BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA
Visualizzazione post con etichetta attualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta attualità. Mostra tutti i post

giovedì 12 luglio 2018

Fifa: inquadrare donne belle è peccato. torna anche il Puritanesimo

La Fifa, il governo del calcio, quella che presiede e detta le regole, ad esempio, del Mondiale in corso, ha diffuso un comunicato, warning, caldo consiglio alle telecamere d'altri tempi.… E il consiglio è quello di non inquadrare più durante le partite di calcio donne belle.

La dittatura del pop\ulismo

Nel suo discorso d’insediamento alla Camera il presidente del Consiglio Conte ha precisato la natura delle forze politiche che sostengono il governo affermando: “ le forze politiche che integrano la maggioranza di governo sono state accusate di essere “populiste” e antisistema.. Sono formule linguistiche che ciascuno può declinare liberamente. Se “populismo” è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente..se “anti – sistema” significa mirare a introdurre un nuovo sistema, che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene queste forze politiche meritano entrambe questa qualificazione”.

sabato 30 giugno 2018

LO status symbol dell’era Salvini?? una pistola

Dio ci scampi dal rischio del Far West. L’Italia non è l’America, dove i cittadini si armano con la stessa naturalezza con cui noi, al mattino, beviamo il caffè. Il diritto a sparare è cosa diversa dal diritto a difendersi.

venerdì 29 giugno 2018

Riflessioni sulla povertà

Se non fosse per la drammaticità che i numeri si trascinano dietro, mi stava facendo sorridere la distinzione tra “povertà relativa” e “povertà assoluta”: la prima connota quei cittadini che rinunciano a determinate spese, quindi che riducono i consumi; la seconda invece è un indice di grave mancanza di soddisfazione dei più elementari bisogni primari.

giovedì 28 giugno 2018

Povertà?? l'importante è non toccare i ricchi dando la colpa ai migrant

Innanzitutto i numeri sono inferiori alla realtà o sono costruiti in modo da far apparire meno grave la situazione.

Dal 2005 l’Istat suddivide i poveri in assoluti e relativi con due diverse classificazioni di reddito. Così oggi ci sono 5 milioni di poveri assoluti e tanti altri milioni di poveri relativi. Ma è una distinzione che serve solo ad attenuare l’impatto della catastrofe sociale che ha colpito il nostro paese. Tra l’altro i mass media hanno tutti diffuso la notizia che i 5 milioni di poveri assoluti sarebbero il numero più alto dal 2005, come se prima fossero stati di più. No naturalmente, il 2005 è solo l’anno di avvio della classificazione e allora i più poveri dei poveri erano solo 1,5 milioni. In tredici anni sono triplicati.

Eurostat, l’istituto europeo di statistica, usa piuttosto dei criteri sociali per contare i poveri, partendo da ciò di essenziale a cui essi debbono rinunciare. Sono considerati poveri i cittadini che, tra l’altro, hanno difficoltà a fare un pasto proteico ogni due giorni, a sostenere spese impreviste, a riscaldare a sufficienza la casa, a pagare in tempo l’affitto e a comprarsi un paio di scarpe per stagione e abiti decorosi.

Sulla base di questi e altri criteri nel 2017 l’Italia risulta il paese europeo con più poveri. Sono 10,5 milioni, su un totale a livello Ue di 75 milioni. Un numero enorme, quasi pari agli abitanti di tutta la Germania. Ma i vertici europei si fanno sulla finta emergenza migranti, che permette a tutti i governi di fare i feroci contro le decine di migliaia di poveri che vorrebbero venire sul continente, mentre nulla si fa per le decine di milioni che nella UE già ci stanno.

I poveri si contano e poi vengono cancellati dall’agenda politica. Essi sono lavoratori, pensionati, precari e disoccupati, donne e giovani. Sono la parte più sfruttata ed oppressa del mondo del lavoro, sono le prime vittime della lotta di classe dall’alto dei ricchi, che più i poveri aumentano, più vedono accrescere i propri patrimoni.

I 14 italiani più ricchi, Ferrero Del Vecchio, Berlusconi, Armani e gli altri, possiedono beni per un ammontare di 107 miliardi di dollari, come ciò che riescono a mettere assieme milioni di poveri. Il 5% più ricco del paese detiene il 40% della ricchezza nazionale, cioè 4000 miliardi.

I poveri aumentano perché i ricchi sono sempre più ricchi, perché la ricchezza si concentra sempre di più in alto e viene espropriata e rapinata in basso. La diseguaglianza sociale che dilaga senza freni nel nome del libero mercato è la causa dell’enorme incremento della povertà in Italia e in tutta Europa.

Le misure di austerità e di rigore di bilancio, le privatizzazioni, la flessibilità e la precarietà del lavoro, le politiche fiscali di agevolazioni alle imprese e di riduzione delle tasse ai ricchi, i Jobsact e le flat tax che dilagano in tutta Europa, impoveriscono sempre più persone ed arricchiscono sempre di più una piccola minoranza.

Se non si combatte la concentrazione della ricchezza non si può ridurre la povertà, ma tutti i governi europei, tecnocratici o populisti che siano, di fronte alla sola ipotesi di contrastare la diseguaglianza redistribuendo ricchezza si fermano atterriti. Anche chi ha preso i voti nel nome della lotta contro le élites, alla fine fa proprio l’imbroglio liberista secondo il quale per redistribuire ricchezza prima bisogna produrla. Cioè per dare soldi ai poveri, prima bisogna darne ai ricchi.

Per questo vertici europei per la lotta alla povertà non se ne sono mai fatti, mentre i governanti UE si riuniscono e si accapigliano sul modo migliore di fermare i barconi dei migranti. Contro i ricchi nulla si può, nulla si vuole e deve fare.

mercoledì 27 giugno 2018

LA causa dell’aumento della povertà è il boom dei working poor

La povertà cresce ma non sembra essere una priorità dell’agenda politica. L’Istat ha pubblicato i dati sulla povertà nel nostro paese che confermano l’aumento assoluto e percentuale di poveri e persone a rischio. I dati sulla povertà assoluta (quelli maggiormente amplificati dai mass media) ci dicono che le persone che vivono in povertà assoluta in Italia superano i 5 milioni nel 2017. E’ il valore più alto registrato dall’Istat dall’inizio delle serie storiche, nel 2005. Le famiglie in povertà assoluta sono stimate in 1 milione e 778mila e vi vivono 5 milioni e 58 mila individui.

Ma dovrebbero essere i dati sull’aumento della povertà relativa a preoccupare ancora di più.

La povertà relativa è infatti un parametro che esprime la difficoltà nel reperire i beni e servizi, riferita a persone o ad aree geografiche, in rapporto al livello economico medio di vita dell’ambiente o della nazione. Questo livello è calcolato attraverso il consumo pro-capite o il reddito medio, cioè il valore medio del reddito per abitante, quindi, la quantità di denaro di cui ogni cittadino può disporre in media ogni anno e fa riferimento a una soglia convenzionale adottata internazionalmente che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello medio pro-capite nazionale. Per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel paese, che nel 2017 è risultata pari a 1.085,22 euro al mese.

La povertà relativa si distingue dal concetto di povertà assoluta, che indica invece “l’incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard ossia un livello di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza, cioè nell’ambiente di appartenenza”.

Nel 2010 le famiglie che in Italia si trovavano in situazione di povertà relativa erano circa 2 milioni e 734 mila, rappresentando l’11% di tutte le famiglie residenti. Nel 2017 la percentuale di queste famiglie in povertà relativa è salita a 3milioni 171mila, pari al 12,6% della popolazione.

In questi giorni sono stati pubblicati alcuni dati dell’Ocse sulla produttività, dai quali emerge che in Italia tra il 2010 e il 2016 le retribuzioni reali orarie sono diminuite al tasso medio annuo dello 0,38% a fronte di un valore aggiunto pari a +0,21%. Si tratta del quinto peggiore andamento sui 34 Paesi Ocse. Tra le motivazioni, c’è la crescita dell’occupazione ma solo in settori a bassa e bassissima retribuzione. In Italia tra il 2010 e il 2016 i tre settori con la maggiore creazione di occupazione sono stati infatti la ristorazione e servizi di alloggio (214mila posti di lavoro netti), le attività domestiche (cioè le famiglie come datori di lavoro con 135mila posti) e le attività di assistenza e lavoro sociale (88mila).

E’ l’indicatore del boom dei working poor, cioè dei lavoratori poveri, quelli per i quali non è sufficiente avere un lavoro per superare la soglia della povertà relativa.

Secondo i dati forniti dall’Eurostat i lavoratori poveri rappresentano l’11,7% della forza lavoro, ciò significa che 12 su 100 hanno un salario ma questo non è sufficiente per vivere. I cosiddetti working poor, sono lavoratori con un basso livello di reddito, divisi tra salari bassissimi e contratti a intermittenza. Solo tra i lavoratori dipendenti se ne contano oltre 2 milioni; gli autonomi sono invece 756mila. Si tratta per lo più di giovani all’ingresso del mondo del lavoro che non riescono a rendersi autonomi dalle famiglie, donne che devono fare i salti mortali tra un impiego spesso part time e la famiglia, lavoratori stranieri sottopagati

lunedì 25 giugno 2018

Analisi di una grave crisi di civiltà

I segnali erano già arrivati, latenti eppure visibili. Dentro l’ultima crisi, quella palesatasi nel 2007/2008, alcuni osservatori avevano letto in essa la crisi della civilizzazione capitalistica, ossia di un modello economico diventato egemone dopo il 1989 a livello globale, ma che non riusciva più ad alimentare il suo carattere progressivo. Al contrario, soprattutto nei paesi occidentali – quelli a “capitalismo avanzato” – quel modello ha cominciato a mostrare pubblicamente un’inversione regressiva bloccando, ad esempio, quello che è stato definito “l’ascensore sociale”.

Quando le condizioni e le aspettative generali di vita delle nuove generazioni sono peggiori di quella precedente, si rende visibile come il progresso non solo si sia arrestato, ma abbia innestato la marcia indietro.

A subire le conseguenze della regressione sono stati in primo luogo i lavoratori e le loro famiglie, in tutto l’occidente, facendo riaffacciare in Europa e negli Usa lo spettro della povertà di massa e dei working poors, quelli che precipitano nella povertà pur avendo un lavoro, perché le retribuzioni sono diventate troppe basse. Eppure ci si era gingillati con tesi consolatorie.

Da un lato, la teoria dello “sgocciolamento”. Quella narrazione secondo cui se si accentua la polarizzazione sociale e si fanno arricchire i ricchi, prima o poi questa sovrabbondanza per pochi avrebbe lasciato sgocciolare un po’ ricchezza anche verso gli strati più bassi (la furbata sanguinosa della Flat Tax è un frutto di questa logica).

Dall’altro ci si è gingillati sulla tesi-speranza per cui il modello liberale che ha caratterizzato l’occidente potrebbe benissimo convivere con l’abbassamento pianificato delle condizioni di vita e delle aspettative generali della popolazione (quindi dei diritti sociali collettivi), ma non avrebbe mai messo in discussione la sfera dei diritti civili individuali.

Intorno a queste due tesi è stato costruita, non solo una narrazione, ma un vero e proprio modello di civiltà: capitalistica, occidentale, molto spesso eurocentrica. Una narrazione da cui hanno aspirato a pieni polmoni anche la sinistra liberal-liberista (che ha seppellito quella socialdemocratica) e purtroppo settori della stessa “sinistra radicale” (seppellendo quella “di classe”).

Sono tesi, quasi una religione, come la “mano invisibile dei mercati”, che i fatti si sono incaricati di smentire, dolorosamente.

Lo stiamo verificando qui, nel cuore e nella periferia dell’Europa, ma anche negli Stati Uniti, ossia negli epicentri della “civiltà capitalistica”, che per decenni era stata contrapposta prima al socialismo reale ed ora al “dispotismo asiatico” incarnato da Russia e Cina, nel quadro di una nuova competizione globale.

Quando nella società e nella psicologia delle masse vediamo gli effetti delle sparate di Salvini e dei suoi simili ungheresi, austriaci, bavaresi (una coincidenza geopolitica che mette i brividi, quasi come la Cavalcata delle Valchirie su Woody Allen), o quelle di Trump negli Usa, si comprende bene come sia già venuta meno ogni pretesa di “civiltà superiore dell’occidente” rispetto al resto del mondo, sia esso quello dolente e povero dei migranti dall’Africa o dall’America Latina, sia quello dei paesi Brics che stanno contendendo Pil e mercati all’ex blocco euro-statunitense, oggi diviso e in competizione al suo interno.

L’unico fattore escluso da ogni priorità – quando si prospettano o scelgono le soluzioni ai problemi posti da una crisi globale, non solo economica ma anche ambientale, alimentare, energetica – è diventato il fattore umano.

Nelle voci che inneggiano agli affondamenti e al blocco degli sbarchi nel Mediterraneo, o al muro al confine con il Messico, non rivelano soltanto l’accresciuta frustrazione sociale e la generale insicurezza sul futuro, ma mostrano anche il tentativo delle classi dirigenti – ormai diventate solo “classi dominanti”, senza più egemonia – di rimanere in sella seminando guerra e capri espiatori.

Era già accaduto negli anni Trenta, e per metterci una pezza c’è voluta una guerra mondiale devastante, la metabolizzazione dell’orrore e della banalità del male, fino al rifiuto totale di tutto questo che ha generato Costituzioni come quella italiana.

Per esorcizzare questo sanguinoso passato, sull’Europa hanno costruito l’Unione Europea e negli Usa l’alternanza immobile tra liberal e conservatori. Ma il carattere di classe di queste soluzioni ha riprodotto – come da manuale – i meccanismi perversi del dominio: prima contro il lavoro e i lavoratori, poi nella competizione tra simili (con il ritorno ai dazi, alla guerra commerciale, al protezionismo), infine con la liquidazione dei valori umani elevati, nella retorica occidentale, a fondamento della civiltà che conosciamo rispetto agli altri, ai “barbari”. La vita di un “negro” vale di nuovo meno, o addirittura nulla. Come quella di uno zingaro, un musulmano, di un clochard, di un soggetto umano escluso o escludibile dalla logica competitiva.

E’ evidente come entrambe le soluzioni – in Europa come negli Usa – siano fallite, aprendo la crisi di civiltà.

domenica 24 giugno 2018

Fisionomia del “non sono razzisti ma” La paura al posto del welfare.

La nave ong Lifeline «batte abusivamente bandiera olandese e quindi è una nave fantasma. È una nave pirata come quella di capitan Uncino», ha detto il ministro Matteo Salvini nel comizio a Terni in vista del ballottaggio per le comunali. «Io le navi fantasma – ha sottolineato – nei porti italiani non le voglio. Vadano altrove, vadano a Malta che è più vicina. Se arrivano in Italia gli sequestriamo la nave e processiamo l’equipaggio per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Una manciata di voti vale questo fiume di perle di ferocia da parte del controverso personaggio che guida il governo dopo le elezioni del 4 marzo. Se l’Aquarius è stata ‘dirottata’ a Valencia, la Lifeline sbarcherà in Italia – si apprende nella tarda serata di ieri – ma per essere sequestrata, come annuncia Danilo Toninelli. In un porto tricolore solo senza i migranti soccorsi, che dovranno essere trasferiti a Malta o in Libia, precisa il collega Matteo Salvini. La guerra dichiarata dal Governo M5S-Lega alle navi umanitarie fa così un’altra vittima. La linea dura è annunciata dopo che la nave della ong tedesca ha preso a bordo 224 persone (compresi 14 donne e 4 bambini) da alcuni gommoni ma non ha voluto consegnarli alla Guardia costiera libica. Intanto, si continua a morire: 120 annegati in due giorni, rileva Unhcr dalla Libia. In tutto il 2018 le vittime sfiorano quota 1.000.

La versione gialloverde
Da circa una settimana attiva a ridosso delle acque libiche, la Lifeline era stata protagonista nei giorni scorsi di alcuni polemici botta e risposta via twitter con Salvini, con accuse di ‘fascismo’ rivolte al titolare del Viminale, che aveva ironizzato sull’aspetto di un membro dell’equipaggio. Ieri il primo intervento vero e proprio al largo delle coste libiche: «in acque internazionali», sostiene l’organizzazione. «In acque Sar (ricerca e soccorso) nostre», ribattono da Tripoli. Dalla capitale libica si muove una motovedetta che arriva in zona, soccorre un altro gommone in difficoltà e chiede la consegna dei 224. La Lifeline oppone un ‘nein’ e sollecita l’intervento alla Guardia costiera italiana: «vogliamo un porto sicuro». Che non può essere libico, secondo la ong. A questo punto sia Salvini che Toninelli si collegano in diretta facebook, ognuno dal proprio ufficio, per manifestare tutto il loro disappunto. «Questa nave – sottolinea il primo – contravvenendo a tutte le regole e leggi, ha caricato 224 clandestini su gommoni partiti dalla Libia in acque libiche. La Guardia costiera italiana ha scritto ‘non muovetevi, ci pensano le autorità libiche’; la Guardia costiera libica ha scritto ‘non muovetevi, ci pensiamo noi’. Ma questi disgraziati, anche mettendo a rischio la vita dei migranti su quei gommoni, non hanno ascoltato le autorità libiche e italiane e sono forzosamente intervenuti per caricare il prezioso quantitativo di carne umana a bordo». Bene, aggiunge, «questo carico di esseri umani ve lo portate in Olanda, fate il giro un po’ largo. Le navi di queste pseudo-ong non toccheranno più il suolo italiano». Nel pomeriggio la comunicazione ufficiale: la Lifeline non è registrata in Olanda. E Toninelli attacca: «è una nave apolide, ‘fantasma’, che non può navigare in acque internazionali»; dunque, «nonostante sia in mare libico, ci assumiamo noi la responsabilità di portare i migranti sulle navi della nostra Guardia costiera, la porteremo in Italia dove dovrà fermarsi perchè la sequestreremo». Ma sulla destinazione dei 224 rischia di ripetersi il caso Aquarius e tra i due ministri emergono differenze. «Il mio obiettivo – spiega Salvini – è mettere in salvo quelle 200 persone, possibilmente non Italia, ma per esempio a Malta». E l’equipaggio sarà «arrestato» con l’accusa di «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». I due ministri provano poi a smontare la «retorica» delle ong «buone» e dell’Italia «cattiva». La presenza di queste navi a meno di 30 miglia dalle coste libiche, osserva Toninelli, «sta incoraggiando le partenze dei barconi della morte e, non avendo caratteristiche tecniche per supportare salvataggi di massa, stanno mettendo a rischio la vita dei richiedenti asilo e degli stessi equipaggi». E mentre la minaccia del sequestro pende anche per un’altra nave umanitaria, la Seefuchs della ong Sea Eye, le imbarcazioni di altre 2 organizzazioni, l’Aquarius, ripartita da Valencia e la Open Arms, giungeranno nel giro di un paio di giorni nel Canale di Sicilia. Altre grane in arrivo.

Sembra un secolo ma sono passati solo una decina di giorni dall’assolata domenica di giugno in cui il ministro dell’Interno leghista ha blindato i porti italiani e la nave di una Ong, con 629 profughi a bordo, si è trovata a vagare nel Mediterraneo quasi senza scorte. Finché, il giorno appresso, il nuovo premier spagnolo Sanchez non si offrirà di accoglierla. De Magistris e Accorinti, sindaci di città di mare, hanno provato a sfidare Salvini in nome dei valori umanitari su cui si fonda la legge del mare. Anche il loro collega di Livorno, Nogarin, proverà a farlo ma in pochi minuti ritratta: «Nel momento in cui mi sono reso conto che oggettivamente questo poteva creare dei problemi al governo mi è sembrato corretto rimuovere il post». Salvini esulta, dice che «il primo obiettivo è stato raggiunto». E su twitter i due hastag, #chiudiamoiporti e #portiaperti si fronteggiano. La blindatura dei porti sembra piacere alla maggioranza degli italiani, una ricerca a caldo di Swg, ci spiega che il consenso viene, oltre che dagli elettori leghisti, dal 75% di chi ha votato M5S e da un quarto degli elettori Pd.

Due sfumature di razzismo e tre di ansia

Sapevamo già che il 32% della popolazione italiana è d’accordo sul fatto che l’Italia debba rispedire le imbarcazioni dei migranti nel Mediterraneo, anche se questo implica il rischio di morti. E la metà di “noi” è d’accordo sul fatto che i cittadini saranno costretti a proteggere di persona le coste e i confini qualora la crisi migratoria continuasse, e soltanto il 23% si dichiara in disaccordo. E’ la stessa gente che ritiene che le Ong non considerino l’impatto sul paese dei salvataggi di migranti. Ma che paese siamo diventati?

Il contesto è quello definito in tutta Europa da dieci anni di crisi economica ininterrotta e dall’irruzione sulla scena degli attentati terroristici. Un’insicurezza dirottata con sapienza sull’emergenza immigrazione: secondo i dati dell’Osservatorio di Pavia, nei mesi prima elezioni è cresciuta dell’8% la copertura giornalistica sugli sbarchi producendo una sorta di “effetto slavina”, secondo gli studiosi, che ha persuaso il governo uscente ad abbandonare il progetto di legge sullo ius soli perché, nei sondaggi, era precipitato dall’80% del 2014 al 57% di consensi alla fine del 2017.

Non sono razzista ma…” è un incipit in voga nel discorso pubblico. Bene, gli italiani – secondo la ricerca – sono proprio cosi: non-sono-razzisti-ma. “Ma” significa che sono spaventati, disorientati, resi ansiosi da «un uso sofisticato della tecnologia digitale e una narrativa semplificata che dipinge l’immigrazione come un’invasione.

«Tecnicamente si tratta della parte italiana di una ricerca di segmentazione finanziata da una fondazione con sede a Belfast, The social change initiative, nell’ambito di More in common, un “incubatore” di comunicazione per la promozione dei diritti sociali. Da un po’ circola nei tavoli degli addetti ai lavori ma ora è tempo di portarla fuori», spiega una coordinatrice per Ipsos delle rilevazioni in Italia dove sono stati individuati, appunto, sette segmenti sociali: due sono aperti e solidali (Italiani Cosmopoliti, 12% e Cattolici Umanitari, 16%), altri due incarnano valori di chiusura, i razzisti in senso stretto (li hanno chiamati, Nazionalisti Ostili, 7% e Difensori della Cultura, 17%), i tre restanti rappresentano il 48% del campione e vanno a comporre quella che Ferrari definisce «la maggioranza ansiosa»: il 19% sono stati definiti Moderati Impegnati (19%), poi ci sono i Trascurati (17%), infine i Preoccupati per la Sicurezza (12%). «Si tratta di settori sociali demograficamente diversi ma accomunati da uno stato d’ansia generato da diversi fattori». Il segmento più ampio è quello dei Moderati Disimpegnati, quelli che non si schierano, che restano neutrali, pur non mostrando atteggiamenti ostili verso i migranti, anzi sono preoccupati dall’escalation razzista, «sanno che l’immigrazione c’è sempre stata e ci sarà sempre». Un atteggiamento più radicato nella fascia tra i 18 e i 30 anni, istruiti ma precari, «sono i giovani, bloccati sull’oggi, le generazioni “no future” – continua Ferrari – perché mai dovrebbero preoccuparsi del futuro degli immigrati se loro stessi non posso comprare né casa, né trovare un lavoro decente? Sono i figli dei Trascurati, il segmento più anziano, molti di loro sono donne e vivono nel Nord Est. «Sono i “lasciati indietro”, persone che avevano un tenore di vita decente – precisa la ricercatrice che coordina il team di Ipsos per la “social opinion research” – divenuti pessimisti dopo che la crisi s’è mangiata, assieme ai risparmi, ogni aspettativa». Per gente così l’immigrazione è un «peso, una spesa per la previdenza sociale, costano troppo». In sintesi, non porterebbero nulla di buono e non ce li possiamo permettere anche perché ci farebbero concorrenza nell’accesso al welfare e nella ricerca di lavoro. Da qui scaturisce il loro “prima gli italiani”. I Preoccupati per la Sicurezza, uomini e donne di mezz’età, pensionati o persone con istruzione bassa, sono coloro che, più di tutti, ritengono che accogliere sia troppo pericoloso, «sono quelli che tendono ad essere facile preda delle narrazioni molto semplificate, che si fanno raccontare storie noir da certa televisione». Questi tre segmenti, però, non sono «graniticamente razzisti ma sono persone che si trovano a dover fare i conti con i propri problemi personali e con i propri limiti». Anzi, tra i Moderati Disimpegnati, i ricercatori hanno colto «dei tratti di «solidarietà fra pari, dicono “siamo noi stessi migranti, abbiamo dovuto cambiare città, dovremo farlo ancora”» quando hanno interpellato giovani che hanno avuto esperienze di lavoro all’estero. «E’ lì il segno di una potenziale evoluzione, il punto di contatto. E’ il segmento più promettente se solo non fosse paralizzato sull’oggi».

La maggioranza paurosa

La maggioranza ansiosa si annida nella classe media impoverita, dsgregata dal combinato disposto crisi-globalizzazione. E’ popolata di genitori di giovani disoccupati, di nonni che utilizzano la pensione per far studiare i nipoti, per pagare le bollette ai figli, percepisce chiunque come un competitor ed è bersaglio di un’iconografia molto distorcente. 9 su 10 hanno una dieta mediatica soprattutto televisiva, 4 ore al giorno di media di fronte al piccolo schermo. Di fronte a una «narrazione semplificata la contronarrazione cade nel vuoto perché non parla alla pancia, perché in Italia c’è un terzo di analfabeti funzionali che ha perso l’uso della lingua.

La specificità italiana è proprio la segmentazione, una polarizzazione ancora non definita. Là dove c’è un’immigrazione più radicata storicamente, sono più forti sia i segmenti ispirati al cosmopolitismo sia quelli più identitari, con connotazioni esplicitamente anti-islamiche come in Francia. In Italia non è così, forse non ancora. La crisi, più che razzismo, produce opposizione agli immigrati, gli italiani sono molto provinciali, appunto “non sono razzzista ma devi adattarti alle nostre regole”. L’immigrato ideale è quello silenzioso e grato per le opportunità concesse. Non c’è xenofobia, c’è paura del diverso, si fatica a comprendere il diverso perché non c’è mai stata davvero un’immigrazione massiccia come quella dei turchi in Germania o dei maghrebini in Francia. In Italia la migrazione è ultradiversificata. In questo momento gli immigrati sono un capro espiatorio artificiale, generato dalla narrazione politica, pensa anche ai pasticci del Pd con la Libia!. Un’altra ricerca di Ipsos, dal 2014, si occupa dei rischi della percezione: nessuno come gli italiani ritiene di essere invaso dagli stranieri. A fronte di un’incidenza del 7% di immigrati viene percepita una presenza del 30%. E’ il frutto avvelenato di una rappresentazione che simula l’invasione, di una paura generata dal modo con cui si racconta: Si fa leva sulle paure per presunte ingiustizie e sulla realtà di un’immigrazione non governata, come nel caso del blocco dei transitanti, della loro concentrazione.

L’ambivalenza delle radici cristiane
E poi c’è l’ambivalenza della matrice cattolica sugli atteggiamenti degli italiani. Da una parte, infatti, ci sono i Cattolici umanitari, in assoluto il gruppo più ottimista», più socievoli degli stessi Italiani Cosmopoliti perfino verso i musulmani, anche sulla scia del ruolo di Bergoglio, convinti di avere delle responsabilità verso il prossimo. Dall’altra, il richiamo alle radici cristiane d’Europa fomenta gli atteggiamenti dei Nazionalisti Ostili e, soprattutto, dei Difensori della Cultura, convinti che, per colpa degli immigrati l’identità italiana stia scomparendo. Il retroterra cattolico è uno dei temi di pretesto del ripiegamento difensivo dei segmenti oppositori.

E’ importante, leggendo questi dati, tenere a mente che «la ripresa non è atterrata nella percezione degli italiani, vent’anni di globalizzazione e dieci anni di crisi hanno stordito il paese. La crisi ha falciato la parte centrale della piramide. Se esiste un italiano medio è caratterizzato dalla sensazione di incertezza e dalla rottura del patto fiduciario con le istituzioni in un paese con livelli bassi di istruzione (14% soltanto di laureati) e un’età media sempre più alta. Questa maggioranza incerta viene attivata proprio su questa incertezza per il futuro e l’immigrato è il capro espiatorio perfetto. Perché nessuno nasce razzista. E’ che in questo momento la paura è il catalizzatore più facile. L’egemonia di chi governa si nutre di paura.

La guerra alle Ong
Dunque la paura è un sostitutivo del welfare? «Certo – conferma a Left, Guglielmo Micucci, direttore generale di Amref Italia – la conseguenza sulla vita delle persone è la guerra fra poveri, la soluzione consiste nel fare rete, rete di salvataggio, resistere alla spinta violenta, a tutti gli effetti di destra e oggi al potere: i nostri progetti, in Italia e in Africa, sono sempre più coinvolgenti. Una richiesta che arriva dai donatori ma che ha degli effetti moltiplicatori. Il no profit, in Italia, è ancora molto frammentato e, come abbiamo visto nella vicenda dei cosiddetti “taxi del mare” (la formula con cui l’attuale vicepremier Di Maio, nell’aprile 2017, ha inaugurato la guerra alle Ong, ndr)». Quell’attacco ha condizionato molto i donatori riducendo i margini di manovra per i progetti e le Ong non riuscirono a fare fronte comune. «Il tema di una risposta collettiva delle Ong è sul tavolo – continua Micucci – ma non è facile mettere insieme orientamenti diversi, soggetti che adotterebbero uno stile più “aggressivo” o soggetti che temono di esporsi per timore di rappresaglie». Per questo Amref si batte per mobilitare la società civile e disinnescare la mina antiuomo delle narrazioni tossiche: «E’ evidente che serva una contronarrazione, una sorta di fact checking puntuale. Ogni volta proviamo a replicare alle fake news sui medesimi canali ma la potenza di fuoco comunicativa non è la stessa, anche perché noi abbiamo uno stile diverso, non insultiamo».

«Le migrazioni sono tutti i giorni in prima pagina, quasi sempre come un problema di mero ordine pubblico, di sicurezza, e nei continui tentativi di criminalizzare le Ong – dice ancora il direttore di Amref – tutto ciò influisce sulle attitudini e i comportamenti dei singoli, aumentando le paure e i pregiudizi nell’opinione pubblica, di fronte alla complessità delle dinamiche legate alle disuguaglianze e alla crisi economica. Non a caso la ricerca di cui discutiamo ha dimostrato che solo il 18% degli italiani intervistati considera l’immigrazione una possibilità positiva, una ricchezza.

Noi vogliamo invertire questa tendenza, assumendoci la responsabilità di narrare le migrazioni, moltiplicando le voci e l’impatto delle esperienze dirette, delle “storie”, dei dati che possono rivelare il vero volto della migrazione e anche le opportunità che essa rappresenta. Servono cioè nuove narrazioni che rivelino come il tema della migrazione sia fortemente collegato alla possibilità di costruzione di comunità più forti, unite e resistenti alle crescenti minacce di divisione sociale, anche attraverso il contributo di persone di origine straniera allo sviluppo del Paese e dei territori di accoglienza. Questo dibattito (promosso col Comune di MIlano a ridosso della giornata del rifugiato, ndr) si inserisce in questo quadro. Vorremmo fosse un ulteriore passo verso una narrazione meno tossica e più corretta, per affrontare in modo costruttivo ed efficace un tema che riguarda i diritti, le vite delle persone, di chi migra e di chi accoglie, dei cittadini tutti, a prescindere dal loro status giuridico».

giovedì 21 giugno 2018

Vi prego, non seguiteci

Non faccio l’insegnante e francamente non so con quali criteri i commissari giudicheranno i temi che i maturandi hanno scritto questa mattina. Spero siano valutati per come scrivono più che per quello che devono scrivere. A me basterebbe che non ci fossero errori grammaticali per dare la sufficienza e credo sarei generoso di fronte a congiuntivi usati correttamente.
Come ogni anno, le tracce proposte richiedono una notevole dose di ipocrisia. Tra l’altro credo che sia indicativo l’uso del termine traccia: il maturando non può scrivere quello che vuole, ma quello che qualcuno ha immaginato che dovrà scrivere e che ha già abbozzato nel lunghissimo titolo.
Immagino che perfino il figlio di Salvini – mi scuso in anticipo con lui se faccio questo esempio: magari è un ottimo ragazzo, che non condivide le idee del padre – affrontando la traccia sul brano di Bassani, scriverebbe una dura riflessione contro le discriminazioni razziali. Per prendere un bel voto, per passare alla maturità, sa che questo è quello che ci si aspetta che scriva nel tema, magari infilandoci il nome di Liliana Segre, che va così di moda: il nome della senatrice vale da solo già mezzo voto in più. E allo stesso modo bisogna scrivere che l’uguaglianza è un grande valore e che i Costituenti hanno scritto un bellissimo articolo su di essa. Oppure che De Gasperi e Moro sono stati lungimiranti nel costruire l’integrazione europea. Su Moro devi scrivere che è stato assassinato dalle Brigate rosse: anche in questo caso è un mezzo voto in più, anche se non c’entra nulla. E così via, di banalità in banalità.
Sono temi su cui si può esercitare quei buoni sentimenti mainstream che piacciono tanto ai redattori e ai lettori di Repubblica: e infatti subito Saviano ha scritto un tweet per lodare la scelta di queste tracce.
Poi scritti i loro “bravi” temi, svolte le loro tracce, le ragazze e i ragazzi in procinto di diventare maturi potranno fare quello che la società capitalista richiede loro ogni giorno: discriminare gli altri in base al colore della pelle, o al sesso, o a una malattia, ostentare le differenze e giudicare le persone in base alla loro ricchezza. E votare per partiti che sistematicamente violano l’art. 3 della Costituzione, perché pongono ostacoli di ordine economico e sociale, in modo da limitare di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
Perché noi vogliamo, cari maturandi, che voi siate come noi, che seguiate le nostre tracce.

lunedì 18 giugno 2018

Che affoghino tutti..??? noi stiamo già affogando..

Sondaggi d’opinione (ma basta ascoltare in strada) registrano approvazione di massa per porti chiusi alle navi cariche di migranti. Percentuali arie vengono fornite ma la dimensione è quella di circa il 70 per cento di favorevoli. Porti chiusi piace. E non solo all’elettorato leghista dove porti chiusi è plebiscito. Porti chiusi sfonda tra l’elettorato M5S, porti chiusi conquista un terzo dell’elettorato di sinistra.

venerdì 15 giugno 2018

Perchè dovremmo aprire i porti?

La parola porto deriva, attraverso il latino, dal greco poreytòs, in cui riconosciamo la stessa radice che troviamo in pòros, che significa passaggio: il porto quindi non è mai una destinazione, ma un luogo – o magari un momento – di passaggio, da un luogo a un altro, da una condizione a un’altra. Dovrebbero ricordare questa semplice definizione sia il ministro che in questi giorni ha dichiarato che i porti italiani saranno chiusi, sia i sindaci di grandi città sul mare che, magari solo per fare polemica contro il partito di quel ministro o forse perché ci credono davvero, hanno detto che vorrebbero aprire i porti delle loro città. Ma dovrebbero ricordare questa definizione anche le autorità francesi che hanno creato a Calais, un porto così importante per la storia di quel paese, un grande campo, chiamato significativamente The Jungle, che – nonostante sia ufficialmente chiuso – è ancora una destinazione per troppe persone.
Quel ministro ha certamente l’autorità per “chiudere” un luogo fisico, una banchina dove dovrebbe attraccare una nave, come io ho il permesso di dire che questa decisione è sbagliata, tragicamente sbagliata, perché è immorale il divieto di attracco e quindi di sbarco di una nave dove si trovano 629 persone, tra cui bambini, donne in gravidanza, persone malate. Non credo che un sindaco abbia il potere di aprire quel luogo che il ministro ha chiuso, ma il tema non è il luogo fisico e chi ne abbia le chiavi.
Un ministro non può impedire un passaggio da una condizione a un’altra. L’uomo – o la donna – che decide di lasciare il proprio paese perché in quel luogo non ci sono più le condizioni politiche, economiche, sociali, per vivere, non è più un cittadino sottoposto alle leggi del suo paese, ma un esule, che quelle regole non può più – o non vuole più – rispettare, e che quindi deve essere sottoposto a nuovi doveri, ovviamente in cambio di nuovi diritti. L’uomo – o la donna – dal momento che è partito diventa qualcun altro, qualcuno a cui noi dobbiamo garantire precisi diritti, come ci insegnano già gli antichi. E hanno ancora più diritti quelli che nel linguaggio burocratico chiamiamo “minori non accompagnati”, ma che poi sono bambine e bambini, le cui famiglie hanno una sola possibilità e devono scegliere: uno solo può fare quel viaggio, per uno solo ci sono i soldi, e viene scelto il più debole, quello che soffrirà di più, ma anche quello che potrà vivere di più. Anche qui c’è un passaggio, quel bambino – o quella bambina – diventa un orfano.
Naturalmente non tutti quelli che partono hanno questi diritti, alcuni non li hanno mai avuti – se non il diritto di essere salvati in caso di imminente pericolo – perché il loro obiettivo è lasciare un paese, dove magari stanno davvero male anche loro, ma per commettere dei reati, e con l’intento di non rispettare le leggi del paese in cui vogliono arrivare. Compito di un ministro sarebbe quello di organizzare un sistema di controlli rapido, efficiente e sicuro, attraverso cui separare il grano dal loglio. A parte che fare una cosa del genere è difficile, e richiederebbe tempo – tempo che immagino il ministro non abbia, visto che è sempre in giro a fare dichiarazioni – fare questo sarebbe controproducente per quel ministro, dal momento che il suo partito per ottenere voti ha bisogno che arrivino stranieri in maniera irregolare. Ma soprattutto quelli che votano per quel ministro hanno bisogno di stranieri senza diritti, altrimenti non saprebbero chi far lavorare nei loro campi o nelle loro fabbriche con paghe da fame o non saprebbero a chi affittare in nero le loro case. E allora qui assistiamo a un altro passaggio, quell’uomo – o quella donna – da esule che era, diventa uno sfruttato; e si tratta di un passaggio su cui il ministro e i suoi elettori chiudono volentieri un occhio.
Quando il ministro urlerà ancora che i nostri porti sono chiusi, noi dovremo rispondergli che ci sono cose che non può fare, ci sono passaggi su cui non può intervenire e che non può chiudere.
Ma il porto deve essere un luogo e un momento di passaggio non solo per quegli uomini e quelle donne che stanno arrivando, ma anche per noi, che apparentemente rimaniamo fermi qui. Abbiamo bisogno di riconoscerci come uomini e donne che passano attraverso dei porti: è il passaggio che facciamo, o che dovremmo fare, da spettatori inermi ad attori, da consumatori a cittadini, da schegge di una comunità chiusa ed egoista a gocce in una fratellanza solidale sempre più ampia. Dei porti si può avere paura, perché è più facile stare nella sicurezza delle proprie case, nelle certezze che ci siamo costruiti, mentre ogni passaggio ha in sé un rischio. Lo sanno bene quelle donne e quegli uomini che accettano ogni giorno per sé e per i propri figli un pericolo che paralizzerebbe tanti di noi. Per questo dobbiamo andare loro incontro, dobbiamo capirli, dobbiamo riconoscerli come fratelli: quei porti li dobbiamo aprire a loro, ma anche a noi.

mercoledì 13 giugno 2018

Ci stiamo salvinizzando

Matteo Salvini si è preso il centro della scena politica alla sua maniera per fare la sua personalissima campagna elettorale e per continuare a coltivare la sua tanto irresistibile, quanto estremamente pericolosa, ascesa usando spudoratamente il ministero dell’interno come fosse un ministero della propaganda qualsiasi.

Per lui, Stato e partito si sovrappongono. Vi ricorda qualcuno? Se potesse, farebbe come Erdogan, ma sa che ancora non è il momento. Però ci sta lavorando, e sodo. Il resto, gli utili idioti, gli stanno facendo da confuso e soccombente contorno.

Ma cosa tiene insieme Lega e Movimento 5 Stelle? Sicuramente una vaga promessa elettorale di ripristino di alcuni diritti sociali perduti e l’offerta altrettanto vaga di “protezione” davanti alle incertezze di un mondo sempre più complesso e sempre più veloce. Le manterranno? A sentire il loro ministro dell’economia Tria, totalmente prono ad euro, pareggio di bilancio ed austerity, parrebbe proprio di no.

I risultati delle amministrative già certificano il primo importante crollo di consensi verso la gestione Di Maio e l’evidente, sostanziale, subalternità dei 5Stelle all’inarrestabile protagonismo della Lega di Salvini. E tuttavia, andrebbe ricordato che quei diritti sociali sono stati spazzati via proprio dai governi di “sinistra”. Quella “sinistra” che ora scalpita con la solita retorica umanitaria sul tema dei migranti e dell’accoglienza. Ma è solo retorica, per l’appunto, null’altro che vuota retorica.

Quella stessa retorica “umanitaria” usata massicciamente per giustificare tutte le guerre d’aggressione neocoloniali degli ultimi trent’anni sotto l’egida della NATO; guerre che, insieme al traffico d’armi, alla selvaggia globalizzazione neoliberista ed all’incessante saccheggio delle risorse di quei paesi, hanno ridotto alla disperazione ed alla fame le moltitudini di esseri umani che ora cercano una speranza di salvezza solcando i mari in imbarcazioni fatiscenti, con altissimo rischio di crepare.

La “sinistra”, ovvero, quella strana cosa che si fa chiamare ancora così, ha aperto autostrade al progetto razzista e neofascista di Salvini per mezzo del suo uomo nuovo (si fa per dire) Marco Minniti. Proprio ora che Salvini ha preso il centro della scena con la vergognosa vicenda della nave “Acquarius” e con i suoi fiammanti e deliranti tweets, andrebbe ricordato che fu l’accordo italo-libico del 2 febbraio 2017, voluto e firmato da Minniti e Gentiloni, a permettere la detenzione dei migranti nei lager gestiti dalle mafie libiche in affari con i trafficanti di esseri umani (e la mano libera alle motovedette libiche contro i soccorsi in mare). Luoghi in cui, secondo l’Alto Commissariato dell’ ONU per i diritti umani, si praticano sistematicamente indicibili violenze, stupri e deprivazioni di ogni genere, anche nei confronti di minori.

Certo, nell’ascesa di Salvini andrebbe ricordato anche il ruolo nefasto del sistema mediatico mainstream che, oltre ad avere fatto di uno scaltrissimo cialtrone un “grande leader politico”, ha quotidianamente alimentato una narrazione tutta incentrata sulla criminalizzazione dello straniero e sulla rabbia della “gente” che ha fatto da tappeto perfetto per i deliri razzisti salviniani.

E tuttavia, mai come in questo momento, andrebbero tenute presenti le responsabilità politiche e culturali della così detta “sinistra” che hanno fatto da indispensabile premessa alla deriva neorazzista in atto; in primis, la situazione di pesante degrado ed abbandono in cui sono state lasciate, per decenni, le periferie dei grandi agglomerati urbani ed in cui sono esplose le inevitabili contraddizioni usate da destra e fascisti per imporre la propria visione securitaria, razzista e neoidentitaria.

Una visione che di recente abbracciata anche una certa “sinistra” che aveva trovato nel discepolo di Cossiga, Marco Minniti, un nuovo appassionato interprete ammirato anche a destra. I suoi decreti su immigrazione e “decoro urbano” sono già pietre miliari delle politiche classiste, razziste e securitarie di questo paese avendo dato la stura alle peggiori pulsioni e pratiche nei confronti proprio nei confronti dei più poveri e dei più deboli.

martedì 12 giugno 2018

Ci siamo noi su quella nave

Il 2 luglio 1816, al largo delle coste dell’attuale Mauritania, affondò la fregata francese Méduse; il responsabile di quel disastro fu il comandante Hughes Duroy de Chaumareys che, oltre a non navigare da oltre venticinque anni, non conosceva quelle acque; a causa della sua impreparazione e dei suoi errori la nave si incagliò sul fondale sabbioso e si squarciò. Duecentocinquanta persone si salvarono grazie alle scialuppe, ma i centocinquanta uomini della ciurma furono imbarcati su una zattera di fortuna, lunga 20 metri e larga 7. In un primo momento il capitano decise di trascinare la zattera, ma, visto che era troppo pesante, le cima che la legavano alle scialuppe furono lasciate andare e quegli uomini furono abbandonati al loro destino. Venti morirono già la prima notte. In quei tragici giorni gli uomini sulla zattera diedero il peggio di sé: gli ammutinamenti furono frequenti e causarono sempre dei morti, le risse erano continue, i tentativi di accaparrarsi le magre derrate che erano riusciti a portare con loro finirono per distruggere quel poco di cui avrebbero potuto nutrirsi, il nono giorno ci furono i primi casi di cannibalismo sui cadaveri e dopo qualche giorno i “sani” decisero che i “malati” sarebbero dovuti morire per permettere a loro di salvarsi. Il 17 luglio, quando quasi tutti erano ormai morti di fame o si erano gettati in mare per la disperazione, i superstiti vennero salvati dal battello Argus. Cinque morirono la notte seguente. Solo quindici uomini si salvarono e tornarono in Francia.
Meno di due anni dopo il giovane pittore Théodore Géricault dipinse un grande olio su tela intitolato La zattera della Medusa. Quell’opera, che oggi possiamo vedere al Louvre, è considerata il capolavoro di Géricault e segna l’inizio del romanticismo nella pittura francese. Il pittore avrebbe potuto scegliere tanti momenti, anche intensamente drammatici: il momento in cui le cime vennero gettate in acqua, i primi combattimenti sulla zattera, la decisione di gettare quelli che non ce l’avrebbero fatta e le cui carni non potevano essere mangiate. Oppure il momento del salvataggio. Descrive invece il momento in cui i pochi rimasti vedono in fondo all’orizzonte gli alberi di una nave. Nei diari di quelli che torneranno si racconta che quell’immagine lontana a un certo punto scomparve e quindi l’illusione che si era diffusa poco prima, svanì in maniera drammatica. Cosa dipinge Géricault? Il momento in cui gli uomini credono che la nave si stia avvicinando e in cui le loro mani sventolano dei luridi stracci come segnalazione? o quello successivo, in cui la vedono allontanarsi e quel movimento delle braccia è ormai inutile? Non lo sappiamo e ciascuno di noi può leggere in un modo diverso quell’immagine. Con angoscia o con speranza.
Mentre scrivo 629 persone sono ferme in una barca in mezzo al Mediterraneo, quella nave non corre il rischio di affondare come la zattera dipinta da Géricault, nessuno è ancora morto, anche se ogni ora le condizioni si fanno sempre più precarie, anche perché tra quei 629 tanti sono bambini, molte sono le donne che tra poco partoriranno, moltissimi sono deboli, stremati da un viaggio che è cominciato chissà dove e chissà quando. Non ci sarà un pittore che trasformerà in un capolavoro il dramma dell’Aquarius. Ma adesso sappiamo che quelle donne e quegli uomini sono lì e che ogni movimento può scatenare la loro gioia come ogni fermata può abbatterli e prostrarli. Quella nave deve raggiungere un porto. Chi usa quelle 629 persone per la propria battaglia, quand’anche fosse legittima, quand’anche fosse fondata – e in questo momento stanno sbagliando sia il governo italiano sia quelli degli altri paesi che negano la possibilità di attracco – è colpevole quanto chi ha sfruttato quelle donne e quegli uomini organizzando il viaggio che li ha portati fino a lì.
L’ho scritto altre volte, la questione non è decidere chi adesso aprirà per primo i propri porti, o lo farà domani, o dopodomani, perché domani ci sarà un’altra nave e dopodomani un’altra ancora. La questione è decidere un diverso modello di sviluppo. Adesso, sia come sia, quella zattera deve arrivare a terra. Ma una volta che quelle persone sono sbarcate non possiamo dimenticare i loro volti, dobbiamo fissarli come fissiamo il viso dolente dell’uomo nel quadro di Géricault, l’unico che non guarda la nave in lontananza e invece guarda noi, e quel suo sguardo ci dice che noi siamo con loro su quella zattera, ci dice che non possiamo illuderci di essere in salvo. E non sappiamo se quella nave là in fondo si sta avvicinando o sta sparendo per sempre.

lunedì 11 giugno 2018

punti di vista

Gli uomini sono quelli che non pensano mai e non attendono mai almeno 48 ore prima di scolpire sulla pietra le loro scemenze, ma sopratutto le informazioni le deformano a seconda di quello che fa più comodo.
La Spagna deve fare un “ mea culpa” ricordate la frontiera arginata di Ceuta e Melilla, “le due cittadine spagnole in terra marocchina, sono due fortezze di fatto inespugnabili”, come sottolinea anche Frontex. “Circondate da tre reti alte una decina di metri, da fossati e protette con violenza dalle guardie di frontiera, sono diventate l’emblema della chiusura, qui 11 migranti rimasero uccisi dal fuoco delle guardie di frontiera mentre provavano a scavalcare le reti. Allora nessuno insorse, mi pare, anzi dimenticato totalmente. Ora la Spagna: medaglia di buona dell'anno,,,bene, domani la Germania, poi la Francia, il Belgio, l'Olanda... Europa unità? Forse è giunto il momento.
Ma non è di questo che voglio scrivere, bensì delle risposte e giuste spiegazioni a riguardo della Acquarius, molto educate di Conte e di Di Maio agli attacchi di chi da a prescindere usa il termine “razzisti, leggete senza partito preso, fate finta che non siano 5 stelle, come faccio io.
Non sono razzista, non lo sono non perchè buona, men che mai perchè legata ad interessi, entrambi i casi sono sinonimo di razzismo ...e già: qui casca l'asino: penso sempre al numero enorme di minori non accompagnati che spariscono, al lavoro nero (di nome e di fatto), alle ragazzine e ragazzini buttati sulla strade per la goduria di italiani, alle mafie , alle fonderie, al caporalato..E' un meccanismo perverso di interessi sporchi, di buonismo fasullo, ma grande interesse nei confronti del proprio portafoglio, di sfruttamento...Nessuno è contento di sapere persone lasciate al destino perverso dei loro governi corrotti, delle loro mafie in combutta con le nostre, a nessuno piace di sapere di minori, o future mamme, almeno io ci penso, ci penso perchè considero schifoso non il fatto di lasciarli in attesa di terra promessa, ma di tutta la porcheria che ci sta dietro...ma attenzione: lo sfruttamento lercio va anche fermato, sono convinta che su 100 “cuor d'oro” 5 lo sono veramente, gli altri sarebbero da inferno, se mai Lucifero non inorridirebbe pure lui...
Gli interessi sono tanti troppi, Salvini non è stato un “boia” ha solo messo in evidenza le responsabilità di tutti nei confronti di questa gente: buoni e cattivi insieme, non si può consentire ad alcuni paesi europei di fare la cernita: questo è per bene questo no...(lo fa la Germania, lo fa la Francia).. La nave non è abbandonata a se stessa,,,è seguita, uno degli orgogli italiani è proprio la disponibilità, ma non essere presi per imbecilli dal resto dell' Europa e men che mai da alcuni Governi africani la cui corruzione non ha limiti.
Lampedusa è un' isola, ha accolto, ora l'hot spot è chiuso, Milo (Trapani), tunisini l'hanno mezzo distrutto, si stava ristrutturando il centro, Prefettura fermato i lavori, il centro funziona a metà...Pozzallo..non riesce più ad ospitarne...
L'Italia non è un paese che non vuole accogliere, non può più, non può offrire: garanzia, sicurezza, dignità...non la può offrire a nessuno nemmeno agli italiani, grazie alla politica stupida del passato.
Comunque le persone a bordo dell'Acquarius sono seguite...non abbandonate, ci sono due motovedette italiane ed è monitorata affinchè il soccorso non manchi, questo è ovvio..poi si può credere a qualunque stupidaggine venga detta o scritta, ma gli italiani sono sempre signori...sopratutto se alzano la testa!
Il cuore non è di marmo, proprio questo spinge ad azioni che possono sembrare dure...ma si deve porre un freno al commercio di persone a cominciare proprio dai loro capi di governo...che nulla hanno da invidiare ai peggiori delinquenti...
Chiesto parere a Richmund... Richmund: italiani molti sono furbi, altri fessi, giusto così, azione di forza, ma buona... Ovvero ogni giorno la tratta di donne, uomini, bambini viene alimentata da interessi,,,poniamo un freno a questo...razzisti chi appoggiano questo mercato continuando a sollecitarlo, aiutarlo...smetterla forse indicherebbe la strada da seguire: lo sfruttamento africano con legami più o meno europei è finito..
.
Mio papà un giorno disse almeno 10 anni fa : puntare le armi e far capire che qui non si attracca, non è il Paese degli imbecilli, come tutti pensano. sarebbe un segno che i giochi con le persone non si fanno...anche per il resto dell'Europa sarebbe un monito..ma siamo in mano ad una sinistra di stupidi.. poi li rifilano a noi che ci barcameniano e pretendendo da noi tolleranza, da noi...ma la politica si fa il suo. Così parlò papà.
Non dimentichiamo quelli che approdano sulle coste incontrollati...
Ong....battete una bandiera...portateli lì...troppo comodo, signori miei continuare a stringere accordi sulla pelle di disgraziati fra Stati africani ed interessi internazionali.
Certo se ci fossero stati cani e gatti sarebbero stati lasciati sulle coste..ognuno alla ricerca di un topo, un osso, una ciotola d'acqua, forse un buon padrone, ma l'uomo c'è..e quanti cani o gatti sarebbero finiti tra pellicce di cappucci o nei ristoranti? Chissà..
Quante donne finiscono a battere sui marciapiedi o peggio? Quanti ragazzini finiscono tra le grinfie di pedofili? Quanti a spacciare, quanti a lavorare per fame nei negozi dei cinesi? O a nero nei ristoranti italiani
Quanti avranno una vita dignitosa? Quanti?
Altra domanda: queste navi,,,così “disinteressate” quanti ne possono accogliere a bordo e quanti ne prendono ? Già? Pensate a questo?
La cooperazione ci vuole, sopratutto ci vuole la coscienza di capire che sono merce...Chi è più razzista? Chi pensa che pur sapendo che sono merce continua a dire a me che sono razzista?
Vogliamo correggere gli sbagli? Bene non accordiamoci più con i governi di buona parte dell' Africa, sappiamo che molti di loro si disperderanno finiranno in balia di gentaglia...L' Africa? Dialogare con loro...cosa impossibile, corrotti al massimo, responsabili della loro gente. Il Passato è passato...sono Paesi ancora ricchi, ma troppi interessi girano attorno a loro...i ricchi come sempre gestiscono le vite, le decisioni, la politica...ma l'Italia ancora ha gente nelle tende...non importa... non importa...alla fine stanno meglio dei disgraziati vittime dei loro Governi a cui si dà denaro, armi e macchine di lusso...in cambio di diamanti...petrolio e minerali pregiati e prenderci la loro gente per rinforzare la malavita, interessi personali,,,,insomma girala come vuoi: il denaro...sulla bontà? Già scritto 5 vs100...intanto comunque sia le persone sono seguite, l'Italia è sempre un paese serio rispetto al resto...in attesa che la Spagna e tutta la burocrazia vada avanti viveri ed assistenza non mancano...l'italia c'è sempre mancano gli altri..

Riccarda Balla

Automazione, disoccupazione e guerra tra poveri. Sono questi i VERI problemi su cui riflettere

“Gli immigrati ci portano via il lavoro”… Questa cazzata viene ripetuta nelle interviste a caso prese per strada, nel pià sperduto paesino italiano (persino a San Ferdinando, in Calabria, dove solo dopo l’uccisione di Jacko Soumaila qualche “itagliano” ha scoperto di poter andare a raccogliere pomodori per 2,5 euro l’ora) come nelle periferie metropolitane degli Stati Uniti.

sabato 9 giugno 2018

La deriva culturale fascio-razzista-sessista è il trionfo del liberismo con il sostegno dei media

Sì, la maggioranza dell’elettorato italiano è razzista e sessista. Ma è stupido se non più grave scoprirlo dopo le elezioni del 4 marzo e col governo M5S-Lega. Il processo che ha portato a questo è cominciato negli anni Settanta e via via s’è aggravato. Si tratta del trionfo del liberismo che ha provocato innanzitutto una sconvolgente destrutturazione economica, sociale, culturale e politica. Finita l’epoca della società industriale, del conflitto fra padronato e proletariato industriale a cui si univano studenti e popolazione. I ceti meno abbienti non hanno più trovato nella sinistra storica i riferimenti credibili perché questa stessa sinistra è stata fagocitata dal neoliberismo. Allora che scegliere: un partito e dei leader che parlano come quelli di destra o direttamente questi, oppure astenersi dal votare? E come fare per lottare quando si è atomizzati con contratti individuali, precari o addirittura al nero o in condizioni di neo-schiavitù?

Perché la demagogia più becera prima di Berlusconi e ora dello squadrista Salvini riescono ad avere successo? Vendetta contro chi ha tradito i lavoratori e i dominati? Infatuazione per il nuovo capo carismatico? Oppure illusione che se si massacrano gli immigrati e i più sfigati si starà meglio, si proteggeranno i privilegi promessi ai cittadini europei? Ma chi ha accreditato questi possibili elementi che hanno portato al successo dei Salvini ma anche dei grillini di destra e pure dei Renzi amici di Berlusconi?

Se si passano in rassegna i media di questi ultimi anni e in particolare di quest’ultimo anno appare evidente che quasi tutti hanno continuamente fatto pubblicità in generale al discorso neoliberista e in particolare all’idea che la colpa dei malesseri e problemi economici e sociali è degli immigrati e di chi remerebbe contro la difesa dei privilegi dei cittadini italiani. Questo è il meccanismo che prima ha dato consenso a Berlusconi, poi a Renzi (che s’è totalmente “sputtanato” governando con Verdini e di fatto con Berlusconi) e infine ai grillini e a Salvini. Il consenso dei grillini ha giocato con il miscuglio fra discorsi di sinistra e discorsi di destra. Ma è proprio allo squadrista Salvini che è stato dato più risalto (invitato continuamente in ogni sorta di tv e di programmi) come pure a personaggi della sua squadra fascio-razzista-sessista (si pensi alla Santanché, Sgarbi e personaggi del genere). Come dice un amico: per fare una fiction che appassioni ci vogliono soldi, per mettere in scena una lite furibonda “a gratis” basta invitare Salvini o la Santanché, Sgarbi ecc. di fronte a qualche pseudo personaggio di sinistra che di fatto fa da spalla ai primi. La tv della politica spazzatura (inaugurata da Giuliano Ferrara) dura dagli anni Ottanta e non smette di avere audience proprio perché il frame neoliberista incita alla litigiosità, al trash, al gusto di vedere la sopraffazione di uno da parte di altri, così come nei videogiochi che appunto permettono di sterminare l’avversario.

Come mai per esempio nessun media ha mostrato che nei comuni, provincie e regioni governati dalle destre e in particolare dalla Lega ma anche in alcuni governati dalla ex-sinistra diventata neoliberista si ha:

a) il più alto inquinamento da sostanze tossiche che provocano la quasi totalità della mortalità dovuta appunto non a “morte naturale” ma alle contaminazioni da tali sostanze che sono nell’aria, nei terreni, nelle acque, nei posti di lavoro, nelle abitazioni, nelle scuole cioè dappertutto (basta guardare la foto satellitare che mostra chiaramente che la pianura padana è una delle due zone più inquinate d’Europa);

b) la più alta quantità di economie sommerse, lavoro nero, neoschiavitù (di italiani e di immigrati regolari e irregolari), corruzione, intrecci con le mafie, quindi evasione fiscale e contributiva e persino traffico di rifiuti tossici ecc. è sempre nelle zone governate da oltre 25 anni dalle destre e in parte dalla ex-sinistra diventata neoliberista (anche perché le economie sommerse esistono sono in funzione di quelle apparentemente legali che notoriamente sono quantitativamente più importanti al Nord).

4. Allora cosa faranno i signori cinquestelle e leghisti al governo? Salvini continua a blaterare da boss fascista-razzista-sessista convinto che si governi a mo’ di Mussolini (ma qualcuno gli ricorderà che a piazzale Loreto c’è ancora tanto posto). E grida che espellerà 500 o 600 mila immigrati. E tutti i media hanno accreditato questa sparata. Il Corriere del 4 giugno arriva a scrivere a titoli cubitali: «Promossa l’idea di accelerare i rimpatri dei 600 mila stranieri ai quali è stata rifiutata la protezione. E di rafforzare il con trattenimento di 18 mesi nei centri di “detenzione”».

Eppure la promessa dei 500 o 600 mila immigrati da espellere (sparata prima da Berlusconi e poi fatta propria da Salvini) è sfacciatamente una bufala di cui qualsiasi giornalista principiante non si fa imbobinare. In Italia praticamente tutti gli immigrati senza permesso di soggiorno, cioè in situazione irregolare sono ben noti alla polizia perché sono tutti stati schedati al loro arrivo oppure perché sono entrati con visto regolare o ancora perché hanno già avuto il permesso di soggiorno ma non sono più stati in grado di rinnovarlo (sono quelli che lo stesso Viminale chiama overstayers, cioè chi resta senza permesso). Ma di questi la quasi totalità lavora, cioè sono costretti a lavorare al nero, spesso schiavizzati e costretti anche a vivere come invisibili (lavoro e alloggio). E vedi caso la maggioranza di questi 500 mila stanno proprio nelle zone governate dalle destre e innanzitutto dalla Lega e sfruttati-schiavizzati da elettori leghisti.

Allora si dovrebbe chiedere al boss Salvini cosa farà se alcuni operatori delle polizie andranno a fare dei blitz nelle aree leghiste del sommerso come per esempio la Valle della gomma e altrove fra Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia, nelle campagne, nelle fabbrichette, nei cantieri ecc.

E cosa faranno i signori cinquestelle che avevano promesso totale integrità e politica di pace e non di guerre con la signora ministra della Difesa che hanno scelto e che – strano – si scopre solo ora che non solo ha conflitto d’interesse con questa funzione, ma è persino coinvolta nella storia poco limpida di una università privata specializzata in pseudo-formazioni di personale per missioni ben poco trasparenti (far cui i contractors ecc.). E come possono avallare un sottosegretario già condannato con patteggiamento per bancarotta?

E’ probabile che una parte dell’elettorato M5S abbandonerà questo pseudo partito di imbonitori che sono riusciti nella loro formidabile impresa perché sinora non hanno mai governato (e laddove governano deludono o cambiano prassi o abbandonano il partito). Ma cosa ne sarà dell’elettorato leghista? Saranno soddisfatte le sue attese? Probabilmente in parte sì; ma anche là ci sarà la scoperta degli inganni insiti nella demagogia del boss Salvini, che peraltro dovrà dimostrare di non essere capo di una Lega che come quella di Bossi & C. fece pensare a un branco di famelici arraffatori di potere.

Insomma, il futuro è incerto e soprattutto appare scarsa la possibilità di creare di una nuova sinistra capace di successo elettorale. Per uscire da questo pantano ci vorrà tempo e soprattutto paziente instancabile Resistenza in tutti i campi.

Il governo “sfrutterà” le nostre peggiori pulsioni

Nell’antica Grecia la giustizia fu sempre una questione che atteneva alla dimensione privata dei cittadini: esistevano naturalmente i tribunali, c’erano i giudici pagati dallo stato, ma non c’era la pubblica accusa. Nei tribunali si scontravano due cittadini, portatori dei loro interessi individuali. Peraltro non c’erano neppure avvocati, un cittadino doveva sempre rappresentarsi da solo; c’erano i logografi, ossia quelli che – naturalmente dietro compenso – scrivevano i discorsi che i cittadini avrebbero poi dovuto pronunciare davanti ai giudici. Fu privato anche il più celebre processo politico di Atene, quello che nel 399 a.C. portò alla condanna a morte di Socrate. Anche se fu chiaramente originato dalla volontà del ricostruito regime democratico di sbarazzarsi una volta per tutte di quello che consideravano – peraltro non a torto – un loro nemico e un sostenitore – e invece questo non era vero – dei Trenta, fu necessario trovare alcuni “bravi” cittadini che denunciassero il filosofo e che sostenessero la causa contro di lui. E non è un caso che la parola sicofante, che al principio indicava soltanto la persona che di propria iniziativa denunciava le violazioni della legge da parte degli altri cittadini, cominciò a diventare sinonimo di delatore, di spia, perché ad Atene, come nelle altre città greche, c’erano persone che vivevano in questo modo, denunciando gli altri.
Leggendo con un po’ di calma il discorso che il nuovo presidente del consiglio ha pronunciato in parlamento, ottenendo la fiducia, e ascoltando le dichiarazioni dei suoi garruli vice, ho pensato che a loro questo sistema piacerebbe parecchio, anzi che sia il sistema verso cui vorrebbero portarci. C’è in quel discorso molta enfasi sul tema della giustizia, anche perché certamente fare riforme in questo settore è meno costoso di quanto sia introdurre il reddito di cittadinanza o abolire la legge Fornero sulle pensioni. Visto che il governo non riuscirà in breve tempo a mantenere queste promesse, si cerca di costruire un sistema in cui i “cattivi” vengano puniti, partendo però dall’assunto che i “cattivi” sono sempre gli altri.
E infatti Conte ha detto che il loro obiettivo sarà “una giustizia rapida ed efficiente e dalla parte dei cittadini, con nuovi strumenti come la class action, l’equo indennizzo per le vittime di reati violenti, il potenziamento della legittima difesa.”, una giustizia in cui l’enfasi è tutta rivolta al cittadino che subisce un torto e che può anche farsi giustizia da solo. E poi si parla di costruire nuove prigioni, di rendere più dure le pene, di rendere in sostanza lo stato meno amico.
E in un altro passaggio si dice che “saranno maggiormente tutelati coloro che dal proprio luogo di lavoro, sia esso pubblico o privato, denunceranno comportamenti criminosi compiuti all’interno dei propri uffici”. Una legge in tal senso esiste già, è quella che tutela il whistleblower, come si dice adesso, con il solito termine inglese, il sicofante. Visto che lo stato non può trovare chi commette reati – ci dice il governo – aiutateci voi.
Sappiamo bene però che la delazione, quando diventa sistema, è un potente strumento che sostiene i regimi totalitari; è stato così nei regimi fascisti – quanti “bravi” cittadini hanno denunciato, anche per proprio tornaconto, i loro vicini ebrei o gli oppositori – è stato così nei regimi dell’Europa dell’est: nella Repubblica popolare tedesca, la Stasi poteva contare su una “spia” ogni sessanta cittadini, alimentando un sistema che, attraverso questo clima di sospetto, faceva crescere la paura e quindi rafforzava il regime.
Quando il governo smantellerà i controlli sui commercianti, perché – come dice Di Maio – sono tutti onesti, chi si incaricherà di denunciare quelli che continueranno a evadere il fisco? Naturalmente i “bravi” cittadini. Ma chi ci assicura che un commerciante “onesto” non denunci un proprio concorrente, che, grazie alla qualità del suo lavoro, gli sta togliendo clienti?
Conte descrive un paese in cui pochi, forti dei loro privilegi, tengono sotto scacco una maggioranza di persone a cui sono negati i diritti più elementari. Lui – che non a caso si è definito “l’avvocato degli italiani” – e la sua maggioranza si presentano come i liberatori di questi molti, promettendo pene severe contro i pochi privilegiati. Le ingiustizie naturalmente ci sono in questo paese e anzi sono cresciute negli ultimi anni, anche per colpa d un partito come il Pd che ha sistematicamente favorito le forze peggiori della società. Ma c’è anche un clima di odio, in cui il debole, non appena ha un po’ di potere, si sfoga contro quello che è ancora più debole, il povero, quando ha un po’ di soldi, si sfoga contro chi ha ancora meno di lui. E su questo clima di odio tra gli ultimi, sappiamo che cresce la Lega che individua il nemico non più in Roma ladrona – anche perché ormai Roma sono loro – ma contro gli immigrati, gli stranieri, gli altri. In un paese in cui stanno facendo crescere e diffondere l’odio, costruire una giustizia oppressiva e tutta incentrata sul privato dei cittadini è una miscela pericolosissima. Qualcuno sta consapevolmente giocando con il fuoco e con le tensioni più cupe della società.

giovedì 7 giugno 2018

Cambiare tutto per non cambiare niente #ParoleOstili

La crisi di governo si è risolta in un governo Cinque Stelle – Lega. Nel giro di poche settimane è accaduto di tutto e non è accaduto nulla. Il teatrino a cui abbiamo assistito potrebbe essere riassunto in un titolo: storia di una normalizzazione. Le forze politiche intenzionate a formare un governo insieme avevano inserito nella lista dei ministri un nome, quello di Paolo Savona, in passato associato a un fantomatico “piano B”, un piano per l’uscita dell’Italia dall’Euro. Il piano B, più che essere applicato alla lettera, doveva servire, nelle intenzioni degli autori, come strumento di contrattazione per ottenere un ampliamento dei margini di manovra dei governi nazionali rispetto agli stringenti vincoli dei Trattati europei. Si è ben presto capito che anche la semplice minaccia dell’uscita dall’euro come strumento di leverage nei confronti della Commissione e delle altre istituzioni europee era ostativa alla formazione di un governo. Alla fine, pur di ottenere l’incarico, Cinque Stelle e Lega si sono piegati agli ordini di Mattarella, da B e dei mercati. Una manifestazione di forza dei guardiani dello status quo e di debolezza dei finti ribelli giallo-verdi, ma anche la conferma che la messa in discussione dei dogmi dell’austerità è ciò che i primi temono di più.

Al di là dei toni da farsa, la telenovela politica messa in scena nei giorni scorsi lascia emergere una serie di nodi sostanziali che vale la pena sciogliere per aver chiara la trama di quanto accaduto e di quanto potrà accadere da qui al futuro prossimo:

Cambiare tutto per non cambiare niente. Il vecchio adagio gattopardesco è sempre di estrema attualità, tanto che caratterizza anche il sedicente “governo del Cambiamento”. Il nuovo esecutivo, palesemente normalizzato e ufficialmente inchinato ai poteri forti, cercherà di apparire come un’effettiva novità per sedare gli animi di un elettorato inquieto. Allo stesso tempo è probabile che vengano adottate alcune misure compatibili con l’adesione ai dogmi europei. Molte di esse rappresenteranno una semplice variante dell’austerità che andrà a colpire alcuni anelli deboli anziché altri. La flat tax sostenuta dal liberista Tria, che ha dichiarato di volerla finanziare con un aumento dell’IVA e in generale delle imposte indirette, semmai sarà applicata (Dio ce ne scampi!), avrà un impatto gravemente regressivo a sfavore dei poveri e del ceto medio. Mentre qualche briciola verrà ridata ai subalterni con una possibile rivisitazione morbida della Fornero e l’elemosina del reddito di cittadinanza (peraltro pericoloso nel suo meccanismo condizionale). La Lega poi invoca tagli alla spesa pubblica, in particolare per l’accoglienza degli immigrati e per i servizi pubblici (asili, aiuti alle famiglie) per i non italiani, dimostrando che, sulla consueta base del mito della scarsità delle risorse, si può agevolmente scatenare una guerra tra poveri assai simile a quelle scatenate da anni tra soggetti subalterni da parte di tutti i governi che hanno gestito l’austerità: lavoratori garantiti contro precari, giovani disoccupati contro pensionati, ed ora autoctoni contro stranieri. La presunta lotta per l’accaparramento di risorse scarse da distribuire ai derelitti come briciole resta dunque il vero punto focale condiviso da tutti.

Emerge, quindi, con rinnovata nitidezza la grottesca inconsistenza delle false alternative politiche. Di fronte al veto presidenziale (vedi prossimo punto), Cinque Stelle e Lega hanno alzato un po’ di polvere per pochi giorni facendo apparentemente la voce grossa. Caduto l’incubo Cottarelli, sono tornati in scena proponendo una compagine governativa del tutto allineata ai diktat dell’austerità e al liberismo. Si è trattato di un crescendo, anzi di un decrescendo lampante. Progressivi smottamenti da posizioni che, seppur pienamente di sistema e a forte venatura liberista, contenevano tuttavia alcuni spunti critici verso l’austerità, leggibili nelle prime bozze di programma non ufficiali, verso posizioni via via sempre più allineate allo status quo: dapprima con la cancellazione di pezzi di programma meno ortodossi (proposte di sforamento dei vincoli sul deficit e critiche all’architettura istituzionale dell’UE), poi con il passaggio sostanziale e simbolico dal liberale moderato Savona, poco euro-entusiasta,  al liberista Tria. E così un programma pasticciato, confuso, di chiara ispirazione liberista, ma con blandi e incoerenti stralci di critica raffazzonata all’austerità finanziaria, si è trasformato in programma di piena adesione al dogma. Altro che populismo! Che 5stelle e Lega non avessero alcuna seria intenzione di scardinare la disciplina europea (anche con Savona) era evidente a tutti. Ciò era apparso chiaro dall’estremo tentativo fatto dallo stesso Savona, il quale, attraverso un comunicato, faceva sapere che, lungi dall’essere un pericolo per l’Europa, voleva semplicemente “un’Europa diversa: più forte, ma più equa” (un concetto rafforzato il giorno dopo, quando ha dichiarato che non avrebbe “mai messo in discussione l’euro, ma avrebbe chiesto all’Unione Europea di dare risposte alle esigenze di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i paesi-membri”). Pur tuttavia, la sola minaccia di poter assumere posizioni anche solo genericamente critiche sugli eccessi dell’austerità finanziaria, rappresentata dalla presenza del pacato Savona al dicastero economico, ha scatenato attacchi a ripetizione della grande stampa e la suddetta mossa istituzionale a futura memoria da parte del Presidente Mattarella.

Cambiano gli attori, abbiamo detto, ma non cambia la scena. Da qui ai prossimi mesi si farà di tutto per occultare questa sostanziale continuità. I giornali dell’austerità “progressista” urlano e sempre più urleranno al governo dei razzisti e alla nuova destra populista al potere. Tali grida di dolore sarebbero, peraltro, giustificate, in quanto certamente stiamo parlando di un governo razzista e retrivo. Il problema è che esse sono ipocrite, in quanto il loro obiettivo non è certamente quello di difendere i migranti (stiamo parlando degli stessi organi di stampa che tacevano quando Minniti stringeva accordi con i leader libici per creare veri e propri lager sulle coste nordafricane). La stampa e l’informazione dominante presenteranno i nuovi barbari, rozzi e “populisti”, come una minaccia per l’Europa. Contro di loro, dipingeranno il vecchio establishment come una rispettabile alternativa, che almeno difenderebbe (sic!) principi di democrazia, legalità e onore della Costituzione. I toni della recente manifestazione del PD in difesa della Carta calcano proprio la mano su questa apparente nuova spaccatura. Tutto funzionale a nascondere la sostanziale omogeneità dei cosiddetti nuovi barbari rispetto al vecchio corso della politica, espressione di una classe dirigente uscita a pezzi dalle elezioni del 4 marzo. Un’atmosfera che ricorda molto le grida antiberlusconiane del lontano 1994, poi riprodotte nel 2001 e nel 2008 per marcare distanze e differenze, laddove differenze vere non vi erano allora e non vi sono oggi. La tensione divisiva nel paese tra finti populisti e “istituzionalisti” sarà portata artificialmente alle stelle occultando l’unica vera contraddizione effettiva che esiste e che dovrebbe emergere ma non si vuole che emerga: quella tra chi difende lo status quo dei rapporti di forza e chi realmente lo mette in discussione.

L’ultima considerazione traccia una speranza. Il quadro politico mostra l’esistenza di uno spazio per un’alternativa forte e coerente. Sebbene le motivazioni di voto siano sempre un tema estremamente difficile da sondare, è innegabile che il voto di massa al Movimento Cinque Stelle e alla Lega sia stato di protesta, non soltanto generica, rabbiosa, razzista e “populista”. È stata anche una protesta, espressa come poteva esprimersi nel contesto attuale, contro la gestione delle politiche economiche degli ultimi anni, ovvero contro gli effetti drammatici dell’austerità, dei tagli alla spesa sociale, della disoccupazione di massa, del precariato e della sempre più evidente subordinazione del sistema economico italiano ai ricatti del grande capitale internazionale, che a suon di spread stabilisce il destino delle nostre vite. Non vedere questo grido di protesta popolare e attribuire la crescita esponenziale dei partiti populisti a rozzezza e razzismo sarebbe un errore gravissimo.

La domanda sociale di cambiamento sostanziale è stata enorme, forte e chiara. Il suo incanalamento drammaticamente sbagliato. Non certo per insipienza delle masse, ma per l’inesistenza di una forza politica di peso a difesa degli interessi dei subalterni in grado di assorbire tale domanda; di una forza politica capace di entrare in contatto, tramite un chiaro linguaggio popolare e visibili forme di rappresentanza oggettiva, con i bisogni effettivi di protezione e riscatto della stragrande maggioranza della popolazione, che in forme varie rappresenta oggi la classe subalterna. Da questa sfida occorre ripartire nel nuovo, ma essenzialmente immutato, contesto politico. La lotta all’austerità deve essere il perno attorno al quale sviluppare la vera alternativa allo stato attuale delle cose. Tocca a noi riappropriarcene. Tocca a noi evitare che l’opposizione alla macelleria sociale imposta dai mercati diventi il terreno fertile per forze politiche nazionaliste e reazionarie, che, alla prova dei fatti, si sono fatte docilmente ricondurre all’ovile.