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mercoledì 29 agosto 2018

Solo la cultura ferma le mafie

Non è retorico affermare che la cultura veicola una forza che può accomunare generazioni, etnie, gruppi sociali, ideali politici diversi per raggiungere un unico grande obiettivo, quello di sconfiggere definitivamente i sistemi mafiosi che ancora oggi arrecano incalcolabili danni alla vita civile ed economica del nostro Paese.

venerdì 13 luglio 2018

L'antimafia è un grosso business

In un mondo sempre più mercantilistico, anche nobili ideali come l'antimafia possono essere sfruttati e merceficati per creare ingenti profitti.

Il Procuratore Nicola Gratteri ha utilizzato parole tanto chiare e vere: ” Le associazioni antimafia stanno diventando un business e bisogna smetterla di erogare contribuiti in maniera così consistente, così come bisogna smetterla di far intervenire gli studenti ad incontri molto spesso inutili sulla legalità e sulla criminalità organizzata. Si potrebbero organizzare di pomeriggio in orari extrascolastici e non di mattina quando i ragazzi devono fare lezione. Basta insomma con l’antimafia di parola e di maniera”.

Una antimafia di parola che fa proclami, che riempie le piazze ma che concretamente si alimenta grazie ad un business milionario.

Sono circa 2000 le associazioni antimafia iscritte nei registri delle regioni e dei comuni.

Fondare una associazione antimafia è semplice: si utilizza il nome di un eroe antimafia per attirare l’attenzione, ci si costituisce in associazione onlus ambito regionale.

Associazioni che non vivono esclusivamente dei contributi dei propri iscritti, ma hanno la possibilità di accedere al 5 per mille. Grazie a progetti nelle scuole come ad acquisizioni di e si stila  uno statuto per poi iscriversi all’albo regionale delle organizzazioni di volontariato.  Anche per le fondazioni l’iter è semplice e  possono richiedere il riconoscimento alla prefettura operando a livello nazionale o in bandi nazionali o locali oppure tramite finanziamenti, si arriva a far circolare svariati milioni di euro nelle varie associazioni e comitati, inoltre la trasparenza non è di casa con bilanci spesso introvabili

Non solo finanziamenti, esiste infatti un modo lecito e semplice per ingrassare le casse delle associazioni antimafia, costituirsi parte civile nei vari procedimenti istruiti in tutte le procure italiane.

Alcune associazioni hanno sedi in tutta Italia proprio per potersi costituire nei vari processi sparsi da nord a sud..

In uno dei processi più importanti degli ultimi anni, Mafia Capitale,  le richieste delle associazioni per costituirsi parte civile sono state 64: 41 bocciate e 23 accolte.

L’associazione antimafia più nota “Libera” fondata da don Luigi Ciotti nel 1995, già fondatore del Gruppo Abele, nell’anno 2014 ha ottenuto un risarcimento di 500 mila euro nel processo “Meta” , proventi reimpiegati per l’assistenza legale dei familiari vittime di mafia o per i testimoni di giustizia.

Libera è iscritta dal 2002 nel registro nazionale delle Associazioni di promozione sociale, gode di una rete di oltre 1500 associazioni locali, comitati  e gruppi, 20 coordinamenti regionali, 82 provinciali e 278 presidi locali.

Una associazione presente su tutto il territorio nazionale che ha quindi la possibilità di costituirsi parte civile nei vari procedimenti penali istruiti per reati di mafia, da Nord a Sud. Solo nel 2016 Libera si è costituita parte civile in 23 procedimenti con annessi i vari stralci.

Al processo “Infinito” la Federazione Antiracket Italia è riuscita ad ottenere un risarcimento di 50 mila euro ed è molto attiva nei vari tribunali informandosi sui possibili procedimenti nei quali potrebbe costituirsi parte civile.

Non importa se l’imputato possa o meno risarcire perché in caso di inadempienza ed incapacità patrimoniale, interviene lo Stato pagando le associazioni attingendo al fondo vittime di mafia.

Altro business sono i beni confiscati nel quale campo Libera gode di una sorta di “monopolio”  grazie alle numerose associazioni satelliti che le gravitano intorno. Arriva a gestire circa 10 milioni di euro in beni confiscati.

Con un tale giro d’affari è inevitabile che la mafia si interessi all’antimafia e quanto dichiarato dal pentito  della ‘ndrangheta Luigi Bonaventura non fa altro che metterci il carico da novanta: “La ‘ndrangheta studia a tavolino la possibilità di avvicinare associazioni antimafia per continuare i propri affari”.

Non sono pochi i casi nei quali soggetti facenti parte di associazioni antimafia siano incappati nelle maglie della giustizia per una mala gestione dei beni a loro assegnati o per fondi spariti.

L’antimafia si fa business e così facendo, si rischia di snaturare il vero senso civico dell’antimafia, parrebbe che l’unico scopo sia cercare di ottenere la fetta più grossa disponibile sul mercato, così l’antimafia è diventata un mestiere.

domenica 1 luglio 2018

Mafia e slot machine, binomio fortunato

Le slot machine rappresentano la classica gallina dalle uova d’oro per le mafie, infatti i proventi illeciti ricavati dal gioco d’azzardo, servono ai clan per finanziare i latitanti come per mantenere le famiglie degli affiliati rinchiusi in carcere al 41 bis.

Non esiste inchiesta contro le mafie che non includa il capitolo giochi d’azzardo con organizzazioni operanti su tutto il territorio nazionale.

Fra i primi a comprendere la potenzialità derivante dai giochi illeciti è Paolo di Lauro detto Ciruzzo o Milionario che già nel 2002, iniziò questo business emergente rivelatosi poi una vera e propria manna.

Oggi il giro d’affari illecito con le slot machine è secondo solo al traffico di droga e spesso i capimafia preferiscono spostare i loro affari proprio sul gioco d’azzardo essendo più redditizio e meno rischioso.

È il caso di Rocco Fermia boss arrivato in Emilia Romagna in soggiorno obbligato capace di controllare tutta la filiera del gioco dai produttori di macchine alla distribuzione, arrivando a piazzare più di 2500 slot machine truccate in tutta Italia.

Sono apparecchi del tutto simili a quelli legali ma non collegate alla rete informatica della Sogei,
 la società del Ministero dell’Economia che controlla ogni giocata.

Le mafie si buttano a capofitto dove c’è la possibilità di guadagni facili e , come è noto, gli italiani sono un popolo di giocatori e di scommettitori.

Tale mercato sempre di più crescente è passato dai 96 miliardi di euro del 2016 ai 101 miliardi del 2017, la metà di questo giro d’affari proviene dalle slot machine.

Dal 2004, anno in cui le slot vengono legalizzata, le mafie hanno creato in business utilizzando diversi canali: la gestione delle slot frutta circa 1000 euro la settimana per ogni macchina truccata, le mafie controllano le sala giochi e sono in grado di creare software clandestini grazie a programmatori prevalentemente provenienti dall’Est Europa formando una vera e propria rete a disposizione delle consorterie criminali

Tra  essi il re del poker on line Gino Tancredi che ha introdotto il poker on line in Italia con un fatturato di 18 miliardi di euro l’anno.

La mafie si affidano al gioco d’azzardo perché sanno che le slot machine illegali non sono facilmente individuabili poiché per stabilire se una macchinetta mangiasoldi è truccata o meno sono necessari controlli molto approfonditi.

Le schede clonate sono in grado di occultare il 20/30% delle giocate  reali ai Monopoli.

Sta tutta qui la difficoltà nell’arginare questo fenomeno ed il costante aumento delle slot rende impossibile un controllo capillare.

lunedì 18 giugno 2018

Un*/ cuore 'ndraghetista batte in Lombardia

Cè un potente cuore mafioso che batte forte in Lombardia (governata dalla Lega) costrutto nel corso del tempo. In principio era Cosa Nostra la mafia più presente e potente, ma nel corso degli anni, la ‘ndrangheta si è radicata soppiantando Cosa Nostra sia sul territorio che negli affari.

domenica 10 giugno 2018

Cosa Nostra e il mistero del furto della Natività

Pioveva a  dirotto quella notte del 17 ottobre del 1969. Anche il tempo  non fù clemente, permettendo ai ladri di entrare senza essere visti nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e di rubare la “Natività” di Caravaggio. Non ci volle molto: con un coltello la tela venne staccata dalla cornice.

mercoledì 23 maggio 2018

#23maggio Capaci: tra misteri e depistaggi.

Ore 17.56 e 48 secondi del 23 maggio 1992 sul territorio di Isola delle Femmine, presso l’uscita autostradale di Capaci,  avviene il grande botto, l’attentatuni come l’ha definito Antonino Gioè parlando con Gioacchino La Barbera.

Una strage volutamente scenografica che ha spezzato la vita al giudice Giovanni Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

400 kg di tritolo, un’esplosione registrata persino dal sismografo su Monte Cammarata; una strage che ha lasciato ancora oggi numerosi interrogativi mai del tutto approfonditi forse perché, come sempre accade in questo paese, meglio occultare che portare alla luce, meglio zittire che parlare.

La decisione dell’eliminazione di Falcone avviene nel dicembre 1992 subito dopo la sentenza della Cassazione che conferma le condanne del maxiprocesso. In un primo momento, la cupola decide di eliminare il giudice a Roma, il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza infatti, ha riferito che alcuni uomini d’onore avevano pedinato Falcone a Roma notando che spesso si recava a cena senza scorta, circostanza confermata anche da Vito Ciancimino che abitava a Roma in quel periodo che spesso incrociava il giudice.

Tutto pronto: lo squadrone di morte composto da Matteo Messina Denaro, Spatuzza, Vincenzo Sinacori e Giuseppe Graviano giunge a Roma per portare a termine il piano omicida.

D’improvviso  contrordine, Riina: “Falcone deve morire in Sicilia.”

Cosa nostra sa bene che Falcone è preda facile negli spazi aperti e si mette al lavoro per preparare la strage posizionando la polvere T4 proveniente dalla Jugoslavia mista a esplosivo rinvenuto in bombe inesplose della seconda guerra.mondiale  recuperare dal fondo marino.

C’è sempre stata discordanza riguardo all’esplosivo utilizzato poiché, l’FBI che ha collaborato nelle indagini di Capaci, ha rilevato la presenza di Pentrite su un pezzo di cemento rinvenuto in loco, mentre la Procura di Caltanissetta non ne ha mai rilevato l’esistenza.

Il 18 maggio, giorno del 53esimo compleanno del giudice Falcone, è tutto pronto. Esplosivo e uomini posizionati sulla collinetta, quando transita un corteo di auto sulle quali viaggiano sia Falcone che Borsellino. In quel caso se l’avessero fatto allora, li avrebbero eliminati entrambi ma nessuno premette il pulsante.

Era Falcone l’obiettivo di Cosa Nostra, a Borsellino avrebbero pensato in un secondo momento. Eliminare Falcone rappresentava una doppia utilità per i mafiosi: liberarsi del nemico numero uno ed inviare un chiaro messaggio a Giulio Andreotti che di li a poco sarebbe dovuto diventare il nuovo Presidente della Repubblica. Qualcosa era cambiato nei rapporti tra cosa nostra ed esponenti politici della DC e già con l’omicidio dell’eurodeputato Dc Salvo Lima avvenuto nel marzo 1992,  cosa nostra aveva mandato un chiaro messaggio all’onorevole Andreotti.

Come sapeva cosa nostra che quel sabato Falcone sarebbe rientrato in Sicilia?

Secondo Francesco Onorato killer pentito, il sistema di protezione del giudice Falcone non ha funzionato per una spiata: infatti grazie al clan Madonia dominante sul territorio di Capaci, che intratteneva rapporti con frange dei servizi segreti deviati, sono stati informati della partenza del giudice il giorno 23 maggio.

È chiaro che una entità esterna abbia agevolato cosa nostra è impensabile che 4 viddani fossero in grado di elaborare ed attuare un piano simile in solitaria.

L’apporto esterno è avvalorato dalla presenza su quella collinetta di un soggetto che ha effettuato tre telefonate dirette nel Minnesota U.S.A.: alle.ore 15.17 ed alle 15.38 con conversazioni durate meno di un minuti e la terza alle 15.43 di 9 minuti.

Il numero utilizzato del cellulare inizia con 0337 probabilmente è lo stesso numero rinvenuto su un biglietto abbandonato sulla collinetta di Capaci:

“Guasto n. 2 portare assistenza settore numero due Gus, Via Selci n. 26 , Via Pacinotti 0337 8061**”.

Il Gus è la gestione unificata servizi, una società di copertura del Sisde con sede in Via in Selci a Roma ove era il covo delle spie, mentre in Via Pacinotti a Palermo si trova la sede della Telecom.

Guasto n. 2 segnala una probabile clonazione in atto, il numero rinvenuto apparterrebbe ad un funzionario del Sisde, il servizio segreti civile.

Un cellulare quindi, nelle disponibilità di cosa nostra con il quale si potevano effettuare telefonate riservate anche con gli Stati Uniti perché anche la mafia americana aveva interessi ad eliminare Falcone.

I mafiosi d’oltreoceano erano preoccupati di nuove possibili rivelazioni di Tommaso Buscetta come di Francesco Marino Mannoia.

La pista americana, fatta di commistioni di interessi tra le due sponde dell’oceano è stata indicata da Nino Gioe’ e confermate dell’FBI mentre il procuratore di Brooklyn Charles Rose, ha smentito asserendo che la mafia americana ha disapprovato quel bagno di sangue.

Lo stesso procuratore Rose però, dichiara nel 1993, di aver incontrato Falcone nell’aprile 1992 ed in quell’occasione il Giudice interrogo’ Buscetta. Dello stesso viaggio riferisce il giudice Carlo Palermo mentre il giudice Cordova sostiene di aver incrociato Falcone presso lo scalo di Vienna.

Indiscrezioni confermate dell’agenda Casio Sf-9500 di Falcone. I due periti Gioacchino Genchi e l’ing Luciano Petrini (assassinato il 9 marzo 1996) accertano che l’agenda è stata cancellata manualmente ma riescono a recuperare dei dato riguardanti il periodo fine aprile 1992 che confermerebbero il viaggio di Falcone negli States dal 28 aprile al 1 maggio con tanto di festa presso l’ambasciata italiana alle ore 19.30 del 29 aprile 1992 mentre l’altra agenda Sharp IQ-8200 non riporta nulla di tutto ciò, esiste un vuoto tra il 29 aprile ad il 4 maggio quando le due agenda riprendo a coincidere.

Il viaggio di Falcone negli Stati uniti è stato smentito dal Ministero di Grazie e Giustizia nonostante due magistrati italiani e un procuratore americano ne sostenessero l’esistenza.

A distanza di 25 anni vengono repertati dei guanti una torcia ed un tubetto di mastice rinvenuti a 63 metri dal cratere. Reperto “4A” e reperto “4B” contenenti tracce di un profilo genetico misto di una donna ed un uomo che non corrispondono a nessuno dei soggetti coinvolti nella preparazione ed esecuzione della strage di Capaci.

Queste sono solo alcune delle stranezze che riguardano Capaci una strage apparentemente di mano mafiosa con una regia esterna ancora occulta.

mercoledì 9 maggio 2018

Forse : Traditi Eccellenti

Come ogni anno inizia, ora più che mai,  in quel del nostro Paese le giornate dedicate per non dimenticare i morti innocenti per mano della mafia in combutta comunque con tanti che parteciperanno alla "messinscena"…morti perchè si erano messi di traverso al potere mafioso e non solo…Peccato però che in qualche maniera continuiamo a vedere le stesse facce o parenti prossimi  e/o quei politici che in fondo con la mafia hanno sempre stretto rapporti econtinuano ad imperversare…Peccato perchè oggi, domani, dopo domani tutti ripeteranno le frasi dette e stradette (forse si, forse no, la fantasia poi corre), questi anti-paladini, anti perchè il termine paladino ha perso la sua purezza ed in Sicilia i paladini hanno quel non so che di torbido. Tutti ricordano o quasi, rigirano le storie, fanno “comparsate”, arriveranno gli studenti, quegli stessi studenti a cui è stata distrutta la scuola per tenerli a bada, le possibilità di un futuro, tranne che non si sia dei geni o con possibilità di andarsene a studiare fuori e rimanere poi all'estero …le cui sorti sono legate ad insegnanti volenterosi, bistrattati come se fossero rei di voler insegnare cos’è la ribellione verso uno stato di cose melmoso, ipocrita e perfettamente integrato con il malaffare, la convenienza, gli affari e o la paura.
La Sicilia del degrado politico, di periferie abbandonate, sporche, simbolo di un deterioramento morale ormai senza confini,  in mano a troppi legati ad un modo di intendere molto disonesto che si tramanda da generazioni, evolvendosi comunque…già sono loro ad evolversi nella certezza sempre e comunque di avere buoni amici ed essere buoni amici, la politica..e che le giornate dei “morti” che in vita hanno dato fastidio e molto, tanto da abbandonarli, ma si sa da vivi  magari non si è sopportati, ma da morti...quante cose sdolcinate vengono dette, sono solo giornate di grande ipocrisia. 
Oggi tutto è molto tranquillo, tutto corre liscio…tutto va secondo regole e linee prestabilite. Poi va bene. fare le giornate è un piccolo contentino che viene dato ai pochi onesti innocui o a chi si riempie il petto con : io ricordo….per tirare su like. Sono stati uomini, “morti eccellenti”, traditi da tutti, meglio forse dire “Traditi Eccellenti” stare zitti ne guadagneremmo in dignità: li stiamo svendendo anche da morti…..basta guardarsi attorno,basta vedere le facce, i salti di barricata, le confessioni reali e/o finte, i tradimenti…tutto purchè quello che, questi esseri  speciali, fuori dalla melma che ha resistito e che resiste, hanno tentato di fare per giustizia e per rispetto nei confronti di uno Stato , non venga non solo ripetuto, ma nemmeno imitato..ed il monito è arrivato eccome a destinazione, tutti molto ubbidienti, senza vergogna. Si è vanificato tutto il loro lavoro, si è nascosto, insabbiato, modificato,creato anche  e vergognosamente dei sospetti, Questi siamo, Questi siete:  malafede e ipocrisia  ma si sfilerà seguendo un copione di ovvietà ormai consunto. Nel frattempo senza parlamento perchè? Beh...Bisognava far contento il "tronfio" tronfio anche quando  è andato a conferire con Mattarella, che anzichè prenderlo a calci nel sederotto, lo ha ascoltato, il tronfio che minaccia, il tronfio che piace tanto a chi "sta ancora bene" e non si danna l'anima per arrivare ormai a metà mese...già e nel frattempo l'Italia per bene muore
Riccarda Balla

Ricordiamo #PeppinoImpastato: UN GRANDE EROE ITALIANO

Quarant'anni non cancellano quella maledetta notte tra l’8 e il 9 maggio. Una tragedia immane, una delle tante di mafia, accaduta in un paesino della Sicilia affacciato sul mare: Cinisi. Ai tempi se ne parlò poco, la grande attenzione mediatica era rivolta al ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro.

martedì 8 maggio 2018

Casamonica, Spada: tra violenza e mafia liquida

Non si deve commettere l’errore di ritenere un cognome sinonimo di malavita, un cognome è un cognome e non un delitto. Ma è innegabile che Casamonica, Spada, intesi come famiglia, come clan,  irrompano nella quotidianità con violenza sconcertante.

venerdì 4 maggio 2018

Il Veneto è pulito? Manco per sogno... la mafia regna (con lA LEGA)

Invece di gingillarsi fra gli stand di Vinitaly, i politici accorsi a Verona il 15 aprile avrebbero potuto fare un salto a pochi chilometri di distanza, a Povegliano, dove era appena andato in fiamme un deposito dell’azienda di smaltimento rifiuti Sev 2.0.Un rogo probabilmente doloso, come quelli che punteggiano il Veneto “babbo”: roghi di cartiere (la Rivalta di Brentino Belluno, il 14 aprile), cinema (il Cinergia di Rovigo, l’8 dicembre), depositi di materiale industriale (la Furegon di Mestrino, il 28 marzo; la MillDue di Riese, il 4 gennaio), centri carni (Mira, nel giugno 2017), ancora depositi di rifiuti (a Fossò nel 2016; a Rossano Veneto nel marzo 2017; a Vidor il 18 agosto 2017; a San Donà di Piave, il 23 aprile; una ventina in due anni).
Che il business della monnezza sia oggetto di loschi traffici è noto da tempo, almeno a chi ricordi il caso del padovano Franco Caccaro, in società dal 2005 al 2011 con Cipriano Chianese (condannato a Napoli a 20 anni per mafia e disastro ambientale), o quello del padovano Sandro Rossato, in affari con la famiglia calabrese Alampi per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, o quello del veneziano Stefano Gavioli, ben inserito nella gestione camorristica dei rifiuti di Napoli. Di queste devianze ha fatto le spese anche il territorio, martoriato dalle discariche abusive, e dai rifiuti tossici intombati financo nel materiale edilizio usato per i piloni dei cavalcavia.

Benché negata da molta politica e da una maggioranza dei veneti cullati nell’idea di una presunta diversità morale, la penetrazione della criminalità organizzata in Veneto è assodata anche a livello parlamentare, grazie alla relazione della commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi, e alle denunce del deputato pd Alessandro Naccarato. Per raccontare il fenomeno ci sono almeno due modi. Quello più semplice (seguito da Mafia a Nordest di L. de Francesco, U. Dinello e G. Rossi, Rizzoli 2015, che parla anche del Friuli) segue la parabola cronologica che parte dal soggiorno obbligato al Nord di alcuni boss sin dagli anni ’70, e giunge alle contiguità mafiose della mala del Brenta (la sanguinaria banda di Felice Maniero, anni ’80 e ’90), fino al ritrovamento dei libri contabili del mandamento dell’Acquasanta di Palermo nel doppio fondo delle cassette del pesce che arrivava ogni settimana a Mestre al boss Vito Galatolo.

Ma è tempo di tracciare un quadro non solo giudiziario del fenomeno: è quanto fa, con documentazione e sobrietà davvero mirabili, il libro di G. Belloni e A. Vesco, Come pesci nell’acqua (Donzelli 2018). Si osserva che gruppi riconducibili al crimine organizzato mirano a inserirsi nel tessuto locale tramite l’innesto di singole attività illecite, piuttosto che non a prendere il controllo del territorio in modo diretto. A Verona la presenza di famiglie ’ndranghetiste data dal lucroso spaccio di eroina degli anni Ottanta, in tempi più recenti i clan sono giunti (memorabile il servizio di Report del 2014) ad avere un’interlocuzione diretta con la politica – sono comprovati i contatti della famiglia calabrese Giardino, condannata per estorsione truffa e usura, con un assessore della giunta di Flavio Tosi, per la cui elezione erano stati mobilitati pacchetti di voti. Tuttavia, nemmeno in area scaligera è stata avviata una coerente opera di conquista del monopolio su certe attività produttive, come invece avvenuto in zone dell’Emilia o della Lombardia.

In molti casi non si può parlare di una vera attività estorsiva o vessatoria da parte dei clan su soggetti sani: soprattutto in ragione della recente crisi economica, è stata proprio una fetta dell’imprenditoria veneta a inseguire capitali per evitare il fallimento delle aziende, anche quando ciò comportava la perdita del loro controllo reale. Quando il campano Mario Crisci, dominus della società Aspide, epicentro di un sistema di usura in vigore nel padovano degli anni 2000, dichiara in tribunale di aver trovato in Veneto una humus fertile per attività illecite, non cerca di condividere le proprie responsabilità penali (verrà poi condannato a 20 anni in quello che rimane l’unico processo veneto di stampo camorristico): Crisci si riferisce a un tessuto di evasione ed elusione fiscale, di piccola illegalità diffusa e tollerata anche a livello politico, nelle cui maglie l’incursione delle organizzazioni criminali è stata facile. Qualche pestaggio, qualche incendio, qualche nome di boss lasciato cadere ad hoc: il resto lo hanno fatto le smagliature di un mercato sempre più “sregolato” e attento al profitto di breve periodo. Lo stesso mercato che ha accompagnato, cieco e muto, Veneto Banca e la Popolare di Vicenza dentro l’abisso.

Come altro spiegare l’ascesa del calabrese Antonio de Martino capace di imporre in pochi mesi un lucroso progetto immobiliare al Lido di Venezia? O il caso di Angelo Pitarresi, che esibiva a Conegliano la propria ricchezza derivata da un lucroso traffico illegale di lavoratori immigrati che gli imprenditori locali reclutavano a prezzi stracciati senza porsi troppe domande. E le fortune del “commercialista” parmense Paolo Signifredi, condannato per associazione mafiosa nel 2016, che aveva cumulato incarichi in 69 imprese di varie province del Veneto ed era diventato esperto in fallimenti pilotati per conto della ’ndrangheta, intrattenendo stretti rapporti con il clan Grande Aracri al centro dell’inchiesta Aemilia. Questi casi sono emblematici di un elemento ormai costitutivo della penetrazione mafiosa in Veneto: il passaggio attraverso mediatori, facilitatori, notai spesso insospettabili e ben inseriti nel contesto locale, dediti al riciclaggio e alla speculazione distruttiva, ovvero all’acquisizione con soldi sporchi di imprese in difficoltà, messe poi in liquidazione per fagocitarne il patrimonio.

La retorica del far da sé, della svalutazione dello Stato in nome del privato, saldamente radicata nel Veneto guidato dalla destra, ha portato all’arretramento di istanze di controllo e direzione politica condivise. Quando la commissione Bindi conclude che in Veneto c’è “tanta omertà quanta al sud”, con la differenza che qui essa discende non già dalla paura ma da una comunanza d’interessi.

Per questo convince l’idea finale del libro di Belloni e Vesco, quella cioè di trattare, dopo tanti casi di mafia, lo scandalo del Mose di Venezia: una vicenda in cui la criminalità meridionale non c’entra, ma che ha rivelato un “sistema” del tutto omologo nei presupposti, anche se depurato dallo strumento della violenza. Nel Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico e monopolistico del più gigantesco investimento pubblico del Paese, si sono visti la concentrazione in poche mani dei poteri, l’abuso del project financing e della procedura d’urgenza senza gara, la creazione del consenso sociale (e culturale) attorno al progetto, la legittimazione (con appositi uffici) del nero e della mazzetta per oliare i controllori, la complicità degli imprenditori, l’assunzione dei figli degli amici, l’arruffianamento dei soggetti politici tradizionali, a cominciare dal presidente della Regione Giancarlo Galan.

È in questo laissez-faire di una società priva di ogni visione, che si annida il rischio più grande del Veneto futuro: non solo per ciò che si vede (l’urbanistica, i lavori pubblici, i rifiuti), ma anche – e forse soprattutto – per quanto riguarda l’invisibile, o indicibile, consapevolezza di sé.

mercoledì 2 maggio 2018

Le mafie italiane conquistano l’Est Europeo

E’ sempre più complicato monitorare i percorsi criminali delle mafie transnazionali, cioè di quelle mafie originarie di una tal nazione che mettono radici in un’altra; alle storiche mafie cinesi presenti in Italia ed a quella russa che spopola nel Regno Unito si aggiungono recentemente le mafie di altri paesi quali Bulgaria, Estonia, Lituania ed ovviamente Italia, ma la novità sono le mafie nigeriane, pakistane, e perfino vietnamite.

lunedì 30 aprile 2018

white list e sentirsi un po' fesso.

La dimostrazione che la politica è una gran presa per i fondelli, o meglio è molto selettiva e direi quasi con benevoli o malevoli occhi a seconda di cosa fa più comodo e a chi, inoltre ognuno può interpretare le leggi, le virtù, i pregi o i loro opposti come vuole:  è la nostra politica! La white list ne è un esempio, cos'è? L'impresa deve dimostrare di non avere avuto né di avere infiltrazioni e legami mafiosi, si intendono nel caso specifico sia diretti che indiretti, la cosa che più è carina è che la white list è rimasta ai tempi direi quasi della mafia “rurale” ovvero riguarda solo noli a freddo e caldo; Confezionamento, trasporto calcestruzzo e bitume; fornitura ferro lavorato; estrazione e trasporto materiali per conto terzi; smaltimento rifiuti; guardiania cantieri; insomma come se la mafia non avesse nel contempo ampliato il suo vasto giro di affari, non avesse intrapreso altri legami, non si fosse allargata ed entrata in quasi tutti i campi, incluso il politico/finanziario, imprenditoriale ad ogni ed alto livello, ecc. ecc...ecc. (diciamo che vi è sempre stata interessata a dire il vero...).
Comunque la white list pone un piccolo limite poi per tutto il resto è il paese di bengodi,  quando e come è richiesta? Bene solo se si trova in zone ad alto rischio di infiltrazioni mafiose....e qui si cade nel giudizio dei locali politici del luogo, prefetti, uomini di governo....o pubblicità negativa più o meno martellante come nel caso di Castelvetrano e non si può far finta di nulla e pare che sia uno dei pochi posti sicul-italici, l'unico! dove vige la necessità di imprese con white list, sempre per le limitate attività di cui sopra,  per partecipare ad appalti (vedi futuro scritto mio su demolizioni villette a Triscina...).
Si la White List, viene quindi richiesta non sempre e per qualunque luogo, ma solo su discrezione e solo per determinate attività imprenditoriali, lasciando così largamente spazio a tutti, il che con i tempi di fame che corrono potrebbe avere un senso, invece no, non ha molto senso semplicemente perchè è una presa in giro sopratutto se ci si gonfia il petto parlando di antimafia, di gare d'appalto che sono un terno al lotto per evitare imbrogli (hehehe) e poi perchè come è facile comprendere il potere mafioso ha quel non so che di ricattatorio, di vendicativo e di corruttibile e spesso è anche utile amico, quindi arriva e fa quel che vuole...allora o la legge esiste a 360° e vale per tutti, per tutte e attività ed i luoghi, o stralciamola perchè chi possiede la white list a conti fatti alla fine si sente pure un po' fesso.
Riccarda Balla

domenica 22 aprile 2018

Quando inizia il declino dell'Italia...

il 1992, segna la fine dell’Italia, si con Tangentopoli, il figlio aveva 5 anni..oggi ne ha 30 e fa parte di quella schiera di giovani che vedono bacucchi alle scrivanie e loro ad inventarsi l’oggi..Tangentopoli che doveva rivoluzionare l’italia corrotta, in verità mandò a gambe all’aria la DC, il PSI…ecc.  fece tremare qualche politico dell’epoca, qualche imprenditore si è ucciso più o meno colpevole, sicuramente meno di quelli di oggi, uno o più colossi italiani andarono a gambe all’aria e finirono tra braccia estere (perchè siamo dei geni!)…poi beh..Berlusconi ha imperversato sempre e comunque… Tangentopoli era mirata deduco a questo punto, ma fu l’inizio di una fine, la fine di alcuni colossi e di tante piccole/medie imprese  satellite….tutto riprese alla grande a livello corruzione: politico/imprese/appalti..cambiarono i nomi, ma sopratutto che piaccia o meno cambiarono le persone le quali erano e sono molto più ricche in  degrado culturale  rispetto alle precedenti, assente signorilità signorilità , arroganza, prosopopea e truffaldine senza pietà! ebbene si…vi sembrerà strano ma quegli imprenditori rispettavano sicuramente molto di più rispetto a  questi di oggi: i lavoratori e forse sentivano più l’idea d’Italia, imprenditori che oggi non ci sono più, per cause varie incluse quelle naturali,  operai che  avevano tra l’altro anche un potere sindacale, Tangentopoli ha rivoluzionato anche i sindacati, rendendoli ulteriormente corrotti a discapito dei lavoratori, ma oggi chi lavora più? Le imprese sono finite…l’idea di creare, deve pagare talmente tanto di orpelli che si lascia perdere o si va all’estero, “Perdere”  insomma è la parola d’ordine in Italia. Che piaccia o no il mio pensiero. prima del ’96 la classe operaia esisteva, la vita di tutto un indotto attorno alla classe media esisteva, perchè esisteva questa categoria di gente, esisteva la corruzione politica certo che si, ditemi voi dove non esista,  ma era molto più “sana” di quella che è venuta a seguire e che oggi imperversa, colpo di grazia? l ‘Euro…senza un criterio di peso di valuta, ma sopratutto fregandosene che la moneta è identità territoriale, …ma anche qui l’Italia è come se si fosse bevuta ettolitri di vino cinese, chi ha arricchito l’Euro? Chi hanno imbrogliato con l’Euro…pensateci: Banche, grossi centri commerciali, le pensioni dei politici e loro tentacoli si sono arricchiti, il resto alla fame… Dal 1992, la scuola inizia il suo declino, l’università anche, tutto diventa “soldi”, ma sempre per gli affaristi della politica e loro collegati. Sanità azzerata, grandi eccellenze considerate meno di una bancarella……Perchè ho tirato le somme? Perchè stavo curiosando le consultazioni di un ‘Italia senza “parlamento”..che cincischiano per le poltrone perchè tutti ne vogliono una, tutti vogliono il potere, tutti inclusi quelli che hanno fallito  ed un Presidente della Repubblica che anzichè prendere una decisione  che segua la scelta italiana a prescindere da qualunque ragionamento di opportunità...o di rischio...non importa, tanto peggio di ieri non potrà essere e se si ridà vigore alla piccola impresa forse ci si salva   ma ogni giorno che si perde a seguire i capricci di vecchi rincoglioniti, o amici di vecchia data o chissà che altro,  è un giorno in cui l’Italia muore..muore, muore la gente onesta, perchè che sia chiaro ogni ritardo aiuta pur sempre la politica a farsi gli interessi suoi. Ormai navigo sul  torrente che tra sassi, turbini, momenti di calma (rari), cascatelle, qualche vortice, qualche botta mi porterà alla fine, sfocerò da qualche parte..ed è proprio  il motivo per cui tiro le somme, ho vissuto una buona scuola, un periodo di tranquillità, il giusto benessere e le gratificazioni, la fregatura di perdere il lavoro ed  il crollo di tutto per che cosa? Tangentopoli non ha raddrizzato,  ma ha spianato la strada a gente d’incapacità unica, gente arrivista, cafona e sopratutto “piena di arie” verso i lavoratori…razzisti estremi: estremi proprio perchè azzerato i piccoli borghesi italiani.. per quanto riguarda gli immigrati:   razzisti, sfruttatori, furbetti, falsi come Giuda, buoni con le loro tasche,  ma non estremi come lo sono stati con noi, loro paisa’...
Perchè? Per un caso ho avuto la “fortuna”, si di questo si tratta, di parlare con una giovane medico e che medico, sia lei che il marito d’alta “specializzazione”, molto giovani, trapianti e responsabilità umane, mi diceva la giovane medico (ISMETT), abbiamo le nostre soddisfazioni, molti nostri interventi sono vita e futuro…rispondo io: non siete pagati il giusto, risponde lei: troppi soldi fanno male, ma più gratifiche verbali anche da parte di chi salviamo sarebbe il regalo più bello. …Se scrivo il perchè,  mi bloccano per almeno 1 anno, ma il perchè cari politicanti vecchi e nuovi la trovate nella risposta di questo medico….
Presto, dopo aver letto commenti variegati, più o meno pilotati...scriverò sulla salvezza dei grossi di calibro che malgrado prove ne escono indenni (o quasi, perchè la gente non è tutta stupida) dalla trattativa Stato-mafia (la mente ed il braccio!)

Riccarda Balla

sabato 21 aprile 2018

La trattativa stato mafia dunque c'è stata

Colpevoli.

Ed è una sentenza storica, per certi versi inaspettata, quantomeno in tale misura. Colpevoli di essere scesi a compromessi con coloro che stavano riducendo il Paese a mattatoio. Colpevoli di aver infangato le divise che indossavano, gli alamari che esibivano. Colpevoli di essersi ritenuti al di sopra dei loro doveri istituzionali e colpevoli di intelligenza con un nemico feroce e sanguinario.

venerdì 20 aprile 2018

Processo Trattativa. Condannati tutti gli imputati, assolto solo Mancino

Dodici anni di carcere. È questa la condanna inflitta al mafioso Antonino Cinà  agli ex Ros Antonio Subranni e Mario Mori e all’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri nel processo sulla trattativa Stato mafia.

I pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, avevano chiesto 12 anni per Cinà, 15 per Mori, 12 per Subranni e altrettanti per Dell’Utri.

Nicola Mancino è stato assolto perché il fatto non sussiste. L’ex ministro dell’Interno era accusato di falsa testimonianza. I pm avevano chiesto per lui una condanna a sei anni di carcere.

A Massimo Ciancimino, figlio di Vito, e all’ex ufficiale del Ros Giuseppe De Donno sono stati dati otto anni di carcere. Il primo era accusato di concorso in associazione mafiosa (5 gli anni di carcere chiesti dall’accusa), il secondo di minaccia a Corpo politico dello Stato (12 anni la richiesta di condanna dei pm).

All’ex boss di Cosa Nostra Leoluca Bagarella sono invece stati inflitti 28 anni di carcere. I pm avevano chiesto per lui una sentenza a 16 anni di carcere.

La sentenza del processo Stato-mafia è stata letta nell’aula bunker del carcere Pagliarelli.

Il pm Nino Di Matteo ha commentato: “Questa sentenza, dopo cinque anni, riconosce che parte dello Stato negli anni delle stragi trattava con la mafia e portava alle istituzioni le richieste di cosa nostra. Per la prima volta vengono consacrati i rapporti esterni della mafia con le istituzioni negli anni delle stragi ed è significativo che questa sentenza abbia riguardato un periodo in cui erano in carica tre governi diversi: quello Andreotti, quello Ciampi e quello Berlusconi”.

Il magistrato ha aggiunto: “Non contano gli attacchi che abbiamo subito – ha aggiunto – negli anni non tutti si sono dimostrati rispettosi di un lavoro che c’è costato lacrime e sangue”.

Al centro del dibattimento, cominciato nel 2013 il presunto patto che pezzi delle istituzioni, nel ’92, tramite i carabinieri, avrebbero stretto con Cosa Nostra per fare cessare le stragi.

“Questo processo – esordiva l’accusa nella sua requisitoria il 14 dicembre 2017 – ha avuto peculiarità rilevanti che lo hanno segnato fin dall’inizio. La storia ha riguardato i rapporti indebiti che ci sono stati tra alcuni esponenti di vertice di Cosa nostra e alcuni esponenti istituzionali dello Stato italiano”. Esponenti delle istituzioni “hanno ceduto, per paura o incompetenza, illudendosi che la concessione di una attenuazione del regime carcerario del 41 bis potesse far cessare le bombe e il piano criminale di devastazione di vite e obiettivi. Cosa che non avvenne”.

“La trattativa era attesa, voluta e desiderata da Cosa nostra. E in quel periodo c’era un comprimario occulto, una intelligenza esterna – è la tesi sostenuta dall’accusa – che premeva per la linea della distensione. Che diede dei segnali in tal senso, mentre Cosa nostra continuava a cercare il dialogo a suon di bombe, con i morti per terra a Milano e Firenze, e sfregiando monumenti”.

Se si fosse attuata la linea della fermezza, hanno argomentato i pm, “non ci sarebbe stato spazio per gli stragisti, i consiglieri del dialogo sarebbero stati individuati e assicurati alla giustizia e la strategia della paura debellata. Invece ci furono molteplici segnali volti a favorire la trattativa, come “la revoca e gli annullamenti del 41 bis”. In realtà, “ci furono anche prima, partendo dalla mancata perquisizione del covo di Riina”.

Con il risultato che, “cedendo al ricatto, lo Stato si è messo nelle mani della mafia”.

mercoledì 14 marzo 2018

Le due facce della chiesa: scomunica i mafiosi ma ci collabora

Ogni tanto la Chiesa si ricorda di scomunicare i mafiosi e così, giusto per farlo sapere, sottoscrivono documenti pubblici che sono esclusivamente prese di posizioni per richiamare l’attenzione, ma poi concretamente le mafie la Chiesa hanno sempre ben convissuto.

L’ultima presa di posizione è dei vescovi siciliani che stanno preparando un documento al riguardo il quale sarà reso pubblico il 9 maggio 2018, a 25 anni dalle parole pronunciate da Papà Giovanni Paolo II durante l’omelia della messa celebrata nella valle dei Templi, disse rivolgendosi ai mafiosi “Convertitevi, una volta verrà il giudizio di Dio”.

Il documento segue le parole pronunciate nei giorni scorsi dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice che ha dichiarato: “La Chiesa deve chiedere scusa per il suo atteggiamento nei confronti delle mafie e della corruzione”. Anche il Papa Emerito Benedetto XVI dichiarò nel 2010 a Palermo: “La mafia è una strada del male” e Papa Francesco nel 2014 ha dichiarato: “I mafiosi vanno scomunicati”.

Non è la prima volta che i vescovi siciliani sottoscrivono documenti contro la mafia.

Il primo fu emesso il 1 dicembre 1944 quando venne pronunciata la parola scomunica. Nel 1952 il Secondo Concilio Ecumenico plenarie Siculo ribadisce che: coloro che si macchiano di omicidi volontari, cooperano e li ordinano, sono soggetti alla scomunica.

Nel 1982 viene per la prima volta pronunciata la parola mafia nel documento della Conferenza Episcopale Siciliana a seguito degli omicidi del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo avvenuti il 3 settembre 1982.

La scomunica è la più grave pena prevista dal diritto canonico e prevede l’esclusione dai sacramenti e l’allontanamento dalla comunità dei fedeli. Una Chiesa a due facce: da una parte parla di scomunica e dall’altra sa benissimo che i loro migliori “clienti” sono mafiosi.

È nota la religiosità ostentata ed esasperata dei mafiosi, un caso emblematico è stato Bernardo Provenzano.

Nel suo covo, a seguito del suo arresto avvenuto l’11 aprile 2006, sono stati rinvenuti bibbie, immagini sacre di Padre Pio e santini vari. L’affiliazione a Cosa Nostra avviene facendo sgorgare delle gocce di sangue sull’immagine della Madonna dell’Annunziata fatta successivamente ardere tra le mani del nuovo uomo d’onore; anche per l’iniziazione del contrasto onorato nella ‘ndrangheta il candidato deve giurare sull’immagine di San Michele Arcangelo.

Cosa Nostra ha annoverato, inoltre, un prete boss, Padre Agostino Coppola che sposò Riina e Ninetta Bagarella. Legato a Luciano Liggio, era colui che mediava con le famiglie dei rapiti nel periodo dei sequestri operati in Sicilia come al Nord Italia. Fu condannato a 13 anni per il concorso nel sequestro del Conte Luigi Rossi di Montelera.

Dove nascondere i capitali illeciti se non presso la banca dello Ior, Istituto Opere Religiose, meglio nota come la Banca Vaticana?

Conti correnti riconducibili a Ciancimino, Riina, Provenzano, come quelli anche di Santapaola e Messina Denaro, tutti transitati nella banca dello Ior. E le resistenze da parte della stessa nel cooperare con la magistratura italiana che indagava sul riciclaggio dei capitali mafiosi, l’ha eletta a complice perfetta ed omertosa.

Non solo capitali, ma anche numerosi terreni intestati alla Chiesa di provenienza mafiosa come gli 84 ettari di terreno adibiti al pascolo provenienti dal tesoretto di Riina ed intestati alla Mensa Arcivescovile di Monreale ed alla Parrocchia Santa Maria del Rosario.

Ovviamente il vescovo di Monreale Michele Pennisi non sapeva che quei terreni fossero nelle disponibilità della sua diocesi. Rapporto di rispetto reciproco manifestati anche dai numerosi “inchini” durante le processioni davanti alle abitazioni dei boss come segno di ossequio.

Ogni tanto la Chiesa si sveglia, si ricorda che i mafiosi hanno compiuto e compiono delitti efferati, sono delinquenti abituali ed annunciano scomuniche che sono esclusivamente prese di posizione senza un seguito concreto.

venerdì 5 gennaio 2018

Auguri Peppino Impastato, ucciso, è vivo più che mai

Oggi, 5 gennaio, Peppino Impastato avrebbe compiuto 70 anni. Sin da ragazzo si era battuto contro la mafia, denunciandone i traffici illeciti e le collusioni con la politica. Il 9 maggio del 1978 nel piccolo paese di Cinisi, a 30 km da Palermo, viene ucciso. Il suo corpo viene dilaniato da una carica esplosiva posta sui binari della tratta Palermo-Trapani.

I compagni di Peppino Impastato scolpirono un’epigrafe significativa sulla sua lapide, quel 9 maggio 1978.  
“Rivoluzionario e militante comunista, ucciso dalla mafia democristiana”.

mercoledì 3 gennaio 2018

La 'Ndragheta in Valle d'Aosta esiste eccome

La prima grande inchiesta valdostana sulla ‘Ndrangheta fu l’operazione Lenzuolo nel 2000 e finì in una bolla di sapone. Gli inquirenti aprirono il fascicolo a seguito di esplosioni avvenute nei cantieri dopo il 1977, cantieri di proprietà del costruttore Giuseppe Tropiano. Emerse un’organizzazione ‘ndranghetista in Valle, confermata dalle dichiarazioni di tre pentiti, Francesco Fonti, Salvatore Caruso e Annunziato Raso.:
Francesco Fonti disse: “Sono arrivato a Torino nell’anno 1971 e da subito, ho saputo che in Valle d’Aosta vi era un Locale attivo”. .
Il “Locale” è la struttura di base della ‘ndrangheta che sorge in un determinato paese, quando si supera il numero minimo di 49 affiliati a qualunque “copiata”  cui appartengono  Per “copiata” si intende il nome di uno dei responsabili del Locale a cui gli affiliati fanno riferimento. Ovviamente tutto deve avvenire dopo il consenso della mamma di San Luca.

Continuava Foti: “Responsabile del Locale di Aosta era tale Pansera Santo ( deceduto ad Aosta il 2 Aprile 2003 per cause naturali. Alla sua morte, imponenti funerali con la partecipazione di Guido Grimod, sindaco dell’Union valdotaine di Aosta, dal 2000 al 2010, ndr) , proprietario di un autolavaggio in Aosta e da noi ‘ndranghetisti veniva identificato come “Compare Santo”.

Attività principali del Locale di Aosta erano, e rimangono, estorsioni e gestione del traffico di droga.

I rapporti degli inquirenti hanno consentito di ipotizzare con una certa sicurezza che la famiglia della ‘ndrangheta egemone in Valle d’Aosta era quella dei Facchineri , cosca che contava sulla presenza di “parenti e sicuri fiancheggiatori residenti in Valle d’Aosta da molti anni e quindi ben inseriti nella comunità valdostana.

Ma per anni si è negata l’esistenza del crimine organizzato in Valle d’Aosta, si è preferito guardare dalla parte opposta. Una certa politica ha sempre cercato di minimizzare e dare del visionario a chi sollevava il problema.

Eppure in pochi anni circa 40 milioni di denaro pubblico si sono riversati su imprese edili sottoposte ad interdittiva antimafia, evidenziando la permeabilità del tessuto economico valdostano alle infiltrazioni delle organizzazioni criminali.

Eppure, non visionari, ma magistrati della Direzione Nazionale Antimafia scrivono  a chiare lettere  che “ forte attenzione vi è stata anche con riguardo alla presenza della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta, piccola regione ove, da tempo, agiscono famiglie facenti riferimento soprattutto al mandamento tirrenico di Reggio Calabria”.

Indagini patrimoniali, sequestri di beni per svariati milioni di euro, patrimoni illeciti accertati, provenienti da attività criminali  riconducibili alla ‘ndrina Grande Aracri di Cutro,

Ma la presenza della ‘Ndrangheta viene negata, secondo un copione consolidato.

Le regole sono  le stesse imposte dalle cosche di Reggio Calabria, minacce di morte o di gravissimi incidenti per gli impresari edili, identiche le percentuali  praticate per la Salerno-Reggio Calabria, il 3%. Medesimo modus operandi per ammorbidire i più riottosi: incendi agli escavatori con tanto di scritte inneggiati alla mafia sui muri di cinta delle imprese.

Significativo che gli impresari presi di mira dalle cosche, primo fra tutti Tropiano, non abbiano sporto denuncia alle forze dell’ordine, bensì cercato  protezione presso altri mammasantissima calabresi. Sostegno che in molti casi non si è rivelato sufficiente.

Ma torniamo ai primi anni 90.

Il  pregiudicato Gaetano Neri, originario di Taurianova e vicino alla cosca degli Asciutto, viene  ucciso proprio a Pont Saint Martin, dove è  stato inviato in soggiorno obbligato.

Tra le montagne della regione, all’inizio degli anni Novanta, i cugini Nirta di San Luca hanno addirittura messo in piedi un movimento politico.Si chiama Miv, Movimento immigrati valdostani, e ha  l’obiettivo di rappresentare la comunità calabrese della Vallée.

Il movimento è  riuscito a far eleggere anche i suoi consiglieri comunali.

Finiscono  in manette con l’accusa di associazione mafiosa. Come Salvatore Martino, titolare di una pescheria ad Aosta e importante esponente del Miv, ritenuto negli anni Novanta il referente valdostano della cosca dei Iamonte di Melito Porto Salvo. E non sono pochi i politici locali trovati a banchettare fianco a fianco con gli esponenti delle cosche nelle feste organizzate dal Miv.

Anche questo un copione scritto e riscritto.

Un magistrato della procura di Agrigento, Salvatore Vella, afferma “giù si fanno i soldi, qui in Val D’Aosta si investono”. E i settori dove investire non mancano di sicuro, a partire dal Casinò di Saint Vincent, ricettacolo di voti di scambio da parte di dipendenti compiacenti e meta ambita dalle cosche per ripulire il denaro sporco proveniente dai traffici illeciti.

La normativa antiriciclaggio non permetterebbe  movimenti di questo tipo, eppure i tentativi per ripulire i soldi sporchi della ‘Ndrangheta all’interno del Casinò, con la compiacenza di politici e dipendenti, si susseguono.

La mafia alza il tiro e sul finire degli anni novanta due presta-soldi sono assassinati a Saint Vincent, chiara l’intenzione delle cosche di voler mantenere il Casinò zona franca da utilizzare come meglio credessero.

Nell’aprile del 2009, nell’ambito di una inchiesta coordinata dalla Dda di Milano, altri due arresti: sulla porta del Casinò  fermati due esponenti della cosca Marini di Cirò Marina (Crotone).

Senza dimenticare che a Saint Vincent, e nella casa da gioco, sarebbero transitati i  denari dei corleonesi vicini al boss Nicola Mandalà, accusato di aver gestito gli ultimi anni di latitanza di Bernardo Provenzano. Tanto che dopo le indagini della Dda di Palermo pare che la dirigenza del casinò avesse istituito una commissione interna per accertare eventuali responsabilità dei dipendenti.

Responsabilità di cui però non si seppe nulla.

Ma il Casinò non è certo l’unico settore preso di mira dalle cosche. La Valle è meta turistica privilegiata dagli gli amanti dello sci e della montagna. Con tutto quello che consegue: investire nel cemento destinato ad alberghi, strutture ricettive e case vacanze. Edilizia e turismo sono i settori nel mirino della ‘Ndrangheta, attività lecite delle quali è difficile individuare la matrice mafiosa.

E la crisi dà una grossa mano agli uomini vicini od organici alla consorteria criminale, la cui grande disponibilità di denaro liquido  consente di acquistare strutture ricettive in difficoltà. Si verificano frenetici passaggi di proprietà di alberghi, pensioni e ristoranti, rilevati da prestanome delle cosche.

La ‘Ndrangheta esporta in Valle anche le sue tradizioni, le feste religiose che tanto piacciono ai boss. Un esempio di questo radicamento è la festa di San Giorgio e di San Giacomo. Ogni estate dal 15 al 26 luglio, processioni, musica, salsicce, peperoncino e nduia. Un  pezzo di Calabria tra i ghiacciai eterni, e si registrano fino a 70mila presenze, il che sta a significare che il 50% dei valdostani mostra di apprezzare le tradizioni calabresi, così come il Consiglio Regionale che finanzia l’evento con migliaia di euro.

Eppure la presenza mafiosa c’è chi continua a negarla, benché venga  evidenziata dai rapporti del ministero dell’Interno, nei quali si fa  chiaro riferimento al riciclaggio e al traffico internazionale di stupefacenti, di attività immobiliari apparentemente lecite, gestite da prestanome.

Ed alla luce di tutto questo viene costituita una commissione antimafia regionale, iniziativa certamente apprezzabile. Sta di fatto che dopo sei mesi di lavori, i componenti la commissione, tutti politici valdostani, sono a tranquillizzare gli animi “quadro rassicurante, e assenza di aspetti di particolare preoccupazione”.

Valle d’Aosta isola felice e negazionismo della peggior specie da parte di una commissione formata solo da politici quantomeno miopi e da nessun esperto.

lunedì 13 novembre 2017

portatori insani di voti...


CHE SSSCHIFO..

Succede che per partecipare alle gare per appalti pubblici e ricevere i pagamenti dalla P.A. devi presentare il DURC, ovvero il documento che attesta la regolarità dei premi assicurativi INAIL , versamenti  dei contributi e regolari pagamenti delle cartelle esattoriali…ma bastava una mazzetta e tal Giuseppe La Mantia ex direttore INAIL di Palermo e Direttore INAIL Termini Imerese, passava DURC  fintamente in regola, favorendo quindi imprenditori senza scrupoli, legati alla mafia?’ NOOOOO…ma che dici mai! Ma che fossero a braccetto con il clan mafioso o meno, imbroglioni e farabutti comunque lo sono tutti.. Il giochetto è andato avanti per 5 anni..il che significa molto semplicemente e vergognosamente  che oltre alla truffa allo Stato. ma va beh..lo stesso truffa noi.., sono stati altamente penalizzati imprenditori onesti che partecipavano alle gare e questi cialtroni non in regola magari (e forse senza tanti magari..malgrado i paletti dell’ amico Cantone!, ma si trovano tutte le scappatoie, basta essere disonesti e corrotti), le vincevano alla faccia degli imprenditori onesti ed in regola, ora il soggetto a cui hanno sequestrato beni immobili e c/c come risarcirà gli imprenditori onesti che si sono fatti fregare dall’uomo del clan Madonia? La Sicilia mai cambierà? Finchè viene affidata nelle mani di portatori insani di voti, di vecchi volti…di tremebondi esseri che alla fine il mezzo sorriso al potere consolidato siculo lo fanno…un pò di viltà, la paura di fronte a questi esseri che hanno distrutto la nostra terra non è segno di saggezza, ma di schifosa viltà. Alla fine come sempre…gli onesti hanno pagato non verranno risarciti e magari in 5 anni qualche impresa onesta che ha sempre pagato tasse e balzelli vari, pur non lavorando…vincere una gara  secondo le “regole” di Cantone sarebbe stata la salvezza..il farabutto ed il clan Madonia sono responsabili anche dei fallimenti e della gente per bene che si ritrova senza  lavoro?  Si certo che si! Caro Cantone, puoi studiare tutto quello che vuoi ma di fronte a Mafia, corrotti e uomini di Stato venduti mi sa che prendi delle Cantonate. Più che mai penso che se le punizioni fossero pari a quello che si è rubato ed ai danni  a catena prodotti e molto più veloci e senza tanta pietà…molti forse eviterebbero, ma l’italia è così  il paese dei perdoni politico-interessati e degli amici farabuttamente utili.
Riccarda Balla

mercoledì 23 agosto 2017

Estorsione, è boom di denuncie

Boom di denunce per estorsione in Italia: negli ultimi 5 anni l'incremento è stato pari al 64,2%, passando così da 5992 a 9839 per quanto riguarda i valori assoluti. Gli incrementi percentuali più importanti hanno interessato in particolar modo le regioni del Nordest: nel Trentino Alto Adige del +188% (in valore assoluti +94), in Emilia Romagna del +172,8 % (+ 501 in termini assoluti) e in Friuli Venezia Giulia del +125,4 % (+79 denunce). L’ultima regione del nord est, il Veneto, ha registrato un incremento percentuale del 79,5 %, pari ad un aumento in termini assoluti di 217 denunce. La regione con il più alto numero di denunce segnalate all’Autorità giudiziaria è la Lombardia che nel 2015 ne ha registrate 1.336. Al secondo posto troviamo la Campania con 1.277 e al terzo il Lazio con 916. A riportare questi dati è l’Ufficio studi della Cgia.

L'estorsione è un tipico reato praticato dalle organizzazioni criminali di stampo mafioso ai danni degli imprenditori e cittadini. Oltre ad acquisire illecitamente del denaro con la violenza e le minacce, l’obbiettivo principale è quello di controllare il territorio. Il fatto che nelle regioni del Nord siano in forte aumento le denunce per estorsione, conferma ancora una volta che questi gruppi criminali organizzati si sono diffusi in modo capillare in tutto il Paese, specie nelle zone ricche.

La Cgia segnala ancora che secondo i dati di Transcrime, si stima che il fatturato complessivo dell’estorsione organizzata in Italia oscilli tra i 2,7 e i 7,7 miliardi di euro l’anno. Pur essendo molto contenute (nel 2015 le segnalazioni sono state solo 375), non va nemmeno sottovalutato il fenomeno dell’usura. Gli esperti avvertono che con le sole denunce effettuate all’Autorità giudiziaria, non è possibile dimensionare il fenomeno dell’usura. Le segnalazioni, purtroppo, sono molto esigue. Tuttavia, l’attenzione non va assolutamente abbassata, perché è molto difficile che le vittime trovino la forza per denunciare i propri strozzini. Oltre al perdurare della crisi e la conseguente stretta creditizia, sono soprattutto le scadenze fiscali o la necessità di fronteggiare piccoli imprevisti di spesa a spingere molte micro aziende nella morsa degli usurai, spesso per importi molto contenuti.

Una delle ragioni che probabilmente continua a spingere molti piccoli imprenditori tra le braccia degli usurai è il perdurare del credit crunch praticato dalle banche nei confronti delle imprese. Tra il giugno 2011 (punto più alto dell’erogazione del credito) e lo stesso mese di quest’anno, i prestiti bancari alle imprese (società non finanziarie e famiglie produttrici) sono diminuiti di 153,5 miliardi di euro (-15,3 per cento). Con una caduta verticale di questo genere, è molto probabile che alcune piccole imprese, sempre a corto di liquidità e tradizionalmente sotto-capitalizzate, pur di rimanere a galla siano ricorse a forme illegali di approvvigionamento del credito.