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domenica 12 agosto 2018

Il crollo della lira turca è un monito geopolitico

La crisi della Turchia, a un occhio distratto, è stata presentata come una “semplice” crisi valutaria – la moneta si è svalutata del 20% praticamente in un giorno, contagiando le banche europee che hanno maggiore esposizione verso quel paese – aggravata da un regime reazionario incapace risolvere i suoi molti conflitti interni (sia sociali che politici, a partire dallo storico indipendentismo curdo).

sabato 2 giugno 2018

Il Sultano cerca voti sulla pelle dei curdi invadendo l’Iraq

La Turchia ha dato il via a un’operazione militare contro l’Iraq. Si sta aprendo una nuova fase della guerra in corso in Medio Oriente.

Negli ultimi giorni le truppe di Ankara hanno attaccato a sorpresa l’Iraq, come già avevano fatto con la Siria. Il governo di Baghdad non è intervenuto ma le YPG (Unità di difesa del popolo curdo) e le YPJ (Unità di difesa delle donne curde), gruppi armati a protezione del confederalismo democratico in vigore in Rojava (il Kurdistan siriano) presenti anche in Iraq, stanno portando avanti una strenua resistenza e, fino a questo momento, sono riuscite a impedire all’esercito turco di varcare il confine con l’Iraq. Ma l’enorme disparità militare lascia facilmente ipotizzare che la resistenza curda, per quanto forte e determinata, non riuscirà ad avere la meglio a lungo.

In questa guerra la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti sta giocando un ruolo ambiguo. Dopo che le milizie curde hanno prima liberato Kobane e poi respinto l’avanzata jihadista a Raqqa senza nessun significativo aiuto straniero, sono state lasciate da sole ad Afrin a subire l’offensiva comune della Turchia (membro della NATO) e dei jihadisti (formalmente nemici della coalizione di cui la Turchia fa parte).

Già durante le celebrazioni del Newroz a fine marzo l’esercito turco aveva bombardato alcuni villaggi del Kurdistan iracheno. Proprio in quei giorni la città curdo-siriana di Afrin era caduta sotto l’attacco congiunto di Turchia e bande jihadiste legate ad Al Nusra (sorella siriana dell’araba Al Qaeda) e ai superstiti di Daesh sconfitti a Raqqa e a Kobane dalle milizie curde. Subito dopo l’entrata dei suoi carri armati ad Afrin, il dittatore turco Erdogan aveva annunciato che la guerra sarebbe continuata nel resto della Siria e nel Nord dell’Iraq. Ma la presenza di soldati francesi e statunitensi, sebbene non ostili alla Turchia, ha frenato l’avanzata del “sultano” che avrebbe voluto colpire nuovamente Kobane, la Stalingrado curda.

Di fronte al tentativo di invasione turca dell’Iraq, il silenzio occidentale è tale da non far nemmeno giungere la notizia sui nostri giornali e nelle nostre televisioni. Questa tacita complicità si spiega con due ragioni fondamentali. La prima è che l’intervento turco, nonostante sia palesemente in contrasto con il diritto internazionale in quanto viola la sovranità di un altro Stato, viene fatto passare come un’operazione «antiterrorismo» volta ad annientare le basi del PKK sui monti del Qandil, nel Kurdistan iracheno; e, a causa di pressioni della Turchia, il PKK è considerato un gruppo terroristico sia dall’Unione Europea che dalla stessa NATO. Il secondo motivo che costringe al silenzio non tanto tutto l’Occidente quanto l’Europa in particolare è l’accordo sui profughi stretto tra Ankara e Bruxelles: il governo turco si è impegnato a fermare i flussi migratori che cercano di raggiungere i Paesi europei in fuga dalla guerra in Siria in cambio del silenzio sulla situazione in Turchia. Se le potenze liberaldemocratiche sanzionassero Erdogan per le numerose violazioni dei diritti umani di cui si è reso responsabile, egli potrebbe in qualsiasi momento rompere l’accordo e far affluire in Europa centinaia di migliaia di persone disperate.

A questo va aggiunto il fatto che il 24 giugno si terranno le elezioni presidenziali e parlamentari in Turchia, che Erdogan farà di tutto per vincere. La legge elettorale turca prevede una soglia di sbarramento al 10%, la più alta del mondo, e il divieto di candidatura per il PKK, fuorilegge dal 1984. Non è un caso che l’attacco ad Afrin prima e sul Qandil poi abbia luogo proprio in questo periodo: Erdogan sta usando la guerra al popolo curdo come strumento di consenso elettorale sfruttando il falso mito, assai diffuso in Turchia, del curdo terrorista e infedele. Una delle promesse elettorali di Erdogan è proprio l’annientamento del PKK anche al di fuori del territorio turco. I deputati e le deputate dell’HDP (Partito democratico dei popoli, disarmato ma filocurdo che ha di gran lunga superato lo sbarramento) sono attualmente in carcere in Turchia con l’accusa di costituire il braccio legalitario del PKK. L’altro obiettivo dell’attacco turco sul Qandil è proprio quello di screditare la campagna elettorale dell’HDP, largamente maggioritario nel Kurdistan turco, di cui il partito di governo AKP mostra di avere paura. Tra i candidati alla presidenza vi è Selahattin Demirtaş, leader dell’HDP e fondatore della sezione turca di Amnesty International, la cui permanenza in carcere gli impedisce il normale svolgimento della campagna elettorale. Inoltre, molte cittadine e cittadini curdo-turchi che attualmente abitano in Italia e in Europa con lo statuto di rifugiati politici non possono votare per il proprio Paese dato che anche solo entrare nell’ambasciata turca comporterebbe per loro l’arresto in quanto curdi e oppositori del governo senza nemmeno essere messi a conoscenza del reato specifico di cui sarebbero accusati.

Nonostante il PKK sia nato in Turchia, le sue basi militari e logistiche si trovano in Iraq proprio per risparmiare alla popolazione civile curdo-turca i massacri che l’esercito di Ankara compiva con il pretesto di annientarne la resistenza quando il principale focolaio di lotta era in Turchia. La scelta di trasferire la sede centrale dell’organizzazione in un altro Stato è stata fatta principalmente sapendo che il diritto internazionale vietava al governo turco di invaderlo. Peraltro, dopo la fine della dittatura di Saddam Hussein, il Kurdistan iracheno vive in una condizione migliore rispetto ai suoi fratelli turco siriano e iraniano. I combattenti curdi infatti, perseguitati per decenni dal regime di Hussein e usati dagli Stati Uniti per destabilizzare il Medio Oriente durante le guerre del Golfo e poi lasciati in balia della vendetta di Baghdad, hanno ottenuto un formale riconoscimento di autonomia dopo aver combattuto insieme alle truppe della NATO per rovesciare il governo iracheno.

Ma per Erdogan l’ONU e le leggi di guerra sono solo un fastidioso ostacolo alle sue manie di potere. 

sabato 10 febbraio 2018

Italia Smetta di stringere mani spoche di quelli come Erdogan

Diplomazia è una delle tante parole che derivano dal greco. Infatti diploma significa, cosa addoppiata: si trattava di uno scritto piegato in due, doppio appunto, emanato da un’autorità pubblica che determinava particolari privilegi o definiva particolari obblighi.   Solo alla fine del Settecento, e attraverso il francese, che allora era la lingua dei rapporti internazionali – ad esempio il Congresso di Vienna si svolgeva in questa lingua, che pure era quella del paese sconfitto – questa parola è passata a indicare l’arte di trattare, per conto dello stato, gli affari di politica internazionale, e quindi gli organi che di questi affari si occupano.
So bene che uno dei compiti della diplomazia è quello di parlare con i nemici e quindi non mi pare strano che i diplomatici di tutti i paesi, compreso il nostro, tengano relazioni stabili, attraverso i loro omologhi di quel paese, anche con uno stato come la Turchia, che per il suo ruolo e la sua forza non possiamo fare finta che non esista. Però è un altro conto organizzare una visita di stato del presidente turco in Italia, con tutto quello che comporta, anche da un punto di vista simbolico e cerimoniale.
Chi rappresenta oggi le istituzioni italiane ha fatto una scelta, immagino legittima da un punto di vista politico, anche se in aperto contrasto con lo spirito della Costituzione, decidendo di incontrare in questo modo il boia di Ankara e non basta rilasciare un comunicato dicendo che il colloquio tra lui e Mattarella è stato “franco”. Questo non vi salverà la coscienza. Avete detto a Erdogan che il suo governo sta commettendo un crimine imprigionando migliaia di oppositori politici? Non ero in quella stanza e non so che parole franche abbiate usato, anche se fatico a immaginare Mattarella che urla contro Erdogan rinfacciandogli il colpo di stato dei mesi scorsi. Ma ammettiamo pure che per una volta don Abbondio si sia incazzato. Non si può dire, perché le regole della diplomazia vietano di dirlo e quindi di questa visita rimarranno le foto delle strette di mano e dei corazzieri sull’attenti davanti a un criminale.
Avere un’idea radicalmente diversa della politica è anche immaginare che, pur mantenendo un’ambasciata ad Ankara, nessun rappresentante delle istituzioni repubblicane dovrebbe dare la mano o parlare a uno come Erdogan. E magari incontrare, in forma ufficiale, le vittime della repressione, le famiglie dei prigionieri politici, i rappresentanti dell’opposizione e della stampa libera. Oppure, se Erdogan dovesse venire comunque a Roma, magari per incontrare il capo di un piccolo stato straniero che sta dentro i nostri confini, dedicare quella giornata a Nazim Hikmet, tappezzare i muri della città di sue poesie, per ricordare che esiste anche un’altra Turchia.

martedì 27 giugno 2017

La Turchia verso il sultanato e teocrazia

Alparslan Durmus, Ministro per l’Educazione turco, seguendo una direttiva centrale, escluderà nel 2019 dai programmi scolastici di secondo grado (i licei), le teorie evoluzionistiche di Charles Darwin. In ogni ordine e grado, fino alle scuole superiori quindi, “The origin of species”, non verrà più studiato interamente dai giovani turchi; il capitolo “The beginning of life and evolution” (“L’inizio della vita e l’evoluzione”), verrà cancellato invece dai curricula scolastici perché “gli studenti non hanno un background sufficientemente appropriato, per comprendere presupposti ed ipotesi di quel tipo, né tantomeno la conoscenza e la struttura scientifica per essere capaci di capire soggetti così controversi.” Fino a qui la notizia. 
Facciamo una riflessione.  

Nel 2017 mettere da parte i principi verificabili della scienza, in virtù di dogmi dettati dalla religione, porta una nazione pericolosamente verso la totale ignoranza e la creazione di uno Stato confessionale. Questa è la china che sta prendendo la Turchia, dopo che il presidente-sultano Erdogan, nei mesi scorsi, ha accentrato con la forza i poteri su di sé, emendando la Costituzione, trasformando quindi il Paese in una repubblica presidenziale.

Il Corano, come la Bibbia, ci insegna che i nostri progenitori, sono stati Adamo ed Eva, due esseri umani; ma sono libri filosofici e allegorici privi di alcuna veleeta scientifica. Inoltre secondo un rapporto del 2013 su religione e vita pubblica, solo il 49% dei musulmani turchi crede in questa teoria.

Dal 1923, anno di fondazione della Repubblica di Turchia da parte di Mustafa Kemal “Ataturk”, il Paese è sempre stato secolare, e la religione faceva sì la sua parte, ma non interveniva nella cosa pubblica; il principio universale di separazione fra Stato e Chiesa, che è alla base della laicità, era uno dei pilastri della repubblica turca. Ora, questa riforma, che sembra verrà pubblicata in Gazzetta Ufficiale la prossima settimana, potrebbe essere il primo passo verso un avvicinamento ai principi della shari’a. E’ dal 1633, dal processo che la Chiesa intentò per eresia nei confronti di Galileo, che è stato reso evidente quanto il Potere fondi la propria legittimazione sulla religione; per non dimenticare le torture della Santa Inquisizione, o i processi alle “streghe”, modi e termini spesso utilizzati per definire o reprimere, persone “devianti”, o politicamente scomode.

Ma nel XXI secolo, una teocrazia, si servirebbe dei principi religiosi per veicolare, ben altre cose.

La shari’a, nel lessico coranico è la “strada rivelata”, e quindi legge sacra, imposta da Dio. E’ interpretata dal Corano e dalla sunna, una serie di norme di comportamento; in questo senso ogni atto umano, esteriore od interiore, non solo legato alla religione ma anche ad attività connesse alla sfera sociale, personale o politica, viene classificato come accettabile o meno, in una scala di valori predeterminati.

Il Governo dell’AKP, realizzando questo “piccolo e marginale ritocco ” alla riforma scolastica segue l’ esempio dell’ Arabia Saudita, unico Stato in cui il Darwinismo non viene insegnato, capofila delle petro-monarchie sunnite, schierate con gli USA contro l’Iran, di nuovo considerato il nemico pubblico numero uno del mondo occidentale.

venerdì 6 gennaio 2017

La deriva mediorientale della Turchia del raìs Erdogan

Oltre una dozzina di attentati hanno insaguinato in un anno, l'assassinio in diretta dell'ambasciatore russo Karlov ad Ankara e adesso, nella notte di capodanno, la strage del Reina, uno dei locali sul Bosforo: la Turchia di Erdogan ha importato il terrorismo mediorientale. Questa Turchia è diventata sempre più vulnerabile: dopo il finto colpo di stato del 15 luglio scorso le purghe hanno decimato le forze armate e quelle di sicurezza. La Turchia è un Paese che oscilla pericolosamente verso una deriva mediorientale dove è stata trascinata dalle immonde iniziative di Erdogan che voleva abbattere Assad aprendo cinque anni fa “l'autostrada della Jihad” e ora ha dovuto mettersi d'accordo con Putin e l'Iran per salvaguardare i suoi vulnerabili confini.

domenica 1 gennaio 2017

Istanbul, il terrore colpisce ancora

La morte arriva anche nella notte di Capodanno, ancora a Istanbul. Portata da un killer nel night club Reina del quartiere di Besiktaş, dov’erano stipate almeno 500 persone.

giovedì 3 novembre 2016

Il pericoloso revisionismo storico di Erdoğan


Il 29 agosto del 1931, Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo Presidente della Turchia, dichiarò: «Scrivere la storia è un compito tanto importante quanto quello di realizzarla. Cosicché, se chi scrive non è in buona fede nei confronti di chi la realizza, il risultato sarà quello di avere una visione distorta della verità». Se così fosse, allora il Presidente Recep Tayyp Erdoğan non potrebbe dirsi in buona fede nei confronti di coloro che, nel 1923, realizzarono la fondazione di una Turchia indipendente e dai confini certi, attraverso la firma del Trattato di Losanna.

lunedì 5 settembre 2016

La Turchia invade la siria, perchè?


L'invasione turca della Siria appoggiata dagli Stati Uniti per mezzo dei suoi delegati ora si sposta ulteriormente all'interno della Siria per impadronirsi di Al-Bab in un furto di territorio per creare il lungo desiderato "porto sicuro"/"no fly zone" jihadista di Erdogan per al-Qaeda ed i suoi amici per operare e da cui colpire impunemente dagli attacchi aerei russi e siriani.
 

sabato 16 luglio 2016

#TurkeyCoup #Turkey. #GolpeTurchia. #Erdogan ha inscenato un golpe fittizio

Un golpe di quattro ore in un paese complesso come la Turchia suona strano, e se fosse stato un colpo di stato fasullo, creato ad arte dal “sultano per fare piazza pulita dei suoi avversari e rafforzare il suo potere. Un risultato raggiunto con una manciata di morti, un danno collaterale minimo in un paese che di morti per attentati ne macina centinaia.

Per la prima volta nella storia della ‪#‎Turchia‬, religione e il nazionalismo si uniscono gettando Le Basi del nuovo fascismo

Quando il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) è salito al potere nel 2002, molti laici temevano che la Turchia si sarebbe presto trasformata in un regime basato sulla shari’a, la legge islamica. Ai sostenitori dell’AKP queste paure parevano esagerate perché erano convinti che soltanto un partito con un forte elettorato conservatore avrebbe potuto ridurre l’ingerenza dell’esercito nella politica nazionale e agevolato così il percorso dello Stato turco verso la democrazia.

domenica 19 giugno 2016

IL nazi-Erdogan violenta la Turchia

La Turchia moderna non esiste più, schiacciata tra islamismo fanatico e fascismo autoritario. Scorrendo solo alcune delle notizie degli ultimi giorni che appare evidente quanto il paese stia sprofondando nella violenza. Il regime del partito islamista e nazionalista di Erdogan occupa ormai ogni spazio nei gangli del potere politico ed economico, e sembra intenzionato a reprimere la dissidenza senza fare sconti a nessuno. Il rapporto tra le forze di sicurezza e giudiziari sembra ormai ampiamente rodato: alle minacce e alle provocazioni contro i “nemici della patria e dell’Islam” da parte dei gruppi estremisti seguono immancabilmente arresti, divieti e repressione nei confronti non degli aggressori ma delle vittime. Le due culture politiche che si sono confrontate e scontrate in Turchia nei decenni scorsi – il nazionalismo sciovinista e l’islamismo politico radicale – sembrano essersi sovrapposte e unificate, formando una sorta di ideologia statale aggressiva e assai vendicativa.

domenica 13 marzo 2016

Bomba a fermata dei bus nel centro di #Ankara, ma il sultano censura

Un'autobomba è esplosa vicino a una fermata dei bus nel centro di Ankara: almeno 28 morti e 75 feriti, secondo una dichiarazione del governatore della capitale: "La deflagrazione è stata causata da un veicolo imbottito d'esplosivo vicino a piazza Kizilay", ha spiegato il governatorato. Delle vittime, 23 sono morte sul luogo dell'attacco e altre 4 mentre venivano trasportate in ospedale. Dopo lo scoppio sono stati uditi spari, riferiscono fonti ufficiali della sicurezza.

mercoledì 9 marzo 2016

Erdogan, il “terrorista” sostenuto dall’UE

Al vertice UE-Turchia appena tenutosi a Bruxelles non sono mancate le richieste oltraggiose: e la più oltraggiosa in assoluto è stata quella di aggiungere altri 3 miliardi di euro ai 3 (ancora sulla carta) per “sostenere l’accoglienza dei rifugiati siriani” da devolvere alle casse di Erdogan. Questo il biglietto da visita del suo tirapiedi Davutoglu ai maggiorenti di un’Europa sfregiata ed involuta dai prodotti della propria bancarotta economica e politica: nazionalismo, militarismo e xenofobia – e in cui, appropriatamente, questa Turchia sogna l’entrata.

mercoledì 10 febbraio 2016

Siria, l'imperialismo reclama guerra

SI sta imprimendo una pericolosa accelerazione intorno a quella che provincialmente Definiamo “guerra civile siriana” quando è ormai evidente che coinvolgimento, responsabilità, conseguenze e implicazioni eccedono ampiamente il territorio conteso del regime degli Assad.

lunedì 18 gennaio 2016

Erdogan è il peggior nemico della Turchia

Da un lato, la Turchia scatena la guerra tra le forze governative e i curdi, dall’altro si profila la minaccia mostruosa del terrorismo islamista, con cui il governo ha flirtato a lungo.

giovedì 14 gennaio 2016

La Turchia di #Erdogan è infermo

In quel inferno di morte che è diventata la Turchia odierna, dove anche un luogo della Storia come Sultanahmet resta deserto, non solo per l’ennesima strage del Daesh ma per il divieto assoluto partito direttamente dal presidente Erdoğan di far circolare chiunque non vesta una divisa, in un Paese diviso in due: sudditi e terroristi (quest’ultimi distinti in kamikaze reali e bombaroli presunti) tutto diventa difficile. La vanagloria del sultano ha fatto di tutto per far sognare la patria e intossicarla, insieme al suo partito, alla gente che lo sostiene e ancora lo vota e anche a se stesso.

martedì 12 gennaio 2016

#Istanbul, il terrore colpisce ancora

Non vedo nessuno che sul proprio profilo Facebook si sia sognato di mettere la bandiera della Turchia come invece hanno fatto con Parigi...Chissà come mai??. Eppure Istanbul non è tanto lontana dall'Europa. Eppure La forte esplosione ha scosso, alle ore 10.18 locali (9.28 in italia) la zona di Sultanahmet a Istanbul. L'area è molto frequentata dai turisti e ospita le maggiori attrazioni turistiche della città.

sabato 5 dicembre 2015

Erdogan, il nuovo sultano sanguinario

Un tiranno sanguinario si aggira in europa, è Recep Tayyip Erdogan, ha tutto il potere nelle sue mani avide, sue e dei familiari, a cominciare dal figlio Ahmet, coinvolto in molti loschi affari. Egli ha creato un vero e proprio modello politico, l'erdoganismo, che appare una sorta di bismarckismo iperautoritario, che prova a giocare sull'inclusione delle masse e sulla messa fuori gioco, con qualsiasi mezzo, di ogni forma non solo di opposizione, ma di dissenso.

domenica 29 novembre 2015

Riflessioni sulla crisi Russia-Turchia

Un caccia militare russo è stato abbattuto da un missile sparato da un aereo turco. Dure le ritorsioni di Putin: stop ai voli charter, vietato assumere lavoratori turchi in Russia. Sembra di rivivere gli anni Cinquanta, con la Guerra fredda, ma le apparenze si fermano qui. Questa non è ancora una vera crisi, ma se si inasprisse la situazione l'Isis ne uscirà vittoriosa.

mercoledì 25 novembre 2015

di marcello scurria: ERDOGAN CI LASCIA LO ZAMPINO


Sono rimasto di stucco nell'apprendere che Erdogan o chi per lui, ieri ha abbattuto un caccia sovietico facendo morire anche il suo pilota. Già, perché il pilota che è morto fa notizia a spizzichi e bocconi rispetto alla notizia dell'abbattimento aereo. Ma è questo il caso che la morte di uno salva la vita di molti? Non so rispondere; è troppo per me, anche se non mi manca il buon senso. E' sempre difficile per un osservatore senza specifiche e onnivoro come sono io, commentare un accaduto  che appaire in tutta l'insulsaggine anche ad un bambino. Se oggi si chiede come un qualsiasi adulto se potrà salire sull'aereo e finire il suo viaggio, non è cosa da poco. Mi scuote l'impensabile antagonismo tra turchi e russi e la contraddizione manifesta con cui la collaborazione internazionale è tradita negli impegni programmatici, nelle aspettattive di azione militare congiunta, nelle iniziative diplomatiche in cerca dei dialoghi per mettere ordine al caos in cui versa l'occidente minacciato dall'IS. Certo, l'IS è un governo sedicente. Un governo nato e incredibilmente cresciuto alla stessa maniera di un pazzo che un giorno qualsiasi si proclama Sindaco della Città di Palermo, pena la morte dei cittadini che osino dire di no.