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sabato 30 giugno 2018

A scuola.. di bugie

In questi ultimi giorni, tutte le principali testate giornalistiche, nonché i siti dei sindacati firmatari, danno l’annuncio :

 “È stata eliminata la chiamata diretta dei docenti da parte del Preside, un primo colpo contro la Buona Scuola”.

Niente di più falso!

giovedì 21 giugno 2018

Vi prego, non seguiteci

Non faccio l’insegnante e francamente non so con quali criteri i commissari giudicheranno i temi che i maturandi hanno scritto questa mattina. Spero siano valutati per come scrivono più che per quello che devono scrivere. A me basterebbe che non ci fossero errori grammaticali per dare la sufficienza e credo sarei generoso di fronte a congiuntivi usati correttamente.
Come ogni anno, le tracce proposte richiedono una notevole dose di ipocrisia. Tra l’altro credo che sia indicativo l’uso del termine traccia: il maturando non può scrivere quello che vuole, ma quello che qualcuno ha immaginato che dovrà scrivere e che ha già abbozzato nel lunghissimo titolo.
Immagino che perfino il figlio di Salvini – mi scuso in anticipo con lui se faccio questo esempio: magari è un ottimo ragazzo, che non condivide le idee del padre – affrontando la traccia sul brano di Bassani, scriverebbe una dura riflessione contro le discriminazioni razziali. Per prendere un bel voto, per passare alla maturità, sa che questo è quello che ci si aspetta che scriva nel tema, magari infilandoci il nome di Liliana Segre, che va così di moda: il nome della senatrice vale da solo già mezzo voto in più. E allo stesso modo bisogna scrivere che l’uguaglianza è un grande valore e che i Costituenti hanno scritto un bellissimo articolo su di essa. Oppure che De Gasperi e Moro sono stati lungimiranti nel costruire l’integrazione europea. Su Moro devi scrivere che è stato assassinato dalle Brigate rosse: anche in questo caso è un mezzo voto in più, anche se non c’entra nulla. E così via, di banalità in banalità.
Sono temi su cui si può esercitare quei buoni sentimenti mainstream che piacciono tanto ai redattori e ai lettori di Repubblica: e infatti subito Saviano ha scritto un tweet per lodare la scelta di queste tracce.
Poi scritti i loro “bravi” temi, svolte le loro tracce, le ragazze e i ragazzi in procinto di diventare maturi potranno fare quello che la società capitalista richiede loro ogni giorno: discriminare gli altri in base al colore della pelle, o al sesso, o a una malattia, ostentare le differenze e giudicare le persone in base alla loro ricchezza. E votare per partiti che sistematicamente violano l’art. 3 della Costituzione, perché pongono ostacoli di ordine economico e sociale, in modo da limitare di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
Perché noi vogliamo, cari maturandi, che voi siate come noi, che seguiate le nostre tracce.

giovedì 14 giugno 2018

Il licenziamento di Lavinia Flavia Cassaro è un atto vile, A LEi va TUTTA LA NOSTRA SOLIDARIETA' E RICONOSCENZA #IOSTOCONLAVINIA

Nella giornata di martedì 12 giugno è arrivata alla maestra Cassaro di Torino la lettera di licenziamento. La pro che in piazza, quindi non in orario di servizio, aveva contestato Casa Pound all’interno di una manifestazione antifascista, subisce dopo il linciaggio mediatico anche il licenziamento in tronco dall’Ufficio Scolastico Regionale.

La pervicacia e l’atteggiamento vessatorio verso la maestra Cassaro non sono solo frutto di coincidenza, non sono solo misure sproporzionate rispetto al comportamento tenuto in piazza dalla Cassaro; il licenziamento è un provvedimento politico che sapevamo sarebbe arrivato. La maestra “estremista”, la “cattiva maestra”, l’insegnante “contrastiva” è stata punita. L’eccitazione di chi pensa che la democrazia di questo paese debba essere imbrigliata da disciplina e obbedienza è evidente, così come è chiara l’intenzione di avallare e legittimare il comportamento di chi in piazza, con autorizzazione delle questure o delle prefetture, inneggia all’apologia del fascismo, nonostante ciò sia considerato reato dalla nostra Costituzione.

Non si può assistere in silenzio al succedersi di questi eventi. La vita dei lavoratori della scuola al di fuori del posto di lavoro non può essere soggetta alla discrezionalità dell’istituzione scolastica. La maestra Cassaro quando non è a scuola in servizio è una libera cittadina che esprime liberamente il proprio dissenso critico perché in Italia non esiste il reato d’opinione. La difesa della collega Cassaro, alla quale continua ad andare tutta la nostra solidarietà, non può e non deve passare dall’argomentazione su quanto sia più o meno sproporzionata la pena che il suo datore di lavoro le vuole comminare.

Si comprende molto bene, quindi, quali siano le finalità politiche di questo decreto di licenziamento che ci riguarda tutti, perché al di fuori delle mura scolastiche i lavoratori sono cittadini che vogliono rimanere attivi, non vogliono arrendersi e non staranno a guardare lo smantellamento dei diritti democratici sanciti dalla Costituzione nata dalla Resistenza.

lunedì 7 maggio 2018

Test Invalsi e alternanza scuola-lavoro: benvenuti nella scuola degli oppressi

La questione che si vuole sollevare nel breve documento che segue parte dalla necessità di analizzare uno strumento di valutazione introdotto nel 2002 come progetto a base campionaria, anonimo e con un unico fine statistico. I test, inizialmente, erano previsti per le classi seconde e quinte delle scuole primarie. Questo strumento ha poi subíto un processo di trasformazione tale che dal prossimo anno scolastico (2018/19) lo vedremo introdotto all’esame di stato, più  precisamente andrà a sostituire la terza prova della maturità.
Lo strumento a cui ci riferiamo è quello dei test invalsi, acronimo di Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione. È importante quindi andare a ricercare quale sia il disegno politico che ha condotto questo modello ad assumere sempre più rilevanza all’interno delle scuole di ogni grado.

lunedì 30 aprile 2018

La scuola dei padroni come fabbrica di schiavi

I giovani italiani sono davvero un branco di pigri fannulloni? Questa espressione viene spesso utilizzata per descrivere la scarsa attitudine del nostro popolo a sporcarsi le mani con il lavoro manuale, un popolo che, piuttosto, preferirebbe dedicarsi allo studio dell’arte o delle scienze sociali e umanistiche, quasi per definizione inutili e garanzia di disoccupazione. Ci dobbiamo porre questa fastidiosa domanda perché, oramai da anni, ascoltiamo appelli dal mondo dell’industria che si lamenta di come in Italia sia così difficile trovare lavoratori che abbiano competenze tecniche e che siano disposti a lavorare in fabbrica. In questi giorni, ancor più di prima, escono continuamente articoli in cui gli imprenditori rimproverano gli italiani perché, a fronte di grandi (o presunti tali) investimenti in nuove tecnologie, hanno difficoltà ad assumere personale vista l’impreparazione dei candidati, o perché, peggio ancora, questi lavori vengono letteralmente snobbati. Di fronte ad una veloce trasformazione della domanda di lavoro da parte delle imprese, spinta dal progresso tecnico (Industria 4.0), sembrerebbe quindi che l’offerta di lavoro non sia in grado di – o peggio ancora non voglia – adeguarsi a questo processo di cambiamento, con conseguenti ricadute sull’occupazione. Le cause di tutto ciò? Principalmente la pigrizia e la scarsa buona volontà dei potenziali lavoratori.

Una vera e propria ramanzina da parte della classe capitalista ai lavoratori che non sarebbero in grado di investire coscientemente nel loro capitale umano. Chi è causa del suo male pianga se stesso. La forza lavoro italiana, ed in particolare i giovani, è stata ridicolizzata a mezzo stampa in tutti i modi possibili in questi ultimi anni. Siamo stati appellati come fannulloni – nonostante in Europa siamo tra quelli che lavorano di più, anche più dei tedeschi – e ora ci definiscono stupidi, senza troppi giri di parole. “Vi lamentate che non trovate lavoro ma quando poi noi siamo disposti ad assumere, voi non avete le competenze per svolgerlo” ci urlano in faccia, sogghignando, gli imprenditori.

Questa è la storia tossica, avvelenata, che ci raccontano da anni. Tuttavia, le cose stanno in una maniera leggermente differente.

I dati OCSE, con riferimento al 2015, ci mostrano come in Italia il 41%, tra coloro che possiedono un diploma di scuola superiore e/o un diploma di laurea breve (triennale), abbia una formazione nell’area scientifica-tecnica. Più degli studenti tedeschi (37%) e dei francesi (35%), giusto per fare un confronto.  Per entrare nel dettaglio, il 30% degli studenti italiani con diploma superiore o laurea triennale ha una formazione mirata per il settore industriale. Sempre l’OCSE ci dice, tra l’altro, che il 21.1% dei lavoratori italiani, nel 2015, è anzi più qualificato rispetto al lavoro che effettivamente svolge, più dei colleghi tedeschi (17.4%) e dei francesi (11.6%).

Ma allora cosa c’è dietro alle lamentele degli imprenditori?

È utile tenere a mente che quando gli imprenditori urlano e si sbracciano, generalmente cercano di convincere i lavoratori ad essere più obbedienti, disposti a lavorare ancora di più e soprattutto per un salario più basso, possibilmente molto più basso. Veniamo al punto centrale: se da un lato si riconosce come l’educazione possa incrementare la forza contrattuale dell’individuo, perché ne migliora le abilità, l’indipendenza e le capacità produttive, dall’altro lato un sistema scolastico classista deve rendere più disciplinato il lavoratore generando o selezionando profili maggiormente compatibili con la ricerca del profitto ed i meccanismi motivazionali dell’impresa. Evidentemente, per gli imprenditori l’equilibrio tra queste due tensioni non è soddisfacente ed il sistema scolastico, così come è oggi, non dispensa un livello di disciplina sufficiente per la futura classe lavoratrice. Non a caso, si legge sempre più spesso di quanto sarebbe importante procedere ad una riforma dell’istruzione, dando maggior peso agli istituti professionali. In questo contesto, l’università dovrebbe tornare ad essere un privilegio per pochi, perpetuando un antico quanto odioso meccanismo di selezione sociale: le classi dominanti non sono interessate ad una istruzione di massa ed allo spirito critico che questa, pur tra mille contraddizioni, ancora diffonde e difende in Italia. Per questo l’università deve rimanere luogo d’elezione per una ristretta cerchia di fortunati, preferibilmente i figli di chi detiene le leve del potere politico ed economico oggi, affinché queste si tramandino per diritto di sangue e di classe. Per gli altri, per la massa indistinta, al massimo si può immaginare una formazione presso gli istituti tecnici superiori (ITS). Per gli imprenditori, insomma, l’istruzione generale è un costo eccessivo e una perdita di tempo. Sarebbe meglio, per i capitalisti, se tutti quanti ci mettessimo bene in testa che si vive per lavorare; tutta la nostra formazione, di conseguenza, deve essere mirata allo svolgimento dell’attività lavorativa, raggiungendo le necessarie competenze nel minor tempo possibile, per iniziare a lavorare prima possibile. Ma non finisce qui; per un sistema capitalista è di cruciale importanza che il potenziale lavoratore riceva una preparazione iper-specializzata, parcellizzata e frammentata.

Possiamo quindi identificare due piani complementari delle strategie di riforma del sistema scolastico propugnate dalle classi dominanti: prima di tutto è fondamentale spogliare il lavoratore di una visione complessiva del processo produttivo (e per estensione del sistema economico in cui opera), cercando di inibirne anche lo spirito critico – che significa principalmente consapevolezza che essere sfruttati è inaccettabile – che solo l’istruzione generale coltiva. Il perfezionamento di questo disegno perverso è rappresentato dall’alternanza scuola-lavoro, vero e proprio strumento di guerra culturale da parte dei padroni, che hanno buon gioco ad inculcare nella mente di un adolescente il principio secondo il quale produrre e lavorare gratis è naturale.

C’è inoltre un ulteriore elemento da analizzare, caratterizzato da una potenziale ambiguità che va demistificata. Tornando alle proposte di riforma della scuola in linea con i principi qui sopra descritti, è ragionevole ritenere che i lavoratori con una formazione professionale adatta al settore industriale abbiano una occupabilità maggiore della media, cioè possano trovare più facilmente un’occupazione. Convincere gli studenti ad intraprendere questo tipo di formazione sembra quindi un favore che le imprese fanno principalmente a questi ragazzi. La storia è purtroppo più complessa: se aumenta la forza lavoro (cioè le persone che cercano lavoro) in un determinato settore, a parità di domanda aggregata (cioè della domanda di beni e servizi che un’economia esprime, da cui si derivano il numero di lavoratori di cui le imprese hanno bisogno) aumenta semplicemente la disoccupazione. O, come direbbe Marx, si “ingrossano le fila dell’esercito industriale di riserva”. Ora, è bene precisare che, anche allo stato attuale, non ci troviamo in una situazione tale che tutti i tecnici sono occupati e liberi dal precariato. Più semplicemente, il tasso di disoccupazione per questa particolare categoria di lavoratori è generalmente inferiore alla media. Questo implica che siamo in presenza di un esercito di riserva relativamente contenuto e queste categorie di lavoratori hanno una posizione contrattuale relativamente buona. Gli imprenditori urlano e strepitano, allora, semplicemente perché vogliono più braccia a buon mercato, che possano fare concorrenza e spingere a più miti consigli quei lavoratori che ancora riescono a difendere i propri redditi. Braccia rese ancora più vulnerabili da una formazione che aspira a rendere il futuro lavoratore un mero ingranaggio di un processo produttivo che lo sovrasta e di cui non rappresenta che una parte infinitesimale, rimpiazzabile con uno schiocco di dita qualora dimostrasse una conflittualità inopportuna.

Riprendendo dunque il discorso iniziale, la carenza di tecnici lamentata dagli imprenditori non deve essere vista come una differenza tra le competenze domandate dalle imprese e quelle offerte dai lavoratori. Non è vero che, a fronte di millantati posti vacanti, non si riesce a trovare un lavoratore con competenze professionali idonee. Gli imprenditori si lamentano perché non trovano lavoratori sufficientemente disciplinati e disposti a lavorare tanto guadagnando poco. La carenza, cui fanno riferimento gli imprenditori, è relativa all’esercito industriale di riserva: ciò che manca non sono i lavoratori, sono i disoccupati. Per questo la classe dominante raccomanda calorosamente che i giovani scelgano istituti tecnici piuttosto che i licei, ed in caso istituti tecnici superiori al posto del tradizionale percorso universitario.

Per contrastare lo sfruttamento di lavoratori presenti e futuri, la battaglia si combatte anche sulla e nella scuola, una scuola che deve rimanere libera, pubblica ed accessibile a tutti. Il percorso formativo deve fornire all’individuo la capacità di ragionare, di esprimersi e di costruire la propria autonomia; non deve avere l’obiettivo di consegnare agli imprenditori una forza lavoro assoggettata alla loro bramosia di profitto.

lunedì 23 aprile 2018

La scuola dei bulli è figlia dell’individualismo esasperato

Ma che cosa sta succedendo? E’ la domanda un po’ retorica che ci facciamo tutte e tutti quando assistiamo ad un video come quello dei bullo di Lucca o quello di Lecce.  OrA il punto diviene questo: si tratta davvero di singoli episodi? Quanti comportamenti di sfida vengono messi in atto da studenti e da genitori di studenti?

domenica 22 aprile 2018

Riflessioni sul concetto di autorità e il fallimento educativo della scuola

È diventato un puro esercizio di retorica commentare e giudicare quanto accaduto al professore di Lucca bullizzato da un alunno che, con minacce e insulti, reclama un sei sul registro. Appare ridondante parlare di come la scuola abbia perso la sua centralità, di come il ruolo sociale ed educativo dei docenti sia venuto meno, di come le famiglie non sappiano più gestire le intemperanze dei loro figli, di come padri e madri siano diventati sindacalisti persino dei ragazzi più arroganti. Sono considerazioni che ciclicamente tornano ad alimentare il dibattito pubblico sul destino dell’istruzione in una società che sembra non avere più punti di riferimento.

giovedì 8 febbraio 2018

E' tutto un copia-incolla

Nella tesi di dottorando della Madia qualcuno avverte che sono presenti vari, pezzi, testi di economia del lavoro non di pugno del ministro ma copiati. Così come copiati sarebbero (almeno secondo chi li accusa) ampia parte del programma elettorale di governo niente meno che di M5S: brani, pezzi, testi di economisti, sociologi, interrogazioni parlamentari e testi parlamentari anche non made in M5S, wikipedia a volontà…

Ora il cerca, copia e incolla non è di per sé né vergogna, tanto meno truffa e neanche indizio di ignoranza e impreparazione da parte di chi cerca, copia e incolla. Dipende però da come cerchi, dove cerchi, come e perché copi e, non ultimo, cosa pensi di incollare.

Ora si dà il caso che dal politico di qualsiasi parte, passando per l’ufficio stampa o relazioni sociali di qualsiasi azienda, attraversando i prospetti elaborati negli studi professionali, guardando in contro luce le richieste di finanziamento pubblico o di fondi europei, leggendo gli elaborati di ricercatore universitario, analizzando cioè ciò che la gente scrive quando pensa di scrivere serio, informato e documentato…Sempre si vede che cercare, copiare e incollare non è stato uno strumento per sapere e studiare ma un sostituto-impostore del sapere-studiare.

Il copiato è la più triste dimensione del nostro fallimento intellettuale e creativo, un furto del sapere e del tempo altrui, un'infantile regressione ai banchi delle elementari e i copioni sono sempre esistiti. Solo che il copiato spinto più raramente arriva da fonte cartacea, più difficile da scovare e noiosa da trascrivere. Così per i docenti scatta la caccia alle frasi lunghe tre o trenta righe, copiate da articoli scientifici o di giornale, da abstract di tesi, da riflessioni d'autore o da pietosi contenuti da blog di terza categoria. Contenuti che vengono copiati e incollati tra di loro per poi apparire un elaborato unico. Firmato senza scrupoli dall'autore. Autore (lo studente) che nella stragrande maggioranza dei casi ignora persino il vero significato di quanto plagiato e che, spesso, non si accorge di essere pure precipitato fuori tema. E' pure vero che non tutti gli argomenti di ricerca possono trovare un preciso riscontro sul web. Molti nascono per essere frutto di percorsi originali e di ricerche sul campo, che difficilmente trovano riscontro nel già scritto. Ma è proprio per questo che gli irriducibili del copia e incolla vengono riconosciuti a distanza. I copioni parlano un linguaggio che non è il loro e si imbattono in temi lontani mille miglia dalla loro portata e dal buon senso.

Si è cominciato tanto tempo fa nella scuola e nell’Università (non diamo sempre addosso al Web, allora non c’era). Si è cominciato con l’idolatria delle tesine, cioè testi brevi, standard, privi di spessore quantitativo e qualitativo la cui presentazione e compilazione esentava dalla fatica dell’approfondimento e soprattutto del ragionar individuale sul tema, questione o problema.

Si è costruita una generazione di diplomati e laureati a misura di tesine (e lo si vede negli standard professionali vertiginosamente calati in tutte le professioni). Poi ci si è messo il web, la Rete. Dove è praticabile un cercare che ti esenta perfino dal sapere e distinguere dove vai a cercare.

E quindi l’attività conoscere-comunicare è diventata per tutti cercare senza criterio alcuno tanta è l’abbondanza del raccattabile, quindi copiare on per documentare ma per fare volume, incollare il trovato e copiato.

Di chi è la colpa? . Prendiamocela con l'insicurezza di una età biologica che non risparmia nessuno, prendiamocela con una generazione abituata al web tanto da confonderlo con la realtà stessa, allo stesso modo di come i nostri padri si guardavano stupiti per esclamare: “E' tutto vero, l'ha detto la tv”. Prendiamocela con la scuola, che non prepara adeguatamente gli studenti alla scrittura, all'analisi ed alla ricerca degna di questo nome, commissionando surreali gite lampo su Wikipedia. Ma quelle frasi prefabbricate di cui ci si appropria, quei saggi brevi costati ad altri mesi di lavoro, fatica e denaro, quelli gridano vendetta. La “gratificazione istantanea” dei nostri giorni, invece, se ne frega. Quella invece rimbecillisce gli studenti, e in certi casi, ahimè, pure giornalisti e docenti di ogni ordine e grado. Copiano anche loro, a volte, con conseguenze più gravi.

Già, perché non c’è scandalo nel copiare. C’è invece il baratro senza fondo della sopravvenuta inattitudine al pensiero autonomo, quel po’ o tanto di pensiero che ciascuno, dopo aver studiato e riflettuto, può produrre. Politici, assistenti universitari, giovani e meno giovani in carriera, cervelli di M5S o di chi vi pare non è che mai più leggano, ci pensino sopra e poi scrivano dopo aver pensato. Si condonano tutti il pensiero.

Cercano, copiano e incollano perché una pagina tutta intera e tutta da soli che abbia un senso non la sanno più scrivere.

sabato 2 settembre 2017

Arriva un salasso per gli studenti fuori-sede

Studiare all'università costa caro, non solo le già gravose tasse, ma anche gli affitti spesso esorbitanti rendendo così lo studio non più un diritto accessibile universalmente. A mettere nero su bianco è lo studio di Immobiliare.it,  nelle 14 città più popolate da studenti fuori-sede, i prezzi risultano in aumento per il terzo anno consecutivo. Per una camera singola, in Italia, si spendono mediamente 416 euro al mese, cifra che equivale al 4% in più rispetto allo scorso anno e addirittura al 9% in più in confronto a tre anni fa.

Come negli anni passati, quando si parla di stanze in affitto, Milano è la città in cui si deve mettere in conto la cifra più alta. I 528 euro mensili richiesti mediamente per una singola, segnano un +4% rispetto allo scorso anno. A crescere maggiormente, però, sono i costi per la locazione di un posto letto in doppia: la spesa media è di 388 euro, il 12% in più in confronto al 2016. Ma chi non si accontenta e vuole vivere nelle zone più trendy, come i Navigli o Porta Nuova, deve mettere in considerazione budget che superano i 610 euro per una stanza singola.
Rimangono stabili, rispetto all’anno scorso, i prezzi delle singole a Roma: qui servono mediamente 439 euro. Sono aumentati sensibilmente, di contro, i costi di chi vive nelle camere doppie e si trova a pagare l’11% in più rispetto al 2016, vale a dire 333 euro al mese. Se il territorio molto ampio della Capitale consente di risparmiare rispetto a Milano, vivere nel cuore storico della città e nelle zone più vicine alle facoltà universitarie fa lievitare i costi, che superano i 500 euro al mese per le singole.
La terza in classifica, Firenze, è la città che quest’anno ha visto più delle altre aumentare i prezzi delle locazioni di stanze: per una singola si spendono 401 euro, mentre per un posto in doppia 284 euro, rispettivamente il 13% e 14% in più rispetto al 2016.
Torna quarta Bologna che, a seguito di un aumento di circa l’8,5% dei costi, richiede ai suoi fuori sede una media di 355 euro al mese per una singola e 260 euro per un posto in doppia. Segue a stretto giro Torino, dove i prezzi appaiono più stabili, e in cui una camera costa mediamente 344 euro.
Crescono del 2% i canoni richiesti a Siena, dove per la singola si spendono 336 euro e per la doppia 245 euro a posto letto. Chi sceglie Venezia per studiare o lavorare deve metter in conto una spesa più alta dell’anno scorso: +6% per le singole (333 euro) e +10% per un posto in doppia (252 euro).
Superano di poco i 300 euro i costi per le singole a Napoli, Pisa e Pavia; ma nel capoluogo partenopeo si è assistito a un maggiore aumento dei prezzi delle doppie, cresciuti del 14% in un anno (240 euro al mese).
Le due città siciliane di Palermo e Catania si confermano in assoluto le più economiche per le locazioni dei fuori sede. Se però nella prima i prezzi delle stanze sono aumentati di circa il 10%, nella seconda gli alloggi risultano più economici dell’anno scorso, con costi ribassati del 2%.

lunedì 21 agosto 2017

La scuola veloce amata e voluta dai padroni

In Italia si sa, ogni Ministro dell’Istruzione vuole passare alla storia per aver promosso e attuato una riforma che innovi il sempre vetusto e inadeguato ai tempi sistema scolastico. Dalla scuola dell’autonomia di Berlinguer alla buona scuola dell’alternanza lavorativa di Renzi-Giannini, dalla scuola delle tre I (internet, inglese, impresa) della Moratti alla snella scuola azienda della Gelmini, abbiamo assistito a variopinti tentativi di rendere la scuola italiana del presente e del futuro più moderna ed efficiente, nonostante essa avesse nel ciclo della primaria e nei licei un punto di forza formativo ammirato in tutto il mondo.

venerdì 18 agosto 2017

Un sistema malato (Italia) fucina di laureati imbecilli

C'è un grosso dibattito in corso su immigrazione, accoglienza (più o meno diffusa), calo demografico della popolazione italiana e "necessità" di nuovi migranti perché prolifici. Proverò, se mi è concesso, di svolgere un ragionamento di ampio respiro. Alcuni, sospinti più da logiche economico-speculative che da una vera onestà intellettuale, sostengono che i migranti siano per appunto "necessari" per supplire all'invecchiamento della popolazione e alla necessità di manodopera.

mercoledì 31 maggio 2017

Alternanza scuola-lavoro di Renzi è un mostro di sfruttamento spudorato

Non c’è niente da fare: l’Alternanza Scuola Lavoro per il momento si è trasformata in molti casi nell’ennesima occasione persa. E per una volta, l’Italia non sembra divisa in due in merito alla questione, visto che le lamentele di studenti sfruttati e non formati arrivano non solo dal Sud Italia, ma anche dalle regioni centro settentrionali.

venerdì 14 aprile 2017

Gli insegnanti....ma mandiamoli lontani da casa

Il contributo dello Stato allo sfacelo delle famiglie…
Una delle più bieche azioni dello Stato, una??? insomma tra le tante …c’è quella di avere ormai da anni affidato l’Istruzione e le carte vincenti per avere una scuola tra le più infelici a Ministri il cui livello di idiozia è al pari dei danni che hanno fatto..speranza di un Ministro intelligente? Temo di no…pare che le persone logiche, intelligenti , del mestiere e con piedi per terra siano di grande fastidio.

giovedì 6 aprile 2017

Dilaga la Povertà educativa in Italia

La povertà non è solo un concetto strettamente materiale, nel belpaese quasi 1 minore su 3 è a rischio esclusione sociale. La povertà educativa è quel nemico che ostacola 
lo sviluppo socio\economico e rappresenta uno degli aspetti più devastanti della povertà infantile che in Europa colpisce ben 1 adolescente su cinque. L’infanzia è un tesoro che va protetto, soprattutto se si considera che i bambini nel nostro Paese sono sempre meno.

domenica 5 febbraio 2017

TRAGEDIA ITALIANA: tre studenti su quattro semianalfabeti

Siamo di fronte a una tragedia: tre studentao, anche universitari, su quattro non sanno scrivere in italiano corretto, non conoscono né usano la grammatica. Non sanno cosa siano esattamente congiunzioni e avverbi e li buttano lì a caso in frasi sempre più orfane di logica espressiva. Ignorano, si arrangiano con i tempi dei verbi e gli aggettivi oltre che i termini sono figli di assonanze fonetiche e non appunto logiche-espressive. Insomma tre studenti su quattro, la gran parte degli universitari italiani quando scrive va a orecchio, ripropone nello scritto rumori in forma di parole, rumori di cui ignora il significato.

domenica 22 gennaio 2017

La nostra buona scuola by FREE-ITALIA

FREE-ITALIA è un blog prevalentemente di news e approfondimento, ma anche un contenitore di visioni per migliorare il nostro mondo. Oggi proviamo a fare una serie di proposte e idee per riformare seriamente (alternativo alla buona scuola renziana) il modello educativo italiano.

giovedì 12 gennaio 2017

Allarme: l'80% degli italiani è analfabeta, legge, guarda, ascolta ma non capisce

Si dà per scontato che chi legge un testo comprenda quello che i suoi occhi vedono. E di conseguenza conosca il significato dei termini o sia in grado di ricostruirlo attraverso la logica o una rapida ricerca. Ma non è così: la stragrande maggioranza degli italiani, quasi l’80%, non comprende quello che legge, se legge, e nemmeno quello che ascolta in televisione o alla radio. E’, appunto, l’analfabetismo funzionale.

domenica 1 gennaio 2017

Riflessione sulla Povertà educativa ed esclusione sociale

E’ un circolo vizioso: la deprivazione materiale porta alla povertà educativa e viceversa. Con uno svantaggio che si trasmette di generazione in generazione e con effetti che possono durare tutta la vita. Cosicché i bambini provenienti da famiglie indigenti hanno meno (o per nulla) probabilità di conseguire risultati buoni nel percorso scolastico, di prendere parte ad attività culturali e sociali, di svilupparsi dal punto di vista emotivo ma anche di realizzare la propria identità.

sabato 8 ottobre 2016

Scuole all'avanguardia, dove non ci sono posti per disabili

A Casalecchio di Reno ,in una scuola rinomata , l'Istituto Salvemini,ritenuta all 'avanguardia per i formidabili mezzi d'integrazione....accade questo...
Il preside chiede ai genitori dei ragazzi diversamente abili di frequentare a turno le lezioni , poiché mancano gli insegnanti??????? E tutti quegli insegnanti che son rimasti fuori dalle chiamate dirette dei loro beniamini???non si possono applicare la dove mancano????

mercoledì 31 agosto 2016

La crescita .. degli affitti delle stanze a carico degli studenti fuorisede!.

Riapre i battenti il mercato degli affitti per gli studenti universitari, che tornano in queste ore ad affollare le principali citta' italiane alla ricerca di una stanza in cui soggiornare per i prossimi mesi.