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mercoledì 18 aprile 2018

I cops di Zuckerberg e il nostro menefreghismo

Mi inquieta la frase del miliardario americano Mark Zuckerberg: “Da ora in poi saremo i poliziotti del sistema”? Un po’ è metafora e, proprio per questo, un po’ è verità. Magari non assoluta, ma sicuramente, dopo la falla sul controllo dei dati da parte di aziende esterne al colosso fondato dal giovane sviluppatore, per risalire in borsa occorre qualche dichiarazione forte e, infatti, a seguito di queste promesse fatte davanti al Senato degli Stati Uniti, il titolo vola con un segno positivo di oltre il 4%.
Quella grande famiglia di interazione antisociale, pur essendo dichiaratamente “social”, che ha portato molte e molti di noi ad entrare in un circuito di alienazione diventato imprescindibile prima ancora di alienarci con una necessità che prima non sentivamo come tale, ora promette di assumere 20.000 persone per verificare meglio la protezione dei dati dei miliardi di utenti che vi accedono.
“Poliziotti del sistema”. Così Zuckerberg ha definito la nuova linea politico-amministrativa del suo gruppo: “Ho sbagliato”, ha ammesso e ha continuato affermando che occorre rivedere gli standard di protezione in un “capitalismo di sorveglianza” come quello in cui viviamo.
Non è una critica al sistema, semmai è la conferma che ci si deve adeguare alle esigenze del mercato e che Facebook rappresenta un asse portante di questo adeguamento, così come lo sono molti altri “social network” che plasticamente mostrano la loro funzione: apparire per essere. Apparire il massimo della socialità per spegnerla nel concreto dei rapporti quotidiani.
Lo sviluppo della rete Internet è stato così veloce in questi anni da coinvolgere i rami della telefonia, della televisione e persino della comunicazione radiofonica. Non c’è nessuna emittente che non osi sottrarsi – pena una esclusione da un circuito di virtuosismi legati alle moderne tecnologie – alle trasmissioni in “streaming” o a invitare i suoi ascoltatori a scaricare i “podcast” per ascoltare in differita sulle apposite “app” quanto andato in onda nella cara, vecchia diretta.
Il sistema, dunque, migliora certamente molti aspetti della nostra fruizione di dati, informazioni, dall’ascolto alla ricerca, dall’approfondimento alla semplice conoscenza per curiosità.
Le reti sociali e l’intera rete Internet sono una miniera di informazioni e di false informazioni: le cosiddette “fake news”, le notizie false.
Quindi le trappole sono sempre dietro l’angolo. E a volte nelle trappole ci cade chi ha creato un grande fenomeno sociale come Facebook. Ancora una volta Saturno prova a divorare i suoi figli, ma va riconosciuto che i figli, se vogliono rispettare le leggi del mondo reale, devono piegarsi a dei compromessi, presentarsi davanti ad una commissione del Senato americano e fare ammenda.
Detto questo, tutto torna nel pericoloso circolo vizioso che ci avvolge e che ci rende indispensabile Whatsapp, Twitter, Facebook, Instagram, eccetera, eccetera.
Non so se la vicenda della fuga dei dati ci rivela qualcosa di più rispetto a ciò che rappresenta in sé e per sé: di sicuro la visione di documentari e film come “Snowden” ci ha già detto da tempo che nessun dato personale è veramente al sicuro. Il tuo “client” di posta, quando ti chiede di proteggere la tua sicurezza, in quel preciso momento – ed anche prima – ha già tutte le tue informazioni e nessuno di noi, piccoli utenti forse ingenui e forse troppo fiduciosi, ha gli strumenti tecnici necessari per verificare se la protezione dei dati sia realmente tale.
Allora esistono due comportamenti possibili da adottare: numero 1, cancellarsi da tutte le piattaforme sociali, escludersi dalla rete “social” presente nella rete Internet, credendo così di essersi sottratti al controllo del nuovo “grande fratello” (o dei tanti “grandi fratelli”…), oppure, numero 2, non nascondere nulla di sé stessi, dei propri dati: la nostra vita privata può sfuggire al controllo di quel “capitalismo di sorveglianza che controlla i controllori, può essere privata nel momento in cui la manteniamo tale.
Sta a noi decidere cosa far conoscere al sistema internettiano, alla grande rete delle comunicazioni. Si potrebbe anche barare e farle conoscere aspetti falsi delle nostre vite: si potrebbe provare a prendere in giro il sistema, visto che il sistema è grande fagocitatore cannibale di dati di ogni tipo. Non c’è filtro, non c’è selezione: tutto viene acquisito, categorizzato, incasellato e tenuto lì, pronto per essere utilizzato con un unico scopo: il profitto. Sempre e comunque il profitto.
La matematica è stata piegata a questi fini: algoritmi precisissimi decretano quale pubblicità deve comparire sulle pagine dei siti che visitiamo. Se per caso cerchiamo su Amazon un orologio da acquistare, immediatamente su You Tube e su molti grandi siti, si attiverà il meccanismo di ripetizione di suggerimenti affini alle nostre ricerche.
Ciò che conta è che se ne sia consapevoli, che si sappia ciò che viviamo. Che se ne abbia piena coscienza. E’ la miglior difesa: saperlo vuol dire tanto provare a gestirlo quanto potersene beatamente infischiare.

martedì 20 marzo 2018

E fu così che si scoprì che l’elezione di Trump non era stata “favorita da Putin”…

Che i social network non fossero un “regalo” per chi li usa era noto da tempo. Ma il caso esploso in queste ore pone domande un po’ più importanti del semplice scambio ineguale tra proprietari della piattaforma e “utenti-merce”.

Una società inglese, Cambridge Analytica, è accusata di aver piratato i profili Facebook di 51 milioni di cittadini statunitensi. Gli uomini di Zuckerberg se n’erano accorti, ma non hanno ritenuto necessario avvertire gli utenti. Un vero gesto di “amicizia”…

Fin qui la notizia non sarebbe sconvolgente, perché è noto che l’attività di “profilazione” è uno dei business principali di Facebook. I dati che noi stessi riversiamo ad ogni post o like vengono archiviati, vanno a comporre la nostra immagine di consumatori, e come tali venduti a qualsiasi società che sia disposti a comprarli. Servono per “mirare” gli annunci pubblicitari, di modo che l’offerta del marketing sia individualizzata, quindi con maggiori probabilità di raggiungere lo scopo (farci comprare qualcosa).

Un’attività legale, contrattualizzata, socialmente accettata che ci dice molto sulla capacità del capitale di estrarre sangue anche dalle rape, ma che non desta più scandalo.

Il “reato” commesso da Cambridge Analytica – impossessarsi a gratis di 51 milioni di profili – sarebbe dunque una semplice questione di “sottrazione indebita”, regolabile in pochi minuti con il versamento a Facebook di quanto dovuto.

Lo scandalo è esploso però sull’utilizzo di quei dati: Cambridge Analytica non se ne serviva per vendere dentifrici, ma per far vincere le elezioni al “partito” committente (quello disposto a pagare il servizio). Lo scopo commerciale si salda con quello politico, insomma.

Ma anche questa non è una novità. Da quando le ideologie politiche sono state dichiarate “morte” (rimane solo il neoliberismo, guardacaso l’ideologia del capitale finanziario) ogni competizione elettorale, in qualsiasi parte del mondo, è stata affrontata con il supporto sempre più decisivo dei “creativi” del marketing. Società o persone che vivono producendo campagne pubblicitarie, studiate su misura per la “merce da vendere”, avendo cura di individuare per bene il target e le vie per colpire la fantasia del potenziale acquirente-elettore. Berlusconi e Prodi-Veltroni vi hanno fatto ricorso per decenni, con ovvio vantaggio per il primo che già disponeva di una propria agenzia pubblicitaria (Publitalia, che è andata a costituire l’ossatura della prima Forza Italia), oltre a un impero televisivo alla pari con la Rai.

A far diventare Cambridge Analytica un mostro da prima pagina ci sono però due elementi in più: a) è di proprietà di un miliardario statunitense, Robert Mercer, sostenitore di campagne e candidati conservatori o di destra in tutto il mondo; b) ne aveva fatto parte Steve Bannon, l’ultra-reazionario protagonista della resistibile ascesa di Donald Trump.

Abbastanza per spaventare il borghesuccio che vive nelle redazioni, sempre pronto ad alzarsi indignato quando qualcuno mette in discussione la logica del “mercato”, ma altrettanto pronto a spaventarsi quando quella stessa logica seleziona un reazionario demente alla guida della principale superpotenza. Al borghesuccio non riesce di attivare il neurone mancante che consente di collegare le due cose.

Come nelle serie televisive di successo (House of Cards sembra scritta senza inventare letteralmente nulla, anzi…), non mancano né la figura del “pentito”, né i dettagli pruriginosi che faranno da acchiappa-click o like sulle versione online dei media principali.

Il canale tv inglese Channel Four News aveva infatti spedito negli uffici di Cambridge Analytica un giornalista camuffato da spicciafaccende di un politico asiatico che vole acquistare i servizi della società per vincere le elezioni nel suo paese. L’attuale capo della società, Alexander Nix, per conquistarsi il cliente, gli spiega in quanti modi può essergli utile. Dall’utilizzo dei profili Facebook fino ai “servizi” di prostitute di lusso per incastrare i suoi avversari. Il tutto in un’atmosfera molto internettiana, perché non è neanche necessario che la “vittima” cada completamente nella trappola, visto che il predominio dell’uso della Rete consente di far passare il sospetto di colpevolezza in molti modi.

Nix assicura di poter “mandare ragazze a casa del candidato” , lui preferisce le ragazze ucraine, “sono molto belle, funziona molto bene”. Oppure: “Offriremo al candidato una grossa somma di denaro, per finanziare la sua campagna, registreremo tutto, copriremo la faccia del nostro uomo e metteremo tutto su Internet“.

Insomma. La fabbrica della fake news politiche lavora a pieno regime, ma solo per chi può permettersi di pagare il prodotto; altro che regno dell’”eccessiva libertà”, da regolamentare consegnando le chavi alla polizia…

Non manca il “partito politico italiano” che si sarebbe rivolto a Cambridge Analytica per essere risollevato dal baratro in cui era precipitato nel 2006 e che soltanto ora – dopo “il servizio” di Cambridge – sarebbe risorto con percentuali tali da far aspirare alla presidenza del Consiglio (persino il prudente Enrico Mentana vi ha visto l’identikit della nuova Lega di Salvini, che in effetti è un partito abbastanza fasciorazzista da poter incontrare il consenso di Mercer).

Non c’è dunque nulla di interessante in questa notizia?

Al contrario, è una cannonata che dovrebbe cambiare radicalmente il modo in cui si guarda ai social network, al loro essere un pilastro fondamentale allo stesso tempo del business e del controllo sociale. Dipinti come il luogo dell’assoluta libertà individuale hanno non solo prodotto una mentalità iper-individualistica ostile a qualsiasi forma di aggregazione collettiva (leggere i post o i commenti di certi imbecilli che si definiscono “comunisti” aiuta a comprendere la vastità della devastazione cerebrale raggiunta), ma servono come ultimo o unico orientamento nel caos per una massa crescente di “individui” ormai manipolabili con pochi passaggi (il tempo di leggere un tweet…).

E’ una cannonata che toglie qualsiasi illusione sui meccanismi della democrazia nel terzo millennio. Il presupposto logico e costituzionale di ogni processo elettivo democratico è infatti che ogni singolo cittadino-elettore sia in grado di formarsi da solo un’opinione e quindi scegliere i propri rappresentanti con cognizione di causa. Un po’ come avviene nel “mercato”, dove si presume – si presume, ma non è mai vero – che tutti i soggetti contraenti che firmano un accordo dispongano esattamente della stessa quantità e qualità di informazioni.

Il caso Cambridge Analytica-Facebook ci dimostra l’esatto opposto. Tutti siamo manipolabili, in diversa misura. Anche “noi” che riteniamo di aver mantenuto una consistente capacità critica (e ciascun individuo, anche il più cretino, ritiene di essere il creatore autonomo delle sciocchezze che pensa).

Fin quando la manipolazione mediatizzata mira a farci preferire una merce o un marchio, ognuno di noi è persino disposto a riconoscere che un po’ viene condizionato, quando si distrae. Se invece il condizionamento – pesantissimo e invalidante – mira direttamente all’atto della produzione dell’”opinione”, allora diventa inaccettabile, anzi un’offesa. Sarebbe come darsi del coglione da solo (l’indimenticabile Altan de “Vorrei sapere chi è il mandante delle cazzate che faccio”).

Ma è proprio questa massa di “diversamente condizionati” a formare ovunque “l’elettorato”. E spesso vince chi ha più soldi per comprarsi il “pacchetto elettorale più efficace”. Ma guarda un po’…

Altre e infinite considerazioni sarebbero possibili, in particolare ripensando a quanti – “a sinistra” – avevano pensato di poter competere elettoralmente sul piano del marketing che andava a sostituire il legame diretto con i ceti sociali, i territori, le reti associative… Insomma, ai praticoni che avevano ritenuto il “partito leggero” quasi una genialata. Ma non siamo qui per infierire.

venerdì 5 gennaio 2018

RIFLESSIONI SULLE RIVOLTE POPOLARI AL TEMPO DI FACEBOOK

Il punto è anche di principio, ma la rivolta telematica sui Social che riguarda i sacchetti biodegradabili da pagare, a far data dal primo gennaio scorso, circa 2 centesimi l’uno per acquistare frutta o verdura nei supermercati è essenzialmente un fenomeno di rabbia più che di consapevolezza sociale di come funzioni il sistema delle merci e, in generale, l’economia di mercato.
Nessun fuoco sacro alimenta mai l’indignazione per i contratti cui sono sottoposti i lavoratori delle grandi catene commerciali. Ci si limita a vedere qualche timido passaparola che solidarizza con i nuovi sfruttati ma non nascono catene di risposte e controrisposte che si accusano vicendevolmente di dire il vero o il falso; non nascono diatribe che accendono le bacheche delle pagine Facebook.
Naturalmente nascono le false notizie e sono proprio queste ad essere quelle più gettonate perché basso è il livello di comprensione dettato da un serio approfondimento di ciò di cui si sta parlando.
Tutti diventano grandi esperti del settore, tutti pensano di poter parlare di tutto. E così, senza nemmeno essere a conoscenza del fatto che il prezzo del sacchetto biodegradabile lo si paga direttamente sul prezzo della merce acquistata (e non sul sacchetto medesimo, in quanto possesso materiale dello stesso), qualche tuttologo ha pensato bene di prendere delle arance, delle banane ed etichettarle una per una: eureka! si sarà detto l’internettiano amico consumatore, “Così ho fottuto il sistema”.
Invece, senza prendere il sacchetto, etichettando quattro banane ha pagato sei centesimi, quindi come se avesse insachettato una banana per volta.
Sembra davvero una azione dettata da un ribellismo puerile, da una voglia di rivalsa tipicamente populista, dettata dalla velocità della diffusione di informazioni errate che vengono acquisite come verità assoluta, indiscutibile.
Un tempo il motto era: “L’ha detto la televisione!”. Ed almeno qualcosa di vero c’era in quelle parole.
Oggi il motto è: “L’hanno postato su Facebook!”, ergo è certamente vero. Perché Facebook è la piazza dove tutti possono dire tutto senza vergognarsi di dirlo, visto che a proteggere la dilagante ignoranza e l’analfabetismo di ritorno che la precede, è sempre una tastiera che fa da protesi anche alla cara vecchia penna con cui si scriveva e si aveva, nella lentezza, il tempo per riflettere meglio e magari cancellare un obbrobrio linguistico o concettuale.
Invece la velocità è il demone che prende tutte e tutti: la velocità di Internet, della fibra, dello scaricamento dei film o della musica; la velocità nell’apprendere una notizia dai telegiornali e replicarla stupidamente sui “social network” per diventare protagonisti per un attimo, nemmeno per un quarto d’ora; protagonisti come i mezzi busti della televisione: giornalisti di noi stessi, per interpretare una parte, per sentirci non utili, socialmente tali, ma per catalizzare su di noi l’attenzione degli altri.
Se non fosse una realtà data, sarebbe bello fosse un gioco: chi per primo pubblica la notizia dell’ennesimo piovasco in provincia o del terremoto che la televisione e le agenzie hanno già battuto ripetutamente?
“L’avete sentito il terremoto?”, non lo si chiede più nemmeno telefonando ad un amico. Lo si scrive su Facebook.
E così è per i sacchetti biodegradabili a due centesimi di euro. La notizia indigna perché in tempi di crisi si bada poco alle leggi antisociali fatte dal governo in questi anni, si maledicono i partiti e la sinistra senza ben saper individuare i confini della medesima, ma non si scende in piazza per protestare contro tutto ciò.
Poi nasce il movimento ribellista per una gabella insignificante che, ripeto, sarà anche un punto di principio ma avrebbe la dignità di esserlo se chi lo proclama tale si indignasse tutto l’anno per misure di tagli al sociale che sono ben più gravi di due centesimi per un sacchettino che abbiamo sempre usato, che abbiamo sempre pagato. Soltanto, ora, ce lo hanno detto.
E siccome prima non ce ne eravamo accorti, ora protestiamo.
La lotta di classe, lontano dall’esserci, forse la faremo prima su Facebook e poi nella realtà… e magari partirà dalla suprema indignazione popolare non per le pensioni inesistenti, non per le lauree inconcludenti, non per il lavoro reso schiavitù moderna, ma per un centesimo in più sul sacchetto di carta del panettiere.

venerdì 29 dicembre 2017

Riflessione sulla Condivisione e il dono

Cos'è la parola "Condivione"? Quale impennata ha avuto questa parola negli ultimi anni? Il concetto di condivisione è stato ribaltato, plasmato, rivoltato, uscendone deformato per sempre. Il Natale è appena passate e da sempre è sinonimo di condivisione. Per un momento bisognerebbe fermarsi a riflettere sul significato della vera condivisione.

mercoledì 13 settembre 2017

Gli smartphone e i social hanno distrutto una generazione

Di solito, le caratteristiche che definiscono una generazione appaiono gradualmente, e lungo un continuum. Le credenze e i comportamenti che erano già in fase di affermazione, continuano su questa linea. I Millennials, per esempio, sono una generazione altamente individualistica, ma l’individualismo era in aumento da quando i Baby Boomers sono apparsi sulla scena, si sono messi sulla stessa lunghezza d’onda, e hanno fatto poi un passo indietro.

sabato 9 settembre 2017

Libertà di espressione o di insulto? Lanciamo il dibattito

La libertà di espressione e di satira è un principio affermato da quasi tutte le costituzioni e, anzi, si può dire che un paese che non affermi tale principio non è democratico. Resta però il problema dei limiti della libertà di espressione. Soprattutto ai tempi di internet. In questa occasione non vogliamo scrivere dei limiti che le autorità vogliono porre alla critica. Ma lanciare un dibattito sulla rete, di quanto diviene libertà d’insulto, contra personam, verso un sesso o una etnia, sul modo di utilizzarla da parte dei navigatori e sul modo di considerarla da parte dei magistrati.

"zoccole, se la sono cercata" Il sessismo e fascismo corre sul web #stuprofirenze

Bugiarde, disoneste, drogate, prostitute.  Così i sessisti e fascisti, simboli di società sempre più becera, si scagliano contro le vittime di violenza sessuale da parte di due carabinieri in servizio. Un'ondata d'odio e di scherno in ogni singolo post o notizia pubblicati sull'argomento.

Ragazze colpevoli minimo di aver peccato di ingenuità, di aver provocato i militari o di essersela andata a cercare.


Giovani ree, secondo gli umori dei commentatori, di aver peccato di ingenuità, di aver irretito i due appartenenti all'Arma o, nel peggiore dei casi, di essersela andata a cercare, perché "se non vuoi andarci a letto, sulla macchina dei militari non ci sali".


La giuria del web, insomma, ha già emesso il verdetto: le ragazze - e "non dimenticate che sono americane e gli americani sono famosi per il vittimismo".


I commentatori sembrano concentrarsi sul particolare dell'assicurazione contro lo stupro stipulata dalle ragazze, particolare che non lascerebbe dubbi sul fatto che le ragazze si siano inventate tutto “per prendersi il soldi”.


Fra gli esperti e i giudici, colpisce come siano tante le donne che non mostrano alcun tipo di compassione, ma che invece rincarano la dose nei 'commenti tecnici' al caso: "Saranno state loro a fare le zoccole", l'opinione più diffusa.

martedì 22 agosto 2017

#ischia, #ischiaterremoto, IDIOZIA E RAZZISMO CORRE SUL WEB

Mentre i nostri fratelli muoiono per iL terremoto, razzismo e idiozia , ma SI sà “la madre dei miserabili è sempre incinta”.

Soggetti inqualificabili si sono lasciati andare a indecenti commenti in rete sulla tragedia del terremoto che ha colpito Ischia, vomitando giubilo e felicità, inneggiando al sisma. Una certa Sara scrive: «Speravamo nel Vesuvio, ma il terremoto va bene lo stesso», con tanto di emoticon, divertita quanto imbecille.



Ma passiamo alla seconda slide. Commento dimenticabile di persona più dimenticabile di chi lo scrive.

Naturalmente questo tweet fa chiaro riferimento all’appartenenza alla Campania dell’isola di Ischia e invoca disastri ben più peggiori rispetto a quelli che si sono verificati la scorsa notte. Empatia questa sconosciuta.

Ma c’è di più e lo scopriamo adesso con la terza foto gentilmente concessa dal mondo webete.

Qui siamo su facebook e i commenti lo dicono chiaro: i razzisti speravano di cancellare la Campania con una eruzione del Vesuvio. Ma i poveri piccoli haters si possono “accontentare” di un terremoto che, per ora quando il bilancio non è ancora definitivo, ha ucciso 2 donne e ha provocato 39 feriti di cui alcuni gravi.

La vergogna del web non finisce tuttavia qui,
Stavolta vanno al cuore del loro problema malato: i napoletani. E si chiedono, con molta crudeltà, se sono ancora vivi. Un commento da bar che prima del web sarebbe stato giudicato male ma che oggi ai tempi di facebook gira manco la frase fosse di un famoso filosofo.


La clamorosa idiozia degli italiani nell’uso dei social network si vede nel momento delle emergenze: proprio per questo già ieri sera, mentre circolava la notizia del terremoto a Ischia, un discreto numero di sveglioni ha cominciato a esultare per il sisma e ad augurarsi in seconda battuta il risveglio del Vesuvio. Tra questi c’è ad esempio l’account twitter @duraveritas1, che ieri ha avuto la brillante idea di uscirsene così:


Sulla stessa lunghezza d’onda un utente che si firma Carletto: «Speriamo si svegli il Vesuvio».

Una certa Italia unita da becero razzismo.

Verrebbe da dire che non ci resta che piangere, ma sarebbe invece opportuno attivarsi e spazzare vie odiose nubi anti-italiani che puzzano di demagogica e fanatica discriminazione.

mercoledì 28 giugno 2017

Una vergognosa follia..

La follia dei NO-VAX è disarmante e apre a nuove frontiere comunicative criminose: Una stella gialla, come quella imposta agli ebrei nell’Europa nazifascista, ha preso a circolare su Facebook con una inquietante frase sovrapposta: bambino non vaccinato.. i bambini che non possono essere iscritti a scuola perché i genitori si rifiutano di vaccinarli sarebbero come i piccoli ebrei discriminati. Poco importa a questi irresponsabili che la differenza tra le due situazioni sia eclatante. I bambini devono essere vaccinati per la propria protezione sanitaria e per quella della comunità scolastica in cui sono inseriti; mentre per i bambini ebrei marchiati dalla stella gialla c’era solo discriminazione e condanna a morte.


Caricature del Ministro Lorenzin in uniforme nazista rafforzano questa teoria: l’obbligo vaccinale sarebbe una pratica nazista.
 

Siamo convinti che l'obbligo delle vaccinazioni renderà le scuole più sicure proteggendo sia i bambini vaccinati, sia quelli che non si sono ancora vaccinati, sia quelli che non si sono potuti vaccinare – magari perché stanno guarendo da gravi malattie come una leucemia. Quando parliamo del diritto allo studio ricordiamoci che anche i bambini immunodepressi, trapiantati o ammalati – nei quali i vaccini sono controindicati e infezioni come il morbillo possono essere letali – hanno il diritto di frequentare le scuole e studiare senza rischiare la vita. Questo diritto prevalente rispetto alle idiozie che invocano i genitori che non vogliono vaccinare i figli sulla base di pericolose bugie senza nessuna base scientifica.

Non contenti di mettere a rischio la salute dei propri figli e di tutta la comunità che, al di sotto del 95 per cento di vaccinati, perde l’immunità di gregge che impedisce ai virus di circolare, questi personaggi utilizzano in modo vergognoso un simbolo del dolore e della persecuzione.

Troviamo assolutamente criminoso che la stella gialla, simbolo di discriminazione prima, e morte poi, per 6 milioni di ebrei, venga usata per campagne politiche. Usare i morti nelle camere a gas è una pratica ripugnante e offensiva, soprattutto per coloro che non ci sono più e non possono dire nulla. Chiedo l’immediata cessazione di questa campagna che non solo sminuisce e banalizza la Shoah, ma contribuisce a avvelenare l’intera società civile con un linguaggio estremo. 

sabato 13 maggio 2017

Truffe reali e virtuali. ITALIA-LIBERA vi protegge

Nessuno è al sicuro da truffe e furti, né nel mondo virtuale né in quello reale. ITALIA-LIBERA consiglia delle piccole accortezze e sistemi di sicurezza che vi proteggono nell'uso della moneta elettonica. Nel 2014 in Italia sono stati registrati 21mila casi di utilizzi fraudolenti di Atm, Pos e moneta elettronica in Rete, per un totale di 1,8 milioni di euro (dati Abi). 

martedì 18 aprile 2017

Gli alienati dalla modernità, soli e senza emozioni

Lo sviluppo della modernità dominata dalla tecnologia non da progresso per la vita buona per tutti. Questa modernità è contro la POLITICA, dello stare insieme. L’utilizzo di computer, smartphone, tablet, televisori e videogiochi è ormai una costante della nostra vita, che ci permette di vivere esperienze multiple a livello emotivo e razionale. Questi strumenti amplificano la portata delle nostre azioni, 
generando una dimensione parallela della nostra esistenza fisica. 

sabato 4 marzo 2017

Il mondo degli schiavi moderni

Si torna a parlare di start up, e lo si fa in riferimento alla protesta dei taxi nei confronti di Uber, un’applicazione di autisti specializzata nel settore. Uber e le altre, avrebbero “rubato il lavoro” agli autisti tradizionali di taxi e ncc, colpevoli, secondo gli autisti, di applicare concorrenza sleale. D’altra parte Uber si difende sostenendo di portare lavoro in un settore in cui la domanda è alta e l’offerta bassa.

sabato 25 febbraio 2017

Riflessione sul caso Taxi vs Uber

I taxisti italiani, come quelli francesi, forse neppure lo sanno. Ma la loro protesta è un segnale inequivocabile dell’avanzare travolgente del problema fondamentale di questo passaggio storico: la disoccupazione tecnologica.
I commentatori dei media si sono concentrati quasi soltanto sulle “violenze” (innescate da infiltrati fascisti di Forza Nuova), sulle “resistenze corporative”, sul “rifiuto della concorrenza”, della “modernità”. Tutti aspetti corrispondenti al vero, per carità, ma straordinariamente secondari.

venerdì 17 febbraio 2017

No Uber? le cooperative fanno lobby schiavizzando i tassisti

In Italia operano 40mila tassisti e 80mila noleggi con conducente. È dal 1992 che si cerca di garantire leggi certe. Gli autisti delle auto bianche hanno regole più rigide e onerose, è vero, ma cercano anche di frenare concorrenza e cambiamenti. Per questo Uber, multinazionale che ha applicato alla gestione del servizio taxi la tecnologia che oggi consente una prenotazione con un semplice clic sul telefonino, è il nemico numero uno.

venerdì 3 febbraio 2017

Il boom della claque del linciaggio da social

Vasto, il magistrato che indaga l’ha chiamata la “claque dei morbosi”. Sono coloro che hanno tifato sui social network, al bar e in corteo per una giustizia “che punisse veramente”. Migliaia di cittadini, mica due. E tutti, proprio tutti, corresponsabili per quota parte di un omicidio istigato, quello con cui Fabio Di Lello ha “giustiziato” Italo D’Elisa.

mercoledì 18 gennaio 2017

E' FACEBOOK LA NUOVA REALTA' D'INFORMAZIONE E.. CENSURA

Facebook non è più solo un social network: conserva i nostri ricordi, stimola la nostra vita sociale, funziona da promemoria e ci permette di comunicare con i nostri amici in qualsiasi continente essi si trovino. Facebook, insomma, è quasi una nostra estensione. Del resto, se non gli schermi dei nostri telefonini, i dati parlano chiaro: sono 1.71 miliardi gli utenti attivi al mese e 1 miliardo il numero di iscritti che si collega quotidianamente da un dispositivo mobile.

lunedì 16 gennaio 2017

Lo strano intreccio tra cyberspionaggio, mafia e massoneria

Tutto ha avuto inizio con l’inchiesta condotta dalla Procura di Roma e denominata Eye Pyramid, per la quale la polizia postale ha arrestato, nei giorni scorsi, i due fratelli Occhionero. Quello che viene a delinearsi, dietro le attività di cyberspionaggio dei due, è un intrigo dai contorni inquietanti, forse addirittura internazionali. I due avrebbero infatti spiato personaggi di spicco italiani, tra cui Matteo Renzi, Mario Draghi, Mario Monti, e molti altri, leggendo inoltre le loro conversazioni private.

giovedì 12 gennaio 2017

Cuoricini, la moda social spacciata per prevenzione

Una campagna per la prevenzione, insomma. Senza padri né firma, senza progetto né organizzazione, ma frutto semplicemente del passaparola. Il meccanismo è sempre il medesimo, applicato ad una buona causa: ricordare alle donne l’importanza della prevenzione nella battaglia per la lotta al tumore al seno. C’è tuttavia qualcosa di distorto in questo processo di sensibilizzazione.

mercoledì 11 gennaio 2017

Eye Pyramid: cos’è e come funziona il malware del cyberspionaggio

Il sistema è lo stesso ideato da Ulisse circa tremila anni fa: il Cavallo di Troia. Ieri i greci introdussero così, all’interno della città governata da Priamo, i loro guerrieri; e così oggi i fratelli Occhionero sono entrati nelle mail e nei profili digitali di quasi 20mila persone: con un finto allegato o un link che, una volta aperto dalla vittima, prende in possesso il computer senza che questi se ne renda conto. Rubandone dati e informazioni.

sabato 31 dicembre 2016

#Bufale, quando il guadagno sostituisce la serietà. FREE-ITALIA vi protegge

Bufale, un tanto al chilo. È il lato oscuro e odioso del web. Se è vero che la rete consente a tutti di esprimere il proprio pensiero ad una sempre più ampia platea, è altrettanto vero che c’è un maggior rischio che notizie non verificate o certamente false passino da schermo a schermo e da tastiera a tastiera, diventando “vere”. Talvolta è colpa dell’ingenuità di chi scrivere, molto più spesso la creazione di bufale fruttano agli inventori e ai Blog fogna che li riprendono svariate migliaia di euro di ritorno pubblicitario. E non mancano poi le bufale create ad arte come quelle prodotte da regimi autoritari. La Russia, per esempio, è uno dei paesi che maggiormente utilizza la propaganda via web per far passare una certa e predeterminata visione della situazione in Ucraina.