BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA
Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post

venerdì 7 settembre 2018

le medaglie hanno sempre due facce purtroppo.



Si è concluso l’accordo L’ILVA è salva, o meglio sono salvi i posti di lavoro e sono tanti, troppi per non considerarli, L’ILVA è anche  il suo impatto ambientale e spada di Damocle per la salute…da un lato la garanzia del lavoro, dall’altro la salute, l’accordo è un po’ tra il lusco ed il brusco, ma la garanzia di un’opera di rispetto ambientale, di ammodernamento degli impianti per evitare emissioni devastanti sul benessere delle persone devono essere rispettati e controllati, se si garantisce il lavoro va altresì garantita al massimo la salute. La mossa di del Governo va incontro a tante critiche, questo è facile: criticare sempre e comunque…Riconversione, lamentano gli scontenti, già: come se fosse così facile riconvertire in Italia con tutte le magagne burocratiche, sindacati, poco denaro, zero fantasia, ambientalisti che non si capisce bene da che parte stiano, le riconversioni appartengono al futuro, noi siamo indietro mille anni.  Quindi è inutile criticare, menare il can per l’aia, (che si fa pure male),  la cosa che più conta è l’assoluto monitoraggio sugli ammodernamenti degli impianti, sulle emissioni, lavori che devono essere fatti il più velocemente possibile e molto seriamente, senza prenderci per i fondelli circondando il territorio mal sano con alte siepi d’alloro, non basta per disintossicare e depurare,  i motivi sono semplici caro Governo: garantire il lavoro non per curarsi da tumori, garantire la salute ai cittadini perchè la Sanità in Italia è stata azzerata, garantire il benessere del territorio. 
Poi per chi il lavoro l’ha:  pane, luce, affitto garantiti, beh è facile criticare un accordo che non corrisponde alla chiusura dell’ILVA, riconversione a boschi di conifere con il rischio che per riscaldarsi:  tutti tagliaboschi, il che significa sempre e comunque un danno. Insomma la botte piena e la moglie ubriaca è una cosa impossibile, far contenti tutti poi non ne parliamo,  l’unica è comunque limitare il più possibile danni irreparabili sia da un lato che dall’altro.
Credo anche che mantenere le promesse a tutto tondo sia quasi impossibile, anche nel nostro piccolo quotidiano pensateci un attimo a quante cose non abbiamo tenuto fede per motivi vari: facile far volare parole, o al momento dell’impegno la situazione era diversa, possibile poi il tempo, lo stato delle cose non  lo consentono più, allora meglio comunque cercare la soluzione per essere più vicini possibili alla parola data e limitare i danni.  Nulla è facile come sembra o come vorremmo,
le medaglie hanno sempre due facce purtroppo.
Riccarda Balla

venerdì 10 agosto 2018

Parliamo di lavoro e dignità

Era il 15 maggio del 1970 la legge 300/1970 venne approvata la legge nota come Statuto dei Lavoratori. Conosciuta anche come “Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”,.

Legge che nasceva dalla necessità di applicare quanto sancito dalla costituzione anche  con l’articolo 1 ovvero la centralità del Lavoro per la Repubblica Italiana.

Nel  contesto socio politico del dopo guerra era molto rischioso lottare per i propri diritti.

Nei primi anni della Repubblica le disposizioni previste dalla Costituzione rimasero a lungo lettera morta.

La Polizia, guidata in quegli anni dal ministro dell’Interno Mario Scelba, attuò una dura politica antisindacale di repressione degli scioperi e delle agitazioni operaie, lasciando spesso sul terreno numerosi morti e feriti  come avvenne, ad esempio, con la strage di Modena del 1950.

Il clima all’interno delle fabbriche era all’epoca molto duro, e per gli operai politicizzati e sindacalizzati c’era il serio rischio di essere mandati a casa senza la possibilità né di un indennizzo economico né del reintegro. Delle aziende schedavano i lavoratori più attivi nel difendere i loro diritti, per poi licenziarli.

Il fondatore e segretario generale della Cgil  Giuseppe Di Vittorio, propose sin dal congresso del 1952 l’approvazione di uno Statuto con il fine di «portare la Costituzione nelle fabbriche» e di rendere così effettivi tutti quei principi di libertà in materia di lavoro previsti dalla Carta Costituzionale ma rimasti in sostanza inapplicati.

Furono anni di lotta ed il conflitto sociale ebbe il suo apice fra il settembre e il dicembre 1969 in concomitanza al rinnovo di molti contratti collettivi di lavoro.

Si arrivò quindi finalmente all’approvazione dello Statuto Dei Lavoratori  (legge 300 il 20 maggio del 1970) .

La legge sanciva principi importanti come ad esempio  la libertà d’opinione (art.1)  ed inoltre poneva un freno allo strapotere dei datori di lavoro che avevano un controllo assoluto sui propri dipendenti attuato anche tramite l’uso di guardie giurate ed impianti audiovisivi (art. 2 art.4).

C’era anche l’importantissimo art.18, norma che prevedeva il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo.

Da quel lontano 20 maggio 1970 si è assistito ad un costante e progressivo attacco dei diritti dei lavoratori culminato nell’attuazione del Jobs Act che fra le altre cose ha sancito l’abolizione dell’art.18.

Il lavoro non più visto come strumento di emancipazione sociale e realizzazione delle proprie aspettative di vita  ma bensì come strumento di asservimento alla sistema economico in una società dove le disuguaglianze sono la regola.

Una società dove il lavoratore è “merce” senza diritti privata anche di avere un sogno.

Quel sogno che i nostri padri e nonni avevano. Sogno che perseguivano con i tanti sacrifici del proprio lavoro per consentire ai propri figli di pigiare il pulsante dell’ascensore, quell’ascensore sociale che consentiva di aspirare con merito a qualcosa di più (vedi art. 3 della Costituzione).

Adesso dopo le ultime elezioni abbiamo un Governo, Governo del cambiamento costituito dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega.

Questo esecutivo è la naturale conseguenza della cattiva politica attuata dal Governo precedente, quello cool, quello dei giovani del PD che però dentro erano solo vecchi reazionari , quello che si proclamava di centro sinistra ma che in realtà era la versione riveduta e corretta di Forza Italia.

Hanno sbagliato TUTTO.

Non era mica facile, ma ci sono riusciti, hanno distrutto il PD ma non la sinistra intesa come ideale di giustizia sociale e uguaglianza.

Certi ideali vanno oltre una sigla politica.

La sinistra c’è anche se  non è al momento associabile ad alcun partito.

La sinistra c’è nel concreto quando determinate azioni politiche attuano “robe” di sinistra.

In definitiva secondo me al momento gli ideali di sinistra trovano la possibilità di esprimersi in modo trasversale andando oltre l’appartenenza   dei singoli ai vari partiti.

La dimostrazione di ciò è la recente  approvazione del  Decreto Dignità che sancisce un’inversione di tendenza dopo decenni di attacchi ai lavoratori ed allo Statuto dei Lavoratori.

Dignità, che bella parola.

La dignità di chi lavora onestamente e chiede solo di non essere sfruttato e ricattato.

Quella stessa dignità che molti “prenditori” non hanno quando si tratta di de localizzare o di chiedere aiuti di Stato fingendo crisi aziendali.

Dignità persa dal sindacato oramai impegnato più ad erogare servizi che a tutelare i lavoratori.

Dignità persa dai tanti lavoratori  che sperando nel rinnovo contrattuale subiscono di tutto e di più.

Dignità persa da ha non ha più  il lavoro e deve chiedere aiuto a parenti e amici.

Dignità persa da chi fruga nella spazzatura per sfamarsi.

Dignità a cui spesso non rinuncia chi arriva purtroppo a togliersi la vita.

E qui mi fermo …. l’elenco non ha forse fine.

Ascoltando gli interventi in aula di molti esponenti dei partiti di governo  riguardanti il Decreto Dignita’ sono rimasto spiazzato.



Mai avrei immaginato di sentire quelle parole di sinistra, quella rabbia, quella voglia di tentare di dare  finalmente dignità al mondo del lavoro ed  alle persone che lo compongono.

Parole che segnano un’importante inversione di tendenza.

Parole che per troppi anni non si erano sentite, parole che danno il senso di un malessere sociale che finalmente ha trovato modo di essere rappresentato in parlamento.



Anche se onestamente restano forti dubbi riguardo altri temi questo provvedimento trova il mio plauso che deriva da una mia valutazione oggettiva scevra da ogni appartenenza partitica.


Il distacco dai problemi reali e la spocchia irriverente prima  o poi si pagano …..e se sbagliare è umano perseverare porta al 10% !!!!!

Schiavitù Made in Italy

Leggere le rotte di produzione globali che oggi caratterizzano il settore della moda è di fondamentale importanza per comprendere l’architettura dell’economia mondiale, i suoi modelli organizzativi e di governance. Le profonde riorganizzazioni produttive che hanno attraversato gli ultimi decenni, basate sulla frammentazione e dispersione spinta della produzione, hanno dato origine a complesse reti di fornitura globale che attraversano i diversi Paesi generando flussi di merce, capitali e manodopera che plasmano la geografia sociale e politica dei territori. Si tratta di rotte produttive in continuo mutamento, dove la mobilità dei capitali unitamente alle strategie di outsourcing (come viene chiamata la esternalizzazione della produzione di beni o servizi) crea l’ambiente perfetto per spingere le condizioni di lavoro e i salari sempre più in basso. Il risultato è che oggi a produrre un capo di abbigliamento o un paio di scarpe concorre una manodopera dislocata in diverse parti del mondo, che opera con intensità e in condizioni di lavoro differenziate, a seconda che si collochi a monte o a valle delle catene globali del valore. Le imprese transnazionali si riorganizzano costantemente e, tramite i flussi produttivi generati lungo le catene di produzione, intersecano dinamiche istituzionali, sociali, lavorative e spaziali che utilizzano nel modo più vantaggioso e profittevole. Il potere è concentrato nelle mani delle imprese leader detentrici del marchio e/o dei canali distributivi; oggi i global player, che dettano all’infinita e frammentata pletora di fornitori e sub-fornitori le condizioni e i termini di partecipazione ai processi produttivi, determinano le condizioni di lavoro e di vita di milioni di lavoratori, soprattutto donne.
Assistiamo perciò a un esteso e dilagante fenomeno di pauperizzazione del lavoro nei “nodi” della rete più disconnessi e periferici dove il lavoro mercificato, sfruttato e non organizzato è uno dei fattori strategici di profitto (oltre ai vantaggi normativi e fiscali). I grandi marchi investono in tutti i segmenti del mercato, dalla fast-fashion al lusso, per ottenere al minor costo prodotti adatti ad ogni tasca, così da assicurarsi spazi di vendita fra consumatori sempre più impoveriti (anche in Europa) e élites sempre più ricche (specialmente nei paesi emergenti).

È bene chiarire che tali traiettorie attraversano senza ostacolo alcuno l’intero globo, dislocando i nodi produttivi e logistici sia nei paesi in via di sviluppo, sia in quelli occidentali a capitalismo maturo. L’Italia, paese dalla grande tradizione manifatturiera e al contempo mercato di sbocco per iper-consumatori maturi, condensa e riflette tutte le contraddizioni del sistema globale della moda.
Soggetta ai dettami del fashion-system, che impone cambi di collezione sempre più frequenti per stimolare mercati saturi o ultra esigenti, la produzione di abbigliamento e calzature cresce in maniera inversa ai diritti di chi li produce e – come dimostrano le numerose ricerche condotte in Italia, Est-Europa e Asia – processi ad alta intensità di manodopera sottoposti a rapidi tempi di consegna e prezzi ridotti all’osso peggiorano le condizioni di vita e di lavoro di milioni di lavoratori collocati a valle delle catene produttive. Un peggioramento avvenuto anche nel continente europeo, oggi al centro di importanti fenomeni di delocalizzazione di ritorno. Ad essere più interessati sono i paesi dell’Europa dell’Est, con salari talvolta più bassi di quelli asiatici, ma anche l’Italia dove importanti brand del lusso vengono o tornano a produrre per una “delocalizzazione di prossimità”.
Si tratta del fenomeno del reshoring, cioè del rientro delle produzioni prevalentemente di fascia medio-alta dall’Asia verso i paesi di origine come l’Italia (back-reshoring) o verso i paesi del bacino del Mediterraneo o dell’Europa dell’Est(near-reshoring). Il fenomeno, da leggere all’interno della dinamica globale, non rappresenta tuttavia una totale inversione di tendenza. Esso è piuttosto complementare e simultaneo a fenomeni di delocalizzazione dipendenti dall’attrattività delle condizioni economiche e istituzionali e dal livello di qualità artigianale richiesto.
È molto interessante osservare quanto il tema della qualità percepita sia centrale oggi per orientare le scelte produttive delle griffes, dato che all’estero il mercato del lusso cerca il vero made in Italy per il quale «i super-ricchi cinesi sono disposti a spendere fino al 50% in più» (Bubbico D., Redini V. e Sacchetto D., I cieli e i gironi del lusso. Processi lavorativi e di valorizzazione nelle reti della moda, 2017). È quindi chiaro il valore commerciale assoluto del marchio e il peso della retorica della narrazione dei luoghi nutrita di un immaginario artistico, produttivo e perfino paesaggistico necessario a sostanziare l’“economia del brand”. Come ha ben sintetizzato uno dei lavoratori intervistati per la ricerca sui marchi delle calzature del lusso pubblicata da Abiti Puliti nel 2017: «Alle imprese globali non importa dove si realizza la produzione. A loro basta disporre di filiere produttive funzionali ai loro progetti e poter scrivere sui propri prodotti made in Prada, piuttosto che made in Tod’s» (vedi il rapporto “Il vero costo delle scarpe” su www.abitipuliti.org).

L’operazione di marketing compiuta dalle griffes fa leva sul made in Italy o in Europe come vettore di un immaginario sociale e culturale puro che, alla prova dei fatti, non esiste, al solo scopo di rafforzare l’“economia del brand”. Quello che invece emerge dalle numerose indagini svolte è una realtà ben più articolata e scomoda: una realtà che vede l’utilizzo delle catene di fornitura e di subfornitura fino al lavoro a domicilio quali opportunità per esternalizzare responsabilità, abbassare drasticamente il costo del lavoro, mettere in competizione lavoratori poveri italiani, rumeni, albanesi, tunisini o cinesi (per citarne alcuni) operanti sia in Italia che all’estero. Il miracolo è compiuto: oggi può accadere che un ricco consumatore cinese possa finalmente acquistare un prodotto di lusso italiano confezionato da una lavoratrice albanese in Albania pagata con un salario da fame oppure in Italia da un terzista spinto a frodare i lavoratori, il fisco e il sistema previdenziale o ancora da un laboratorio cinese operante nel cono d’ombra dell’economia sommersa.
Una delle cause è nelle pratiche commerciali adottate dalle imprese leader che appaltano commesse a costi troppo bassi per garantire il rispetto della legalità e dei diritti. La totale libertà di circolazione dei capitali e delle merci associata alle politiche attive di attrazione degli investimenti esercitate dai governi europei favorisce il rientro delle produzioni nel nostro paese e/o in Europa. Le imprese leader però esibiscono solo la parte del processo produttivo funzionale ad accrescere il valore del brand mentre occultano, anche attraverso obblighi di confidenzialità con i fornitori, le dinamiche di irregolarità e sfruttamento prodotte man mano che si scende nella filiera.
Nelle stesse filiere globali possono dunque convivere funzioni professionali pagate profumatamente come il design, il marketing, la comunicazione, il lavoro specializzato, con una massa di lavoratori, soprattutto donne, sfruttati, flessibili, irregolari, spesso privi di tutele e rappresentanza. Essi sono le principali vittime di un imponente processo di pauperizzazione prodotto dalla dinamica selettiva delle catene di produzione su scala globale.

In tale contesto il tanto celebrato made in Italy veicolato come sinonimo di maggiori garanzie sui diritti e sulla qualità sociale dei prodotti si scontra con la realtà materiale che incontriamo. Se un paio di scarpe è solo progettato in Italia e poi cucito in stabilimenti di proprietà dei marchi o presso sub-terzisti in Serbia, Albania o Indonesia (per citarne solo alcuni) da lavoratori stranieri miserabili oppure in Italia da parte di terzisti che pagano salari inferiori al livello dignitoso, quale significato e valore ha davvero oggi parlare di made in Italy?

L’Italia: snodo mondiale ed europeo strategico
Senza vincoli di proprietà, la rete di produzione globale costituisce un contesto socio-spaziale ideale per favorire la mobilità della produzione verso i territori più convenienti in termini di fiscalità, costo del lavoro, infrastrutture e rapidità di trasporto. L’intero apparato produttivo mondiale è messo a disposizione dei grandi marchi in una sorta di just in time che rende perfino superflua la disputa sul made in Italy. L’Italia è uno snodo strategico, per le diverse funzioni che assolve nell’ambito del sistema globale: ideativa, produttiva, distributiva e simbolica, con un territorio straordinariamente prossimo ad uno dei principali bacini di manodopera a basso costo del pianeta: l’Europa centrale, orientale e sud-orientale, senza naturalmente dimenticare il Mediterraneo.
I governi, dal canto loro, competono per attrarre le imprese globali offrendo le condizioni più vantaggiose. Un caso esemplare è quello della Serbia, dove una forte deindustrializzazione ha decimato il settore del tessile-abbigliamento-calzature all’indomani del collasso della Federazione Jugoslava. Il settore, che fino agli anni Ottanta vantava 250.000 addetti e un mercato interno autosufficiente per la confezione del prodotto finito, oggi è sostanzialmente scomparso e totalmente dipendente dalle esportazioni verso paesi come l’Italia (37,4%), la Germania (13%), la Russia (9,7%) e la Bosnia Erzegovina (7,9%). L’industria tessile serba, nonostante il progressivo e inesorabile impoverimento (meno100.000 occupati dagli anni Ottanta, condizioni di lavoro pessime, povertà diffusa) resta quella trainante nelle esportazioni che però, dopo gli accordi sottoscritti con l’Unione europea (Ue) avvengono principalmente in regime di Traffico di perfezionamento passivo o TPP (regime doganale che consente alle imprese comunitarie di esportare materie prime o semilavorati in paesi non Ue per poi reimportarle senza pagare dazi), che rappresenta il colpo di grazia per l’economia nazionale e per il reddito dei lavoratori (vedi il rapporto “Europe’s Sweatshop – L’Europa dello sfruttamento” su www.abitipuliti.org).
In Serbia, fra i grandi marchi della fast fashion e del lusso che attingono al bacino depresso di manodopera locale low-cost, sono stati individuati Armani, Calzedonia, D&G, H&M, Inditex/Zara, Louis Vuitton, Mango, Max Mara, Zegna, Geox, Golden Lady, Gucci, Prada, Versace (idem). Qui il salario minimo legale netto vale 189 euro mensili, valore nettamente al di sotto della soglia di povertà pari a 256 euro, e appena il 29% del salario minimo dignitoso stimato dai lavoratori intervistati dai ricercatori della Clean Clothes Campaign (CCC).

Ma ciò ancora non basta. Oltre a regimi doganali favorevoli e manodopera a basso costo, la Serbia offre anche generosi incentivi ai capitali esteri purché investano nel paese: sovvenzioni, zone franche, esenzioni fiscali, incentivi per l’assunzione di disoccupati, terreni e infrastrutture. Come nel caso della Geox, che ha ricevuto 11,25 milioni di euro dal governo per aprire lo stabilimento inaugurato a Vranje nel 2016 con l’impegno di assumere 1.250 lavoratori cui corrispondere salari maggiorati del 20% rispetto al minimo legale. Impegno che, secondo quanto riportato ancora nell’ultimo rapporto pubblicato dalla CCC nel 2017, non è stato rispettato. I lavoratori intervistati hanno dichiarato di percepire salari compresi tra 25.000 e 36.000 RSD (dinaro serbo), per una media di 30.000 RSD (248 euro). Ciò significa che essi guadagnavano in media l’89% di quanto il datore era contrattualmente obbligato a pagare, e che una parte percepiva un salario addirittura inferiore al minimo legale netto. In media i lavoratori intervistati percepivano solo il 39% del salario minimo dignitoso calcolato dagli stessi lavoratori, a conferma della condizione strutturale di povertà diffusa nel settore e nei paesi dell’Est Europa con i quali le imprese italiane del settore intrattengono maggiori rapporti produttivi in regime di TPP.
A una lavoratrice albanese o rumena occorre un’ora di lavoro per acquistare un litro di latte mentre alla collega tedesca solo sei minuti (vedi il report “Il lavoro sul filo di una stringa”). Questa semplice comparazione tra i poteri d’acquisto spiega immediatamente l’enorme disparità prodotta nelle catene di fornitura dove l’asimmetria di potere tra chi comanda a monte e chi esegue a valle, si riflette sulle condizioni di vita dei più vulnerabili, che si tratti delle lavoratrici dell’Europa dell’Est al servizio delle griffes europee o delle lavoratrici italiane intrappolate al fondo della stessa filiera in competizione con le colleghe cinesi, albanesi o macedoni.
La corsa verso il basso non ha frontiere e in un sistema profondamente interconnesso sta producendo un pericoloso peggioramento delle condizioni di lavoro anche nel nostro paese, dove esistono sacche dilaganti di economia sommersa affiancate dalla proliferazione di contratti peggiorativi o “pirata”.
Val la pena di ricordare che i contratti peggiorativi sono proliferati grazie alla spinta propulsiva della Banca Centrale Europea che ha imposto all’Italia pesanti riforme alla contrattazione salariale collettiva (vedi il sole 24 ore del 29 settembre 2011). Diktat accolto istantaneamente dal governo italiano che con l’art. 8 del decreto 138/2011 ha stabilito la possibilità di siglare accordi sindacali aziendali o territoriali che possono derogare in peggio a quanto stabilito dai contratti collettivi nazionali e dalla legge.

Il ruolo delle politiche EU e dei governi
Come già ricordato le reti di produzione globale non sono fenomeni sconnessi dal contesto socio-economico in cui operano. Anzi, esse interagiscono dinamicamente con le vocazioni produttive territoriali e gli assetti politico-istituzionali in un intenso rapporto di scambio, oggi del tutto a vantaggio delle imprese.
Dai casi analizzati, emerge un ruolo molto attivo dei governi nazionali e delle istituzioni europee volto a creare un ambiente favorevole agli investitori e alle imprese. Le forme di condizionamento esercitate dalla Commissione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale sui paesi post-socialisti osservati, ad esempio, limitano lo sviluppo salariale mediantel’imposizione di politiche economiche restrittive come contropartita all’erogazione di finanziamenti, misure che hanno favorito la nascita di un’area a basso reddito all’interno del continente europeo.
L’Italia, dove da decenni trionfano politiche di stampo liberista centrate sulla flessibilizzazione del mercato del lavoro come fattore di crescita e competitività, non è esente da tali dinamiche. Il progressivo impoverimento dei lavoratori, la crescita sensibile delle diseguaglianze economiche e sociali, l’aumento della povertà relativa ed assoluta, testimoniano il fallimento di politiche pubbliche che sono intervenute pesantemente nell’economia a sostegno della parte più forte nei rapporti di produzione, le imprese. Ciò è perfettamente sintetizzato nei dati rilasciati dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, secondo cui in Italia la quota dei redditi da lavoro sul PIL è passata dal 66,1% del 1976 al 53% del 2016 (Fana M., Non è lavoro, è sfruttamento, 2017).
La sorveglianza sistematica dello sviluppo salariale e l’invito a fissare salari minimi che generano povertà a livello nazionale, è ormai uno strumento normale delle politiche Ue. Ciò contraddice palesemente gli obiettivi di riduzione della povertà indicati nella Strategia Europa 2020 e nel Pilastro europeo dei diritti socialidove si afferma: «Retribuzioni minime di livello adeguato garantiscono uno standard dignitoso di vita ai lavoratori e alle loro famiglie e contribuiscono a ridurre l’incidenza della povertà lavorativa».

Conclusioni
Il punto di vista del lavoro fatica oggi a condizionare le agende politiche a tutti i livelli. Siamo di fronte ad una frantumazione delle filiere produttive che agevola fenomeni di dumping e sfruttamento endemico dei lavoratori, sempre più vulnerabili, atomizzati, precari e confinati in aree periferiche lontane dai centri decisionali. Alla frantumazione delle filiere corrisponde una disintegrazione sociale che, unitamente al timore dei paesi produttori di perdere i loro margini competitivi, alla paura dei lavoratori di perdere il posto di lavoro e alla repressione e alle minacce subite di chi ha avuto il coraggio di esporsi con denunce pubbliche, neutralizza il conflitto sociale, ostacola l’organizzazione collettiva e la formazione di sindacati liberi capaci di fare gli interessi dei lavoratori.
Si rende quindi sempre più urgente una revisione delle politiche pubbliche coerente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, a partire da una presa d’atto pubblica delle pessime condizioni di lavoro e di vita che affliggono più di 60 milioni di lavoratori, in particolare donne, nell’industria globale dell’abbigliamento e delle calzature. Dall’analisi condotta sul settore analizzato, l’obiettivo ambizioso di porre fine alla povertà attraverso la creazione di posti di lavoro sicuri e dignitosi è posto in forte discussione dalla realtà di una crescita economica sostenuta da politiche pubbliche a favore degli investitori, sganciata dal benessere delle comunità, tutt’altro che inclusiva e sostenibile. Crescita che lascia a terra i lavoratori più vulnerabili, in particolare le donne, abdicando al compito di ridurre le diseguaglianze di genere, semmai acuite quale elemento competitivo a favore delle imprese. Tra le cause della crescita delle diseguaglianze vi è il perseverare degli Stati e degli organismi internazionali a promuovere principi e raccomandazioni di carattere volontario per la difesa dei diritti umani mentre si rafforza una cornice globale fatta di leggi, regole, trattati e incentivi orientati ad assicurare politiche pubbliche favorevoli agli investitori e alle imprese, a scapito della capacità dei governi di proteggere i cittadini e le comunità.
Un quadro normativo vincolante per le imprese transnazionali a livello internazionale, europeo e nazionale, che superi l’approccio volontario, è oggi più che mai necessario. A tal proposito è fondamentale il sostegno esplicito dei Governi e dell’Ue al processo negoziale avviato dal Gruppo di lavoro intergovernativo delle Nazioni Unite per la definizione di un Trattato vincolante per le multinazionali in materia di diritti umani. Inoltre è necessario affermare una visione sistemica e coerente tra le politiche in materia di commercio, investimenti e lavoro, in modo da promuovere accordi, leggi e incentiviche riconoscano la supremazia dei diritti umani sugli interessi economici di stampo privatistico. Senza un deciso e radicale cambio di prospettiva, è difficile pensare ad una effettiva implementazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, costantemente minacciati o addirittura ostacolati da politiche di segno opposto molto più efficaci e cogenti.

giovedì 9 agosto 2018

La verità sulle stragi dei braccianti è negli scontrini

O non capiamo o facciamo finta di sapere come si fa. Cercherò di spiegarmi, proponendovi alcune domande. Chi sono i negrieri? Gli autisti dei pulmini coinvolti negli incidenti mortali o gli uffici acquisti delle imprese della Grande Distribuzione?

lunedì 9 luglio 2018

SOTTO IL VESTITO (I TWEET E POST FB). NIENTE

Dietro gli annunci fb e i tweet che i tizi del governo che stanno inondando l’opinione pubblica su temi più svariati riguardanti riforme di vario tipo, ordine, grado: reddito di cittadinanza, flax tax, decreto dignità, ecc, nob c'è niente di serio.  Soprattutto all’ordine del giorno il tema dei migranti elevato a questione epocale, anche per occultare temporaneamente la “mirabolanza” delle promesse avanzate in campagna elettorale.

E’ il caso però di ricordare che incombono sull’economia italiana e sulla vita di tutti i giorni questioni molto serie, vitali per il rapporto  tutto da ricostruire nel nostro paese tra lavoro e sviluppo .

Rapporto tra lavoro e sviluppo messo in un canto, è bene ricordarlo, da tutti i governi precedenti: centro – sinistra; centro – destra; tecnici; solidarietà nazionale, e via discorrendo, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi per non risalire a Prodi.

Romano Prodi che ricordiamlo sempre fu ministro dell’industria nel governo Andreotti e commissario all’IRI allorquando, anni ’80 – ’90 del XX secolo, si procedette allo smantellamento dell’Istituto per la ricostruzione industriale e a una serie di “mortali” privatizzazioni.

Proviamo allora ad affrontare un punto, di estrema attualità e importanza: lunedì mattina, 2 luglio, davanti ai portoni del Ministero dell’Industria in via Veneto ci saranno, infatti, i lavoratori dell’ILVA di Taranto che si sono autoconvocati dopo lo slittamento dei termini per la vendita della loro azienda al colosso Arcelor – Mittal, amministratore delegato indiano, sede in Lussemburgo, produzione annua di 97,03 milioni di tonnellate di acciaio.
La produzione dei più grandi gruppi italiani è ferma a 4,73 milioni di tonnellate l’ILVA e a 3,19 Arvedi.

Da ricordare come l’Italia sia importatrice di materiale. Nel primo semestre del 2017 l’import italiano ha raggiunto queste cifre: tubi (322.522 tonnellate), seguiti dalle materie prime (3,12 milioni di tonnellate), dai piani (5,36 milioni di tonnellate) e dai lunghi ( 1,21 milioni di tonnellate).  Acquisti di semilavorati a 1,69 milioni di tonnellate.

Per ciò che concerne la tipologia di acciai importati:  acciai al carbonio (6,49 milioni di tonnellate) e di acciai inox (669.660 tonnellate), gli acciai speciali ( 1,05 milioni di tonnellate).

Perché il tema è proprio quello dell’acciaio e dei suoi comparti limitrofi.

L’acciaio rimane il prodotto fondamentale per lo sviluppo industriale di un paese. Sarà il caso ricordare che serve per le strutture che reggono le case, per gli aerei, le automobili, i grandi impianti industriali e dell’energia.

Quello dell’acciaio è il settore al centro dello scontro sulla guerra globale dei dazi innestata dalla presidenza Trump.

In Italia il settore vale diverse decine di migliaia di posti di lavoro in una situazione complessiva nella quale sono presenti le più importanti emergenze ambientali, si verificano quotidianamente incidenti sul lavoro (che richiamo alla necessità della modernizzazione degli impianti e quindi all’esigenza di investimenti, coem del resto il rapporto con l’ambiente), mentre i lavoratori in molte situazioni stanno con il fiato sospeso per via del declino degli ammortizzatori sociali.

Lavoratori che ci auguriamo qualcuno non pensi di spedire a casa per poi disporre di una massa di assistiti costretti alla riconoscenza verso le elemosine della politica e quindi votanti obbligati per conservare la sopravvivenza: altro che clientelismo DC!

Il governo Lega – M5S dovrà quindi decidere se onorare l’accordo siglato dal precedente governo PD sull’Ilva di Taranto, oppure se dar seguito agli intenti elettoralistici di indefinita riconversione se non addirittura di chiusura.

E’ il caso di ricordare che da quella dello Stabilimento di Taranto dipenda anche la produzione di Genova e Novi .

Intanto sale la preoccupazione a Piombino perché sta procedendo a rilento la definizione dell’accordo di programma tra gli indiani di Jindal e il governo italiano: sono già stati rinviati diversi incontri.

Egualmente in fase di stallo la situazione dell’ex-Alcoa di Portovesme: il nuovo proprietario svizzero Sider Alloys dovrebbe far ripartire la fabbrica nell’aprile prossimo, ma a dicembre scadono gli ammortizzatori sociali e tutto appare quanto mai incerto, tanto più che il carrozzone Invitalia (quello della piò o meno fantomatica area di crisi industriale complessa a Savona) appare defilato.

Crisi anche per la Kme, settore rame proprietà tedesca, stabilimenti in Toscana con 150 esuberi su 1.000 dipendenti.

Ancora Terni, il gioiello degli acciai speciali che la Thyssen ha messo in vendita (si annuncia, tra l’altro, che Krupp si fonde con l’indiana Tata e lascia l’acciaio per l’hi – tech), ma gli acquirenti latitano e corrono voci addirittura di smembramento della fabbrica.

Sorgono, infine, problemi nel rapporto ambiente – lavoro anche a Trieste al riguardo della Ferriera di Servola (gruppo Arvedi) per la quale la Regione annuncia l’apertura di un dossier.

Siamo di fronte, in settori decisivi della prospettiva di sviluppo, a una vera e propria latitanza di iniziativa strategica (nelle nebbie anche la famosa industria 4.0 propugnata dall’ex ministro Calenda) anche da parte della stessa iniziativa sindacale che appare costantemente sulla difensiva.

In questo senso appaiono come centrali e assolutamente prioritarie le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione in atto nel nostro Paese che chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a un’iniziativa “di periodo”.

Il concetto di fondo che dovrebbe essere raccolto e rilanciato è, ancora una volta, quello della gestione e della programmazione economica pubblica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.

Però siamo bombardati dai messaggi pubblicitari e propagandistici sui temi più diversi che si pensa possano rendere voti, e non pare proprio che ci si accorga di questo drammatico stato di cose .

Uno stato di cose che non vale, è il caso di ripeterlo ancora una volta, soltanto per la sorte (importantissima) di decine di migliaia di posti di lavoro ma per il futuro stesso di un Paese di 60 milioni abitanti all’interno di un quadro internazionale in piena evoluzione.

Non ci possiamo permettere di abdicare totalmente dall’industria, nei suoi settori portanti e strategici e ridurci sotto questo aspetto alla totale marginalità come, invece, si sta progressivamente verificando ormai da tanto tempo.

Per quel che riguarda il Governo, non credo propria possa essere possibile aver richiesto la titolarità del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico assieme, soltanto per varare il fantomatico reddito di cittadinanza. Se fosse così non sarebbe soltanto illusorio, ma colpevole: un atto di vera e propria funesta disonestà intellettuale.

mercoledì 4 luglio 2018

Il decreto (non)dignità che conferma il Jobs Act

Ciò che viene presentato come la Waterloo del Jobsact ne è. in realtà, la sostanziale conferma; solo la sfacciataggine di imprese che si preparano ad incassare miliardi di bonifici fiscali e la dabbenaggine reazionaria dei renziani possono accreditare la versione di Di Maio.

L’intervento sui contratti a termine ne riduce la durata, costringe le imprese a qualche piccola bugia, che mai sarà verificata, sulle cosiddette “causali”, ma non cambia la sostanza. Oggi il il 78% dei contratti a termine sono sotto i 12 mesi, per questi non cambia nulla, si verrà assunti e scartati a go go, senza regole come prima. Per gli altri il contratto potrà essere prorogato fino a 24 e non più fino a 36 mesi e per 4 volte e non per 5. Sia chiaro questo vale solo se il contratto viene prorogato, se invece il padrone lascia a casa il precario e poi lo riassume dopo più di venti giorni, si può anche ricominciare da capo; e su questa clausola truffa della legge il decreto non dice nulla.

Il contratto precario è più corto, ma alla fine di esso che succede? Nulla. Se davvero si fosse voluto colpire l’uso distorto di questi contratti si sarebbe dovuto affermare il principio della conferma a tempo indeterminato almeno per una parte di essi. Ti prendi cento dipendenti a tempo determinato per 24 mesi? Bene dopo non puoi ricominciare da capo con altri lavoratori, ma almeno un buona percentuale di coloro che hai assunto li dovrai confermare a tempo indeterminato, non sostituire con altri. Di questo limite invece non c’è traccia nel decreto.

Come tutti sanno, il Jobsact ha come misura simbolo contro il lavoro l’abolizione della tutela dell’articolo 18 per i licenziamenti ingiusti.

Tutti i nuovi assunti, giovani al primo lavoro o anziani che il lavoro l’hanno perso, sono senza la tutela dell’articolo 18, cioè il loro contratto a tempo indeterminato in realtà è un contratto precario, possono essere licenziati in qualsiasi momento. Se si fosse ripristinato l’articolo 18, davvero il Jobsact e il suo autore Renzi sarebbero stati rovinosamante sconfitti. Ma la sola cosa che fa il governo é aumentare l’indennità di licenziamento ingiusto, fino a 36 mesi rispetto ai 24 attuali per chi ha 12 anni di anzianità. Anzianità che ovviamente non ha maturato nessuno dei lavoratori assunti da quando è in vigore il Jobsact e alla quale è difficile che molti di loro arrivino mai.

Il Jobsact ha cancellato la tutela reale contro i licenziamenti ingiusti, cioè la reintegra al lavoro, degradandola a tutela risarcitoria, cioè prendi un po’ di soldi e vai. Per questo è nella storia delle infamie contro il lavoro. Ora il governo consolida la tutela risarcitoria renziana, cioè fa suo proprio il nucleo ideologico centrale del Jobsact. Che per altro ha distrutto tanti altri diritti del lavoro, con i demansionamenti, il controllo a distanza, i voucher che verranno ripristinati, le 40 differenti forme di assunzioni precarie. Nulla di tutto questo viene toccato dal Decreto Dignità, e non vorrei che Di Maio, parlando di Waterloo del Jobsact, si sia ispirato a quel manager che credeva che in quella storica battaglia il vincitore fosse stato Napoleone.

L’altro tema centrale del decreto è la penalizzazione delle aziende che delocalizzano. Qui sarebbe davvero un cambiamento, ma la montagna ha partorito un topolino. Le aziende che trasferiscono gli impianti all’estero dovrebbero restituire gli aiuti di stato ricevuti, con l’aggiunta di una forte multa. A parte che il principio affermato è ingiusto, cioè paghi e te ne vai, senza alcun obbligo di restare o di trovare lavoro per chi finisce in mezzo ad una strada, c’è da chiarire: ma di quali aiuti di stato si parla?

Come si sa, l’Unione Europea ha proibito gli aiuti di stato alle imprese e in questo modo ha favorito le multinazionali contro le imprese pubbliche e ha distrutto le politiche industriali di paesi come il nostro. Ma naturalmente la proibizione è ipocrita. Ci sono fondi europei, esenzioni fiscali che non sono considerati aiuti di stato. Quindi il decreto colpisce gli aiuti pubblici permessi dalla UE, quelli e solo quelli. Ma chi li ha presi? Sarebbe interessante fare un incrocio tra la le penalizzazioni del decreto e le aziende reali che hanno trasferito gli impianti all’estero, la mia impressione è che su di loro l’effetto sarebbe nullo. Perché tante agevolazioni alle imprese non rientrano negli aiuti di stato ufficiali, anche se sono un bel po’ di aiuto ai loro profitti. Chi penalizza davvero il decreto tra i tanti che hanno fatto o stanno facendo decine di migliaia di licenziamenti? A me pare nessuno.

Il decreto chiede la restituzione dei soldi anche alle imprese che hanno ricevuto ingenti sconti fiscali per comprare macchinari ed impianti e poi se li sono rivenduti e hanno licenziato. Però qui si aggiunge che si dovrà tenere conto del danno che potrebbe arrecare, all’occupazione residua dell’impresa, la penalizzazione per aver trasferito i macchinari. Insomma i licenziamenti dovrebbero essere in modica quantità e si potrebbe scampare alla multa.

Ben più rilevanti sono i provvedimenti varati e promessi alle imprese e agli imprenditori, tutti riconducibili alle regalie fiscali. Si promette un bel bonus sul costo del lavoro e anche qui si è nella pura continuità con i miliardi donati alle imprese con il Jobsact, inoltre si riducono la pressione e soprattutto il controllo fiscale. È la flat tax fai da te: io non ti controllo, tu guadagni. Per altro la più scandalosa di queste misure è l’abolizione sostanziale del redditometro, con il quale se al fisco risulta che un imprenditore ha la villa a Portofino e quattro SUV Mercedes, allora non può più dichiarare 10.000 euro di reddito all’anno.

Infine si colpiscono le pubblicità ai giochi d’azzardo, giusto; ma la gente si rovinava anche quando non c’erano gli spot in tv. É contro le bische di stato, che producono ingenti entrate allo stato, che bisognerebbe agire.

Il Decreto Dignità è dunque sostanzialmente una operazione propagandistica che conferma e rafforza la sostanza del Jobsact, mentre proclama di distruggerlo in un certo senso gli conferisce dignità. Perché allora Confindustria ed imprese levano gli scudi? Intanto per la classica tattica di piangere danni sul nulla e così alzare il prezzo su regali ed agevolazioni. Che ora riceveranno sicuramente, povere imprese dopo tanto soffrire. E poi per dare un segnale inequivocabile al governo gialloverde: finché fate propaganda va bene, ma che davvero non vi venga in mente di stare col lavoro, occupatevi dei barconi e basta.

Oltre alla solita destra berlusconiana anche la Lega ha subito recepito il messaggio. Il partito dei padroni del Nord si darà da fare e vedrete che, se nei testi finali del decreto ci sarà qualcosa che davvero colpisca il potere delle imprese sul lavoro, beh il parlamento la cambierà. E i cinquestelle come sempre abbozzeranno.

mercoledì 27 giugno 2018

LA causa dell’aumento della povertà è il boom dei working poor

La povertà cresce ma non sembra essere una priorità dell’agenda politica. L’Istat ha pubblicato i dati sulla povertà nel nostro paese che confermano l’aumento assoluto e percentuale di poveri e persone a rischio. I dati sulla povertà assoluta (quelli maggiormente amplificati dai mass media) ci dicono che le persone che vivono in povertà assoluta in Italia superano i 5 milioni nel 2017. E’ il valore più alto registrato dall’Istat dall’inizio delle serie storiche, nel 2005. Le famiglie in povertà assoluta sono stimate in 1 milione e 778mila e vi vivono 5 milioni e 58 mila individui.

Ma dovrebbero essere i dati sull’aumento della povertà relativa a preoccupare ancora di più.

La povertà relativa è infatti un parametro che esprime la difficoltà nel reperire i beni e servizi, riferita a persone o ad aree geografiche, in rapporto al livello economico medio di vita dell’ambiente o della nazione. Questo livello è calcolato attraverso il consumo pro-capite o il reddito medio, cioè il valore medio del reddito per abitante, quindi, la quantità di denaro di cui ogni cittadino può disporre in media ogni anno e fa riferimento a una soglia convenzionale adottata internazionalmente che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello medio pro-capite nazionale. Per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel paese, che nel 2017 è risultata pari a 1.085,22 euro al mese.

La povertà relativa si distingue dal concetto di povertà assoluta, che indica invece “l’incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard ossia un livello di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza, cioè nell’ambiente di appartenenza”.

Nel 2010 le famiglie che in Italia si trovavano in situazione di povertà relativa erano circa 2 milioni e 734 mila, rappresentando l’11% di tutte le famiglie residenti. Nel 2017 la percentuale di queste famiglie in povertà relativa è salita a 3milioni 171mila, pari al 12,6% della popolazione.

In questi giorni sono stati pubblicati alcuni dati dell’Ocse sulla produttività, dai quali emerge che in Italia tra il 2010 e il 2016 le retribuzioni reali orarie sono diminuite al tasso medio annuo dello 0,38% a fronte di un valore aggiunto pari a +0,21%. Si tratta del quinto peggiore andamento sui 34 Paesi Ocse. Tra le motivazioni, c’è la crescita dell’occupazione ma solo in settori a bassa e bassissima retribuzione. In Italia tra il 2010 e il 2016 i tre settori con la maggiore creazione di occupazione sono stati infatti la ristorazione e servizi di alloggio (214mila posti di lavoro netti), le attività domestiche (cioè le famiglie come datori di lavoro con 135mila posti) e le attività di assistenza e lavoro sociale (88mila).

E’ l’indicatore del boom dei working poor, cioè dei lavoratori poveri, quelli per i quali non è sufficiente avere un lavoro per superare la soglia della povertà relativa.

Secondo i dati forniti dall’Eurostat i lavoratori poveri rappresentano l’11,7% della forza lavoro, ciò significa che 12 su 100 hanno un salario ma questo non è sufficiente per vivere. I cosiddetti working poor, sono lavoratori con un basso livello di reddito, divisi tra salari bassissimi e contratti a intermittenza. Solo tra i lavoratori dipendenti se ne contano oltre 2 milioni; gli autonomi sono invece 756mila. Si tratta per lo più di giovani all’ingresso del mondo del lavoro che non riescono a rendersi autonomi dalle famiglie, donne che devono fare i salti mortali tra un impiego spesso part time e la famiglia, lavoratori stranieri sottopagati

lunedì 25 giugno 2018

Il Lavoro violento nella società del sospetto del sopruso e della ferocia

La ministra della funzione pubblica Bongiorno, che ha come massimo lustro della sua carriera l’assoluzione per prescrizione di Andreotti, ha proposto la schedatura dei dipendenti pubblici, con impronte digitali e biometriche. Come i rom e i sinti, che devono essere censiti perché rubacchiano, i pubblici devono essere controllati come in un carcere, perché tra di essi si annidano i furbetti del cartellino.

venerdì 15 giugno 2018

Le disuguaglianze Italiche crescono....

E l'Italia si scopre divisa in due tronconi, uno ricco e uno povero. Nelle città del Nord, in particolare del Nord-ovest, ci sono le più alte retribuzioni medie annue dei lavoratori dipendenti. Nel 2016 il reddito medio di un lavoratore dipendente nel Nord è stato di circa 24.400 euro, contro i 16.100 euro di un lavoratore del Meridione: una differenza di oltre 8mila euro annui che in qualche modo indica la diversa struttura dell’occupazione e delle retribuzioni, ma anche la maggiore continuità o discontinuità nella partecipazione all’occupazione dipendente che connota le due aree del Paese.

A documentarlo è l’Istat, sottolineando come l’attuale divario sia associato a dinamiche molto diverse nei territori. Se è vero che le retribuzioni medie annue risultano cresciute , esse sono cresciute con velocità notevolmente diverse: +11,4% al Nord, +3,4% nel Mezzogiorno. Ma il divario iniziale, che nel 2009 misurava 6.300 euro a vantaggio del Nord sul Meridione, si è quindi notevolmente accentuato, come tutti gli altri indicatori delle disuguaglianze nel nostro paese.

Oltre che ampia, la differenza tra le aree del paese è netta: le prime 22 province in termini di reddito da lavoro dipendente sono tutte del Nord, ad eccezione di Roma, che è terza in Italia con 23.300 euro circa, dopo Milano (29.600 euro circa) e Bologna (25.600 euro circa); nessuna provincia del Centro o del Nord occupa la coda della distribuzione, in cui invece si concentrano tutte le province della Calabria e della Campania tranne Napoli; Foggia, e Lecce per la Puglia; Matera in Basilicata; Trapani, Messina, Agrigento, Enna e Ragusa in Sicilia; le province sarde di Sassari e Nuoro. Differenze si osservano anche all’interno delle aree, in particolare nel Nord-ovest e al Sud della Penisola, con intervalli che vanno dai 29.600 euro di Milano ai 16.700 circa di Imperia, dai 19.600 di Chieti ai 12.100 di Vibo Valentia. Il reddito da lavoro dipendente nella provincia in maggiore vantaggio, Milano, è circa due volte e mezzo quello della provincia più svantaggiata in assoluto, Vibo Valentia.

Le differenze territoriali vengono invece mitigate dall’importo medio annuo delle pensioni, pari a circa 17.700 euro in Italia nel 2015, più elevato al Centro (18.800 euro circa) e più basso al Mezzogiorno (15.600 euro circa), rispetto ai salari la differenza scende quindi da 8mila a poco più di 3mila euro. La differenza si è accresciuta di poco negli ultimi anni, data la minore dinamicità di questa fonte di reddito che, rispetto al 2011, è cresciuta di appena l’1,1% sia in media nazionale che ripartizionale. La graduatoria delle province è compresa tra il massimo di Roma (21.500 euro circa) e il minimo di Crotone (13.500 euro circa). Il netto divario Nord-Sud è confermato dalla distribuzione provinciale: nella coda della distribuzione si trovano soltanto province del Mezzogiorno, ad eccezione di Fermo (14.600 euro circa), nella parte più alta soltanto province del Nord e del Centro. Tuttavia si riscontrano differenze particolarmente ampie tra le province del Nord-ovest, comprese tra il massimo di Milano (21.300 euro circa) e il minimo di Imperia (16mila euro circa).

giovedì 14 giugno 2018

Caporalato in Sicilia: gli immigrati schiavi

Lavoravano per 3 euro all’ora nelle campagne di Marsala e di Mazara del Vallo, ricevevano pane duro a pranzo e a cena, venivano sfruttati anche per 12 ore al giorno

. E’ quanto sono stati costretti a subire diversi lavoratori immigrati, clandestini e regolari, reclutati da due agricoltori di Marsala (Trapani), padre e figlio, rispettivamente di 68 e 35 anni, arrestati oggi dalla Polizia di Trapani.

I due sono finiti ai domiciliari su ordine del GIP di Marsala con l’accusa di sfruttamento della manodopera aggravato e in concorso. Il Giudice ha disposto anche il sequestro preventivo di due vigneti e di un vasto oliveto, di proprietà degli arrestati, dove venivano fatti lavorare gli immigrati.

Le indagini della Squadra Mobile, coordinate dalla Procura della Repubblica di Marsala, sono durate sei mesi e hanno accertato che i due “caporali” sfruttavano gli immigrati facendoli lavorare non solo nelle loro aziende, ma anche mettendoli a disposizione di altri agricoltori di Mazara del Vallo e di Marsala. Quasi ogni mattina andavano a prelevarli con le loro macchine e li portavano nei campi per fare la vendemmia, la raccolta delle olive, della frutta e della verdura.

Sono state le intercettazioni e le telecamere installate dagli investigatori a inchiodare i due responsabili. Padre e figlio svolgevano rapide ‘contrattazioni’ con gli immigrati sulla paga oraria, sulle ore di lavoro e sul cibo e decidevano quale lavoratore impiegare: chi “faceva troppe storie” sul compenso o sul cibo veniva subito “scartato”.

Dalle indagini della Polizia di Stato è emerso che gli arrestati sfruttavano la manodopera almeno da tre anni, facendo fare turni di lavoro massacranti che iniziavano alle 5 del mattino.

Tre euro era la paga oraria massima oltre alla “mangiarìa“, cioè il panino che i due “caporali” davano ai lavoratori come pasto della giornata, non sempre previsto se la paga era un pò più alta. Spesso, però, il pane era duro e scarso; per questo motivo, alcuni degli immigrati sfruttati si lamentavano, chiedendo almeno del pane più morbido e più abbondante.

I terreni sequestrati dalla Polizia saranno confiscati dallo Stato, perché utilizzati per compiere il reato di sfruttamento della manodopera.

Loro si facevano chiamare “padrone“, e agli immigrati ridotti praticamente in schiavitù avevano assegnato i nomi dei giorni della settimana, come il “Venerdì” di “Robinson Crusoe”, il romanzo del ‘700 di Daniel Defoe. Dalle indagini è emerso che i lavoratori si rivolgevano ai due uomini chiamandoli “padrone” e, questi, a loro volta li chiamavano con i nomi della settimana: “giovedì” era il nome assegnato ad uno degli uomini sfruttati.

Gli immigrati venivano prelevati da un capannone nelle campagne di Marsala, dove vivevano in pessime condizioni igienico sanitarie, o erano reclutati direttamente nei centri di accoglienza per migranti.

Riflessioni sulla situazione della classe operaia in Italia

Tre lavoratori morti ammazzati in pochi giorni: un bracciante, vittima delle condizioni schiavistiche create dalla pressione della grande distribuzione sulla produzione agricola gestita da mafie e caporali in Puglia e Calabria; un operaio delle Acciaierie venete investito da una colata di acciaio fuso e un operaio schiacciato da un muletto in Piemonte. Nel frattempo, un operaio della Fiat, licenziato insieme ad altri cinque colleghi per aver protestato contro chi ristruttura le aziende sulla pelle dei lavoratori – nel caso specifico dopo il suidicio di una cassaintegrata – si cosparge di benzina a Napoli e tenta il gesto estremo.

lunedì 11 giugno 2018

Automazione, disoccupazione e guerra tra poveri. Sono questi i VERI problemi su cui riflettere

“Gli immigrati ci portano via il lavoro”… Questa cazzata viene ripetuta nelle interviste a caso prese per strada, nel pià sperduto paesino italiano (persino a San Ferdinando, in Calabria, dove solo dopo l’uccisione di Jacko Soumaila qualche “itagliano” ha scoperto di poter andare a raccogliere pomodori per 2,5 euro l’ora) come nelle periferie metropolitane degli Stati Uniti.

giovedì 17 maggio 2018

Strage continua. Un operaio dell’#Ilva ucciso a Taranto

È di poco fa la terribile notizia di un altro omicidio sul lavoro, questa volta all’Ilva di Taranto. Angelo Fuggiano, operaio di 28 anni, due figli, dipendente della Ferplast,  un impresa in appalto, è morto dopo essere stato colpito da un cavo durante la fase di ancoraggio di una macchina scaricatrice nel reparto Ima, al quarto sporgente del porto di Taranto.

Secondo fonti sindacali, durante il cambio funi per la macchina scaricatrice DM 6, un cavo sarebbe saltato durante la fase di ancoraggio della parte finale travolgendo il lavoratore. Vani sono risultati i tentativi di rianimazione da parte degli operatori del 118. Sul posto anche vigili del fuoco, carabinieri, Guardia di finanza e ispettori del lavoro.

Dopo l’incidente, le segreterie territoriale Fim, Fiom, Uilm e Usb di Taranto hanno proclamato lo sciopero dei dipendenti diretti e dell’appalto dalle 11 di oggi fino a tutto il primo turno di domani. L’azienda in una nota afferma che “sono in corso da parte dell’azienda tutte le indagini per poter risalire alle cause dell’evento”. L’Ilva esprime “profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia di Angelo Fuggiano e a tutti i suoi cari”.

Un altro incidente sul lavoro è avvenuto nelle Marche. Tre operai che stavano eseguendo lavori di sistemazione dei piloni della strada delle Tre Valli Umbre nel territorio di Arquata del Tronto, danneggiata dal terremoto, sono rimasti seriamente feriti in un incidente sul lavoro. Erano su una piattaforma che, per cause che sono al vaglio degli investigatori, si è ribaltata facendoli precipitare. Sono stati soccorsi dai vigili del fuoco e dal personale del 118. Tutti hanno riportato gravi traumi al torace. Uno di loro, il più grave, è già stato trasferito in eliambulanza al Torrette. Ssul posto è arrivata una seconda eliambulanza.

La sequela di omicidi, perché di questo si  tratta, va fermata, immediatamente. Non si può più assistere inermi. Occorre una grande mobilitazione generale del mondo del lavoro che imponga a aziende e servizi ispettivi il rispetto delle norme di sicurezza, l’internalizzazione dei servizi ceduti in appalto, il divieto del subappalto, la cancellazione della precarietà, la riduzione dei ritmi e dei carichi di lavoro.Se non si rimette al centro dell’agenda politica e sociale l’uomo e i suoi bisogni l’inaccettabile catena di omicidi proseguirà.

NOI SAPPIAMO CHI È STATOI morti sul lavoro non sono il frutto di un destino cinico e baro. I mandanti degli omicidi hanno un nome ed un cognome. Sono tutti coloro che in nome di un presunto progresso hanno smantellato il sistema di diritti e di tutele del mondo del lavoro. Sono tutti coloro che in nome dei profitti e del mercato hanno sacrificato persino la dignità del lavoro.

È L’ORA DELLA RABBIA E DELLA RIVOLTA

martedì 1 maggio 2018

#PRIMOMAGGIO #1maggio, NULLA DA FESTEGGIARE SOLO RABBIA E DOLORE PER LA STRAGE DI LAVORO

220 omicidi sui luoghi di lavoro dall'inizio dell'anno. Questo è il numero di sangue che accompagna il Primo Maggio secondo l'Osservatorio indipendente di Carlo Soricelli. Che aggiunge che queste sono solo le vittime dell'attività lavorativa in fabbriche, cantieri, campi. Ad esse ne vanno aggiunte altrettante di incidenti "in itinere", cioè nel trasferimento verso o durante il lavoro. In totale i morti di lavoro dall'inizio dell'anno sarebbero 450. È il 10 % in più rispetto ad un anno fa, mentre il PIL è cresciuto solo dell'1,5. Cioè la crescita consuma morti 7 volte la sua velocità.Rispetto all'inizio della grande crisi nel 2008 i morti sul lavoro sono cresciuti del 21%. Il dato Eurostat del 2015 assegnava all'Italia oltre un terzo di tutti i 3600 i infortuni mortali ufficialmente registrati nella intera Unione Euopea. Qui siamo il paese guida.
Se alle morti cruente di lavoratrici e lavoratori aggiungiamo quelle per malattia causata dai veleni della produzione, arriviamo a cifre da capogiro. Solo per l'amianto, che è fuorilegge dal 1992, muoiono 5000 persone all'anno. E i vertici Olivetti e quelli Eternit sono stati recentemente assolti. Poi ci sono tutte le altre migliaia di vittime degli altri veleni nell'aria, nell'acqua, nella terra. Che i lavoratori ed i loro familiari, e anche persone non coinvolte nella produzione, toccano, respirano, ingeriscono.
Le condizioni di lavoro sono sempre più pericolose e nocive. Non solo si lavora di più ma anche più a lungo, tanti morti sono anziani che non dovrebbero più lavorare, ma vi sono costretti dalla povertà e dalla legge Fornero. I turni di notte continuativi indeboliscono le difese immunologiche e il lavoro festivo causa stress e malattie. Tutto il mondo del lavoro sta e lavora peggio e la crescita delle morti è solo la più brutale, feroce prova del degrado di tutta la condizione lavorativa. Si va al lavoro con il rischio concreto di morire o almeno di veder sostanzialmente compromessa la propria salute e la propria integrità fisica, e psichica. Gli infortuni storpianti e invalidanti sono un milione all'anno. E la tendenza per tutti questi numeri terribili è solo al rialzo.
Insomma è un massacro continuo, sostanzialmente impunito e anzi agevolato.
La strage di lavoro è il prodotto di un composto criminale fatto di liberalizzazioni e deregolazioni, di distruzioni della prevenzione così come dei controlli, di ingordigia delle imprese e di complicità e connivenze con lo sfruttamento. La strage di lavoro è il primo effetto del ricatto che ogni lavoratore ed ogni lavoratrice oggi subisce: o accetti o quella è la porta. La disoccupazione di massa, prodotto di dieci anni di politiche di austerità, alimenta questo ricatto e così uccide. Il Jobsact e la Legge Fornero, costringendo a lavorare con sempre meno diritti e sempre più in là con gli anni, uccidono. La priorità che anche lo stato dà alla produzione rispetto alla salute, come all'Ilva dove un decreto del governo autorizza lavorare in spregio a salute e sicurezza, questa politica fatta nel nome del lavoro, in realtà del profitto, uccide. La caduta dei controlli, il taglio al numero degli ispettori e soprattutto gli ostacoli posti alla loro attività - se un funzionario pubblico vuole rovinarsi la carriera deve andare a controllare un'azienda senza averla prima avvisata - la politica che non vuole porre ostacoli alla libertà dell'impresa, quella politica uccide. E anche la scuola, che con l'alternanza scuola lavoro addestra i giovani al lavoro senza diritti, diventa complice della strage.
Così come sono complici del massacro le politiche sindacali di collaborazione e subalternità verso le imprese, quelle che mettono produttività, flessibilità e obbedienza al primo posto e amministrano la salute dei lavoratori con cogestione burocratica. Negli anni 70 del secolo scorso ci fu il più drastico abbattimento degli infortuni e dei morti sul lavoro della storia italiana: la lotta di classe faceva bene alla salute. Il suo abbandono da parte delle dirigenze di CGIL CISL UIL ha contribuito ad aumentare la nocività.
La strage sul lavoro in Italia andrebbe affrontata come la mafia. Con una repressione diffusa ed implacabile dei crimini in tutto il paese, non a caso il procuratore Guariniello chiedeva una procura e una direzione centrale per la sicurezza sul lavoro, con gli stessi poteri di quella antimafia. E tutte le leggi infami che hanno agevolato le uccisioni di lavoratori andrebbero abolite. E la prevenzione con adeguati poteri andrebbe finanziata e potenziata. E la salute e la vita dovrebbero venire prima della produzione in ogni iniziativa sindacale. E nessun lavoratore per vivere dovrebbe subire il ricatto della precarietà, che poi fa morire. E l'austerità dovrebbe essere cancellata dalle politiche economiche come crimine contro l'umanità. E ogni connivenza o solo anche ogni pubblico disinteresse verso la strage, andrebbe sottoposto alla condanna dell'opinione pubblica, allo stesso modo della connivenza con la mafia.
Altro che ipocriti periodici pianti a feste comandate. La strage di lavoro non è un incidente del sistema, è il suo modo normale di operare. Solo rovesciando le regole e ribaltando i comportamenti oggi ritenuti normali, solo dicendo basta alla libertà del mercato, solo così si cominceranno a salvare vite.
Questo Primo Maggio non c'è nulla da festeggiare, ci sono solo rabbia e dolore da esprimere. Facciamo un Primo Maggio vero, contro lo sfruttamento e la strage del lavoro.

Ha ancora senso festeggiare il #1Maggio? #PrimoMaggio

Oggi, Primo Maggio, festa del lavoro. O dovremmo forse dire commemorazione di un lavoro che non c'è più, di un lavoro mortificato, vilipeso, avvilito dall'avidità dei capitalisti? Forse è banale, ma in un Paese dove ormai i lavoratori che continuano ad essere licenziati, a morire quotidianamente o a lavorare quasi ironicamente (quando va loro bene) dove L'operatore del call.center deve ringraziare il padrone che ancora non ha spostato tutto in Romania o Albania, dove  Il cameriere laureato di Mac Donald's, taccie, poichè la 'pizzeria accanto non da al cameriere, le sue misere 800 euro, dove la colf romana ,a cui hanno ridotto la paga da 8,a,7 euro ..lo sa che una polacca ne prende 6, docw  i cittadini hanno imparato a vivere a scadenza; in un Paese dove la cassa integrazione e gli ammortizzatori in deroga rappresentano l’ultimo cuscinetto della società; dove le donne hanno ancora enormi difficoltà dal punto di vista della parità di condizioni nel mondo del lavoro, sia dal punto di vista retributivo che di accettazione, Ci chiediamo: per chi è la festa del 1° maggio? Forse per tutti quei dipendenti che non vogliono allontanarsi dal loro posto di lavoro nonostante siano in età pensionabile, perché lavorare è certamente più conveniente? Oppure è forse per tutte quelle aziende che, nonostante trattino chi lavora con o per loro come dipendenti, inquadrandoli però come liberi professionisti a partita iva, riescono ad evitare di assumersi responsabilità nei loro confronti? È ciò che accade proprio in questo giorno : lavoratori come offerti dai sacerdoti della ricchezza, al Dio Capitale, immolati come vittime per la solenne fame vorace dei ricchi, bestie immonde che si nutrono dei propri schiavi. Oppure, ancora, è per tutti quei manager e dirigenti che hanno retribuzioni raccapriccianti in rapporto alle loro reali responsabilità e che vivono con l’obiettivo di non insegnare in “mestiere” a nessun giovane, così non corrono il rischio che possa diventare più bravo di loro, riuscendo ad ottenerne il posto? Un tempo i genitori facevano studiare i propri figli con la speranza di dar loro una vita migliore. Oggi se un giovane studia si dice che non abbia voglia di lavorare, e se poi, una volta laureato sogna di potersi occupare nel suo campo, si dice che i giovani non si accontentano di nulla e che sono tutti bamboccioni. Pare che nessuno in Italia ricordi quanto sia stato difficile riuscire a fare lo Statuto dei Lavoratori al fine di tutelare davvero i più deboli; qui tutto passa e tutto sembra essere diventato ovvio. Ovvio che il lavoratore abbia i suoi diritti, e quando poi vengono meno tutti tendono a sminuirne il valore. Ovvio che un giovane sia precario, oppure che debba andare all’estero per fare qualcosa. Ovvio che una donna trovi difficoltà nell’essere assunta perché un giorno potrebbe giocare quel terribile scherzo all’azienda di diventare madre. Ovvio che la sicurezza nei luoghi di lavoro sia vista solo come una rottura di scatole e non come la tutela di una vita umana. Ormai son riusciti a convincere chee I diritti sono privilegi. Finalmente il capitale può stare tranquillo. Esso, ghignante, è riuscito ad ottenere ciò che voleva: una sterminata folla di poveri da poter sostituire ogni volta che ne manca uno, col cui lavoro potersi nutrire e nutrire i propri conti in banca. Una situazione raccapricciante. Tutto ciò è molto triste e ci chiediamo cosa ci sia davvero da festeggiare in questo 1° maggio, e soprattutto dunque: per chi è la festa dei lavoratori?

lunedì 30 aprile 2018

La scuola dei padroni come fabbrica di schiavi

I giovani italiani sono davvero un branco di pigri fannulloni? Questa espressione viene spesso utilizzata per descrivere la scarsa attitudine del nostro popolo a sporcarsi le mani con il lavoro manuale, un popolo che, piuttosto, preferirebbe dedicarsi allo studio dell’arte o delle scienze sociali e umanistiche, quasi per definizione inutili e garanzia di disoccupazione. Ci dobbiamo porre questa fastidiosa domanda perché, oramai da anni, ascoltiamo appelli dal mondo dell’industria che si lamenta di come in Italia sia così difficile trovare lavoratori che abbiano competenze tecniche e che siano disposti a lavorare in fabbrica. In questi giorni, ancor più di prima, escono continuamente articoli in cui gli imprenditori rimproverano gli italiani perché, a fronte di grandi (o presunti tali) investimenti in nuove tecnologie, hanno difficoltà ad assumere personale vista l’impreparazione dei candidati, o perché, peggio ancora, questi lavori vengono letteralmente snobbati. Di fronte ad una veloce trasformazione della domanda di lavoro da parte delle imprese, spinta dal progresso tecnico (Industria 4.0), sembrerebbe quindi che l’offerta di lavoro non sia in grado di – o peggio ancora non voglia – adeguarsi a questo processo di cambiamento, con conseguenti ricadute sull’occupazione. Le cause di tutto ciò? Principalmente la pigrizia e la scarsa buona volontà dei potenziali lavoratori.

Una vera e propria ramanzina da parte della classe capitalista ai lavoratori che non sarebbero in grado di investire coscientemente nel loro capitale umano. Chi è causa del suo male pianga se stesso. La forza lavoro italiana, ed in particolare i giovani, è stata ridicolizzata a mezzo stampa in tutti i modi possibili in questi ultimi anni. Siamo stati appellati come fannulloni – nonostante in Europa siamo tra quelli che lavorano di più, anche più dei tedeschi – e ora ci definiscono stupidi, senza troppi giri di parole. “Vi lamentate che non trovate lavoro ma quando poi noi siamo disposti ad assumere, voi non avete le competenze per svolgerlo” ci urlano in faccia, sogghignando, gli imprenditori.

Questa è la storia tossica, avvelenata, che ci raccontano da anni. Tuttavia, le cose stanno in una maniera leggermente differente.

I dati OCSE, con riferimento al 2015, ci mostrano come in Italia il 41%, tra coloro che possiedono un diploma di scuola superiore e/o un diploma di laurea breve (triennale), abbia una formazione nell’area scientifica-tecnica. Più degli studenti tedeschi (37%) e dei francesi (35%), giusto per fare un confronto.  Per entrare nel dettaglio, il 30% degli studenti italiani con diploma superiore o laurea triennale ha una formazione mirata per il settore industriale. Sempre l’OCSE ci dice, tra l’altro, che il 21.1% dei lavoratori italiani, nel 2015, è anzi più qualificato rispetto al lavoro che effettivamente svolge, più dei colleghi tedeschi (17.4%) e dei francesi (11.6%).

Ma allora cosa c’è dietro alle lamentele degli imprenditori?

È utile tenere a mente che quando gli imprenditori urlano e si sbracciano, generalmente cercano di convincere i lavoratori ad essere più obbedienti, disposti a lavorare ancora di più e soprattutto per un salario più basso, possibilmente molto più basso. Veniamo al punto centrale: se da un lato si riconosce come l’educazione possa incrementare la forza contrattuale dell’individuo, perché ne migliora le abilità, l’indipendenza e le capacità produttive, dall’altro lato un sistema scolastico classista deve rendere più disciplinato il lavoratore generando o selezionando profili maggiormente compatibili con la ricerca del profitto ed i meccanismi motivazionali dell’impresa. Evidentemente, per gli imprenditori l’equilibrio tra queste due tensioni non è soddisfacente ed il sistema scolastico, così come è oggi, non dispensa un livello di disciplina sufficiente per la futura classe lavoratrice. Non a caso, si legge sempre più spesso di quanto sarebbe importante procedere ad una riforma dell’istruzione, dando maggior peso agli istituti professionali. In questo contesto, l’università dovrebbe tornare ad essere un privilegio per pochi, perpetuando un antico quanto odioso meccanismo di selezione sociale: le classi dominanti non sono interessate ad una istruzione di massa ed allo spirito critico che questa, pur tra mille contraddizioni, ancora diffonde e difende in Italia. Per questo l’università deve rimanere luogo d’elezione per una ristretta cerchia di fortunati, preferibilmente i figli di chi detiene le leve del potere politico ed economico oggi, affinché queste si tramandino per diritto di sangue e di classe. Per gli altri, per la massa indistinta, al massimo si può immaginare una formazione presso gli istituti tecnici superiori (ITS). Per gli imprenditori, insomma, l’istruzione generale è un costo eccessivo e una perdita di tempo. Sarebbe meglio, per i capitalisti, se tutti quanti ci mettessimo bene in testa che si vive per lavorare; tutta la nostra formazione, di conseguenza, deve essere mirata allo svolgimento dell’attività lavorativa, raggiungendo le necessarie competenze nel minor tempo possibile, per iniziare a lavorare prima possibile. Ma non finisce qui; per un sistema capitalista è di cruciale importanza che il potenziale lavoratore riceva una preparazione iper-specializzata, parcellizzata e frammentata.

Possiamo quindi identificare due piani complementari delle strategie di riforma del sistema scolastico propugnate dalle classi dominanti: prima di tutto è fondamentale spogliare il lavoratore di una visione complessiva del processo produttivo (e per estensione del sistema economico in cui opera), cercando di inibirne anche lo spirito critico – che significa principalmente consapevolezza che essere sfruttati è inaccettabile – che solo l’istruzione generale coltiva. Il perfezionamento di questo disegno perverso è rappresentato dall’alternanza scuola-lavoro, vero e proprio strumento di guerra culturale da parte dei padroni, che hanno buon gioco ad inculcare nella mente di un adolescente il principio secondo il quale produrre e lavorare gratis è naturale.

C’è inoltre un ulteriore elemento da analizzare, caratterizzato da una potenziale ambiguità che va demistificata. Tornando alle proposte di riforma della scuola in linea con i principi qui sopra descritti, è ragionevole ritenere che i lavoratori con una formazione professionale adatta al settore industriale abbiano una occupabilità maggiore della media, cioè possano trovare più facilmente un’occupazione. Convincere gli studenti ad intraprendere questo tipo di formazione sembra quindi un favore che le imprese fanno principalmente a questi ragazzi. La storia è purtroppo più complessa: se aumenta la forza lavoro (cioè le persone che cercano lavoro) in un determinato settore, a parità di domanda aggregata (cioè della domanda di beni e servizi che un’economia esprime, da cui si derivano il numero di lavoratori di cui le imprese hanno bisogno) aumenta semplicemente la disoccupazione. O, come direbbe Marx, si “ingrossano le fila dell’esercito industriale di riserva”. Ora, è bene precisare che, anche allo stato attuale, non ci troviamo in una situazione tale che tutti i tecnici sono occupati e liberi dal precariato. Più semplicemente, il tasso di disoccupazione per questa particolare categoria di lavoratori è generalmente inferiore alla media. Questo implica che siamo in presenza di un esercito di riserva relativamente contenuto e queste categorie di lavoratori hanno una posizione contrattuale relativamente buona. Gli imprenditori urlano e strepitano, allora, semplicemente perché vogliono più braccia a buon mercato, che possano fare concorrenza e spingere a più miti consigli quei lavoratori che ancora riescono a difendere i propri redditi. Braccia rese ancora più vulnerabili da una formazione che aspira a rendere il futuro lavoratore un mero ingranaggio di un processo produttivo che lo sovrasta e di cui non rappresenta che una parte infinitesimale, rimpiazzabile con uno schiocco di dita qualora dimostrasse una conflittualità inopportuna.

Riprendendo dunque il discorso iniziale, la carenza di tecnici lamentata dagli imprenditori non deve essere vista come una differenza tra le competenze domandate dalle imprese e quelle offerte dai lavoratori. Non è vero che, a fronte di millantati posti vacanti, non si riesce a trovare un lavoratore con competenze professionali idonee. Gli imprenditori si lamentano perché non trovano lavoratori sufficientemente disciplinati e disposti a lavorare tanto guadagnando poco. La carenza, cui fanno riferimento gli imprenditori, è relativa all’esercito industriale di riserva: ciò che manca non sono i lavoratori, sono i disoccupati. Per questo la classe dominante raccomanda calorosamente che i giovani scelgano istituti tecnici piuttosto che i licei, ed in caso istituti tecnici superiori al posto del tradizionale percorso universitario.

Per contrastare lo sfruttamento di lavoratori presenti e futuri, la battaglia si combatte anche sulla e nella scuola, una scuola che deve rimanere libera, pubblica ed accessibile a tutti. Il percorso formativo deve fornire all’individuo la capacità di ragionare, di esprimersi e di costruire la propria autonomia; non deve avere l’obiettivo di consegnare agli imprenditori una forza lavoro assoggettata alla loro bramosia di profitto.

martedì 24 aprile 2018

Serve Una cultura del lavoro per fermare le stragi bianche

Purtroppo occorre parlarne e indignarsi tutti i giorni, poiché tutti i giorni, in media, muoiono 4 lavoratori di infortunio sul lavoro. A tale proposito invito a visitare la pagina internet dell’Osservatorio indipendente sui morti sul lavoro di Bologna in cui vengono puntualmente e quotidianamente riportati gli infortuni mortali.

lunedì 2 aprile 2018

La strage quotidiana, inarrestata e inarrestabile in nome del profitto

“Ciao tesoro, ci vediamo questa sera”. Poi si esce per andare al lavoro. Verso un cantiere, una fabbrica, su un furgone per consegnare pacchi o in bici per consegnare un pasto caldo. “Ciao tesoro, ci vediamo questa sera”. Un saluto normale, quotidiano, quasi scontato. Come scontato dovrebbe essere tornare a casa dal lavoro. E invece no. Perché è più probabile morire da lavoratori in Italia che da soldato italiano in missione all’estero.

domenica 18 marzo 2018

Accordo sulla contrattazione, Un nuovo regalo ai padroni

Un regalo di Natale fuori tempo massimo. E’ così che possiamo definire l’accordo sottoscritto tra Confindustria e sindacati confederali il 28 febbraio scorso. Un regalo, è bene precisare, di cui beneficeranno solo i padroni, e che nelle intenzioni dei firmatari avrebbe dovuto favorire il governo a pochi giorni dalle elezioni.
Già un anno e mezzo  fa (era il novembre del 2016), i sindacati avevano sottoscritto le linee guida sul rinnovo del contratto del pubblico impiego a pochi giorni dal referendum sulla riforma costituzionale voluta da Renzi. E come allora questo "assist" a favore del governo non ha dato i frutti sperati vista la débacle elettorale del Pd e del centrosinistra, e l’impossibilità, salvo sorprese oggi difficilmente prevedibili, di una versione tricolore della Grosse Koalition che guiderà la Germania per il prossimo quadriennio.
L’enfasi con la quale è stata varata la riforma è stata imponente. Accordo storico, un passo verso rapporti sindacali più moderni, ecc. Sono questi i giudizi con i quali la stampa borghese ha salutato il patto tra i Confederali e Confindustria. Che si tratti di evento storico è senza ombra di dubbio. Ma la sua "bontà" è tutta e solo per i padroni.
Ciò che balza immediatamente all’occhio, anche di un osservatore poco addentro al lessico sindacale, è che con questo accordo quadro il sindacato, in particolare la Cgil, abbandona definitivamente ogni idea, anche la più vaga, di poter utilizzare la conflittualità sociale per tutelare gli interessi dei lavoratori.
Tutta la nuova modalità di contrattazione è subordinata a quella che nel testo viene definita “governance adattabile”, e che nelle 16 pagine viene spiegato seppur con una prosa, non sappiamo quanto volutamente, poco fluida.

Tec e Tem, ovvero nessun aumento per i lavoratori
Il filo conduttore dell’accordo è quello di rendere il sindacato, e di conseguenza i lavoratori, completamente e in maniera irreversibile subalterni alle finalità delle imprese. Queste finalità sono definite in maniera semplice: aumento della competitività e della produttività per rendere le aziende italiane idonee a svolgere un ruolo da protagonista nel mercato capitalistico mondiale.
Entriamo brevemente nel dettaglio. Per quanto riguarda il salario, in futuro questo sarà fornito da due voci, il Trattamento Economico Minimo (TEM) e il Trattamento Economico Complessivo (TEC).
Il primo (TEM), che corrisponde a quello che ora chiamiamo minimo tabellare, d’ora in avanti potrà essere aumentato solo facendo riferimento all’inflazione media europea, depurata dal costo dell’energia. Una doppia truffa. Si userà un indice medio continentale per definire gli aumenti, ma i salari minimi non saranno parametrati alla media di quelli degli altri Paesi del Vecchio Continente (notoriamente più alti). Inoltre per una economia fortemente dipendente dall’importazione di energia dall’estero, e con costi molti alti, vuol dire accettare che il salario possa essere fortemente ridotto da questa voce di spesa, senza possibilità di recupero. Reali aumenti salariali saranno cancellati per sempre. Non solo, si legittima la pratica della restituzione salariale: categorie (come la gomma platica) che hanno avuto aumenti superiori all’inflazione così ridefinita dovranno restituire ai padroni i pochi spiccioli ottenuti
Per la seconda voce (TEC) si favorisce l’estensione del welfare aziendale. Anziché rivendicare la difesa e il rafforzamento del welfare pubblico, l’unico realmente universale, si accetta come ineluttabile il suo progressivo smantellamento. I lavoratori delle categorie più ricche forse potranno beneficiare per un periodo di una copertura col welfare privato, ma alla lunga tutti subiranno un peggioramento: i pochi lavoratori che ancora hanno una sufficiente forza salariale e contrattuale, i precari e gli iper sfruttati, i pensionati di oggi e di domani. Cambia solo il ritmo di questo processo, ma la direzione appare segnata. Gioiranno al contrario quei settori del grande capitale che si stanno buttando nel welfare privatistico che da molti analisti economici viene indicato come il business del futuro (tanto che in America Amazon, Jp Morgan  e il fondo di  Warren Buffet stanno pensando di creare una sorta di sistema sanitario privato parallelo a quello pubblico ).
Si estende l’accordo della vergogna del 10 gennaio 2014 con tutto quello che prevede: periodi di raffreddamento del conflitto in occasione delle trattative a livello nazionale o aziendale, togliendo ai lavoratori l’unica arma che hanno per far valere le loro ragioni, lo sciopero. Forti limiti alla libera adesione sindacale: le organizzazioni dei lavoratori che non accettano i diktat imposti dall’accordo non potranno fare proselitismo ed essere presenti nei luoghi di lavoro.
Si accetta il principio alternanza scuola-lavoro sancito dalla contro riforma conosciuta come Buona Scuola. Tutti abbiamo visto che cosa ciò ha comportato: manodopera giovane, molte volte anche qualificata, che viene sfruttata gratuitamente dalle imprese, che in questo caso non si approprieranno, come sempre avviene solo del plusvalore creato, ma di tutto il lavoro prodotto. Ad di là della forma, una situazione peggiore della schiavitù!
Viene aumentata l’importanza della contrattazione di secondo livello, aziendale o territoriale il cui fine è, citiamo testualmente, «il riconoscimento di trattamenti economici strettamente legati a reali e concordati obiettivi di crescita della produttività aziendale, di qualità, di efficienza, di redditività, di innovazione». La pericolosità che scaturisce da questo punto particolare rischia di non essere pienamente compresa. Se è vero che data la struttura del capitalismo tricolore (alta percentuale di piccole e piccolissime imprese), solo in una piccola parte delle aziende si potrà avere una contrattazione di secondo livello, saranno i contratti territoriali quelli che permetteranno la concreta realizzazione della contrattazione di secondo livello. Il passo successivo sarà la riproposizione della gabbie salariali. E’ quello che già chiede esplicitamente Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review e uno dei papabili ad assumere il ruolo di “salvatore della Patria" (capitalista) nel caso il caos post voto dovesse prolungarsi.

Rompiamo l’accordo con le lotte operaie
Questi sono i più evidenti tratti di questa riforma della contrattazione. Non sappiamo se tutto ciò rimarrà solo un libro dei sogni o se avrà ripercussioni concrete. Per quanto concerne l’obiettivo dell’aumento della redditività ne dubitiamo fortemente: è in calo a livello mondiale da oltre 40 anni, non crediamo che un simile accordo riesca a invertire la rotta, se negli anni non ci sono riuscite economie più forti di quella italiana.
Non possiamo che provare un profondo disprezzo per chi in questi anni, a parole, si è lamentato delle condizioni in cui milioni di Lavoratori sono costretti a vivere: bassi salari, precarietà, welfare in disarmo, e poi sottoscrive contratti nazionali o accordi come quello di stiamo scrivendo, che non fanno altro che peggiorare la situazione. E senza nemmeno potere accampare la scusa di essere stati costretti a farlo a causa di sfavorevoli rapporti di forza. Perché è bene ricordare che i sindacati confederali in questi anni si ben visti di organizzare e proclamare reali momenti di lotta e mobilitazione per cercare di rovesciare la situazione che stiamo vivendo. Gli esempi della doppiezza tra i membri privilegiati degli apparati politici e sindacali sono infiniti, ma quello di Camusso e soci verrà ricordato come uno dei peggiori.
La partita tuttavia non è persa e il risultato non è acquisito per nessuno dei contendenti. Come da due secoli a questa parte sarà la lotta di classe a determinare le sorti dello scontro tra borghesi e proletari. Il nostro nemico è più debole di quanto in realtà ci appaia: la crisi economica che ha colpito il mondo capitalista è ben lungi dall’essere superata, e ciò vale in modo particolare per la borghesia italiana che non ha ancora recuperato quanto perso nell’ultimo decennio in termini profitti e di capacità di accumulare nuovo capitale, come evidenziato nella nostra recente analisi sul voto del 4 marzo.