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venerdì 24 agosto 2018

L’Ucraina e il problema del conflitto militare

Il conflitto militare in Ucraina dura già da quattro anni. Anche da più di quattro anni continuano le  discussioni in Occidente per mandare o non mandare le forze militari internazionali per una operazione di pace.

sabato 11 agosto 2018

La sporca guerra nello Yemen. Muoiono 39 bambini

Sono almeno 39 i bambini morti, mentre altre 50 persone sono rimaste ferite ieri nel nord dello Yemen in seguito a raid aerei sauditi che hanno colpito uno scuolabus e un affollato mercato nella provincia di Saada. La morte dei bambini sembra aver colpito l’attenzione dei mass media, ma purtroppo non sono i primi nella sporca guerra dello Yemen, solo che fino ad oggi in ben pochi avevano avuto il coraggio di accendervi sopra i riflettori. Troppi “amici” scomodi (Arabia Saudita), troppi interessi che coinvolgono anche l’Italia (la vendita di armi italiani all’Arabia Saudita).

sabato 2 giugno 2018

Il Sultano cerca voti sulla pelle dei curdi invadendo l’Iraq

La Turchia ha dato il via a un’operazione militare contro l’Iraq. Si sta aprendo una nuova fase della guerra in corso in Medio Oriente.

Negli ultimi giorni le truppe di Ankara hanno attaccato a sorpresa l’Iraq, come già avevano fatto con la Siria. Il governo di Baghdad non è intervenuto ma le YPG (Unità di difesa del popolo curdo) e le YPJ (Unità di difesa delle donne curde), gruppi armati a protezione del confederalismo democratico in vigore in Rojava (il Kurdistan siriano) presenti anche in Iraq, stanno portando avanti una strenua resistenza e, fino a questo momento, sono riuscite a impedire all’esercito turco di varcare il confine con l’Iraq. Ma l’enorme disparità militare lascia facilmente ipotizzare che la resistenza curda, per quanto forte e determinata, non riuscirà ad avere la meglio a lungo.

In questa guerra la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti sta giocando un ruolo ambiguo. Dopo che le milizie curde hanno prima liberato Kobane e poi respinto l’avanzata jihadista a Raqqa senza nessun significativo aiuto straniero, sono state lasciate da sole ad Afrin a subire l’offensiva comune della Turchia (membro della NATO) e dei jihadisti (formalmente nemici della coalizione di cui la Turchia fa parte).

Già durante le celebrazioni del Newroz a fine marzo l’esercito turco aveva bombardato alcuni villaggi del Kurdistan iracheno. Proprio in quei giorni la città curdo-siriana di Afrin era caduta sotto l’attacco congiunto di Turchia e bande jihadiste legate ad Al Nusra (sorella siriana dell’araba Al Qaeda) e ai superstiti di Daesh sconfitti a Raqqa e a Kobane dalle milizie curde. Subito dopo l’entrata dei suoi carri armati ad Afrin, il dittatore turco Erdogan aveva annunciato che la guerra sarebbe continuata nel resto della Siria e nel Nord dell’Iraq. Ma la presenza di soldati francesi e statunitensi, sebbene non ostili alla Turchia, ha frenato l’avanzata del “sultano” che avrebbe voluto colpire nuovamente Kobane, la Stalingrado curda.

Di fronte al tentativo di invasione turca dell’Iraq, il silenzio occidentale è tale da non far nemmeno giungere la notizia sui nostri giornali e nelle nostre televisioni. Questa tacita complicità si spiega con due ragioni fondamentali. La prima è che l’intervento turco, nonostante sia palesemente in contrasto con il diritto internazionale in quanto viola la sovranità di un altro Stato, viene fatto passare come un’operazione «antiterrorismo» volta ad annientare le basi del PKK sui monti del Qandil, nel Kurdistan iracheno; e, a causa di pressioni della Turchia, il PKK è considerato un gruppo terroristico sia dall’Unione Europea che dalla stessa NATO. Il secondo motivo che costringe al silenzio non tanto tutto l’Occidente quanto l’Europa in particolare è l’accordo sui profughi stretto tra Ankara e Bruxelles: il governo turco si è impegnato a fermare i flussi migratori che cercano di raggiungere i Paesi europei in fuga dalla guerra in Siria in cambio del silenzio sulla situazione in Turchia. Se le potenze liberaldemocratiche sanzionassero Erdogan per le numerose violazioni dei diritti umani di cui si è reso responsabile, egli potrebbe in qualsiasi momento rompere l’accordo e far affluire in Europa centinaia di migliaia di persone disperate.

A questo va aggiunto il fatto che il 24 giugno si terranno le elezioni presidenziali e parlamentari in Turchia, che Erdogan farà di tutto per vincere. La legge elettorale turca prevede una soglia di sbarramento al 10%, la più alta del mondo, e il divieto di candidatura per il PKK, fuorilegge dal 1984. Non è un caso che l’attacco ad Afrin prima e sul Qandil poi abbia luogo proprio in questo periodo: Erdogan sta usando la guerra al popolo curdo come strumento di consenso elettorale sfruttando il falso mito, assai diffuso in Turchia, del curdo terrorista e infedele. Una delle promesse elettorali di Erdogan è proprio l’annientamento del PKK anche al di fuori del territorio turco. I deputati e le deputate dell’HDP (Partito democratico dei popoli, disarmato ma filocurdo che ha di gran lunga superato lo sbarramento) sono attualmente in carcere in Turchia con l’accusa di costituire il braccio legalitario del PKK. L’altro obiettivo dell’attacco turco sul Qandil è proprio quello di screditare la campagna elettorale dell’HDP, largamente maggioritario nel Kurdistan turco, di cui il partito di governo AKP mostra di avere paura. Tra i candidati alla presidenza vi è Selahattin Demirtaş, leader dell’HDP e fondatore della sezione turca di Amnesty International, la cui permanenza in carcere gli impedisce il normale svolgimento della campagna elettorale. Inoltre, molte cittadine e cittadini curdo-turchi che attualmente abitano in Italia e in Europa con lo statuto di rifugiati politici non possono votare per il proprio Paese dato che anche solo entrare nell’ambasciata turca comporterebbe per loro l’arresto in quanto curdi e oppositori del governo senza nemmeno essere messi a conoscenza del reato specifico di cui sarebbero accusati.

Nonostante il PKK sia nato in Turchia, le sue basi militari e logistiche si trovano in Iraq proprio per risparmiare alla popolazione civile curdo-turca i massacri che l’esercito di Ankara compiva con il pretesto di annientarne la resistenza quando il principale focolaio di lotta era in Turchia. La scelta di trasferire la sede centrale dell’organizzazione in un altro Stato è stata fatta principalmente sapendo che il diritto internazionale vietava al governo turco di invaderlo. Peraltro, dopo la fine della dittatura di Saddam Hussein, il Kurdistan iracheno vive in una condizione migliore rispetto ai suoi fratelli turco siriano e iraniano. I combattenti curdi infatti, perseguitati per decenni dal regime di Hussein e usati dagli Stati Uniti per destabilizzare il Medio Oriente durante le guerre del Golfo e poi lasciati in balia della vendetta di Baghdad, hanno ottenuto un formale riconoscimento di autonomia dopo aver combattuto insieme alle truppe della NATO per rovesciare il governo iracheno.

Ma per Erdogan l’ONU e le leggi di guerra sono solo un fastidioso ostacolo alle sue manie di potere. 

domenica 6 maggio 2018

Nel mondo si spende sempre di più per armi ed eserciti

Un nuovo allarmante record storico quello documentato dall’ Istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace: le spese militari crescono sempre più e i maggiori esportatori di armi sono Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Germania, i quali concentrano da soli il 74% del volume totale delle esportazioni.

sabato 21 aprile 2018

Coerenza #m5s, Da no guerra ai dieci droni da guerra costati 776 milioni.

Ironia della sorte, il primo atto del nuovo Parlamento non è stato il taglio dei vitalizi o un qualsiasi investimento sul sociale o sui diritti in linea con le promesse elettorali, ma l’acquisto di dieci droni. Una “spesa militare”, dunque,  che costerà la bellezza di 776 milioni di euro. In assenza di una maggioranza di governo definita e nell’impossibilità di comporre e far partire le commissioni normali, Senato e Camera hanno istituito le cosiddette “Commissioni speciali”, che hanno competenze su tutti i temi più urgenti e sono presiedute da Vito Crimi dei Cinquestelle a Palazzo Madama e da Nicola Molteni della Lega a Montecitorio.

All’ordine del giorno della seduta di ieri di quella a Montecitorio c’era appunto lo “schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale relativo all'acquisizione (...) di aeromobili a pilotaggio remoto e potenziamento delle capacità di Intelligence, Surveillance and Reconaissance della Difesa”. Tradotto dal burocratese, il provvedimento prevede l’acquisizione da qui al 2032 di “10 sistemi, costituiti ciascuno di due velivoli ed una stazione di comando e controllo”. Forse per far capire ai parlamentari meno esperti di che cosa si tratti, la relazione che accompagna il decreto spiega persino cosa sono i droni, definendoli come “velivoli a pilotaggio remoto, individuati con l'acronimo inglese UAV, introdotti nella tecnologia militare da alcuni anni, in particolare negli Stati Uniti”.

I droni fanno lo stesso lavoro degli aerei militari, ma sono più piccoli e silenziosi e non mettono a rischio nessuna vita umana perché sono telecomandati: “Consentono di effettuare ricognizioni in ambienti ostili e ad alto rischio, senza che venga messa repentaglio la vita di un pilota. L’assenza del pilota permette poi di costruire un velivolo molto più piccolo, capace di manovre aeree molto più impegnative, tali da essere difficilmente sopportate da un essere umano”, si può leggere ancora. E’ la stessa relazione a fornire altri particolari tecnici. Così sappiamo che i dieci droni con il tricolore stampigliato sulla carlinga - si presume - avranno “un peso al decollo di 1.500 Kg e saranno in grado di operare fino a 14.000 metri per un tempo di volo pari a circa 24 ore”.

Il fatto è che i droni vengono utilizzati anche per bombardare. L’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, per esempio, negli anni trascorsi alla Casa Bianca ha autorizzato alla  moltissime operazioni mirate contro i terroristi che prevedevano l’utilizzo dei droni: attacchi meno evidenti e “scenografici” di quelli coi missili scelti dal suo successore Donald Trump, ma pur sempre atti militari.

Il programma di acquisto era stato preparato dalla ministra uscente della Difesa Roberta Pinotti e dovrà essere portato avanti dal ministro che prenderà il suo posto, e che avrà il vantaggio, però, di trovare le cifre necessarie per l’acquisto già stanziate. L’operazione non è certo di poco conto: il costo complessivo, tra acquisto, manualistica e addestramento, è stimato dallo Stato maggiore della Difesa in 766 milioni di euro e sarà spalmato su sette esercizi. L’anno nel quale l’investimento inciderà maggiormente sarà il 2022, quando la legge finanziaria vincolerà 161 milioni di euro al progetto di difesa.

La cosa “singolare” è che il primo atto della nuova legislatura è stato sostenuto proprio dai vincitori delle elezioni, M5s e Lega. Il relatore del decreto è addirittura un esponente dei Cinquestelle, il deputato Davide Crippa, piemontese, alla seconda legislatura.   E pensare che, meno di un anno fa, l’11 maggio 2017, il Movimento aveva sottoposto al voto degli iscritti un programma di governo per il settore della Difesa che, votato in rete da 19 mila e 747 iscritti, impegnava a ridimensionare il “programma degli F35”, bollato come “inutile e costoso”.  Allora, prima della svolta “governista” di queste settimane, i Cinquestelle chiedevano di “tagliare” i capitoli sugli “armamenti offensivi”. Oggi hanno cambiato idea, facendosi addirittura promotori dell’ approvazione del piano di investimenti predisposto dalla ministra della Difesa del Pd.  Contro l’atto di esordio del nuovo Parlamento hanno invece protestato sia Stefano Fassina,  oggi tra i dirigenti di LeU  che Francesco Boccia, dem.

Il relatore pentastellato si difende. “Io non sono nè “pro” acquisti militari, né contro; sono soldi già stanziati dall'ultima legge di bilancio. Certo - ammette -, con questo acquisto il nostro Paese sarebbe il terzo al mondo quanto a numero di droni”. Stefano Fassina  denuncia che, oltretutto, la legge sarebbe scritta male: “Larga parte dei 766 milioni vengono non dal bilancio del Ministero della Difesa, ma dal bilancio del Mef e sono sottratti a investimenti per mobilità sostenibile, sicurezza stradale, riqualificazione delle stazioni ferroviarie, infrastrutture edilizia pubblica, compresa quella scolastica… cose così”, denuncia l’ex viceministro del Pd .

Stamattina la Commissione Speciale di Montecitorio esaminerà altri due provvedimenti cari ai seguaci di Beppe Grillo, seguiti da altri due deputati del Movimento, per i quali il centrodestra ha già dichiarato di voler votare a favore: un decreto legislativo per l'attuazione della direttiva Ue sulla sicurezza dei dati e dei sistemi informativi, di cui è relatore Stefano Buffagni, fedelissimo di Luigi Di Maio e uomo di fiducia di Davide Casaleggio, e un altro sull’uso dei codici di prenotazione a fini antiterrorismo, di cui è invece relatore Vittorio Ferraresi, di Cento, pure lui alla seconda legislatura.

giovedì 19 aprile 2018

La guerra in Siria? altra SPORCA Carneficina delle multinazionali del petrolio

C'è la guerra in Siria, una guerra fotocopia a tante altre combattute dall’occidente buono per liberare un popolo oppresso; il dittatore di turno è Assad, figlio d’arte, rampollo della famiglia omonima che dal 1970 detiene un potere messo in discussione recentemente dalla guerra civile.

mercoledì 18 aprile 2018

A CHI IMPORTA DEI BAMBINI SIRIANI?

A quanto pare la vita di bambini, civili e i diritti dei siriani tutti sono importanti solo quando gli ipotetici attacchi avvengono a casa loro.

Non importa a nessuno dei siriani che, da anni, muoiono di freddo, di fame in Europa, o di quelli che perdono la vita cercando di attraversare la Manica.
Non si occupa nessuno dei 10.000 bambini spariti nel nulla, bambini che non si sa in quali mani, quale orrendo mercato saranno andati a nutrire con le loro piccole vite.
Non interessa a nessuno delle migliaia di profughi che vivono nel fango ed in condizioni sanitarie disumane senza accesso a nessun tipo di servizio sociale, nei campi profughi sparsi in Europa. O di quelli che annegano in mare.



E non ha nessuna importanza se questa sofferenza la possiamo vedere in prima persona ed è sotto il nostro naso. Semplicemente perchè se certe immagini non vengono trasmesse in TV non hanno risonanza.

Peró le immagini non verificate e fatte girare abilmente sui social network ed i telegiornali ci fanno DAVVERO inorridire.


Perchè la sola verità che cerchiamo, meschini, la sola verità che muove i nostri animi catatonici e la nostra finta commiserazione e pietà, è la verità mediatica.

Assad, il “dittatore” PARE abbia lanciato armi chimiche.
Per il momento, l’unico ad aver data per vera, quindi ad aver confermato la notizia è il Presidente (definito di sinistra, di sinistra come Renzi) Macron.

E subito mezzo mondo si mobilita, pronto a bombardare un paese democratico e progressista. Intanto gli schieramenti mondiali si preparano.

Mi chiedo, quanti anni dovranno passare prima che i Capi di Stato si toglieranno questa maschera e dichiareranno apertamente e senza cercare pretesti che questa è una guerra imperialistA?

domenica 1 aprile 2018

Come nascondere un massacro? Media hanno raccontato in modo vergognoso quanto accaduto a Gaza

Media internazionali e nazionali hanno raccontato in modo vergognoso, parziale e profondamente scorretto quanto accaduto ieri a Gaza. Ma i fatti e le immagini parlano più di qualunque menzogna

La popolazione palestinese è stata abituata negli anni alla disinformazione per quanto riguarda la narrazione dominante rispetto alle proprie vicende.

Quanto accaduto ieri, nel primo giorno della Great Return March ha ampiamente superato il limite della vergogna e della decenza e non solo in Italia.

I fatti sono abbastanza espliciti ed inequivocabili, quasi 20.000 persone si sono avvicinate alla barriera tra la Striscia e Israele a partire da sei accampamenti lungo il perimetro, invadendo quella buffer zone, o zona cuscinetto che percorre tutta la frontiera, permanentemente interdetta alla coltivazione e all’accesso. A parte un singolo isolato caso di due militanti della Jihad islamica che erano armati (e sono stati subito uccisi dall’esercito israeliano) tutti i manifestanti hanno utilizzato esclusivamente modalità di protesta popolari e nonviolente,avvicinandosi al muro di separazione disarmati, a volto scoperto, assieme a bambini e donne.

La repressione si è trasformata in un vero e proprio massacro, si parla ad oggi di 16 morti e più di mille feriti. Hamas, pure ovviamente presente durante la marcia, non ha avuto un ruolo centrale: questa è stata convocata da una larga coalizione che include anche tutti i pezzi laici e di sinistra della società civile palestinese. Non a caso, parti della sinistra israeliana si sono organizzate nei giorni scorsi per manifestare il proprio supporto dall’altra parte del muro. Nessun soldato israeliano è stato ferito nella giornata di ieri.

Vediamo cosa riportano i giornali.  Repubblica parla di «violenti scontri» «violentissima battaglia». Perché un massacro di persone disarmate diventa improvvisamente una battaglia? Una battaglia linguisticamente parlando è un confronto tra due entità armate.  La Stampa titola «Hamas sposta le masse al confine e punta al ritorno dei profughi del 1948» mentre l’articolo è ancora peggiore: «La strategia adottata da Hamas ha messo in difficoltà Israele e costretto i suoi militari nella difficile posizione di chi deve sparare sui civili. L’esercito se lo aspettava, perché i preparativi andavano avanti da giorni, ma non era facile trovare contromisure».  Del resto, cosa altro si può fare davanti a migliaia di persone disarmate che vanno verso un confine invalicabile, se non sparare?

Il Corriere (che oggi ha già spostato molto giù l’articolo) riporta «La “Marcia del ritorno” finisce in un bagno di sangue: l’esercito ebraico risponde con caccia e blindati all’attacco dei manifestanti: bombardati 3 siti di Hamas». A quale attacco si risponde con caccia e blindati? A quello di migliaia di persone disarmate?

Il Messaggero si unisce alla definizione «scontri al confine» e riporta un articolo in cui sono virgolettati solo comunicati dell’esercito israeliano e di media israeliani, i palestinesi non meritano neanche il microfono, strana deontologia professionale.

Anche a livello internazionale la giornata è stata riportata in modo non meno grave, come Mondoweiss sottolinea, riportando la lettura estremamente parziale e ingiusta dello stesso New York Times.

Ieri la popolazione di Gaza ha dimostrato coraggio e capacità di mobilitazione impensabili dopo anni di prigionia dentro la Striscia dove le condizioni di vita sono impossibili, come ha raccontato recentemente Dinamo.

Basta impunità per i crimini di israele

Sedici palestinesi uccisi dalle truppe israeliane in poche ore. Così è finita la “Marcia del Ritorno”, proclamata dai palestinesi in occasione del “Giorno della Terra” che commemora i sei palestinesi uccisi dalla polizia israeliana in Galilea durante le proteste, 42 anni fa, contro la confisca delle terre arabe da parte degli occupanti.

sabato 31 marzo 2018

Gaza, Israele spara sui palestinesi: 14 morti, oltre 1000 i feriti, FREE-ITALIA DICE BASTA

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno utilizzato droni equipaggiati con gas lacrimogeni per disperdere una manifestazione di palestinesi lungo il confine tra Israele e Gaza. Granate con gas lacrimogeni sono stati sparati dal lato israeliano del confine e anche lanciati dai droni.

lunedì 19 marzo 2018

Esercito turco e milizie jihadiste entrano ad Afrin

Anche chi è scappato dalla città è a rischio. Fonti locali hanno riportato che un grosso convoglio di civili che stava tornando nella città di Jindiresse è stato colpito dalle bombe degli aerei turchi. Testimoni oculari parlano di 250 morti, ma è tutto molto difficile da verificare al momento.

I pochi contatti rimasti invitano a non dichiarare caduta la città. Combattenti YPG e YPJ sono ancora presenti e continuano a resistere all’invasione in molti quartieri, con attacchi e azioni di sabotaggio.

In un comunicato congiunto, i portavoce di YPG e YPJ e della Amministrazione civile di Afrin hanno dichiarato che sono stati messi in salvo gran parte dei civili ma la resistenza nella città continua.

I responsabili di questo massacro, di questa ingiustizia senza limiti hanno nomi precisi, si chiamano Unione Europea e Stati Uniti che non hanno mosso un dito, non hanno esercitato la minima pressione diplomatica perché il tiranno Erdoğan si fermasse.


Sono questi stessi responsabili di oggi, quelli che parleranno spudoratamente di difesa della democrazia, di lotta al terrorismo in occasione del prossimo attentato in Europa. Loro, oggi, hanno permesso che un esercito loro alleato, assieme a milizie jihadiste, distruggesse una città simbolo della più straordinaria esperienza di democrazia e convivenza plurietnica del Medioriente.

Sono proprio questi responsabili e le élìtes economiche che li sostengono che continueranno a fare affari con Erdoğan, continueranno a pagarlo perché impedisca ai migranti in fuga di raggiungere l’Europa, continueranno a pagare per avere accesso a risorse e per far crescere i propri mercati in Oriente.

Non dimentichiamolo mai.

lunedì 5 marzo 2018

I media CENSURANO i bimbi uccisi dai ribelli siriani

Ci sono bambini di serie A e di serie B. La differenza? Quelli di serie B muoiono nel silenzio più assoluto. Per raccontare l’inferno dei bimbi della Ghouta è stata giustamente lanciata una campagna social chiamata #IAmStillAlive, ovvero “sono ancora vivo”. L’obiettivo, secondo quanto si legge nelle agenzie che diffondono la notizia, è quello di raccontare l’assedio che le truppe governative stanno sferrando contro le forze ribelli che si trovano alle porte di Damasco. Un’iniziativa sacrosanta che però racconta solamente una parte della realtà.

Già perché anche dall’altra parte, quella governativa, ci sono bambini che muoiono e per i quali andrebbe lanciata una campagna di sensibilizzazione. Ma quei morti non fanno notizia. O, meglio, non interessano a nessuno in occidente.

Quasi che siano meno innocenti e meno civili degli altri, come il piccolo Omar Oasheh Bashi , colpito da un missile dei ribelli la scorsa settimana. Mille frammenti incandescenti lo hanno colpito mentre giocava con i suoi amici a calcio nel quartiere di Rukn al-Din. È successo tutto in pochi secondi. Il boato, la polvere e il caldo. Il piccolo è stato investito dalla violenza dell’esplosione e il suo volto, sorridente fino a pochi secondi prima, è diventato di cera.

Omar, però, non è stato l’unico bambino che si trovava a Damasco e che è stato colpito dai missili sparati dalla Ghouta orientale. Don Mounir, sacerdote salesiano, ci aveva raccontato: “Cercano di colpirci negli orari in cui i ragazzi escono da scuola e in cui le persone vanno al lavoro per fare più morti possibili. La città è paralizzata. E questo è il loro obiettivo: rendere tutto triste”.

E gli obiettivi dei ribelli sembrano essere proprio i civili, in particolare i giovani. Solamente nella giornata del 22 gennaio, i colpi partiti dalla Ghouta orientale hanno ucciso “una ragazza di 17 anni di nome Rita, altri due adolescenti e un bambino di tre anni”, come riporta Asianews. Un mese dopo è stata la volta di Darin Malla, che non avrà avuto più di cinque anni. E l’elenco potrebbe proseguire a lungo…

venerdì 2 marzo 2018

La guerra economica contro il Venezuela è una SPORCA realtà

Se vogliamo analizzare cosa succede in Venezuela, un paese in cui poche persone sono state, ma tutti sembrano conoscere e commentare ciò che accade lì. Qualsiasi analisi sul Venezuela deve partire da una premessa, quella di essere il paese con le maggiori riserve di petrolio certificate al mondo (circa 300.000 milioni di barili). A quella quantità di oro nero deve essere aggiunto l’essere tra le prime 10 principali riserve di gas, biodiversità e minerali e “terre rare”, come il coltan.

Come se non bastasse, una petroliera impiega meno di una settimana per attraversare i Caraibi e arrivare dal Venezuela ai principali porti della costa orientale degli Stati Uniti, rispetto al mese e mezzo che la stessa nave impiega per arrivare dal Golfo Persico attraversando il canale di Suez.

Solo da questa base geopolitica minima possiamo provare ad analizzare cosa succede in Venezuela e se c’è davvero una guerra economica.

Possiamo determinare 3 coordinate fondamentali per poter parlare di guerra economica: accaparramento dei prodotti di consumo di base; inflazione indotta attraverso la manipolazione artificiale del tasso di cambio; ed embargo finanziario.

Esaminiamo il primo dei 3 indicatori. Perché è facile in Venezuela trovare prodotti della campagna, come frutta e verdura, ma invece è estremamente difficile trovare determinati farmaci o prodotti per l’igiene? Perché questi ultimi appartengono a 2 aziende statunitensi, Procter & Gamble e Johnson & Johnson, che detengono il monopolio del 90% del mercato e controllano quando e quali prodotti vengono immessi sul mercato. È una decisione politica, e non economica, trovare alcuni prodotti e altri non nei negozi e nei supermercati del Venezuela.

In secondo luogo, l’inflazione, che dal Cile di Allende è sempre stata un’arma politica in cui chi controlla l’offerta di prodotti controlla il prezzo di questi. Il concetto di inflazione è diverso dall’aumento dei prezzi e non ha nemmeno a che fare con l’economia, ma con decisioni politiche. Un altro economista, in questo caso spagnolo, Alfredo Serrano, spiega come il valore del tasso di cambio in Venezuela si sia moltiplicato da metà 2014 di 1410 volte, mentre il numero di banconote moltiplicato per 43, la liquidità per 64 e il tipo di cambio implicito per 141.

Questo può essere compreso solo a partire da decisioni politiche, come la manipolazione del tasso di cambio diretta dal sito web Dólar Today, ospitato su server a Miami, negli Stati Uniti; o che l’agenzia di rating Standard & Poor’s dichiari il Venezuela in default selettivo pur avendo onorato tutti i 5 debiti e interessi con i suoi creditori, pagando fino ad oggi 70.000 milioni di debiti.

In terzo luogo, il blocco economico degli Stati Uniti è una realtà che si nasconde dietro il decreto esecutivo firmato dal premio Nobel per la pace Barack Obama, che dichiara il Venezuela un pericolo per la sicurezza nazionale. Al di là delle dichiarazioni pompose, questa misura ha conseguenze molto reali. Ad esempio, nel mese di novembre 2017, sono state annullate 23 operazioni nel sistema finanziario internazionale del valore di 39 milioni di dollari per l’acquisto di generi alimentari, beni di prima necessità e medicinali.

Per completare questa breve analisi e se ripassiamo un po’ la storia, possiamo trovare molte somiglianze tra quanto accade oggi in Venezuela e ciò che è accaduto nel Cile di Salvador Allende o nella Cuba di Fidel Castro. Attacchi all’economia che sono in realtà contro un intero popolo nella misura in cui i meccanismi di produzione e distribuzione dei prodotti di base sono alterati; manipolazione dei media nazionali e internazionali contro questi governi; presenza diretta o indiretta dell’imperialismo USA attraverso i suoi diversi meccanismi di interferenza; dalla CIA alla DEA, attraverso l’USAID e il finanziamento con decine di milioni di dollari dell’opposizione politica.

Per tutto questo, possiamo affermare che sì, il Venezuela subisce una guerra economica contro un intero popolo e tracciare una linea di demarcazione se vogliamo discutere sul Venezuela: il dibattito non è sinistra o destra, socialismo o capitalismo, ma democrazia contro terrorismo politico, economico e mediatico.

Il Venezuela, sì, ha molti problemi che vanno dall’insicurezza fino all’inefficienza o alla corruzione. Ma questi problemi deve risolverli il popolo venezuelano in maniera sovrana. Nessun altro.

domenica 25 febbraio 2018

Quello che i media non ti dicono su Ghouta

Il sobborgo orientale di Ghouta, a est della capitale siriana, ha occupato le prime pagine, quando l'esercito arabo siriano ha lanciato un'offensiva militare denominata Acciaio di Damasco, nel tentativo di ripulire la regione da gruppi islamisti, principalmente Yeish al Islam, ma anche da Frente al Nusra, Ahrar al Sham e Failaq al Rahman.



La situazione umanitaria e socio-economica di Ghouta Orientale diviene quindi critica. Gli appelli del Centro Russo per la Riconciliazione rivolti ai gruppi armati illegali per porre fine alla resistenza e consegnare le armi non hanno sortito effetto. “I negoziati per una soluzione pacifica del conflitto a Guta Oriental sono stati fatti deragliare", ha dichiarato Yuri Evtushenko, portavoce del centro.



Nel frattempo, la situazione umanitaria nella regione è drasticamente peggiorata, il che ha portato l'ambasciatore russo all'ONU, Vasili Nebenzia, a convocare una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza in modo che tutte le parti coinvolte "presentino la propria visione e comprensione della situazione e trovare modi per giungere a una risoluzione”.



Campagna per screditare Assad



I media accusano nuovamente Assad di crimini contro l'umanità e diffondono la posizione dei paesi occidentali, rifiutandosi di prendere in considerazione gli argomenti del governo siriano stesso e di riconoscere la complessità della situazione.



"Ci sono dei terroristi là contro i quali l'esercito siriano sta combattendo e i terroristi stanno bombardando Damasco, e questo è stato occultato. Si tratta una situazione complessa", ha spiegato l'ambasciatore russo.



A Damasco è stato finora imputato di aver bombardato civili nella regione e ucciso circa 300 persone. Tuttavia, i dati delle accuse provengono dai rapporti dei White Helmets, che hanno ripetutamente falsificato informazioni e organizzato provocazioni cosiddette "false flag".



I media occidentali e Al Jazeera, con sede in Qatar, hanno lanciato una nuova campagna di disinformazione contro Bashar Assad in un ultimo tentativo di screditare gli sforzi del suo governo per riportare la pace nel paese.



The New York Times: "Forze barbariche" il contro terrorismo



Nell'articolo del New York Times (NYT) intitolato “Il bombardamento siriano causa il maggior numero di morti da anni" gli autori citano il capo delle Forze Tigre del governo, il generale Suheil Hasan, che ha annunciato i piani per eliminare i ribelli nella regione.



"Prometto che gli darò una lezione, in combattimento e col fuoco”, ha dichiarato Hasan in un video condiviso da account pro-governativi sui social media.



Dopo aver evidenziato la "barbarie" delle forze pro-Assad, il quotidiano non ha spiegato che i militari non erano lì per combattere contro i civili, ma per espellere ed eliminare i terroristi sempre più attivi nella regione, e che utilizzano l'enclave come piattaforma per bombardare Damasco.



Di fatto, il NYT si affida ai dati forniti dall'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, che il quotidiano ha precedentemente elogiato per il suo contributo al riconteggio delle vittime. Ma cosa si sa dell'osservatorio? La sua sede si trova nel Regno Unito e il suo fondatore, Osama Suleiman (il cui pseudonimo è Rami Abdulrahman), vive a Coventry e dirige le attività dell'osservatorio dalla sua casa praticamente da solo. I dati forniti dal suo "progetto preferito" sono piuttosto discutibili, data la sua chiara tendenza anti-Assad.



Il NYT cita anche un residente locale il quale avrebbe affermato che "ai civili non è mai stato permesso di andarsene". Questo scredita tutti gli sforzi diplomatici compiuti dalla Siria e dalla Russia a questo scopo che, nonostante in questo caso non siano andati a buon fine, hanno dimostrato efficacia ad Aleppo.



The Guardian: ‘Un’altra Srebrenica’



Il mezzo di comunicazione britannico ha scelto un modo più sofisticato per trattare la situazione a Ghouta Orientale: l’ha paragonata al genocidio di Srebrenica in Bosnia Erzegovina.



Nel suo articolo, il The Guardian fa sembrare che le forze siriane e gli “alleati russi" abbiano attaccato deliberatamente i civili dopo il fallimento dei colloqui di pace, ma non scrivea che mentre Damasco e Mosca spingono per un accordo di pace, simile ad Aleppo, con evacuazioni di persone e un massiccio esodo di terroristi dalla città, gli islamisti hanno bombardato la capitale da Ghouta Orientale. L'articolo dà l'impressione che le parti non abbiano fatto nulla per proteggere la popolazione.



Il "bombardamento implacabile" di Al Jazeera



L’emittente del Qatar ha aderito alla campagna di disinformazione, affermando che le forze siriane sostenute da caccia russi hanno attaccato l'enclave, uccidendo centinaia di persone. Mentre il NYT faceva affidamento sui dati ottenuti dall'osservatorio, Al Jazeera ha optato per i "più affidabili" Elmetti Bianchi, esperti nella falsificazione delle informazioni.



In precedenza, i volontari della Difesa Civile siriana sono stati accusati di inscenare operazioni di salvataggio, oltre a pianificare un falso attacco chimico a Ghouta Orientale. Secondo un residente locale, il gruppo ha distribuito maschere antigas nella regione per proteggere i civili da un attacco chimico.



Processo di pace?



I diplomatici russi hanno mediato per il processo di pace durante tutto il conflitto, lavorando duramente per evitare che il caos si diffondesse ulteriormente. Tuttavia, i loro sforzi sono stati costantemente indeboliti dal doppio standard degli Stati Uniti nei confronti della Siria.



Recentemente, il viceministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov ha evidenziato di fronte alla comunità internazionale come Washington tratti le questioni "in modo selettivo".



Secondo il Dipartimento di Stato statunitense, l'Aviazione di Damasco ha condotto attacchi indiscriminati contro la Ghouta Orientale, attaccando ospedali e centri medici e uccidendo 100 civili nelle prime 48 ore dell'operazione Acciaio di Damasco. A seguito di questa dichiarazione, rilasciata dalla portavoce Heather Nauert, il Dipartimento di Stato ha chiesto alla Russia di smettere di sostenere il presidente Assad vista “l’escalation di violenza a Ghouta Orientale”.



In risposta, il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha respinto le accuse contro la Russia e ha osservato che le notizie sulla morte di civili negli attentati sono "infondate".



"Queste sono accuse infondate, non è chiaro su cosa si basano, non vengono forniti dati specifici, ed è così che valutiamo tali accuse, non siamo d'accordo con loro", ha detto Peskov.



Sia la Siria che la Russia hanno esortato a una soluzione pacifica della crisi nella zona smilitarizzata creata durante i colloqui di Astana sulla riconciliazione siriana. Tuttavia, i ribelli hanno ignorato le richieste di fermare la resistenza e di iniziare l'evacuazione dei civili, così come il ritiro dei terroristi dalla zona.

mercoledì 3 gennaio 2018

Il silenzio dei colpevoli

In un mondo intimorito dalle fake news, oramai si fa fatica a fidarsi dei giornali, e si tende a dar retta solo a testate di una certa fama e statura. In pochi, per esempio, mettono in dubbio le notizie riportate dal New York Times. Lo storico giornale non è nuovo a pubblicare inchieste scomode – per fortuna qualcuno ancora fa inchiesta, o dovremmo rassegnarci ad essere informati soltanto su quando iniziano i saldi, quanto abbiamo speso per i cenoni e quante sono le scissioni del PD – riguardanti i teatri di guerra e, per augurarci buon anno, ne ha esternata una in data 29 dicembre nella quale ci comunicava che, tra le armi utilizzate nella vile e sanguinosa guerra in Yemen, di cui i mass media italiani si occupano davvero di rado per non dire mai, si utilizzano anche bombe di produzione italiana.

La notizia non è nuova, il Fatto Quotidiano la ha prontamente riportata e se ne è parlato anche su questo blog qualche giorno fa, ma i meno attenti non saranno stati raggiunti da questa informazione, tanta è stata la velocità con cui l’informazione di massa ha chiuso entrambi gli occhi su questo fatto, dando pochissimo spazio ad una notizia raccapricciante, avvilente e che ci fa anche davvero arrabbiare, per non utilizzare altri termini che sarebbero molto poco eleganti, seppur decisamente più efficaci per descrivere lo stato d’animo di chi scrive e, probabilmente, anche di molti tra quelli che leggono.

Semplifichiamo un pò il concetto per essere sicuri che tutti capiscano di cosa si sta parlando, e chi ne sa poco possa reperire in rete gli articoli integrali: in Sardegna si producono bombe – non pistole, non carabine, non moschetti: bombe, di quelle che gli aerei sganciano in città per distruggere case abitate da anziani, donne e bambini – che il nostro governo vende al maggior acquirente mondiale di armi, l’Arabia Saudita, la quale senza troppi patemi le riversa sui centri abitati dello Yemen. Mi piacerebbe pensassimo a questo quando ascoltiamo Renzi e Gentiloni vantarsi di essere riusciti ad aumentare il PIL del nostro Paese; mi piacerebbe sapessimo che trucidiamo persone in nome di un bilancio in attivo; mi piacerebbe fossimo coscienti di come a nessuno di quelli che stanno nei palazzi interessi nulla dell’articolo 11 della nostra Costituzione, quello dove si ripudia la guerra, e di come tutti i politici abbiano comunque festeggiato l’anniversario della redazione del documento del ’48, non più tardi di una settimana fa; mi piacerebbe che tutti i lettori di questo articolo prendessero coscienza una volta in più di quanto ipocriti siano i nostri rappresentanti, quelli che stanno per inscenare l’ennesimo teatrino che chiamiamo campagna elettorale; e mi piacerebbe anche sapere dai miei connazionali come facciano a svegliarsi ogni giorno sapendo di vivere in un Paese il quale, pur di ridurre gli sbarchi di profughi, preferisce lasciare dei disperati nelle carceri libiche, in pasto a persone che non possono nemmeno essere chiamate con questo nome, e che si rende complice, anzi addirittura causa, fornendo gli ordigni, di eccidi e massacri come quello che sta avvenendo nel dimenticato stato yemenita, palcoscenico di un conflitto di cui si parla troppo poco, vista la catastrofe che in realtà è. Personalmente faccio molta difficoltà a tollerare sia le decisioni del nostro scellerato governo, sia l’atteggiamento di una nazione che queste notizie le  trascura, tanto da una parte – quella di chi le notizie dovrebbe diffonderle, come tv e giornali – quanto dall’altra – quella di chi dovrebbe recepirle, dunque l’intera popolazione.

giovedì 28 dicembre 2017

Stuprati, uccisi, ridotti in schiavitù: ecco i bambini delle guerre

Mentre molti di noi ci abbandoniamo nei piaceri della vita con lunghe tavolate ricche di ogni pietanza. I bambini che vivono in zone di guerra hanno subito quest'anno un numero impressionante di attacchi, mentre le parti in conflitto hanno palesemente ignorato le leggi internazionali per la protezione dei più vulnerabili. il tutto nell'indifferenza generale.

In Afghanistan, durante i primi 9 mesi dell’anno, circa 700 bambini sono stati uccisi.

Nel Nord Est della Nigeria e in Camerun, Boko Haram ha costretto almeno 135 bambini ad agire in attacchi bomba suicidi - un numero 5 volte più elevato rispetto al 2016, sottolinea l'Unicef. In Repubblica Centrafricana, dopo mesi di conflitti, un rilevante incremento delle violenze ha causato la morte, lo stupro, il rapimento e il reclutamento da parte di gruppi armati di diversi bambini. Nella regione del Kasai, nella Repubblica Democratica del Congo, le violenze hanno costretto 850.000 bambini a lasciare le proprie case, mentre oltre 200 centri sanitari e 400 scuole sono stati attaccati. Si stima che 350.000 bambini abbiano sofferto di malnutrizione acuta grave.

In Iraq e in Siria, i bambini sembra siano stati usati come scudi umani, sono stati intrappolati sotto assedio, sono diventati obiettivi di cecchini e hanno inoltre vissuto intensi bombardamenti e violenze. In Myanmar, i bambini rohingya hanno sofferto e assistito a terribili e diffuse violenze, sotto attacco e costretti a lasciare le loro case nello Stato di Rakhine, mentre i bambini nelle aree di confine negli stati di Kachin, Shan e Kayin continuano a soffrire le conseguenze delle tensioni in corso tra le Forze Armate del Myanmar e i gruppi armati delle diverse etnie.

In Sud Sudan, dove il conflitto e l’economia al collasso hanno portato alla dichiarazione di carestia in diverse parti del paese, oltre 19.000 bambini sono stati reclutati da forze e gruppi armati e oltre 2.300 bambini sono stati uccisi o feriti dall’inizio del conflitto a dicembre 2013. In Somalia, nei primi 10 mesi del 2017, sono stati registrati 1.740 casi di reclutamento di bambini.

In Yemen, secondo dati verificati, dopo circa 1.000 giorni di combattimenti, almeno 5.000 bambini sono morti o sono stati feriti, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto. Oltre 11 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria. Degli 1,8 milioni di bambini che soffrono di malnutrizione, 385.000 sono malnutriti gravemente e rischiano di morire se non riceveranno urgentemente cure.

I bambini sono stati obiettivi e sono stati esposti ad attacchi e violenze brutali nelle loro case, scuole e parchi giochi. Questi attacchi continuano anno dopo anno, ma non possiamo diventare insensibili. Violenze di questo tipo non possono rappresentare una nuova normalità.

Nei conflitti, in tutto il mondo, i bambini sono diventati obiettivi in prima linea, utilizzati come scudi umani, uccisi, mutilati e reclutati per combattere.

Stupro, matrimonio forzato, rapimento e riduzione in schiavitù sono diventate delle tattiche normali nei conflitti in Iraq, Siria, Yemen, Nigeria, Sud Sudan e Myanmar. In alcuni contesti, i bambini rapiti da gruppi estremisti hanno subìto abusi anche dopo il rilascio, quando sono stati presi in custodia dalle forze di sicurezza.

Altri milioni di bambini stanno pagando il prezzo indiretto di questi conflitti e soffrono di malnutrizione, malattie e traumi, dato che i servizi di base – che comprendono accesso a cibo, acqua e servizi igienici e sanitari – vengono loro negati, danneggiati o distrutti durante i combattimenti.

mercoledì 6 settembre 2017

Myanmar, la strage dimenticata dei Rohingya

Myanmar, Da quasi un anno, ottobre 2016 la minoranza dei musulmani Rohingya è oggetto di brutali violenze da parte dell’esercito, della polizia e delle milizie buddiste del paese.
Il mondo sta assistendo nella più totale indifferenza al genocidio di questa etnia di religione musulmana. Poche e frammentarie le notizie sulla stampa internazionale e da parte delle associazioni dei diritti umani.

mercoledì 28 giugno 2017

UFFICIALE, L'attacco chimico siriano è un FOLSE FLAG

Una nuova indagine del giornalista investigativo americano Seymour Hersh ha confermato come i presupposti del bombardamento americano del 6 aprile scorso contro una base aerea siriana fossero basati su informazioni totalmente false. Il primo attacco deliberato degli Stati Uniti contro forze del regime di Assad, autorizzato dal criminle Trump, era stata la risposta a un raid in una località controllata dai “ribelli” condotto dall’aviazione siriana con armi chimiche, la cui esistenza, secondo la ricostruzione di Hersh, era stata però smentita anche dai servizi di intelligence americani.

venerdì 23 giugno 2017

Verso una guerra totale

Un folle pilota americano ha abbattuto un aereo siriano che stava attaccando l’ISIS. Questo conferma che Washington non sta combattendo i terroristi, ma li sta proteggendo, in quanto suoi agenti in Siria per rovesciarne il governo.

venerdì 12 maggio 2017

L'inferno dimenticato dello Yemen

Malgrado gli sforzi militari di un’intensa campagna che dura da due anni, la coalizione guidata dall’Arabia saudita non ha raggiunto nessuno degli scopi prefissati. L’impressione è che questa guerra si concluderà senza vincitori, ma con l’unico risultato di aver lasciato sul territorio migliaia di morti civili e un Paese completamente in macerie.