facevano chiamare “padrone“, e agli immigrati ridotti praticamente in schiavitù avevano assegnato i nomi dei giorni della settimana, come il “Venerdì” di “Robinson Crusoe”, il romanzo del ‘700 di Daniel Defoe. Dalle indagini è emerso che i lavoratori si rivolgevano ai due uomini chiamandoli “padrone” e, questi, a loro volta li chiamavano con i nomi della settimana: “giovedì” era il nome assegnato ad uno degli uomini sfruttati.

Gli immigrati venivano prelevati da un capannone nelle campagne di Marsala, dove vivevano in pessime condizioni igienico sanitarie, o erano reclutati direttamente nei centri di accoglienza per migranti.

martedì 12 giugno 2018

Ci siamo noi su quella nave

Il 2 luglio 1816, al largo delle coste dell’attuale Mauritania, affondò la fregata francese Méduse; il responsabile di quel disastro fu il comandante Hughes Duroy de Chaumareys che, oltre a non navigare da oltre venticinque anni, non conosceva quelle acque; a causa della sua impreparazione e dei suoi errori la nave si incagliò sul fondale sabbioso e si squarciò. Duecentocinquanta persone si salvarono grazie alle scialuppe, ma i centocinquanta uomini della ciurma furono imbarcati su una zattera di fortuna, lunga 20 metri e larga 7. In un primo momento il capitano decise di trascinare la zattera, ma, visto che era troppo pesante, le cima che la legavano alle scialuppe furono lasciate andare e quegli uomini furono abbandonati al loro destino. Venti morirono già la prima notte. In quei tragici giorni gli uomini sulla zattera diedero il peggio di sé: gli ammutinamenti furono frequenti e causarono sempre dei morti, le risse erano continue, i tentativi di accaparrarsi le magre derrate che erano riusciti a portare con loro finirono per distruggere quel poco di cui avrebbero potuto nutrirsi, il nono giorno ci furono i primi casi di cannibalismo sui cadaveri e dopo qualche giorno i “sani” decisero che i “malati” sarebbero dovuti morire per permettere a loro di salvarsi. Il 17 luglio, quando quasi tutti erano ormai morti di fame o si erano gettati in mare per la disperazione, i superstiti vennero salvati dal battello Argus. Cinque morirono la notte seguente. Solo quindici uomini si salvarono e tornarono in Francia.
Meno di due anni dopo il giovane pittore Théodore Géricault dipinse un grande olio su tela intitolato La zattera della Medusa. Quell’opera, che oggi possiamo vedere al Louvre, è considerata il capolavoro di Géricault e segna l’inizio del romanticismo nella pittura francese. Il pittore avrebbe potuto scegliere tanti momenti, anche intensamente drammatici: il momento in cui le cime vennero gettate in acqua, i primi combattimenti sulla zattera, la decisione di gettare quelli che non ce l’avrebbero fatta e le cui carni non potevano essere mangiate. Oppure il momento del salvataggio. Descrive invece il momento in cui i pochi rimasti vedono in fondo all’orizzonte gli alberi di una nave. Nei diari di quelli che torneranno si racconta che quell’immagine lontana a un certo punto scomparve e quindi l’illusione che si era diffusa poco prima, svanì in maniera drammatica. Cosa dipinge Géricault? Il momento in cui gli uomini credono che la nave si stia avvicinando e in cui le loro mani sventolano dei luridi stracci come segnalazione? o quello successivo, in cui la vedono allontanarsi e quel movimento delle braccia è ormai inutile? Non lo sappiamo e ciascuno di noi può leggere in un modo diverso quell’immagine. Con angoscia o con speranza.
Mentre scrivo 629 persone sono ferme in una barca in mezzo al Mediterraneo, quella nave non corre il rischio di affondare come la zattera dipinta da Géricault, nessuno è ancora morto, anche se ogni ora le condizioni si fanno sempre più precarie, anche perché tra quei 629 tanti sono bambini, molte sono le donne che tra poco partoriranno, moltissimi sono deboli, stremati da un viaggio che è cominciato chissà dove e chissà quando. Non ci sarà un pittore che trasformerà in un capolavoro il dramma dell’Aquarius. Ma adesso sappiamo che quelle donne e quegli uomini sono lì e che ogni movimento può scatenare la loro gioia come ogni fermata può abbatterli e prostrarli. Quella nave deve raggiungere un porto. Chi usa quelle 629 persone per la propria battaglia, quand’anche fosse legittima, quand’anche fosse fondata – e in questo momento stanno sbagliando sia il governo italiano sia quelli degli altri paesi che negano la possibilità di attracco – è colpevole quanto chi ha sfruttato quelle donne e quegli uomini organizzando il viaggio che li ha portati fino a lì.
L’ho scritto altre volte, la questione non è decidere chi adesso aprirà per primo i propri porti, o lo farà domani, o dopodomani, perché domani ci sarà un’altra nave e dopodomani un’altra ancora. La questione è decidere un diverso modello di sviluppo. Adesso, sia come sia, quella zattera deve arrivare a terra. Ma una volta che quelle persone sono sbarcate non possiamo dimenticare i loro volti, dobbiamo fissarli come fissiamo il viso dolente dell’uomo nel quadro di Géricault, l’unico che non guarda la nave in lontananza e invece guarda noi, e quel suo sguardo ci dice che noi siamo con loro su quella zattera, ci dice che non possiamo illuderci di essere in salvo. E non sappiamo se quella nave là in fondo si sta avvicinando o sta sparendo per sempre.

lunedì 11 giugno 2018

punti di vista

Gli uomini sono quelli che non pensano mai e non attendono mai almeno 48 ore prima di scolpire sulla pietra le loro scemenze, ma sopratutto le informazioni le deformano a seconda di quello che fa più comodo.
La Spagna deve fare un “ mea culpa” ricordate la frontiera arginata di Ceuta e Melilla, “le due cittadine spagnole in terra marocchina, sono due fortezze di fatto inespugnabili”, come sottolinea anche Frontex. “Circondate da tre reti alte una decina di metri, da fossati e protette con violenza dalle guardie di frontiera, sono diventate l’emblema della chiusura, qui 11 migranti rimasero uccisi dal fuoco delle guardie di frontiera mentre provavano a scavalcare le reti. Allora nessuno insorse, mi pare, anzi dimenticato totalmente. Ora la Spagna: medaglia di buona dell'anno,,,bene, domani la Germania, poi la Francia, il Belgio, l'Olanda... Europa unità? Forse è giunto il momento.
Ma non è di questo che voglio scrivere, bensì delle risposte e giuste spiegazioni a riguardo della Acquarius, molto educate di Conte e di Di Maio agli attacchi di chi da a prescindere usa il termine “razzisti, leggete senza partito preso, fate finta che non siano 5 stelle, come faccio io.
Non sono razzista, non lo sono non perchè buona, men che mai perchè legata ad interessi, entrambi i casi sono sinonimo di razzismo ...e già: qui casca l'asino: penso sempre al numero enorme di minori non accompagnati che spariscono, al lavoro nero (di nome e di fatto), alle ragazzine e ragazzini buttati sulla strade per la goduria di italiani, alle mafie , alle fonderie, al caporalato..E' un meccanismo perverso di interessi sporchi, di buonismo fasullo, ma grande interesse nei confronti del proprio portafoglio, di sfruttamento...Nessuno è contento di sapere persone lasciate al destino perverso dei loro governi corrotti, delle loro mafie in combutta con le nostre, a nessuno piace di sapere di minori, o future mamme, almeno io ci penso, ci penso perchè considero schifoso non il fatto di lasciarli in attesa di terra promessa, ma di tutta la porcheria che ci sta dietro...ma attenzione: lo sfruttamento lercio va anche fermato, sono convinta che su 100 “cuor d'oro” 5 lo sono veramente, gli altri sarebbero da inferno, se mai Lucifero non inorridirebbe pure lui...
Gli interessi sono tanti troppi, Salvini non è stato un “boia” ha solo messo in evidenza le responsabilità di tutti nei confronti di questa gente: buoni e cattivi insieme, non si può consentire ad alcuni paesi europei di fare la cernita: questo è per bene questo no...(lo fa la Germania, lo fa la Francia).. La nave non è abbandonata a se stessa,,,è seguita, uno degli orgogli italiani è proprio la disponibilità, ma non essere presi per imbecilli dal resto dell' Europa e men che mai da alcuni Governi africani la cui corruzione non ha limiti.
Lampedusa è un' isola, ha accolto, ora l'hot spot è chiuso, Milo (Trapani), tunisini l'hanno mezzo distrutto, si stava ristrutturando il centro, Prefettura fermato i lavori, il centro funziona a metà...Pozzallo..non riesce più ad ospitarne...
L'Italia non è un paese che non vuole accogliere, non può più, non può offrire: garanzia, sicurezza, dignità...non la può offrire a nessuno nemmeno agli italiani, grazie alla politica stupida del passato.
Comunque le persone a bordo dell'Acquarius sono seguite...non abbandonate, ci sono due motovedette italiane ed è monitorata affinchè il soccorso non manchi, questo è ovvio..poi si può credere a qualunque stupidaggine venga detta o scritta, ma gli italiani sono sempre signori...sopratutto se alzano la testa!
Il cuore non è di marmo, proprio questo spinge ad azioni che possono sembrare dure...ma si deve porre un freno al commercio di persone a cominciare proprio dai loro capi di governo...che nulla hanno da invidiare ai peggiori delinquenti...
Chiesto parere a Richmund... Richmund: italiani molti sono furbi, altri fessi, giusto così, azione di forza, ma buona... Ovvero ogni giorno la tratta di donne, uomini, bambini viene alimentata da interessi,,,poniamo un freno a questo...razzisti chi appoggiano questo mercato continuando a sollecitarlo, aiutarlo...smetterla forse indicherebbe la strada da seguire: lo sfruttamento africano con legami più o meno europei è finito..
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Mio papà un giorno disse almeno 10 anni fa : puntare le armi e far capire che qui non si attracca, non è il Paese degli imbecilli, come tutti pensano. sarebbe un segno che i giochi con le persone non si fanno...anche per il resto dell'Europa sarebbe un monito..ma siamo in mano ad una sinistra di stupidi.. poi li rifilano a noi che ci barcameniano e pretendendo da noi tolleranza, da noi...ma la politica si fa il suo. Così parlò papà.
Non dimentichiamo quelli che approdano sulle coste incontrollati...
Ong....battete una bandiera...portateli lì...troppo comodo, signori miei continuare a stringere accordi sulla pelle di disgraziati fra Stati africani ed interessi internazionali.
Certo se ci fossero stati cani e gatti sarebbero stati lasciati sulle coste..ognuno alla ricerca di un topo, un osso, una ciotola d'acqua, forse un buon padrone, ma l'uomo c'è..e quanti cani o gatti sarebbero finiti tra pellicce di cappucci o nei ristoranti? Chissà..
Quante donne finiscono a battere sui marciapiedi o peggio? Quanti ragazzini finiscono tra le grinfie di pedofili? Quanti a spacciare, quanti a lavorare per fame nei negozi dei cinesi? O a nero nei ristoranti italiani
Quanti avranno una vita dignitosa? Quanti?
Altra domanda: queste navi,,,così “disinteressate” quanti ne possono accogliere a bordo e quanti ne prendono ? Già? Pensate a questo?
La cooperazione ci vuole, sopratutto ci vuole la coscienza di capire che sono merce...Chi è più razzista? Chi pensa che pur sapendo che sono merce continua a dire a me che sono razzista?
Vogliamo correggere gli sbagli? Bene non accordiamoci più con i governi di buona parte dell' Africa, sappiamo che molti di loro si disperderanno finiranno in balia di gentaglia...L' Africa? Dialogare con loro...cosa impossibile, corrotti al massimo, responsabili della loro gente. Il Passato è passato...sono Paesi ancora ricchi, ma troppi interessi girano attorno a loro...i ricchi come sempre gestiscono le vite, le decisioni, la politica...ma l'Italia ancora ha gente nelle tende...non importa... non importa...alla fine stanno meglio dei disgraziati vittime dei loro Governi a cui si dà denaro, armi e macchine di lusso...in cambio di diamanti...petrolio e minerali pregiati e prenderci la loro gente per rinforzare la malavita, interessi personali,,,,insomma girala come vuoi: il denaro...sulla bontà? Già scritto 5 vs100...intanto comunque sia le persone sono seguite, l'Italia è sempre un paese serio rispetto al resto...in attesa che la Spagna e tutta la burocrazia vada avanti viveri ed assistenza non mancano...l'italia c'è sempre mancano gli altri..

Riccarda Balla

domenica 3 giugno 2018

#Migranti, la dottrina Salvini fa i primi morti

“Per i clandestini è finita la pacchia”. Così ha detto il neo ministro di polizia Matteo Salvini. Cioè la condizione di chi dorme nelle stazioni o in case fatiscenti, raccoglie i pomodori per i caporali, viene sfruttato e depredato in tutti i modi dalla parte peggiore e malavitosa degli italiani, sarebbe un godimento.

La dottrina Salvini, ha fatto scorrere il primo sangue ieri sera in Calabria, il sangue di Soumaila Sacko, migrante maliano di 29 anni sempre in prima fila nelle lotte dell’Unione Sindacale di Base per i diritti sindacali e sociali dei braccianti. Soumaila è stato ucciso da una delle fucilate sparate da sconosciuti da una sessantina di metri di distanza. Un tiro al bersaglio – diversi i colpi esplosi –  contro “lo straniero”, il nero cattivo da rispedire nel paese d’origine. Il triste seguito delle parole pronunciate dal nuovo ministro di polizia.

Soumaila è stato colpito alla testa ieri sera intorno alle 20,30 nei pressi di una fabbrica abbandonata lungo la Statale 18, in contrada Calimera di San Calogero, vicino Rosarno, al confine tra la provincia di Vibo quella di Reggio Calabria, mentre cercava lamiere per la sua baracca.

Soccorso dal 118 e trasportato prima all’ospedale di Polistena e poi nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Reggio Calabria, Soumaila non ce l’ha fatta, mentre è andata meglio a due connazionali che erano con lui, uno colpito a una gamba e l’altro illeso.

Tutti e tre vivevano nell’area della tendopoli di San Ferdinando in cui soggiornano i braccianti impegnati nei campi nella piana di Gioia Tauro.

Nella zona sono oltre 4000 i braccianti tutti migranti durante la stagione di raccolta, distribuiti in vari insediamenti e utilizzati come manodopera nella raccolta degli agrumi a basso costo dai produttori di arance, clementine e kiwi. La maggior parte si concentra a San Ferdinando dove permangono gravi carenze igienico sanitarie a livello abitativo.

Due nuove tragedie oggi dei migranti nel Mediterraneo dalla Turchia alle coste della Tunisia. Nove #persone , tra cui sei bambini sono annegati in un tragico naufragio nel Mar #Egeo davanti alle coste turche.

Qui non è in discussione la politica verso i migranti, qui è in discussione l’umanità. Se uno afferma che i clandestini vivono nella pacchia, naturalmente per farli odiare dai tanti italiani che nella pacchia non vivono, è un mascalzone che sa di esserlo. Quella di clandestino, tra tutte le condizioni dei migranti è la più terribile. Per lo stato il clandestino non esiste, è una persona che non dovrebbe esserci e quindi non ha diritti sociali. Viceversa per lo sfruttatore, alla fine della catena sempre italiano, il clandestino è lo schiavo perfetto, perché dipende da lui per continuare a vivere. Prendersela con i clandestini, non con la clandestinità sia chiaro, è come perseguitare gli schiavi invece che combattere la schiavitù. 

Il disprezzo per i poveri, anzi il dileggio e il rancore verso di loro, che vivrebbero nella pacchia mentre gli altri sgobbano, è la quintessenza del razzismo sociale di oggi. La frase di Salvini è infame e disumana, indegna per una persona civile, scandalosa per un politico, terribile per un ministro di polizia.

Oggi il miinistro Salvini si reca in Sicilia e non ha speso una sola parola sulla  lotta contro la mafia, VERo problema che blocca lo sviluppo dell'isola.
Giusto per far vedere chi comanda.

Salvini è diventato ministro della Repubblica solo perché prima di lui i governi dell’austerità hanno distrutto quella solidarietà umana che lui ora si vanta di non possedere.

venerdì 1 settembre 2017

Ecco Le “nuove” politiche UE sui migranti: lager in Niger e Ciad, soldi alle mafie

Non però attraverso politiche di cancellazione del debito o di aiuto allo sviluppo, ma in bieco stile neo-coloniale: sembra questa la strategia e la logica di cui parla Gentiloni quando a “soluzione europea” affianca “presenza di militari sul campo”.

domenica 27 agosto 2017

C'è davvero posto per tutti??

La questione migranti è di difficile soluzione. Le persone “normali”, quelle che la politica dovrebbe rappresentare e difendere – il vero popolo, hanno paura. Non è razzismo, componente di un certo peso, non è solo la grettezza di difendere la propria misera "ricchezza", senza volerlo condividere con chi non ha niente, anche se questo atteggiamento è legittimo e comprensibile figlio di un lungo periodo di grave crisi. Gli italiani – e gli europei – che vedono arrivare tante persone, giorno dopo giorno, si pongono una domanda: e dove li mettiamo? c’è posto?

Non serve essere esperti di geopolitica, basta avere in casa un mappamondo, per capire che questa domanda, nella sua disarmante semplicità, non è affatto stupida, come troppe volte qualcuno a sinistra, con molta supponenza, ha detto e pensato. L’Africa è enorme, in quel paese vive più di un miliardo di persone: e dove li mettiamo? qui non c’è più posto. Quando l’Italia – e l’Europa – hanno affrontato i propri flussi migratori interni, questa domanda non aveva la stessa drammatica evidenza: il nostro Mezzogiorno era grande, ma le regioni del nord lo erano altrettanto. Quando il mondo ha affrontato, nel secolo scorso e alla fine di quello ancora precedente, un’imponente ondata migratoria, c’erano le Americhe, in cui c’era posto per tutti, erano terre da riempire.
Ma adesso è cambiato tutto. Qui non c’è più posto: è drammaticamente vero e da qui dobbiamo partire. Perché altrimenti hanno facile gioco quelli che sventolano le bandiere delle loro piccole patrie e dicono che bisogna sparare a tutti quelli che sono diversi da noi, fossero anche quelli del condominio di fronte. Oppure finiscono per prevalere quelli che, pur facendosi scudo dei loro buoni propositi e di tanta ipocrita compassione, dicono che sono in grado di fermare le migrazioni. E noi ci sentiamo rassicurati da queste promesse. Se non sappiamo rispondere alla domanda e dove li mettiamo?, alla fine vinceranno quelli che dicono che bisogna aiutarli a casa loro, quelli che pagano i dittatori di turno affinché lascino affondare i barconi, tengano gli “indesiderati” nelle loro prigioni, ammazzino il maggior numero possibile di disperati, lontano dalle telecamere per non impressionare le persone che guardano la televisione.
Però non basta denunciare l’ipocrisia di chi in pubblico dice che i migranti sono troppi e, indossando un’altra giacca, li sfrutta, li usa per raccogliere i pomodori e le arance, li stipa nelle canoniche vuote per prendersi 35 euro al giorno, li fa diventare numeri per creare cooperative che gestiscono l’accoglienza. E poi le puttane nere sono anche più belle e costano meno delle italiane. Le persone magari possono darci ragione su questo, ma poi chiedono: e dove li mettiamo? Questa domanda non è più eludibile.
Il problema è che affrontiamo sempre la questione dal lato sbagliato, partendo dal dato che non c’è più posto. Invece dobbiamo cominciare a dire che il posto c’è, c’è posto in Africa, c’è posto in Asia, c’è ancora posto nelle Americhe. In quei paesi ci sarebbe posto anche per noi, siamo noi e i nostri figli che dovremmo migrare in quei paesi, perché qui davvero non c’è più posto. Però, e qui sta il nodo, noi abbiamo sistematicamente distrutto quei luoghi – e li distruggiamo ogni giorno – li abbiamo resi inospitali, li abbiamo desertificati, li abbiamo privati di ogni risorsa naturale, li abbiamo sistematicamente distrutti.
Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant; hanno fatto un deserto e lo chiamano pace. E’ la frase che Tacito fa dire al generale calèdone Calgaco per incitare i suoi soldati a combattere contro i romani. Il capitalismo ha creato il deserto in Africa e, pur avendo il pudore di non chiamarlo pace, lo definisce sviluppo. Perché anche noi del popolo in qualche modo godiamo di questo sviluppo e del fatto che miliardi di persone nel mondo sono sfruttate e che le loro terre vengono distrutte. Se tutti noi possiamo andare in giro con le nostre auto, telefonarci di continuo con i nostri smartphone, indossare le nostre magliette all’ultima moda, lo dobbiamo anche al fatto che da qualche parte del mondo un’enorme diga produce a basso costo l’energia elettrica che serve alle nostre industrie, dopo aver distrutto migliaia e migliaia di chilometri di terreno coltivabile, che da una miniera in qualche altra parte del mondo vengono estratti metalli, inquinando le falde e rendendo inutilizzabili i campi intorno, che in un’altra parte ancora c’è una grande fabbrica che getta nei fiumi inquinanti chimici, rende irrespirabile l’aria per gli uomini e gli animali, che i nostri rifiuti vengono scaricati in terre molto lontane da dove vengono prodotti. Pensate se qualcuno venisse in Italia e facesse quello che noi facciamo in Africa: noi saremmo costretti a scappare, perché nessuno vuole vivere dove non c’è acqua, dove la terra è piena di veleni, nessuno vuole vivere in una discarica. Noi in quelle terre abbiamo creato il deserto, abbiamo fatto in modo che non ci fosse più posto.
Di fronte a un fenomeno drammatico come queste migrazioni, anche quando siamo consapevoli del dramma che vivono quei popoli, non possiamo dire loro: venite qui che c’è posto. E’ una menzogna e se ne accorgono loro per primi quando arrivano qui e rimangono confinati nelle brutte e sporche periferie delle nostre città, ai margini di una società che già espelle i più poveri. Possiamo stringerci un pò, occupare un po’ meno posto, stare un po’ più scomodi, ma c’è un limite fisico a questa accoglienza caritatevole, anche quando è animata dalle migliori intenzioni. E comunque questa forma di accoglienza è destinata a creare conflitto, ad acuire differenze che innegabilmente ci sono. Occorre invece spiegargli che qui non c’è più posto e che anzi siamo noi che dovremmo andare ad abitare in quelle terre, farle di nuovo vivere, coltivarle, renderle abitabili come erano un tempo.
Ma bisogna che prima di tutto noi diventiamo consapevoli che siamo arrivati al limite, che questo modello di sviluppo, che ci sembra così desiderabile, sta distruggendo la nostra terra e alla lunga ucciderà noi e i nostri figli. Bisogna che capiamo noi per primi – in modo da spiegarlo anche a loro – che un sistema in cui l'1% hanno la stragrande maggioranza delle ricchezze – in gran parte rubate a loro – e moltissimi hanno sempre di meno non è giusto e che insieme, noi e loro, dobbiamo abbatterlo.

sabato 19 agosto 2017

Migranti: alcuni spunti di riflessione per non cadere in trappola

Si va diffondendo, soprattutto nel mondo dei social, il tentativo di motivare, con un approccio “marxista” le ragioni che portano a limitare, se non contrastare l’accoglienza dei migranti, a combattere le Ong che effettuano soccorso in mare, come “serve del capitale”, ad indurre a credere, giungendo nei casi peggiori a vere e proprie teorie complottistiche, che l’immigrazione “selvaggia” sia un progetto preciso del capitale per ridurre i diritti dei lavoratori autoctoni, in cui la sinistra “radical chic” sempre intenta a fare aperitivi nei salotti della borghesia, è caduta o magari è consapevole complice in nome di concetti liberali come quelli dei diritti umani, della libera circolazione delle persone. Alcuni almeno ammettono candidamente che se non cominciamo ad accettare la rabbia che ha il popolo verso i migranti perdiamo qualsiasi legame con la classe (ergo diventiamo dei Salvini rossi?) altri invece utilizzano consapevolmente la stessa disinformazione borghese per affermare, sempre con la suddetta bandiera rossa in pugno, le stesse cose che dicono i giornali come il Corriere della Sera o La Repubblica. Proviamo ad offrire spunti di riflessione a partire da un assunto. Ormai stanno convincendo gran parte del paese che è in atto una guerra fra poveri (peccato che i “poveri migranti” non si possano difendere dai “poveri autoctoni” e quindi quantomeno manchi uno dei contendenti), in realtà a nostro avviso quella che è in atto è una “guerra contro i poveri”. E c’è da dire prima di partire che se nella trappola ci si è caduti in molti lo si deve anche ad un antirazzismo etico, di benpensanti, che non si confronta con la realtà e le sue contraddizioni e che con il proprio giudizio morale non fa che rafforzare un “razzismo popolare” certamente presente. Proviamo ad utilizzare alcune parole chiave su cui si fondano simili discorsi, per destrutturarli alla radice. 

Esercito industriale di riserva

Si tratta di un vero e proprio tormentone: la domanda è esiste e serve un esercito industriale di riserva? Marx usava correttamente questo termine quando la rivoluzione industriale era in piena ascesa e non esistevano ancora contratti nazionali collettivi, sindacalismo diffuso. Tempi insomma in cui a fronte di una ampia richiesta di competenze lavorative di bassa qualifica, il padrone poteva scegliere il lavoratore che costava di meno e che non creava problemi. Oggi l’Europa e in particolare l’Italia sono in una situazione radicalmente diversa. Il paese ha ridotto in pochi anni del 25% le proprie produzioni in base ad una logica di concorrenza globale, molti impianti produttivi, anche in attivo vengono delocalizzati. Non siamo concorrenti ci dicono per la troppa rigidità del mercato del lavoro. Ce lo dicono da 30 anni, abbiamo i salari fra i più bassi d’Europa, decine di forme contrattuali diverse, sempre a vantaggio di chi trae profitto e dovremmo diventare ancora più concorrenziali avendo meno diritti? Ma soprattutto in tutto questo cosa c’entrano i migranti che sbarcano? Sono persone che per almeno due anni non avranno neanche la possibilità di essere inseriti nel ciclo produttivo, in attesa dell’esito delle domande d’asilo, che dovranno imparare lingua e lavoro. Questo a fronte del fatto che, in assenza di qualsiasi progetto di ripresa reale, dall’Italia dall’inizio della Crisi (2008) fino al 2016 hanno lasciato ufficialmente il paese 509 mila italiani, molti altri sono all’estero anche se mantengono la residenza in Italia. Lo hanno fatto perché i migranti rubavano loro il lavoro o perché di lavoro almeno pagato decentemente ce ne è poco? Un ritorno al passato, a quando l’emigrazione italiana era veramente una invasione e in Germania come in Belgio i sindacati reagirono pretendendo parità di salario a parità di lavoro. Quello che oggi in Germania (dove non vige il socialismo) si pretende per Turchi e Siriani. E comunque 509 mila, è un numero inferiore a quello dei migranti giunti nello stesso periodo in Italia e che vi sono rimasti, E mentre anche molti cittadini migranti presenti da tanti anni o scelgono un altro paese o tornano al proprio, in tanti si cade nella trappola per cui sono i nuovi arrivati a toglierci lavoro, casa, servizi. E se invece tornassimo a pretenderli per tutti? Altro che prima gli italiani. E a pretendere l’abrogazione del Regolamento Dublino che obbliga chi arriva a restare nel primo paese di arrivo, minacciando, in caso di risposta negativa, di fornire chi arriva di titoli di viaggio e di permessi umanitari per poter circolare in Europa? Sarebbe una disobbedienza concreta ai trattati, meno ipocrita e criminale della scelta di pagare altri, Libia o Turchia, per fermare le persone, per fare il lavoro sporco di aguzzini legalizzati.

Perché abbandonano il proprio paese?

Anche questa fa parte del repertorio: “se sono sotto dittatura si debbono ribellare in patria se sono migranti economici debbono migliorare e condizioni della loro classe nel loro paese, se sono in guerra debbono combattere”. Visto e sentito sintetizzando, in ambienti di “sinistra” se non “comunisti all’ennesima potenza”. Eh la storia che non insegna verrebbe da dire. Pensiamo a noi. Gli antifascisti furono costretti in gran parte alla fuga per riorganizzarsi, chi non ce la faceva per ragioni economiche se ne andò prima in ogni paese del mondo, poi dal sud verso nord, dove c’era bisogno di manodopera non di riserva. E come la diaspora durante il fascismo, l’emigrazione al nord furono motori trainanti, prima della resistenza e poi delle conquiste sociali degli anni Sessanta e Settanta. Certo ci furono problemi ma vennero affrontati in un’ottica di classe e non di “nazione”. Da ultimo dei 35 conflitti ufficialmente in atto nel mondo e delle centinaia di situazioni di tensione beneficia l’industria bellica che in Italia è estremamente fiorente e fa salire il Pil. Si è disponibili a combattere per un taglio drastico delle spese militari, per una riconversione delle industrie alla Finmeccanica e per l’interruzione delle relazioni diplomatiche ed economiche con paesi come l’Arabia Saudita, la Turchia, la Nigeria, la Libia che sono fra i nostri migliori clienti? Se non si è disposti a questo e la si considera questione di secondo ordine se ne accettino le conseguenze, anzi finora sin troppo blande. Da ultimo – i numeri sono importanti – dei 62 milioni di uomini e donne in fuga da varie parti del pianeta, gran parte cerca di restare nei pressi del proprio paese, in quelli confinanti, nella speranza di un ritorno. In Europa, nella ricchissima Europa, ne arriva si e no il 6%.

La globalizzazione liberista fa circolare liberamente merci, capitali e persone

Fra le balle in circolazione questa è una delle peggiori. Mentre capitali e merci circolano, da tanti anni ormai, indisturbati, per le persone la vicenda va esattamente al contrario. I paesi a capitalismo avanzato oggi sono pieni di muri e di ostacoli alla circolazione delle persone: il muro in Messico è una costante della storia americana, sia che governino i democratici che i repubblicani, l’Europa odierna è un sistema micidiale di gabbie verso l’esterno e mura interne per impedire la circolazione all’interno della stessa UE. Muri reali e muri fatti di repressione poliziesca. Basti pensare che la Francia ha rimandato in Italia lo scorso anno quasi 29 mila persone e che l’Italia continua imperterrita a fare rimpatri verso i paesi con cui ha stretto accordi, paesi in cui il tasso di democrazia è quantomeno opinabile. Entrare in Europa legalmente oggi è impossibile, come è impossibile in Australia. L’Italia, come la Grecia, è un paese esposto al sud, inevitabilmente è il paese in cui passare ma non quello in cui fermarsi. Peccato che chi governa l’Europa e non mi sembra che si tratti di filantropi caritatevoli, buonisti radical chic, o rivoluzionari duri e puri, neghi loro la libera circolazione mediante il regolamento Dublino e la stretta dei controlli nell’Area Schengen. Il tutto per numeri risibili: lo 0,2 % della popolazione italiana o lo 0,02 % di quella europea, arrotondando. Io chiamerei questo proibizionismo, altro che libera circolazione. Un proibizionismo che ha prodotto in meno di 20 anni oltre 40 mila morti in mare e chissà quanti nei deserti. Una guerra silenziosa il cui bilancio dovrebbe convincere anche i più sicuri dell’oscuro complotto capitalista. Se non bastasse, certamente per depistarci, i fondi spesi per “difendere i confini” e per le agenzie di contrasto all’immigrazione come FRONTEX, non sono calcolati per definire il deficit di qualsiasi stato membro. Ovvero più reprimete e meno pagate.

Per colpa dei migranti ci sono meno servizi agli italiani

Invece di dire “per colpa delle politiche economiche di austerity si taglia tutto” è meglio prendersela con chi ottiene briciole di accoglienza. Evidentemente i marxisti che fanno queste affermazioni sono convinti di trovarsi davanti ad una crisi di scarsità di risorse. Peccato sia esattamente il contrario. La crisi è di sovrapproduzione ma con bassi salari e alta disoccupazione nonché prospettive incerte di futuro, lo Stato avrebbe due modi per risolvere i problemi. Il primo prevede una vera progressività fiscale, una patrimoniale per le grandi ricchezze, una tassazione della rendita finanziaria e immobiliare degna di questo nome e una riduzione dell’orario e del tempo di lavoro e adeguamento dei salari ai costi della vita. Dovremmo pretendere questo. Invece i governi di centro destra e di centro sinistra, da decenni risolvono smantellando settori interi del welfare. Questo in un paese che invecchia produrrà sempre più danni, già oggi 12 milioni di persone rinunciano spesso a curarsi, centinaia di migliaia sono in emergenza abitativa, le condizioni generali di vita peggiorano. Magari si controllerà il debito pubblico e tante banche verranno salvate ma è colpa dell’arrivo degli immigrati o della nostra complessiva scarsa capacità conflittuale? “I soldi ci sono” non è uno slogan ma una realtà inoppugnabile. Che si dica questo invece di accettare che il disagio popolare ricada su chi sta peggio. E di servizi ne avremo sempre più bisogno dato il calo demografico della popolazione italiana che diviene sempre più anziana. Una situazione peggiore c’è solo in Germania e non a caso i tedeschi, non certo in nome del socialismo, ha negli anni passati aperto le porte ad oltre un milione di richiedenti asilo, soprattutto siriani, sospendendo il regolamento Dublino. L’isolamento autarchico in cui qualcuno ci vorrebbe far tornare in nome della sovranità nazionale, avrebbe come primo effetto quello di accentuare la fine tanto delle capacità produttive che di costruzione di conflitto sociale, nel paese. Sempre sui social, mi è capitato di provare stupore di trovare chi, citando Marx, afferma che il nemico di classe non è solo il padrone ma anche il sottoproletariato disposto a svendersi. Ovviamente si guarda al “sottoproletariato migrante”, che per antico retaggio colonialista, non può mai avere propria coscienza politica. Peccato che molti fra i pochi conflitti nel mondo del lavoro che si sono innescati in questi anni (logistica, agricoltura per esempio) abbiano avuto migranti come protagonisti mentre una condizione sociale che potremmo definire simile al sottoproletariato di marxiana memoria è oggi in gran parte autoctono. Sono altri nemici di classe? O forse Marx  avrebbe poco gradito tale rigidità di analisi?

Accoglienza e Ong, un unico grande business

Questa affermazione, che per altro porta a confondere due problematiche diverse, parte però da due assunti reali. L’accoglienza, gestita in Italia sempre come “emergenza” fin dai primi anni 90 è sempre stata un lucroso affare. Accanto a splendidi e piccoli esempi di cooperative reali si sono imposti sistemi paramafiosi (anche se per la Procura di Roma è errato parlare di mafia) in cui però un ruolo centrale è determinato dal sistema legislativo e dagli organismi dello Stato che sono preposti a gestire tale situazione. I fondi per l’accoglienza ci sono, arrivano in parte sostenuta, dall’Europa, ma non esiste un ruolo reale di controllo. Ministero dell’Interno e Prefetture definiscono bandi in cui chi fa l’offerta più vantaggiosa e ha le strutture adeguate, si prende gli ospiti, dall’albergo al mega centro per migliaia di persone. Entrate enormi per i grandi enti gestori che non subiscono mai reali ispezioni, salari da fame per i tanti operatori che ci lavorano. In alcuni paesini questa è l’unica opportunità di lavoro offerta. Se l’accoglienza fosse gestita totalmente dal pubblico e i richiedenti asilo potessero essere distribuiti in tutti gli 8000 Comuni italiani e non, come avviene adesso in soli 2300, non si avrebbe neanche la percezione di invasione. Ma sarebbero centri più piccoli che garantirebbero profitti più bassi. Invece sulle Ong che guadagnano salvando persone parte delle credenze che circolano, anche nei nostri ambienti, vengono da lontano. Un tempo in Italia esistevano tante Ong (Organizzazioni NON governative) ma che, nonostante il loro nome, vivevano grazie a elargizioni del governo o dei singoli ministeri. Oggi non è più così infatti le finte Ong italiane hanno chiuso da tempo o hanno trovato donatori privati. Quelle che intervengono a salvare i profughi lo fanno grazie ai tanti donatori, i loro bilanci sono pubblici, pur non essendo italiane, si trovano nei loro siti. Anzi più è alto il numero dei donatori più se ne vantano. Gli equipaggi vengono pagati gli altri sono volontari. Qualcuno obbietta con l’affermazione “si ma sono figli della borghesia che così aiutano il disegno del capitale”. Molti provengono anche da famiglie abbienti perché solo chi ha una serenità economica può dedicare qualche mese l’anno a fare il volontario in mare. Una colpa? Equipariamo il servizio nelle Ong a servizio civile e facciamo si che anche i giovani meno privilegiati possano fare simili esperienze. Magari poi diventano i vettori di una informazione reale che i nostri mezzi di comunicazione ci negano.

Cittadinanza e ius soli

Anche in questo caso, se si deve accettare l’onestà intellettuale di certi discorsi pubblici (non sempre è possibile), vengono i brividi. “Si tratta di leggi inutili e di diritti superflui”. Peccato che lo si dica godendone appieno. Eppure è logico pensare che se soltanto la restrittiva legge sullo ius soli, (frutto di un compromesso al ribasso) venisse approvata e se per i cittadini lungo residenti fosse assicurato il diritto di voto, almeno alle elezioni amministrative, molte cose potrebbero cambiare. Ci voterebbero? Non è detto, almeno che non si sia chiari fino in fondo, ma avrebbero finalmente un potere contrattuale anche politico, romperebbero la barriera per cui io decido chi amministra anche le altrui vite, costringerebbe i governi a fare i conti e a negoziare anche per garantire parità salariale ed evitare che in futuro sorga la concorrenza fra lavoratori tanto temuta. Sarebbe un piccolo passo di civiltà, altro che questione non prioritaria. O si ha paura di doversi confrontare con chi, almeno sulla carta, avrebbe uno strumento in più per affermarsi? Chiaro che si tratta di diritti più formali che sostanziali, ma perché tanto bisogno di farli restare privilegi? E comunque che questi discorsi si facciano ai tanti ragazzi e ragazze che vogliono costruirsi qui un futuro e che spesso lottano con noi.

lunedì 15 maggio 2017

DEMOCRISTIANI E NDRAGHETA LUCRANO SULLA PELLE DEI DISPERATI

Dopo tanto sparlare delle associazioni che soccorrono i migranti in mare, adesso possiamo vedere in faccia altre associazioni che e ne occupano a terra. Con guadagni veri, non certo immaginari.

sabato 6 maggio 2017

CIAO BARIS YAZGI


Voleva raggiungere il Belgio per iscriversi a una scuola di musica e imparare a suonare alla perfezione il suo violino. Ma i sogni di Baris Yazgi, 22enne curdo anni originario di Siirt, città nell'omonima provincia turca, sono naufragati in fondo al mare Egeo. Il cadavere del giovane è stato trovato nelle acque che bagnano l'isola di Lesbo, abbracciato all'amato strumento, dopo che l'imbarcazione su cui viaggiava è affondata. La tragica storia del giovane musicista che è stata raccontata dai giornali turchi, è arrivata anche sui siti occidentali e ha commosso il web.

mercoledì 26 aprile 2017

Ong taxi controproducenti per i migranti: alimentano razzismo e odio

Le Ong  spesso fanno quello che i governi non fanno. La loro azione è spesso utile, umanitaria, a fin di bene. Ma non sempre. Nel Canale di Sicilia ad esempio, andando incontro ai migranti fin quasi a dar loro appuntamento appena hanno lasciato la costa libica, fanno danno all’Italia su cui indiscriminatamente sbarcano come se la società italiana potesse accogliere, integrare, reggere senza limiti quantitativi. Sono controproducenti, purtroppo non è un paradosso, anche ai migranti. Aiutando, facilitando, organizzando la raccolta in mare e scaricandoli in Italia più che si può, le Ong preparano un pessimo futuro agli stessi migranti.

giovedì 13 aprile 2017

NO a leggi assassine che criminalizzano profughi

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” Così recitava l'Art. 1 della Carta Diritti Fondamentali dell’Uomo del 1948. Con L’approvazione del Decreto Minniti – Orlando, che accompagna il Decreto sulla sicurezza urbana dello stesso governo Gentiloni tali parole ora sono straccio.

giovedì 23 febbraio 2017

L'odio come chiave di legittimazione politica

La demonizzazione dell’”altro”, del diverso, vero cancro dell’era moderna. Stiamo parlando del tema centrale che ha caratterizzato il consueto Rapporto Annuale 2016-2017 di Amnesty International che la storica organizzazione in difesa dei diritti umani presenta appunto ogni anno per fare il punto della situazione in ogni angolo del pianeta e che ieri è stato reso pubblico a Roma presso presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana.

sabato 18 febbraio 2017

Il muro di Ceuta e quello dell’Europa

Il muro Sbandierato da Trump è stato già pensato e praticato dall'Ue a Ceuta. Questa città, sotto legislazione spagnola ma rivendicata dal Marocco da oltre 70 anni, che ha visto ieri la dimostrazione e l'affermazione di un principio sacrosanto. Cioè la libertà di "migrare" e di farlo senza essere uccisi e torturati come avviene quotidianamente nell'indifferenza.