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sabato 24 marzo 2018

Dazi, si salvi chi può

Dazi sulle merci straniere che fanno bene al portafoglio nazionale: è una delle idee forti che vanno forte (non da oggi) tra la gente. Sono idee pilastro del senso comune, quella che sei fai costare di più le merci straniere tutti comprano e consumano italiano e si sta più felici e più protetti nel posto di lavoro. E quella che se mandi la gente in pensione prima, allora si liberano più posti di lavoro per i giovani. Come se i posti di lavoro fossero una quantità fissa, magari stabilita per decreto e per concorso. E come se le tasse che imponi sulle merci straniere (i dazi sono tasse) le pagassero…gli stranieri! Dazi, posti di lavoro che si aprono per i giovani se mandi in pensione presto chi lavora…sono idee radicate, forti. Sono dentro di noi. E sono…sbagliate!

Trump presidente americano i dazi li sta mettendo davvero. Sessanta miliardi almeno di tasse ulteriori sulle merci cinesi. Il primo effetto è una botta da orbi sulle Borse asiatiche. E a noi? Chi se ne frega delle Borse asiatiche. Cedono, perdono perché pensano che le economie asiatiche, con le loro imprese, perderanno affari e profitti. E chi se ne frega, di nuovo, delle economie e Borse asiatiche.

Il secondo effetto dei dazi di Trump sarà che quei 60 miliardi di tasse in più sulle merci cinesi comprate negli Usa li pagheranno i consumatori americani. Non proprio 60 miliardi perché una quota di acquisti in Usa verrà dirottata da merci cinesi a merci americane. Una quota, forse quella che servirà a tenere in piedi qualche migliaio di posti di lavoro nei settori sotto scacco concorrenza e che hanno chiesto protezione a Trump. Insomma Trump coi dazi sarà il benefattore di un po’ di suo elettorato. Un po’. Ma la diminuzione di traffici e commerci (e i simmetrici dazi cinesi anti Usa) si calcola bruceranno dieci posti di lavoro americani per ognuno salvato. Ma chi se ne frega di dei posti di lavoro americani e di quante tasse paga o non paga il consumatore americano quando acquista…

A noi, ad un numero sempre più consistente di italiani l’idea dei dazi piace. I dazi che potremmo mettere noi, dazi alle merci straniere. C’è però un piccolo problema che si profila all’orizzonte. Nonostante la temporanea (temporanea, quindi domani può cessare) esclusione dell’Unione Europea e quindi dell’Italia dal numero dei paesi cui Trump impone dazi su acciaio e alluminio, una cosa Trump ce l’ha chiara in testa. Ed è spezzare le reni commerciali alla Germania. E quanto piace a un sacco di gente italiana l’idea di Trump che bastona quell’antipaticona della Merkel. Trump giustiziere d’oltre oceano a punire la Merkel che ci tiene tutti a stecchetto di debito e deficit e che ci nega la piena libertà di spesa pubblica. Vai Trump, falle vedere alla Merkel. Falle vedere i sorci verdi. Non è da poco il tifo italiano per Trump il daziatore.

Accade però nel mondo reale che la Germania abbia un surplus commerciale pari niente meno che all’otto per cento del suo Pil. Questo vuol dire che la Germania è un grande paese esportatore, buona parte della sua economia esporta. Così tanto che ogni anno la differenza tra esportazioni e importazioni è pari in Germania all’otto per cento del Pil. Una quantità imponente. E allora, che ce ne frega della Germania e delle sue esportazioni? Trump le tagli se vuole e faccia piangere la Merkel.

Accade però nel mondo reale che molte, anzi moltissime delle merci che la Germania esporta siano la stazione finale di una catena-filiera di produzioni e imprese che ha il suo massimo radicamento geografico ed economico…indovinate dove? Sono i distretti industriali della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna che producono in catena con la Germania. Se Germania kaputt nelle sue esportazioni, subito e insieme la parte più produttiva d’Italia kaputt nella sua economia. Perché nel mondo reale non esportiamo solo formaggi e vini. L’Italia esporta macchinari e semi lavorati. Ed è a sua volta un paese esportatore.

Che astuzie si riserva la storia nel mondo reale: se Trump bastona di dazi la Germania, Trump bastona in testa terre, aziende e portafogli di chi ha votato alla grande Salvini. Quel Salvini che tifa per Trump e per i suoi dazi.

Un vecchio (di millenni) diciamo così adagio diceva più o meno: che gli dei non esaudiscano i tuoi desideri. Lo sapevano già nella Grecia classica che desiderare senza conoscere e ottenere senza riflettere può risultare molto doloroso. Lo sapevano nella Grecia classica ma Salvini il piccolo daziatore italiano e imprenditori e aziende-famiglia della per così dire padania non hanno avuto tempo e modo di leggerla quella frase di saggezza, quella piccola lezione, in fondo di economia. Se mai hanno davvero avuto tempo di leggere davvero qualcosa nelle pagine della storia. Storia economica s’intende, non affatichiamo oltre misura gli uomini del fare…

venerdì 5 gennaio 2018

La prima superpotenza economica e militare in mano agli imbecilli

Si dice spesso che “i politici” siano lo specchio del loro paese. Lo sappiamo bene noi, abitanti della Penisola, costretti a fare i conti da secoli con ominidi senza visione politica più grande della loro misera carriera. Governati, insomma, dai peggiori campioni dei difetti nazionali.

Il sistema anglosassone sembrava invece capace di selezionare personaggi certo non moralmente migliori, ma almeno costretti a “pensare in grande” – se non per virtù propria – almeno per dare risposte a un sistema produttivo dalle dimensioni enormi, con responsabilità politico-diplomatico-militari altrettanto gigantesche.

La decadenza di un impero, dunque, è misurabile anche dal livello dei governanti che si sceglie.

Se è così, gli Stati Uniti stanno messi veramente male. L’elezione di Donald Trump – al netto degli squittii dei liberal de noantri – è stata non tanto una sorpresa quanto una rivelazione: Il sistema Usa è diventato incapace di selezionare un quadro dirigente all’altezza dei compiti.

Una generazione di estremisti improvvisatori ha così scalato la Casa Bianca basandosi sulla propria capacità di prendere a pugni la pancia del paese, i suoi settori sociali destabilizzati dalla più lunga crisi economica della storia (il Pil statunitense sembra aver resistito meglio di altri, ma solo grazie ai profitti mostruosi del settore finanziario, che non generano “benessere sociale diffuso”, ma il suo contrario) e più su un’immaginario western che non su una strategia ben ponderata. Make America great again è stato uno slogan efficace per rastrellare voti, ma anche un boomerang che comincia a tornare indietro se il massimo che riescia fare è litigare con chi ce l’ha più grande (il tasto nucleare) con la leadership di uno dei paesi più poveri del mondo.

Questo scenario desolante è esploso nelle ultime ora con la pubblicazione del libro Fire and fury: Inside the Trump White House, scritto dal giornalista Michael Wolff che si è messo a spremere i ricordi di Steve Bannon, fondatore del sito iper conservatore Breitbart, teorico del “movimentismo permanente” dell’ultradestra americana. Un suprematista bianco prima osannato come geniale stratega della rapidissima ascesa politica di Trump, quindi suo primo e più ascoltato consigliere una volta entrato alla Casa Bianca, poi rapidamente defenestrato a beneficio di vari generali, preoccupati di ritrovarsi a gestire “ordini” dalle conseguenze impreviste.

Il ricordo più pericoloso è quello su cui si concentrerà presto l’attenzione del super-procuratore Mueller, che sta indagando sul cosiddetto Russiagate. Bannon rivela infatti che il 9 giugno del 2016 (in piena campagna elettorale), nella Trump Tower, è avvenuto un incontro tra Donald jr con Natalia Veselnitskaya, un’avvocata russa che si diceva in possesso di«materiale compromettente» su Hillary Clinton. In quella stanza c’erano anche Paul Manafort, direttore della campagna elettorale, e Jared Kushner, genero di Trump.

Il commento di Bannon, affidato al libro ora uscito, è feroce: «Le tre figure guida della campagna pensarono che fosse una buona idea vedersi con una rappresentante di un governo straniero, così, senza l’assistenza di un legale. Ma anche se qualcuno pensasse che tutto ciò non fosse un atto da traditori, o anti patriottico o semplicemente una “grossa stronzata”, e io, invece, penso che fosse tutte e tre le cose messe insieme, ebbene, costui avrebbe dovuto avvisare immediatamente l’Fbi».

La vendetta di Bannon per l’avvenuto licenziamento non potrebbe essere più velenosa, visto che andrà a ingrossare il dossier che potrebbe portare anche all’impeachment del presidente. Che ha reagito con l’elevata intelligenza che lo contraddistingue: Steve Bannon non ha nulla a che fare con me o con la presidenza. Quando fu licenziato, non solo ha perso il potere, ma anche il cervello».

Fine del gossip. Ma che l’iperpotenza militare del mondo sia guidata da gentucola del genere è un problema del mondo, non soltanto degli Stati Uniti.

giovedì 4 gennaio 2018

Trump è sano di mente?

La salute e l’equilibrio di Donald Trump sono un argomento di discussione nei corridoi di Capitol Hill. Ogni volta che il presidente si spinge sopra le righe, come dimostra il recente tweet sulle dimensioni del ‘bottone nucleare’, il dibattito riprende vigore portando con sé, in maniera più o meno velata, le discussioni sul 25esimo emendamento.

In particolare sulla terza sezione, in cui si fa esplicito riferimento all’ipotesi in cui il presidente non sia in grado di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio.

L’argomento, riferisce Politico, è stato al centro di una sorta di seminario che a dicembre, a Capitol Hill, ha coinvolto più di una decina di parlamentari. Il gruppo di democratici, integrato da un solo repubblicano, ha chiesto chiarimenti e informazioni a Bandy X. Lee, professoressa di psichiatria alla Yale University, chiamata a fare il punto sulla salute del ‘paziente Trump’.

La dottoressa Lee, che ha raccolto i pareri di 27 psichiatri ed esperti di salute mentale nel libro ‘The Dangerous Case of Donald Trump’, in un’intervista ha ribadito il proprio parere: “La raffica di tweet indica che” il presidente “sta cedendo sotto il peso dello stress. Trump peggiorerà e diventerà incontenibile con le pressioni della presidenza”.

Il tema affrontato a dicembre nel meeting riservato è tornato prepotentemente d’attualità nelle ultime ore. Lee, con due colleghi, ha diffuso una dichiarazione in cui ha manifestato “estrema preoccupazione per le aberrazioni psicologiche di Donald Trump…Sollecitiamo chi gli è vicino e in generale i nostri rappresentanti eletti a contenere il suo comportamento e a scongiurare la potenziale catastrofe nucleare che minaccia non solo la Corea e gli Stati Uniti ma tutto il genere umano”.

Nulla, ovviamente, in questo momento fa pensare concretamente al ricorso al 25esimo emendamento. Per rimuovere un presidente, del resto, sono necessarie prove assolutamente consistenti.

“Il 25esimo emendamento richiederebbe, per incapacità mentale, un evidente break psicotico. E’ una speranza che va al di là della realtà. Se non ci piace la politica di qualcuno, manifestiamo contro di lui. Non usiamo il sistema psichiatrico contro di lui. E’ semplicemente pericoloso”, ha osservato Alan Dershowitz, ex professore alla Law School di Harvard.

Servirebbero poi passi formali del vicepresidente Mike Pence e della maggioranza del gabinetto. Da questo punto di vista – fa notare Politico – Trump può continuare a dormire sonni tranquilli. Non passa inosservato, però, un certo fermento in ambienti conservatori.

L’ultimo tweet che Trump ha dedicato a Kim Jong-un ha spinto Richard Painter, avvocato legato all’amministrazione di George W. Bush, a cinguettare che “questo messaggio da solo offre una base per la rimozione dall’incarico secondo il 25esimo emendamento. Quest’uomo non dovrebbe avere” il potere di utilizzare “le armi nucleari”.

martedì 12 settembre 2017

Italia-USA uniti dai morti in nome del profitto

Nove morti è il bilancio della bomba d’acqua che ha colpito Livorno due notti fà. Su Roma, poche ore dopo sono caduti cento litri d’acqua per metro quadrato in un’ora seminando il caos in una città già disatrata e cronicamente senza manutenzione. Dall’altra parte dell’Atlantico, a pochi giorni dal terribile ciclone Harvey che ha allagato e distrutto una intera contea del Texas, un’altra terribile calamità, il ciclone denominato Irma, sta seminando morte e distruzione nelle isole dei Caraibi, avanzando verso le coste della Florida e su Miami.

Gli effetti terrificanti dei cambiamenti climatici che portano all’estremo i fenomeni atmosferici si mostrano in tutta la loro drammaticità, mettendo sotto accusa governi e imprenditori miopi che per sete di profitto continuano a posporre nel tempo le misure indispensabili coordinate su scala internazionale per ridurre il riscaldamento terrestre.

Esempio eclatante la tragedia di Livorno, dove cinquant’anni fa, una inondazione aveva già colpito l’area dove quattro livornesi hanno tragicamente perso la vita. In questi cinquant’anni si sono riempite le colline e l’intero territorio da agglomerati di palazzi, ville e villini, con una speculazione spaventosa. Tutti gli anni si paga una tassa per la bonifica dail territorio, ma poco o niente si fa. Continuare a subire in silenzio, è il peggior delitto che una comunità possa compiere.


FREE-ITALIA rilancia questo dal sito belga “La Gauche” che esamina la natura e la dimensione dei cicloni, ma anche la logica distruttiva della speculazione immobiliare esemplificate in modo particolare nel caso di Harvey. 

La contea di Harris County, nel Texas, ha 4,5 milioni di abitanti. Un terzo della sua area è finito sotto l’acqua a causa del ciclone Harvey. La città di Houston assomiglia ad un arcipelago di isole in mezzo ad un’immensa palude di acqua fangosa. In alcuni quartieri le onde sono salite al primo piano delle case. Si contano decine di morti, ma questo numero non sarà definitivo finché le acque non si saranno ritirate. Decine di migliaia di persone sono senza tetto. Il danno è enorme, molte persone sono rovinate, soprattutto quelle dei settori sociali più poveri.

La violenza crescente dei cicloni

I cicloni si formano sull’oceano nelle regioni tropicali. La loro forza, la velocità con cui cresce questa forza nonché la quantità di acqua che trasportano sono tre variabili che dipendono dell’evaporazione sulla superficie del mare, quindi anche dalla temperatura dell’acqua. Nel Golfo del Messico, alla fine dell’estate, l’acqua oggi è di un grado Celsius più calda di quanto lo fosse 30 anni fa. I cicloni tendono quindi ad essere più violenti e si rafforzano più rapidamente. Tanto più sono violenti, tanto più sono in grado di “succhiare” grandi quantità di acqua e trasportarle nell’atmosfera (che è di per sé più umida a causa del riscaldamento).

Harvey purtroppo illustra la tendenza al rafforzamento dei cicloni. La velocità delle punte più alte del vento è aumentata almeno 55 km/h nel giro di 24 ore (Harvey è un ciclone di forza 4 ciclone secondo la scala Saffir-Simpson, che prevede 5 livelli). Venerdì 1 settembre la velocità è passata molto rapidamente da 96 a 193 km/h prima di raggiungere 210 km/h. La quantità di acqua riversata è stata spaventosa: più di 120 centimetri d’acqua sono caduti in pochi giorni sulla regione di Houston. E non è finita: la Louisiana è toccata a sua volta.

Una volta che un ciclone raggiunge la terraferma, la sua forza tende ad indebolirsi e si trasforma in tempesta tropicale. Nel caso di Harvey, la dimensione della catastrofe è stata ancora più grande perché la tempesta è rimasta praticamente immobile, bloccata tra due zone di alta pressione che la spingevano in direzioni opposte. (Alcuni scienziati del clima ritengono che tale situazione sia correlata anche al cambiamento climatico, ma è ancora un’ipotesi.) Quindi le cascate d’acqua sono precipitate sulla contea di Harris per giorni. A causa della stabilità della tempesta, si è prodotto anche un fenomeno di “feedback positivo”: a contatto con il terreno caldo, la pioggia evaporava e rialimentava il cielo di nuove riserve d’acqua.

E’ un effetto del cambiamento climatico

La gravità del disastro è perfettamente in linea con le proiezioni scientifiche sugli effetti del cambiamento climatico. Kerry Emanuel, professore di scienze atmosferiche presso il Massachusetts Institute of Technology, ha confrontato l’evoluzione di 6.000 tempeste simulate nelle condizioni del XX secolo e in quelle che si produrrebbero alla fine del XXI secolo se l’effetto serra continuasse ad aumentare. La sua conclusione: nello scorso secolo la probabilità che un ciclone guadagnasse più di 55 km / h nelle 24 ore che precedono il ​​suo arrivo sulla terraferma era una in cento anni; nei prossimi decenni questo fenomeno potrebbe invece essere osservato ogni 10 anni.

Un altro ricercatore, Michael Wehner, del Dipartimento dell’Energia, Laurence Berkeley National Laboratory, stima che l’aumento della temperatura a causa del cambiamento climatico antropico provochi almeno un aumento del 10-15% nelle precipitazioni a carattere ciclonico. Ma questo potrebbe essere molto maggiore se il riscaldamento antropico si dovesse combinare con altri fattori quali la variabilità naturale del clima. In questo caso, ha detto, le precipitazioni potrebbero aumentare del 50%, o addirittura di più (1).

Le proiezioni sulla frequenza dei cicloni violenti sono confermate dalle esperienze osservate. Secondo i criteri definiti dal Dipartimento di controllo delle alluvioni della contea di Harris, la regione, tra il 1998 e il 2016 ha conosciuto otto tempeste straordinarie. Cinque di queste sono state considerate avere una sola probabilità su cento di prodursi nel corso di un anno. Le altre tre erano considerate ancora meno probabili. Nel 2016, Houston ha sofferto l’inondazione due volte: da una tempesta del primo tipo a maggio e da una del secondo tipo ad aprile … (2).

Trump, un piromane sulla scena dell’incendio

Donald Trump ha cercato di approfittare di Harvey per distogliere l’attenzione dei cittadini dai suoi problemi: le ricadute dei fatti di Charlottesville, le sue pericolose rodomontate contro Kim Jung Un ed altro… Prima dell’arrivo del ciclone, dalla Casa Bianca, ha moltiplicato le dichiarazioni e le promesse di sostegno. Martedì 29 agosto, è andato con la moglie e almeno altri sei membri della sua amministrazione, (tra cui il generale Kelly, il suo capo di gabinetto), non a confortare le vittime che non ha nemmeno visitato, ma per mettersi in bella mostra.

Trump sulla scena di una catastrofe climatica, è un po’ come un piromane che viene a contemplare il suo incendio. Megalomane e narcisista il Presidente nazional-populista vuole entrare nella storia per la sua risposta esemplare (secondo lui!) alla catastrofe di Houston, che lui qualifica come “naturale”. “Vogliamo fare meglio che mai”, ha detto. “Vogliamo essere considerati tra cinque anni, tra dieci anni, come modello di quel che si deve fare”. (3)

Trump entrerà invece nella storia come il modello di quel che non si deve fare. In primo luogo, perché nega la realtà del cambiamento climatico. In secondo luogo perché ha denunciato l’accordo sul clima di Parigi (anche se totalmente inadeguato, questo accordo ha il vantaggio di fissare un obiettivo: massimo 2 ° C di riscaldamento e di “continuare gli sforzi per non superare l’1,5 ° C “). In terzo luogo perché fa di tutto per rilanciare l’estrazione del carbone e per sostenere quello delle sabbia bituminose del Canada (rilancio delle pipelines Keystone XL e Dakota). In quarto luogo perché vuole tagliare i finanziamenti pubblici ai ricercatori che lavorano sul riscaldamento globale. In quinto luogo perché si commuove davanti alla città di Houston, ma non si preoccupa dei disastri climatici altrettanto gravi nei paesi del Sud, come nelle Filippine (che non hanno quasi alcuna responsabilità per il riscaldamento). (4)

Non toccare il settore immobiliare

Ma la catastrofe di Houston mette in evidenza una seconda ragione per cui Trump è l’opposto di un modello: la sete di profitto dei padroni del settore immobiliare, di cui lui stesso fa parte.La speculazione e la cementificazione hanno raggiunto il loro massimo sviluppo nella contea di Harris, come nella maggior parte delle zone costiere. Si è costruito nel 30% delle zone umide tra il 1992 e il 2010. Le superfici impermeabilizzate a seguito dello sviluppo immobiliare sono aumentate del 25% tra il 1996 e il 2011 (2). I biotopi in grado di assorbire le precipitazioni sono ampiamente distrutti, le acque di dilavamento si gonfiano e traboccano la capacità dei sistemi di evacuazione inondando i quartieri.

Una regolamentazione rigorosa sarebbe necessaria per prevenire – per quanto possibile – che l’aggravamento delle catastrofi non si congiunga al peggioramento degli effetti – ancor più pericoloso che la regione sia zeppa di aziende petrolchimiche molto inquinanti! Ma il Dipartimento di controllo delle inondazioni della contea di Harris non vuole sentire: i suoi funzionari negano la tendenza al peggioramento dei cicloni. Essi denunciano l’agenda “anti-sviluppo” degli scienziati e delle associazioni per la difesa ambientale. E’ una ben strana cecità. Ma bisogna dire che le somme di denaro in gioco sono astronomiche e capaci, chissà, di corrompere molti funzionari …

Nel giugno 2001, la tempesta tropicale Allison aveva precipitato quasi un metro d’acqua su Houston in cinque giorni; 73.000 case erano state inondate. Più della metà si trovavano in aree dove la probabilità di inondazioni era inferiore a 1/100 all’anno. Erano morte 22 persone e i danni erano stati pari a 5 miliardi di dollari. Era un avvertimento. Non si è voluto intenderlo: i progetti immobiliari hanno continuato a crescere come i funghi … soprattutto nelle aree devastate da Allison. A beneficio dei vampiri alla Trump, che negano i cambiamenti climatici e protestano contro “regolamenti distruttivi dell’occupazione”.



Ogni disastro determina una caduta temporanea dei prezzi degli immobili nelle aree colpite. I Gli imprenditori si precipitano per fare affari buoni. Ovviamente contano sul fatto che il mercato ben presto tornerà in rialzo garantendo loro dei bei profitti.. È un ciclo infernale perché ognuna di queste ondate di investimenti immobiliari ha significato sia un aggravamento della segregazione sociale (contro i lavoratori, i Neri, le donne) sia un aumento delle superfici impermeabili, quindi una maggiore sensibilità della regione alla crescente violenza dei cicloni con una moltiplicazione delle catastrofi.

Prima o poi, tuttavia, questa concatenazione comporterà un crollo duraturo del mercato nelle zone costiere più esposte. Cosa faranno allora gli imprenditori e gli assicuratori? Cambieranno la loro area di intervento per soddisfare le richieste dei ricchi di vivere in sicurezza su zone più elevate … A Houston, questi sono quartieri come Little Haiti e Liberty City, abitati da lavoratori a basso reddito, con un’elevata percentuale di neri e donne (5). Come a New Orleans dopo Katrina, i poveri saranno i capri espiatori della farsa.

lunedì 11 settembre 2017

#NeverForget911, I morti e i fatti dell’ #11settembre...

11 settembre.
Oltre 30.000 morti accertati.
Oltre 600.00 persone torturate
.
Questi sono i numeri principali del 11 settembre 1973, una data troppo spesso dimenticata e poi sorpassata dal bombardamento mediatico del 11 settembre 2001.
Il golpe del 11 settembre 1973 portò al potere Pinochet con l’esplicito aiuto e contributo determinante degli USA.
Alcune informazioni utili per non dimenticare Dietro il Golpe dell’11 settembre la CIA  
Uno scoop del New York Times denunciò che l’amministrazione Nixon aveva finanziato attività della Cia in Cile contro il regime di Allende.

giovedì 31 agosto 2017

#Harvey DEVE FARCI RIFLETTERE SUL CLIMA

È giunto il momento di parlare del cambiamento climatico  (solo noi lo facciamo sul serio) che rende disastri come Harvey catastrofi umane. Nei media ci dicono che questo tipo di precipitazioni non ha precedenti e che nessuno l’avesse previsto, e come quindi nessuno potesse prepararsi adeguatamente. Quel che non dicono è il motivo per cui eventi climatici del genere stiano avvenendo con tale regolarità.

mercoledì 28 giugno 2017

UFFICIALE, L'attacco chimico siriano è un FOLSE FLAG

Una nuova indagine del giornalista investigativo americano Seymour Hersh ha confermato come i presupposti del bombardamento americano del 6 aprile scorso contro una base aerea siriana fossero basati su informazioni totalmente false. Il primo attacco deliberato degli Stati Uniti contro forze del regime di Assad, autorizzato dal criminle Trump, era stata la risposta a un raid in una località controllata dai “ribelli” condotto dall’aviazione siriana con armi chimiche, la cui esistenza, secondo la ricostruzione di Hersh, era stata però smentita anche dai servizi di intelligence americani.

venerdì 23 giugno 2017

Verso una guerra totale

Un folle pilota americano ha abbattuto un aereo siriano che stava attaccando l’ISIS. Questo conferma che Washington non sta combattendo i terroristi, ma li sta proteggendo, in quanto suoi agenti in Siria per rovesciarne il governo.

sabato 3 giugno 2017

Il ritorno ad un SPORCO passato degli USA

Donald Trump ha annunciato dal prato davanti alla Casa Bianca il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima. Non c’erano molti dubbi su questa decisione, ma vedersela sbattuta in faccia è un altro segno di forte ritorno ad un passato anacronistico.

domenica 28 maggio 2017

Nazi USA. Insulta due donne e sgozza due uomini

Orrore nazista negli Stati Uniti. Una violenza che c’è sempre stata ma che adesso è stata in qualche modo sdoganata, come hanno dimostrato le esultanze di gruppi dell’estrema destra nazista nel momento dell’elezione di Trump alla Casa Bianca: a Portland, nell’Oregon una giornata di violenza razzista: un uomo è salito su un treno urbano e dopo una manciata di minuti l’esplosione dell’odio e poi della violenza.

Protagonista della tragica vicenda un 35enne suprematista bianco e dichiaratamente filonazista, Jeremy Joseph Christian che a un certo punto ha iniziato a prendere a male parole due donne con il velo.

Quando i passeggeri del convoglio sono intervenuti in difesa delle donne, l’uomo ha estratto un coltello e ha iniziato a pugnalare.

Due persone, un 53enne e un 23enne, hanno avuto la peggio e sono morte seguito alle ferite riportate al collo. Una terza persona è rimasta ferita ma le autorità hanno puntualizzato che «non si tratta in pericolo di vita».
Diopo essersi dato alla fuga a piedi, l’accoltellatore è stato rapidamente rintracciato da una pattuglie della polizia.

giovedì 25 maggio 2017

Il ritorno dell'impero USA in America Latina

Questa è l’era del pensiero unico, un’epoca in cui non esistono quasi più giornali, radio o canali televisivi che non sostengano posizioni praticamente identiche su tutte le questioni economiche, sociali e politiche di fondo (dall’urgenza di tagliare la spesa sociale, dalla definizione di buoni e cattivi nelle varie guerre in corso a come fronteggiare la sfida terrorista alla condanna delle manifestazioni di piazza “violente”, ecc.) ,vada a leggersi gli articoli (o guardi i servizi televisivi) che i media mainstream dedicano alla crisi venezuelana, poi, se si ha tempo e voglia, consulti qualche fonte alternativa in Rete, o scorra qualche articolo sui rari fogli “eretici” rimasti in circolazione.

lunedì 15 maggio 2017

Trump odia l’Islam radicale, tranne quando c’è da guadagnarci

E’ difficile afferrare del tutto il paradosso – per non parlare dell’assoluto schifo – nella decisione di Donald Trump di fare dell’Arabia Saudita la prima tappa della sua prima missione all’estero in qualità di Presidente degli Stati Uniti.

Tale decisione rappresenta l’ennesima brusca inversione di marcia per Trump. Il candidato presidenziale Trump non era un fan del regno saudita. In effetti, non si faceva problemi nell’attaccare Riyadh in modi che i suoi avversari politici non osavano nemmeno sognarsi.

domenica 9 aprile 2017

C’è metodo in questa follia

Trump viene definito di volta in volta pazzo, imbecille, stupido; tra tante persone, anche intelligenti e consapevoli, sembra prevalere l’idea che gli Stati Uniti abbiano consegnato la valigetta nucleare a un folle incompetente o, nel migliore dei casi, a un guitto volgare e ignorante. Francamente se fosse così sarebbe perfino rassicurante: tolto di mezzo Trump avremmo eliminato il problema e il mondo potrebbe continuare ad andare avanti tranquillo. Non è così semplice e questo rischia di essere una spiegazione semplicistica.

sabato 8 aprile 2017

Fermiamoli, NO alla guerra!

Due giorni fa le forze armate statunitensi hanno sferrato un massiccio attacco missilistico contro una base dell’aviazione militare siriana a qualche decina di chilometri da Homs.
“Per punire il governo Assad che ha colpito dei civili inermi” si è giustificato Donald Trump, i cui caccia nelle ultime settimane hanno provocato la morte di parecchie centinaia di inermi abitanti di Mosul, in Iraq, senza che nessuno, a Washington e a Bruxelles, si scandalizzasse affatto. 

venerdì 7 aprile 2017

ECCO A CHI GIOVA L’ATTACCO USA ALLA SIRIA

I primi ad esultare per l’attacco missilistico americano alla base aerea siriana di Al Sharyat sono stati nell’ordine: l’ISIS, i miliziani islamisti del fronte di Idlib, Hillary Clinton, la Turchia di Erdogan, Israele e l’Arabia Saudita. Se gli effetti di un'azione mostrano le intenzioni che l'hanno generata, basterebbe questo per farsi un quadro.

Missili Usa sulla Siria: tanti dubbi, una certezza. Trump gioca col mondo

Nella storia moderna un cambio così repentino di linea politica da parte di un governo non si sia mai verificato. Dopo le minaccie, stanotte Donald Trump è passato ai fatti in Siria: con 59 missili Tomahawk lanciati da due portaerei al largo del Mediterraneo, la Casa Bianca ha impresso una svolta netta alla sua presidenza e a sei anni di guerra in Siria.

sabato 18 febbraio 2017

Quarto Reich? Welcome to the United States of America

Ultimamente è stata posta molta attenzione nel confronto tra la figura di Donald Trump e quella di Adolf Hitler; la preoccupazione è che ideologie neonaziste possano tornare in auge negli Stati Uniti d’America. Questo processo, tuttavia, è iniziato molto tempo fa.

venerdì 17 febbraio 2017

Il bullo Trump schiera l’esercito contro gli immigrati

Il fascismo avanza nel paese (USA) che fino a poco tempo fà era considerato patria mondiale di libertà e democrazia. Trump mostra i muscoli da bullo e si dice pronto a mobilitare fino a 100mila soldati della guardia nazionale contro gli immigrati regolari.

lunedì 13 febbraio 2017

Il punto sull'America Latina nell'era Trump

Questo articolo non pretende analizzare le linee della futura politica estera di Washington su scala globale, ma cerca di mettere a fuoco il possibile rapporto con il suo tradizionale “cortile di casa”, l’America Latina ed i Caraibi. È più che probabile che continui e si intensifichi l’offensiva nei confronti dei governi “progressisti”, ed in particolare contro Cuba, la Repubblica Bolivariana del Venezuela, la Bolivia e l’Ecuador.

sabato 4 febbraio 2017

Giudice silura Trump sull’immigrazione: “Nessuno è sopra la legge”

Il giudice James Robart ha bloccato temporaneamente il decreto del presidente Trump sull’immigrazione di cittadini da sette paesi a maggioranza islamica. “Nessuno è sopra la legge“, ha detto il giudice federale accogliendo la richiesta degli Stati di Washington e Minnesota, stabilendo inaccettabili gli effetti discriminatori del provvedimento firmato dal presidente.