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lunedì 3 settembre 2018

Ricordate chi siete veramente. l'editoriale di GERD DANI

VOI non siete quello che fate e nemmeno quello che non fate. Non fatevi etichettare a un sottogruppo sociale, non siete nemmeno la definizione delle qualità che avete. Pensateci, non siete quelli che il mondo dice di voi. Eliminate tutte le targhe, i titoli, le denominazioni. Eliminate le descrizioni, i successi, anche i fallimenti. Fate un respiro profondo in ogni cellula del vostro essere.

venerdì 31 agosto 2018

RIFLESSIONE PROBLEMATICA E RAZIONALE SUL FASCISMO.

Essendo FREE-ITALIA di stampo cosmopolita e liberale nel campo dei diritti ovviamente è anti fascista, tuttavia riteniamo opportuna una riflessione sul fascismo. Il fascismo è un ideologia unica nel suo genere che nasce da molte cause(paura, odio, desiderio di sicurezza,voglia di rafforzare lo stato,voglia di vendetta e desiderio di riscatto,nazionalismo,povertà ,mancanza di fiducia verso gli altri paesi,sfiducia verso la democrazia ,desiderio d'unità,rabbia e molte volte ignoranza alimentata dalla disinformazione.esso presenta vari segni Come l'elezione di un leader carismatico,ripetizione di slogan brevi e concisi,ricerca delle radici nazionali e disprezzo di chi non fa parte di quella nazione che molte volte è usato come Capro espiatorio.certo molti conoscono gli aspetti positivi e negativi che ha fatto il fascismo ed è vero Che molti fascisti sono fanatici esaltati ma non tutti lo sono, anzi molti sono dei grandi pensatori.questo perché il fascismo è una ideologia una vera e propria filosofia dell'azione, azioni che hanno lo scopo di unire il popolo di una medesima nazione anche facendo ricorso ad atti violenti e si rifà alla la concezione macchiavellica secondo cui l'obiettivo deve essere raggiunto con ogni mezzo.
Esso concepisce la vita come lotta per la sopravvivenza, il fascismo è uno stile di vita che spinge il singolo individuo a lottare per la propria patria contro le patrie nemiche.ciò è motivato dal fatto che il fascismo crede nell'impossibilità della pace perpetua e della bontà dell'uomo pertanto in mancanza di ciò occorre rinforzare il proprio stato ,anche a discapito degli altri,ne vale della sua sopravvivenza, non importa la morale, essa è relativa e variabile, è giusto solo ciò che unisce e quindi rinforza lo stato. Si può imparare molto dal fascismo che critica i governi occidentali che vogliono apparire puri di cuore e quando causano sol rovine Internazionali e che vogliono far credere che la storia è fatta si buoni e cattivi, che critica il capitalismo così come il comunismo E critica il liberismo concepito cose individualismo che allontanano il singolo dalla patria o, nel caso del comunismo, mettono una classe contro l'altra,critica anche la nostra democrazia ipocrita che fa acqua da tutte le parti E che fa credere al Popolo di essete sovrano quando in realtà comandano il parlamento i leader dei partiti, miliardari, La mafia altri stati e altre persone e critica il sistema parlamentare in quanto è concepito come ciò che divide e indebolisce il Popolo.
L' ideologia fascista è sbagliata perché è chiusa, e non andrebbe neanche tollerata. Come si può, in un mondo dove anche i fascisti usufruiscono della globalizzazione, dei prodotti e del lavoro di altre nazioni, essendo parte dello sfruttamento altrui, credere di "murare" un'ideantità nazionale dimenticandosi che la vera nazione è la Terra stessa, e non una singola nazione creata, solo dopo tantissimo sangue, dai nostri avi?

È un"ideologia a tutti gli effetti contro cui FREE-ITALIA lotterà sempre ,ma i fascisti che sono razionali vanno trattati da intellettuali .sta a noi tutti far capire loro che si sbagliano , che è possibile una via alternativa al fascismo , che la democrazia riformata può funzionare e che il mondo può cambiare. La censura non è la soluzione giusta.

SIAMO ANTI FASCISTI E GRIDIAMO NO AL FASCIO MA SIAMO ANCHE LIBERALI E PERTANTO GRIDIAMO SI ALLA LIBERTÀ DI ESSERE FASCISTA. sta a noi fargli cambiare idea.


 Nicola Santangelo

domenica 26 agosto 2018

Riflessione sul caso #diciotti..... #SalviniNonMiRappresenta #fatelisbarcare

Vorrei scrivere qualcosa sulla nave Diciotti, ma non mi viene niente da dire sulla nave Diciotti. Mi viene molto da dire sugli ultimi 25 anni, sulle parole gridate dai politici contro terroni, immigrati e rom, sulle menzogne scritte dai giornali  e  radicate nei pecoroni sugli hotel a 5 stelle, sulla distruzione del lavoro così come descritto dalla Costituzione, sugli attacchi sistematici ai diritti dei lavoratori e ai sindacati, sul miraggio di una pensione sempre più irraggiungibile, sul pavimento appiccicoso della precarietà che impedisce di realizzare il più modesto sogno di vita, sull'individuazione dello straniero come nemico, per spostare sul conflitto tribale il conflitto di classe. Mi viene molto da dire sui corpi martoriati dei passeggeri della Diciotti che tanto ci indignano e immagino i corpi martoriati di quegli esseri umani prigionieri nei lager libici che non ci indignano perché non li vediamo. non interessa risolvere il problema, interessa mantenerlo il problema, così si fa propaganda su di esso e milioni di idioti danno il voto, e con quel voto si occupano una poltrona da 40.000 euro al mese, come sempre fatto dal 1995 ad oggi, prima speculando sui meridionali e adesso sugli immigrati.
Mi viene da scrivere di tutto questo, mentre poche decine di esseri umani vengono usati per giochetti di potere. Ecco, non riesco a scrivere niente sulla Diciotti. Ma credo di avere detto tutto.

mercoledì 22 agosto 2018

Siamo sull’orlo del precipizio

Nessuna certezza è imperitura. Nessun diritto può dirsi acquisito per sempre. Diritti e libertà devono sempre essere conquistati dai popoli e mantenuti attraverso la stabilizzazione di un comune sentire, di una “coscienza di massa”, per sintetizzare il concetto, che sia la garanzia della incontrovertibilità repentina.
Tradizioni orali e tradizioni scritte, quindi Costituzioni di vario genere, sono manifesti che nascono attraverso processi storici determinati da quello che Michail Bakunin definiva il “mistero della storia”, quindi un movimento che all’improvviso, per diverse concomitanze, accende una scintilla che crea un incendio che fa deflagrare un sistema fino ad allora apparentemente solido, imperturbabile e invincibile.
“Tutto muore: viva l’utopia!“, si poteva leggere sui muri delle città per mano di anonimi scrittori murali anarchici. Ed è vero: Stati e forme di Stato passano, mutano, si trasformano, evolvono ed involvono a seconda dei punti di vista, ma l’immaginazione possente di una nuova società rimane e ci consegna quella passione che deve rimanere come fondamento della “coscienza di massa” per la protezione anche dei diritti sociali e civili che rischiano sempre di scemare, di smarrirsi e di finire in un limbo nichilista pronto a fagocitare conquiste sudate con decenni di lotte.
Ne discutevo alcune sere fa con alcuni compagni che si dicevano sicuri del fatto che, nonostante le esternazioni ruspanti (per usare un eufemismo) del ministro dell’Interno e dei suoi colleghi su molteplici tematiche (dalle unioni civili al ponte Morandi, dai migranti alla Tav), certe acquisizioni di diritti sono ormai solide, non negoziabili tramite mutamenti di orientamento della cosiddetta “opinione pubblica”.
Sostenevo, a questo proposito, che proprio il fatto che Salvini si permetta certe affermazioni o che altre se le permettano i ministri della Lega (e non di meno quelli del movimento 5 Stelle), è già sintomo di una mutazione sociologica di una società italiana che, anche soltanto pochi anni fa, non avrebbe osato mettere in mostra l’odio come elemento di confronto e scontro politico, anti-sociale e anti-civile.
Grande cassa di risonanza e alimentazione bulimica di un momento di eccessivo protagonismo individuale sono stati i “social network”: ciascuno di noi ha potuto esaltare un individualismo molto poco intellettuale e intellettivo, gettando sul piatto della discussione la cattiveria, la brutalità: perché nel branco dei “social” tutti sono ardimentosi, leoni e leonesse; ma nella vita quotidiana diventano timide pecorelle smarrite, pronte a seguire le urla del ministro di turno che tuona contro l’invasione, contro il degrado morale e civile del Paese, contro i rom o i sinti, contro il primo nuovo “diverso” da far diventare un capro espiatorio per conservare intatto il consenso popolare.
Scrive Gramsci: “Vediamo stampate nei giornali, ogni giorno, decine e decine di telegrammi di omaggio delle vaste tribù locali del ‘capo’. Vediamo le fotografie: la maschera più indurita di un viso che già abbiamo visto nei comizi socialisti.“.
Già, Mussolini da socialista pacifista nel giro di una notte cambiò idea e divenne interventista e, poi, velocemente fece del suo socialismo un elemento di continuità con un nazionalismo brutale, violento: prima verbalmente e poi anche fisicamente.
Dalle parole ai fatti, direbbe qualche ammiratore del ventennio nero dell’Italia. Dalle parole agli omicidi, potremmo parafrasare guardando a Matteotti, ai fratelli Rosselli, ai tanti cittadini e compagni bastonati, morti per le percosse e, come Gramsci, morti per la persecuzione carceraria.
Il fascismo di ieri, così come il nazismo di ieri, non ritornerà mai nelle forme esteriori conosciute. Ma ciò che queste forme dittatoriali e assolute hanno rappresentato può ricrearsi e rigenerarsi attraverso un percorso di lenta accettazione di semplici banali parole, di gesti, di sdoganamento di comportamenti prima al di fuori del confine del vivere civile e comune.
Lo stesso conflitto tra i poteri dello Stato sulla vicenda del ponte Morandi ne è un segnale. Il governo assume una espressione di durezza e intransigenza che ai più piace: riscuote applausi e sorrisi. Qualche selfie, tanto per gradire. Ma quando un potere dello Stato si irrigidisce tanto, finisce per essere impermeabile alla dialettica costituzionale, la supera e considera ogni suo comportamento come normale, assolutamente plausibile e, anzi, necessario al bene del Paese.
Scrive, infine, Gramsci: “Benito Mussolini ha conquistato il governo e lo mantiene con la repressione più violenta e arbitraria. Egli non ha dovuto organizzare una classe, ma solo il personale di una amministrazione. Ha smontato qualche congegno dello Stato, per vedere com’era fatto e impratichirsi del mestiere. La sua dottrina è tutta nella maschera fisica, nel roteare gli occhi entro l’orbite, nel pugno chiuso sempre teso alla minaccia… Roma non è nuova a questi scenari polverosi. Ha visto Romolo, ha visto Cesare Augusto e ha visto, al suo tramonto, Romolo Augustolo.“.
Noi cerchiamo di non aspettare di vedere un’altra notte nera della Repubblica…

martedì 21 agosto 2018

I funerali di un popolo e di uno stato

Mi sarei aspettato una energica protesta da parte dei genovesi nei confronti del governo al momento dei funerali di Stato per le vittime del ponte Morandi, invece applausi scroscianti, incitamento ad andare avanti, elogi e sorrisi, approvazione. La sintonia tra esecutivo e popolo continua e lo fa sull’onda di un crescendo dettato dall’immagine di una risolutezza mostrata dall’intransigenza delle parole dei ministri pentastellati e leghisti.

mercoledì 15 agosto 2018

#Genovaponte Morandi e non solo... il fallimento dell'Italia dei No

Molta gente è morta e quindi servirebbe un attimo di attenzione e di raccoglimento. I soliti esaltati, che in Italia non mancano mai, urlano perché vogliono i nomi dei responsabili della tragedia del ponte Morandi di Genova. E vogliono punizioni esemplari. E’ possibile che questa attesa vada delusa. I progettisti del ponte dovrebbero essere tutti morti. E non si può escludere (anche se a dirlo sembra una bestemmia) che si sia trattato da fatalità: forse, un cavo che non avrebbe dovuto cedere ha ceduto e ha trascinato con se tutta la costruzione.

Ma su questo sono al lavoro gli inquirenti e sarà meglio attendere la conclusione dei loro lavori. Anche se da subito non si possono escludere responsabilità a carico della società Autostrade, che gestiva il ponte e che ne curava la manutenzione. E che quindi dovrà dare molte spiegazioni. Insieme a organismi pubblici di controllo, che dovrebbero esistere.

Ma in questa sede non dobbiamo occuparci di questo o fare processi per i quali non abbiamo, al momento, alcun elemento serio: sappiamo solo che un ponte che non avrebbe mai dovuto cadere è caduto, e il crollo ha provocato decine di morti.

Inoltre, ha spezzato Genova in due e ha dato un colpo mortale al turismo di tutta la Liguria e al resto delle attività economiche.

Però, prendendo le distanze dalla tragedia per qualche momento, è possibile fare dei ragionamenti.

1- La “costruzione” di questo paese è di fatto terminata negli anni 60, cioè negli anni del boom.

2- Dopo la vittoria del NO alle centrali nucleari (l’unica esistente è stata smantellata, quelle in costruzione riconvertite), nel paese è diventata dominante un cultura ecologista d’accatto, che risolveva ogni problema dicendo semplicemente no a tutto.

3- E quindi proporre qualche grande opera sembrava un reato. Misteriosamente si è riusciti a fare l’Alta Velocità, ma tutto si ferma lì. Poi, c’è tutto un panorama di no, no e ancora no.

4- Questa cultura ecologista del no ha contagiato tutti, destra e sinistra, forse più la sinistra che la destra. E ha bloccato fortemente la crescita e la modernizzazione del paese (è la stessa cultura che oggi vuole fermare la Tav in Val di Susa e che vuole chiudere l’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa).

Ma torniamo a Genova. Qui siamo davanti a un caso ancora più grave, specifico. Gli allarmi non sono mancati. Già cinque anni fa il presidente degli industriali genovesi aveva avvertito che quel ponte sarebbe caduto entro dieci anni: si è solo sbagliato perché è caduto prima.

In previsione dell’”esaurimento” del ponte Morandi (quello crollato), da anni era stato elaborato il progetto Gronda, un altro sistema viario, con un altro ponte (costruito con criteri più sicuri e moderni). Ebbene, contro questo progetto (finanziato da Bruxelles, peraltro) si è scatenata una furia ecologista senza pari. Con, e questo va detto, i 5 stelle in prima fila. In rete è possibile trovare i filmati dove Beppe Grillo, con la solita iattanza e la solita ignoranza chiede addirittura che si usi l’esercito contro quelli favorevoli al progetto Gronda. In consiglio comunale, quando qualcuno ha avanzato il sospetto della pericolosità del ponte Morandi, i 5 stelle hanno definito la denuncia “una favoletta”. Sembra che l’attuale ministro delle infrastrutture, lo stesso Toninelli che ha già bloccato la Tav, avesse messo il progetto Gronda fra quelli da rivedere in vista di una prossima eliminazione.

Tutto questo si racconta non per fare polemiche davanti ai morti, ma per dire che ripartire è possibile a patto che questo paese faccia bene i conti con la cultura ecologista d’accatto che lo ha dominato e che lo sta ancora dominando.

Il territorio e le persone meritano una salvaguardia attenta, ma anche lo sviluppo del paese. Dire no a tutto, sempre, in ogni caso, coltivare la convinzione che ogni palata di cemento sia un attentato alla moralità e alla bellezza del paese, è una sciocchezza che probabilmente ci è già  costata qualche decennio di ritardo nello sviluppo.

Per chi pensa (ecco di nuovo i 5 stelle) che noi si debba vivere come francescani, con sandali e bastone, forse non è importante. Ma per il resto del paese lo è.

mercoledì 11 luglio 2018

PENSIERI DI UNA NOTTE D'ESTATE

lo dico solo basta con questa immane cazzata del governo del popolo. lo voglio vedere delle élite che sono culturalmente e intellettualmente anni luce davanti a me prendere decisioni logiche che magari non comprendo ma che fanno bene a me, all’Italia, all’economia, al mondo.
Chiarisco subito: non sto parlando di una fantomatica entità astratta e parassitaria nota come "élite" scelta da Dio che si passa la carica per via ereditaria. Intendevo solo dire che magari le persone dovrebbero smetterla di votare in base a "mi dà fiducia perché mi ricorda proprio il mio macellaio.
"Chiudiamo i porti" "BRAVISSIMI, È QUELLO CHE AVREI FATTO ANCHE IO!" Ma il fatto che dei politici attuino le stesse politiche che faresti tu che sei un elettrauto o un pescivendolo (con tutto il rispetto) non ti fa sorgere un minimo il sospetto che siano, magari, delle puttanate? Chiedo. 

"L'ho votato perché é proprio l'uomo della strada, uno come noi, potrebbe essere il mio vicino di casa'C Ma chi cazzo vuole farsi governare dal mio vicino di case?! Uno che non sa prendere le decisioni giuste alle assemblee condominiali, figuriamoci al governo di una nazione.

lo ve lo dico, vi fotte I'arroganza  e la prepotenza. L'idea che al governo "Ci sia uno come voi” e che questo sia un bene anziché un disastro é figlia della tendenza a sopravvalutarsi‘ Siamo mediocri  e senza etica. C'é gente eccellente là fuori, ma sono pochi e invisibili. E non ne fa parte Di Maio ne Salvini.

GERD

venerdì 29 giugno 2018

Riflessioni sulla povertà

Se non fosse per la drammaticità che i numeri si trascinano dietro, mi stava facendo sorridere la distinzione tra “povertà relativa” e “povertà assoluta”: la prima connota quei cittadini che rinunciano a determinate spese, quindi che riducono i consumi; la seconda invece è un indice di grave mancanza di soddisfazione dei più elementari bisogni primari.

venerdì 15 giugno 2018

Perchè dovremmo aprire i porti?

La parola porto deriva, attraverso il latino, dal greco poreytòs, in cui riconosciamo la stessa radice che troviamo in pòros, che significa passaggio: il porto quindi non è mai una destinazione, ma un luogo – o magari un momento – di passaggio, da un luogo a un altro, da una condizione a un’altra. Dovrebbero ricordare questa semplice definizione sia il ministro che in questi giorni ha dichiarato che i porti italiani saranno chiusi, sia i sindaci di grandi città sul mare che, magari solo per fare polemica contro il partito di quel ministro o forse perché ci credono davvero, hanno detto che vorrebbero aprire i porti delle loro città. Ma dovrebbero ricordare questa definizione anche le autorità francesi che hanno creato a Calais, un porto così importante per la storia di quel paese, un grande campo, chiamato significativamente The Jungle, che – nonostante sia ufficialmente chiuso – è ancora una destinazione per troppe persone.
Quel ministro ha certamente l’autorità per “chiudere” un luogo fisico, una banchina dove dovrebbe attraccare una nave, come io ho il permesso di dire che questa decisione è sbagliata, tragicamente sbagliata, perché è immorale il divieto di attracco e quindi di sbarco di una nave dove si trovano 629 persone, tra cui bambini, donne in gravidanza, persone malate. Non credo che un sindaco abbia il potere di aprire quel luogo che il ministro ha chiuso, ma il tema non è il luogo fisico e chi ne abbia le chiavi.
Un ministro non può impedire un passaggio da una condizione a un’altra. L’uomo – o la donna – che decide di lasciare il proprio paese perché in quel luogo non ci sono più le condizioni politiche, economiche, sociali, per vivere, non è più un cittadino sottoposto alle leggi del suo paese, ma un esule, che quelle regole non può più – o non vuole più – rispettare, e che quindi deve essere sottoposto a nuovi doveri, ovviamente in cambio di nuovi diritti. L’uomo – o la donna – dal momento che è partito diventa qualcun altro, qualcuno a cui noi dobbiamo garantire precisi diritti, come ci insegnano già gli antichi. E hanno ancora più diritti quelli che nel linguaggio burocratico chiamiamo “minori non accompagnati”, ma che poi sono bambine e bambini, le cui famiglie hanno una sola possibilità e devono scegliere: uno solo può fare quel viaggio, per uno solo ci sono i soldi, e viene scelto il più debole, quello che soffrirà di più, ma anche quello che potrà vivere di più. Anche qui c’è un passaggio, quel bambino – o quella bambina – diventa un orfano.
Naturalmente non tutti quelli che partono hanno questi diritti, alcuni non li hanno mai avuti – se non il diritto di essere salvati in caso di imminente pericolo – perché il loro obiettivo è lasciare un paese, dove magari stanno davvero male anche loro, ma per commettere dei reati, e con l’intento di non rispettare le leggi del paese in cui vogliono arrivare. Compito di un ministro sarebbe quello di organizzare un sistema di controlli rapido, efficiente e sicuro, attraverso cui separare il grano dal loglio. A parte che fare una cosa del genere è difficile, e richiederebbe tempo – tempo che immagino il ministro non abbia, visto che è sempre in giro a fare dichiarazioni – fare questo sarebbe controproducente per quel ministro, dal momento che il suo partito per ottenere voti ha bisogno che arrivino stranieri in maniera irregolare. Ma soprattutto quelli che votano per quel ministro hanno bisogno di stranieri senza diritti, altrimenti non saprebbero chi far lavorare nei loro campi o nelle loro fabbriche con paghe da fame o non saprebbero a chi affittare in nero le loro case. E allora qui assistiamo a un altro passaggio, quell’uomo – o quella donna – da esule che era, diventa uno sfruttato; e si tratta di un passaggio su cui il ministro e i suoi elettori chiudono volentieri un occhio.
Quando il ministro urlerà ancora che i nostri porti sono chiusi, noi dovremo rispondergli che ci sono cose che non può fare, ci sono passaggi su cui non può intervenire e che non può chiudere.
Ma il porto deve essere un luogo e un momento di passaggio non solo per quegli uomini e quelle donne che stanno arrivando, ma anche per noi, che apparentemente rimaniamo fermi qui. Abbiamo bisogno di riconoscerci come uomini e donne che passano attraverso dei porti: è il passaggio che facciamo, o che dovremmo fare, da spettatori inermi ad attori, da consumatori a cittadini, da schegge di una comunità chiusa ed egoista a gocce in una fratellanza solidale sempre più ampia. Dei porti si può avere paura, perché è più facile stare nella sicurezza delle proprie case, nelle certezze che ci siamo costruiti, mentre ogni passaggio ha in sé un rischio. Lo sanno bene quelle donne e quegli uomini che accettano ogni giorno per sé e per i propri figli un pericolo che paralizzerebbe tanti di noi. Per questo dobbiamo andare loro incontro, dobbiamo capirli, dobbiamo riconoscerli come fratelli: quei porti li dobbiamo aprire a loro, ma anche a noi.

giovedì 14 giugno 2018

Riflessioni sulla situazione della classe operaia in Italia

Tre lavoratori morti ammazzati in pochi giorni: un bracciante, vittima delle condizioni schiavistiche create dalla pressione della grande distribuzione sulla produzione agricola gestita da mafie e caporali in Puglia e Calabria; un operaio delle Acciaierie venete investito da una colata di acciaio fuso e un operaio schiacciato da un muletto in Piemonte. Nel frattempo, un operaio della Fiat, licenziato insieme ad altri cinque colleghi per aver protestato contro chi ristruttura le aziende sulla pelle dei lavoratori – nel caso specifico dopo il suidicio di una cassaintegrata – si cosparge di benzina a Napoli e tenta il gesto estremo.

lunedì 4 giugno 2018

SOLO L’AMORE È NATURALE. IL RESTO È PREGIUDIZIO E IPOCRISIA

Io non sono un omosessuale. Anzi lo sono ma prima di essere e sentirmi “omo” di qualcosa o di qualcuno, io mi sento UN essere umano. E’ spesso una sensazione rabbrividevole perché porta a fare i conti con una essenza comune che non si vorrebbe condividere con chi, della stessa specie, è capace di sterminare milioni di persone nel nome della purezza razziale, per sete di dominio, magari unendo questi due fattori con il legaccio del sadismo, della megalomania che è estremizzazione di sentimenti tipicamente umani.
Non è sempre possibile pensarsi umani e potersi astrarre dal contesto complessivo dello spettacolo che il cammino esattamente umano offre.
“L’umanità si fa tanto per farsi”, diceva Carmelo Bene, significando che poi tanta importanza non riveste l’essere umani, l’essere vivi e l’essere parte di una incomprensibilità chiamata “vita” o “esistenza” nel suo più profondo senso che comprende la vita medesima.
Ma, fatto salvo che l’enigma rimane e che nessuno può scioglierlo, qui siamo e qui dobbiamo rimanere e quindi lo scopo dell’umanità dovrebbe essere quello di provare a migliorare sempre più le proprie condizioni di vita, di quel tempo minimo, rispetto alle dimensioni spazio-temporali dell’universo, che affrontiamo su questo pianeta.
Migliorare queste condizioni vuol dire provare ad essere felici, ad armonizzare l’esistenza di ciascuno nel contesto generale della collettività, dei popoli tutti.
Sentirsi umano dovrebbe significare anzitutto provare ai propri occhi e a tutti i sensi che non esistono differenze in ciò che chiamiamo amore e che ognuno di noi ama chi sente di poter amare: un uomo può amare una donna, una donna può amare un uomo, un uomo può amare un uomo, una donna può amare una donna, un essere umano può amare sia un uomo sia una donna, e così via.
Le relazioni di genere sono tali finché si ama solo un genere alla volta. Ma se si ama più generi, viene spontaneo parlare di essere umano nella sua completezza e unicità e non serve distinguerlo tra “uomo” e “donna”. Anzi, tra “maschio” e “femmina”, visto che si fa cenno al “genere”.
Ma non è lecito secondo morali millenarie amare il proprio stesso sesso (altra cosa rispetto al “genere”…): la famiglia, ci dice un ministro di questo nuovo governo che ancora deve ricevere la fiducia delle Camere, è naturale solo se si fonda sul matrimonio e questo non può che avvenire tra coppie formate da eterosessuali.
Per l’amore omosessuale non c’è riconoscimento nella costruzione di un nucleo familiare. Natura vuole, si dice, che un bambino o una bambina siano cresciuti da un uomo e da una donna.
Natura vuole. O forse è la morale cattolica che lo vuole. Forse è la morale di un certo oltranzismo a volerlo. La Natura non ha scritto nessuna tavola della legge.
Si nasce per il congiungimento di due corpi di differente sesso. Ma il dopo è frutto delle circostanze: ciò di cui necessita qualunque essere vivente, umano o non umano che sia, è l’amore: se volete chiamatelo più semplicemente “affetto”. Ognuno di noi lo distribuisce in maniera differente tra parenti, amici, amanti, semplici conoscenti, oggetti, ricordi, animali, piante.
L’affetto è la natura di noi stessi, è la regola della nostra natura. L’affetto lo possediamo tutti e tutti possiamo esprimerlo con sincerità, senza vincoli morali che dettino il genere a cui lo si deve rivolgere.
Due donne o due uomini possono voler bene ad un bambino così come gliene può volere una coppia “classica”, eterosessuale, fondata sul sacro vincolo del matrimonio.
Eppure non è un concetto difficile da comprendere: non è forse meglio l’amore di due padri che la privazione dell’amore per un bambino? Per un orfano non è forse meglio essere amato anche solo da un padre piuttosto che crescere senza entrambi i genitori? Certo che sì.
Ma il ministro non fa riferimento a tutte le circostanze che determinano le famiglie al di fuori dello schema classico uomo-donna: accetterà la vedovanza come condizione di necessità per la crescita ad affetto dimezzato (perdonate la banalizzazione). Quella la accetta sicuramente.
Ciò che non gli riesce proprio di accettare è che al binomio “naturale” padre-madre si affianchi l’eccezione uomo-uomo o donna-donna.
L’eccezionalità è rivoluzionaria, mina le certezze granitiche di uno schema imperturbabile, sconvolge mentalmente l’impostazione data dalla tradizione che si fonderebbe su una naturalità assoluta.
Eppure la natura non impedisce a due uomini di volere bene ad un figlio. Non impedisce nemmeno ad un figlio di ricevere l’amore di due madri. Non c’è un respingimento naturale: il bambino non subisce (lo dicono fior fiore di riviste scientifiche e, ancora meglio, migliaia di casi di “famiglie arcobaleno”) nessun trauma nella crescita.
Le divergenze che può riscontrare derivano non dal confronto che può fare tra la propria genitorialità e quella dei suoi coetanei, ma semmai dal pregiudizio che gli adulti istillano nei piccoli, magari anche indirettamente, con frasi mezze abbozzate. I bambini registrano tutto, tutto sentono e vedono e la loro attenzione è al massimo nei primi anni di vita.
Il passaggio del pregiudizio da genitore a figlio è frutto di un istante: il bambino, innocentemente, chiederà al suo amichetto: “Ma perché tu hai due papà?”.
E’ una domanda che non dovrebbe neppure nascere se non dalla libera spontanea osservazione del piccolo e non da suggestioni emotive e pregiudizi degli adulti.
E’ una domanda che ha diritto di esistere solo se proviene dalla curiosità del bambino. Nessuna spiegazione è mai colpevole di pregiudizialità se mette sullo stesso piano i diritti di tutti e l’amore che è libero, uguale e non vincolante alla morale cattolica o ad altre impostazioni e dottrine del comportamento umano.
La famiglia non si fonda sui legami di sangue, ma soltanto sull’affetto. E i diritti sono e devono essere sempre uguali per tutti, perché rispondono soltanto alla piena formazione dell’individuo e non alla tipologia di famiglia in cui è nato e cresciuto.
Ciò che importa è se è stato amato piuttosto che picchiato o ingiuriato. Ciò che conta non è la presunta perfezione naturale del ministro riguardo alla famiglia ma i valori a cui padri e madri si ispirano. Se si parte dal rispetto per ciascuno e per tutti, se la si smette di puntare il dito e di condannare, allora la società in cui si vive può dirsi civile. Altrimenti è solo un ennesimo luogo di crescita dell’iprocrisia.

sabato 19 maggio 2018

Anche il male ha fascino

In questi giorni nei cinema italiani è in programmazione il film Escobar – Il fascino del male, il cui successo è certo sostenuto dai due protagonisti, Javier Bardem e Penélope Cruz, due bravissimi attori, ma anche due personaggi assolutamente da copertina. Non ho ancora visto il film, questa definizione non vuole essere una recensione, ma il pretesto per spiegare qualcos’altro. So che Pablo Escobar è già stato raccontato in un film e soprattutto in una fortunata serie televisiva, Narcos, giunta alla terza stagione. Il trafficante colombiano è un “cattivo” di questi anni, uno dei peggiori probabilmente, è giusto che l’arte lo racconti.

domenica 13 maggio 2018

Perchè oggi si festeggia la #FestaDellaMamma #MothersDay, riflessioni sulla maternità

La Festa della mamma è per tradizione in Italia la seconda domenica del mese. Si celebra in tutto il mondo, e, per quanto gli italiani siano spesso tacciati di eccessivo attaccamento alla madre, hanno ereditato questa festa, ma non l’hanno creata.

lunedì 7 maggio 2018

Test Invalsi e alternanza scuola-lavoro: benvenuti nella scuola degli oppressi

La questione che si vuole sollevare nel breve documento che segue parte dalla necessità di analizzare uno strumento di valutazione introdotto nel 2002 come progetto a base campionaria, anonimo e con un unico fine statistico. I test, inizialmente, erano previsti per le classi seconde e quinte delle scuole primarie. Questo strumento ha poi subíto un processo di trasformazione tale che dal prossimo anno scolastico (2018/19) lo vedremo introdotto all’esame di stato, più  precisamente andrà a sostituire la terza prova della maturità.
Lo strumento a cui ci riferiamo è quello dei test invalsi, acronimo di Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione. È importante quindi andare a ricercare quale sia il disegno politico che ha condotto questo modello ad assumere sempre più rilevanza all’interno delle scuole di ogni grado.

domenica 22 aprile 2018

Riflessioni sul concetto di autorità e il fallimento educativo della scuola

È diventato un puro esercizio di retorica commentare e giudicare quanto accaduto al professore di Lucca bullizzato da un alunno che, con minacce e insulti, reclama un sei sul registro. Appare ridondante parlare di come la scuola abbia perso la sua centralità, di come il ruolo sociale ed educativo dei docenti sia venuto meno, di come le famiglie non sappiano più gestire le intemperanze dei loro figli, di come padri e madri siano diventati sindacalisti persino dei ragazzi più arroganti. Sono considerazioni che ciclicamente tornano ad alimentare il dibattito pubblico sul destino dell’istruzione in una società che sembra non avere più punti di riferimento.

lunedì 12 marzo 2018

La degenerazione porno-punitivo della donna

Spot pubblicitari che solleticano e sollecitano l’immaginario maschile in un’unica direzione: quella della donna come corpo sessualizzato. Immagini ai limiti del porno sadomaso, di stilisti che, implicitamente, non solo istigano allo stupro ma veicolano anche il messaggio che, a lei, alla donna, tutto sommato, lo stupro piace. Inquadrature televisive, sempre più indirizzate a sbirciare sotto le mini, quasi in angolature ginecologiche. Comportamenti e battutacce di uomini, spesso potenti e prepotenti, che mortificano la dignità di un soggetto, reo solo di non appartenere all’elite dei detentori del fallo. Giornalisti (Feltri, Farina, Sallusti) che, definirli sessisti, è far loro un complimento. E si potrebbe continuare così: la lista sarebbe lunga.

Un corpo, insomma, quello femminile, commercializzato e mercificato ad uso e consumo del virile desiderio; e un’intelligenza, quella muliebre, alla mercé del maschile svilimento. Con, in sovrapprezzo, la beffa dell’insulto sessista e moralista: in fondo, poi, se mostrano tanta sfrontatezza, spudoratezza, temerarietà, un po’ mignotte devono esserlo per davvero!

La cosiddetta e tanto sbandierata liberazione del corpo della donna, si è, in sostanza, nel corso di questi ultimi trent’anni, quasi trasformata in un boomerang, che ne ha travolto l’immagine, cristallizzandola in una sorta di oggetto pansessuale. Un oggetto, il cui unico scopo è deliziare lo sguardo maschile che, una volta accesosi di rude voluttà, ritiene di avere il diritto di passare all’atto, trasformando l’oggetto stesso della conteplazione in mera preda da sottomettere e di cui godere. Spesso, anche senza l’altrui consenso.

E i social, in un simile quadro, non hanno certo migliorato la situazione. Anzi. Non di rado, su queste moderne piazze della virtualità, frasi e immagini di contenuto sessista vengono utilizzate – anche dalle stesse donne – ergendosi come totem celebrativi di un rinnovato maschilismo. Un maschilismo, se si vuole, più infido e strisciante di prima perché risorto dalle sue stesse ceneri infuocate che una gelida bora oscurantista sta rapidamente spargendo, come seme guasto ma con alacre zelo restauratore, sulle contemporanee società occidentali, investite dall’orda della nuova reazione capitalistica.

Un capitalismo talmente eccessivo e violento, nelle sue divaricabili posture di dominio, da trasformare finanche il sesso -e, di conseguenza il corpo femminile – in un imperativo consumistico, regolato da un obbligo di plus godimento. D’altronde, è pur sempre profitto!

Proprio sui social, con una certa frequenza, ci si trova quindi a fare i conti con questa nuova forma di maschilismo provocatorio, volgare, finto libertario, a tratti vessatorio e umiliante. Post con immagini, video o commenti, di contenuto sessuale o sessista – che poi, su una piattaforma come facebook, in considerazione della sua particolarissima valenza semiotica e simbolica, assumono praticamente la stessa connotazione semantica – finiscono col dar luogo ad atteggiamenti avvilenti e sordidi che, lungi dall’essere divertenti, travalicano, non di rado, i limiti del buon gusto, sfociando nell’offesa della dignità della donna, principalmente – ma anche dell’uomo, nel momento stesso in cui sono i maschi ad essere considerati alla stregua di un mero pezzo di carne – quando non, addirittura, nella violenza.

È facile constatare come simili contenuti approdino all’insulto o insistano nell’atteggiamento sessista, anche se solo con frivole intenzioni, sui social o altrove. Atteggiamenti indecorosi – mi si passi questa parola dal sapore antico – che andrebbero considerati pericolose spie di un malessere sociale profondo, nonché come il prodotto di una semplificatoria superficialità del pensiero conformista; o, peggio, come la somma esponenziale di rabbie represse e addizionabili a quella temperie reazionaria e repressiva che sembra percorrere, da oltre un decennio, le schiene scoperte, non solo dell’Italia ma, come si accennava precedentemente, di tutte o quasi le società occidentali.

Superficialità, rabbie, aggressività pulsionali, che risulta troppo facile scaricare su quelle classi, generi, categorie, insomma su quei soggetti che, apparentemente, vengono percepiti come più facilmente attaccabili o indifesi: disoccupati, anziani, bambini, diversi, donne. Una percezione alterata – almeno nel caso di alcuni di quei soggetti, come, appunto, le donne – conseguenza di posture culturali, politiche, sociali, le quali altro non evidenziano che il marcatore genetico dell’ideologia dominante e largamente diffusa, tutta coniugata al maschile. Quella stessa ideologia che spinge, non certo accidentalmente, i signori uomini, nelle loro spesso distorte relazioni col femminile, ad oltrepassare gli argini, confondendo avance, scherzo di cattivo gusto e molestia.

A tal proposito, tutti abbiamo commesso e commettiamo errori e leggerezze, figurarsi. Ma sarebbe buona norma, sempre e comunque, almeno lasciarsi guidare dal principio ispiratore fondamentale del liberalismo borghese: la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro.

E la donna, per parafrasare Simon de Beauvoir o Carla Lonzi, è il nostro Altro. D’altronde, è inutile prendersi in giro con cavillosi e sofistici ragionamenti autoassolutori o peggio giustificatori: sanno bene, i “colleghi”maschi, come e quando un comportamento può diventare volgare, fastidioso, molesto o, ancor peggio, violento; e quando, invece, ci si limita al provarci.

Uno sguardo, una tenerezza, il più delle volte bastano e avanzano, per capirsi. E seppure si è frainteso, il “no” ferma. È la regola o dovrebbe esserlo. Anche nella coppia consolidata. Invece, troppo spesso un “no” si trasforma in una cocente ferita narcisistica, cui seguono reazioni, troppo di frequente, parossistiche.

Il reciproco stare come soggettività l’uno accanto all’altro, nel rispetto dell‘altrui diversità, dovrebbe considerarsi norma dettata dalla logica e vieppiù intima consapevolezza e, per dirla ancora con la Lonzi, l’essenza di un rapporto di coppia. Difficile, certo, ma non impossibile.

Ebbene, per riprendere quanto si diceva immediatamente sopra, immagini e video a sfondo sessista andrebbero considerati – almeno dai più avveduti – in quell’infantile e autoreferenziale gioco di complicità tra maschi, esattamente per quello che sono: divertimento pecoreccio, da caserma, con vaghi echi fascisteggianti.

Un divertimento che non poche donne, oggi, considerano però naturale proporre, tra loro o anche nel rapporto con partner occasionali, non comprendendo, talvolta, nell’elettrizzante e stuzzicante coinvolgimento di una presunta trasgressione, che l’utilizzo poco accorto quando non spregiudicato dei social (facebook e watsapp, in primis) l’invio di video e foto, specie se di carattere personale – le chat erotiche sembrano diventate la nuova frontiera virtuale di un sesso sempre meno goduto e sempre più mestamente porno-rappresentato – non solo costituiscono l’introiezione di un cliché maschile mutuato e riprodotto ma, nel secondo caso, finiscono col gratificare proprio quell’immaginario, con il suo fallocentrato apparato simbolico, al quale ci si vorrebbe opporre per contrasto. Insomma, diciamolo chiaramente: un inganno più o meno etero-indotto ma decidecisamente auto-inflitto.

Mi corre l’obbligo però, a questo punto, di fare una doverosa precisazione, per non cadere in un imperdonabile equivoco, considerando il nostro giornale e la sua vocazione marxista. Qui, sia ben chiaro, non si sta esprimendo alcun giudizio morale, ci mancherebbe pure! Il campo delle fantasie sessuali è libero, aperto, divertente, vario e va vissuto appieno. Ciascuno, nella sua intimità, fa ciò che vuole, sempre nello scambievole rispetto dei desideri altrui e nella piena consapevolezza delle proprie azioni. Si tratta semplicemente di un mio personalissimo pensiero. Un pensiero innanzitutto, necessariamente e imprescindibilmente Politico.

In un periodo di grandissima confusione all’interno della sfera dei rapporti e del conflitto di genere, e nel guado di un passaggio storico tristemente reazionario, che vede la cultura fallocratica, patriarcale e capitalistica, tornare a soggiogare, in un fittizio e ambiguo richiamo alla libertà, il corpo femminile al puro desiderio virile – spesso manifestato, come accenavo sopra, con aggressività e violenza – credo che vada, ancor più di prima, chiarito che la liberazione della donna non debba tradursi, come molti uomini pensano, in un trastullo per gli occhi, le mani e il membro do lor signori.

Un pensiero, ad esseri sinceri, che attraversa la mente anche di molte donne, influenzate da un femminismo borghese e di matrice, essenzialmente, liberal-liberista. Quello stesso femminismo capace di scorgere, nella sola illusoria tutela giuridica, da parte di uno Stato che si regge sulla natura e la concezione esclusivamente maschile di comando – oltre che classista – lo strumento di difesa e di affermazione di una libertà che, in tal modo, finisce col trasformarsi, invece, in un surrogato di libertà, elargita, per concessione regale, dal maschio dominante. Si capisce quindi, con queste premesse, che solo la lotta su un terreno di classe può essere propedeutica ad una effettiva e piena liberazione della donna stessa.

Libertà, infatti, vuol dire libertà di scelta. Libertà scevra da condizionamenti culturali, mode sociali – vedi facebook, appunto – e ricatti esistenziali. Libertà dalla schiavitù del bisogno. Libertà dalla variabile economica. Libertà, insomma, dal Potere, la cui sovrastruttura ideologica risulta impregnata di testosterone anche quando viene esercitato – molto più di rado, tuttavia – da donne. Donne che, in larga parte, hanno mutuato una weltanschauung tutta inscritta nell’immaginario patriarcale e padronale tipico del maschio. Un immaginario di dominio che tende a ridurre l’altro a puro oggetto di piacere o a soggettività subordinata.

Libera, pertanto, non vuol dire libera di essere molestata o di elargire sesso, proprio malgrado, altrimenti correndo vigliaccamente il rischio di beccarsi pure l’accusa di bacchettona o bigotta.

In conclusione, ci troviamo ormai, nelle nostre società Occidentali e occidentalizzate, e nell’epoca dello schizocapitalismo finanziario e globalizzato – per riprendere l’affascinante e calzante concetto elaborato da Deleuze – al cospetto di un immaginario porno-punitivo, sospeso sul baratro della perversione realizzata. Un immaginario che si regge su una catena significante e semantica, concettuale e desiderante, all’ombra della quale si rivelano le pulsioni (desideri?) più oscure di un’umanità ridotta a merce e a puro coefficiente consumistico.

Il sesso, lungi dall’essere finalmente liberato dagli opprimenti lacciuoli della morale religiosa e borghese, dietro le quinte di quello Spettacolo che è, oramai, il Capitale divenuto visione – e visione social – si è via via trasformato in un paradossale e mortifero dogma super egoico, porno/liberal ed economico/punitivo, di tipo solipsistico e masturbatorio – incastrato tra frantumazioni dell’Io e sbandamenti dell’inconscio – il cui algoritmo rivelatore, come sempre, è il corpo femminile. Sovraesposto, oggettualizzato e, infine, stuprato dal godimento del fallo, per citare Lacan.

Insomma, in poche parole, siamo al paradigma declinato, in ogni sua voce, specie al femminile, della mercificazione del sesso e della reificazione dell’essere umano. Con l’aggravante aggiunta di classismo e razzism. L’esotico, soprattutto se sotto specie di immigrato e se povero, è preda sempre più desiderabile e facilmente soggiogabile, quando non stuprabile!

Una mercificazione che, in qualunque forma si verifichi, finisce con l’nquietare, e perciò andrebbe respinta con fermezza. Soprattutto se prodotta su una piazza virtuale, il cui potenziale di rischio e di violenza è incalcolabile e, quel che è peggio, con conseguenze imprevedibili.

domenica 18 febbraio 2018

Ecco perchè, oggi più di ieri, dobbiamo temere il fascismo

Per capire meglio quello che sta avvenendo in questo momento storico in Italia, è indispensabile provare a riflettere sul nostro, tutto sommato recente, passato.

Nel nostro paese – e poi nel resto d’Europa – il fascismo è nato, dopo la fine del primo conflitto mondiale, come reazione del capitalismo alla rivoluzione comunista, che quello che era successo in Russia aveva reso – drammaticamente dal punto di vista dei padroni e dei conservatori – reso possibile anche da noi. La nascita del fascismo è incomprensibile se non si tiene conto del cosiddetto “biennio rosso”, ossia della fase più autenticamente rivoluzionaria vissuta dal nostro paese nel corso del Novecento. Grazie alla crisi seguita alla fine della guerra, grazie alla profonda sfiducia che era cresciuta tra le classe popolari verso le istituzioni – in primis l’esercito – che le avevano costrette a combattere in quel drammatico conflitto, grazie a una crescita in quelle stesse classi di una nuova consapevolezza democratica, che quella stessa guerra – in maniera paradossale – aveva contribuito a sostenere, una rivoluzione comunista sembrò allora possibile in Italia. La paura della rivoluzione rese necessaria una reazione e così nacque il movimento fascista, che infatti, finanziato dagli agrari, dagli industriali, dai banchieri, sostenuto da tutte le forze della conservazione – dall’esercito alla chiesa cattolica – ebbe come primi e principali obiettivi proprio i fulcri della rivoluzione nascente e possibile: le camere del lavoro, i giornali della sinistra, i leader e gli intellettuali che erano le guide di quel movimento. E non fu un caso che le forze del capitale scelsero come capi di quel movimento uomini che erano stati tra i rivoluzionari, uomini che conoscevano bene le classi che dovevano guidare. Il fascismo rappresentò l’altra risposta possibile alla crisi e per questo, sgombrato il campo dall’opzione comunista, divenne un movimento popolare, anche perché, ottenuto il potere, seppe fornire risposte a quel popolo che chiedeva un futuro diverso. Il welfare corporativo e fascista creò una vasta area di consenso popolare, che solo la nuova guerra fece diminuire: se il regime non avesse deciso di scendere a fianco della Germania e avesse mantenuto una posizione simile a quella della Spagna franchista, la storia italiana sarebbe stata diversa, perché il fascismo sarebbe durato ben più a lungo.
Negli anni della repubblica i fascisti, pur non costituendo più un movimento popolare e di massa, come era avvenuto prima della guerra, rimasero uno strumento a disposizione delle forze della reazione. Quando secondo loro l’Italia si spostava troppo a sinistra, quando crescevano e si affermavano le idee progressiste, le forze del capitale usavano i fascisti per rimettere le cose in equilibrio, il loro equilibrio. Così l’ingresso dei socialisti al governo fu seguito dal tentato colpo di stato del generale Borghese e al Sessantotto e alle riforme sociali di quegli anni fu risposto con la stagione delle stragi fasciste, da piazza Fontana alla stazione di Bologna. I fascisti, ben presenti nelle istituzioni, nelle forze dell’ordine, nell’esercito, nei servizi segreti, erano sempre disponibili come strumento della reazione.
Ma adesso? A cosa stanno reagendo? In Italia non esistono partiti di sinistra – l’ultimo che c’era l’abbiamo distrutto noi qualche anno fa – ma soprattutto non esiste una cultura di sinistra, se non in una minoranza che non può certo costituire per loro un pericolo. Le forze del capitale non sono mai state così forti, il capitalismo è l’unica ideologia che sia rimasta. Non siamo certo né al “biennio rosso” né alla stagione delle riforme dell’inizio dei Settanta. In un paese in cui non abbiamo paura di sfidare il ridicolo definendo “sinistra radicale” Grasso e D’Alema, a cosa serve una reazione fascista? Non può servire contro il Movimento Cinque stelle che, pur nella sua duttilità ideologica, non può certo definirsi di sinistra e certamente non è anticapitalista. E proprio la mancanza di altre risposte crea uno spazio inimmaginabile per quelle offerte dal fascismo. Se di fronte all’insicurezza di fasce crescenti di persone la sinistra non ha più voce, l’unica proposta che viene fatta – quella che individua negli “altri” i nemici, quella che chiede sicurezza e repressione – finisce per diventare maggioritaria. Se la sinistra non parla più alle classi più povere, stremate dalla crisi, o se ci parla usa parole troppo difficili, queste ascolteranno chi invece continua a parlare con loro, usando un linguaggio brutalmente semplice.
Sono molto preoccupato, perché vedo che è la prima volta che il fascismo viene usato non come reazione contro qualcosa che cresce nella società, ma come azione diretta. Vedo che il capitalismo non si acconta di aver vinto, ma vuole stravincere e per questo ha deciso di tirare fuori dagli armadi il proprio vecchio armamentario fascista – che è servito così bene fino ad ora – con l’attiva complicità delle forze dell’ordine e delle istituzioni che si sono messe immediatamente messe al loro servizio. Lo schema è quello che conosciamo bene – la violenza verbale e fisica, l’ostentazione della forza – ma questa volta non risponde a qualcosa, è preventivo.

sabato 10 febbraio 2018

Il mondo come unica CASA

Il mondo è come un immenso prato punteggiato di miliardi di fiori variopinti e profumati. Gli uomini e le donne di qualsiasi etnia, cultura, lingua, religione sono come fiori che, se pur di diverso colore e profumo, hanno tutti uguale dignità.

venerdì 29 dicembre 2017

Riflessione sulla Condivisione e il dono

Cos'è la parola "Condivione"? Quale impennata ha avuto questa parola negli ultimi anni? Il concetto di condivisione è stato ribaltato, plasmato, rivoltato, uscendone deformato per sempre. Il Natale è appena passate e da sempre è sinonimo di condivisione. Per un momento bisognerebbe fermarsi a riflettere sul significato della vera condivisione.

giovedì 31 agosto 2017

NOI E LORO

Oggi vogliamo riflettere seriamente sul bisogno intrinseco del uomo di fare divisioni (noi e loro). Nel contesto attuale è in voga il dualismo: Razzismo: noi e loro esiste eccome vs Civiltà è: noi e loro uguali diritti e doveri. 

Uguali e pari non sono tutte le culture e le civiltà (meglio civilitation). Uguali e pari non sono tutte le concezioni del mondo e le gerarchie dai valori e neanche uguali per tutte le culture sono quelli che la nostra cultura chiama diritti universali dell’umanità. La nostra cultura contempla, pensa diritti universali dell’umanità. Altre culture non lo fanno, ignorano il concetto stesso di diritti universali dell’umanità tutta. O considerano diritti ciò che per altre culture è soggezione e/o oscurantismo.

Il noi e il loro esiste Nella realtà. Vederlo, riconoscerlo non è razzismo. Negare esista il noi e il loro non taglia le gambe al razzismo. Al contrario dà, regala al razzismo una artefatta base di oggettività. Se si nega quel che è, il noi e il loro appunto, si offre al razzista una base per sbatterti sul muso la realtà.

Ci sono molti noi e loro, anche all’interno delle società che condividono la stessa civilitation. Anche nella stessa società e cultura occidentale ci sono molti ampi noi e loro. Un noi e loro divide che crede e si affida al pensiero magico e chi a quello scientifico. Un noi e loro tra detrattori e nemici della democrazia e chi dalla democrazia si sente protetto e difeso. Un noi e loro quasi antropologico, ad esempio tra chi si affida a Medjugorje e chi alla medicina, tra chi pensa il nazismo sia un’opinione e chi ritiene sia ancora qui e oggi un crimine dei peggiori…Un noi e loro spesso lo si riscontra anche dentro la stessa civiltà.

Tra civilizzazioni diverse il noi e loro è lampante. La cultura e la storia arabo-islamica oggi condividono l’idea dello Stato e Chiesa uniti in una teocrazia: la legge di dio che coincide con quella degli uomini. La cultura occidentale ha respinto a prezzo di secoli di sangue questo concetto, definendolo come uno dei killer della libertà. La cultura e la storia arabo-islamica hanno dato vita a società sessuofobe fino alla psicosi e che considerano al donna inferiore e impura. 

E nell’economia, nel pregare, nel nutrirsi, nel riprodursi il noi e loro esiste eccome sul pianeta. Non solo con il mondo islamico dove il noi e loro appare spesso stridente se non conflittuale. Esiste il noi e il loro con civilizzazioni orientali e lo riscontriamo talvolta come dato esotico, talaltra con sereno stupore.

In europa siamo qui e oggi chiamati a un noi e loro ravvicinato, molto ravvicinato. Non una novità nella storia dal punto di vista qualitativo. Nei secoli commistioni di etnie sono state la regola, ciascuno di noi, razzisti compresi, è un ibrido etnico. Proprio nel sangue e nei geni, quelli che i custodi del sangue e della terra vogliono mantenere “puri”, ci sono le prove dell’ibrido e della commistione.

Per navigare con giusta rotta in questo noi e loro molto ravvicinato c’è una sola bussola: non siamo uguali ma abbiamo uguali diritti e doveri noi e loro.

Se noi neghiamo loro i diritti che abbiamo stabilito come universali per l’umanità, allora siamo razzisti e incivili anche secondo i nostri parametri. Non c’è scusa o alibi che tenga. Non quelli della brava gente, è sempre la brava gente che nella storia fa i pogrom, i genocidi, i lager. Fino ad un attimo prima sono sempre tutti brava gente. Non l’alibi o la scusa dell’invasione e del prima…noi. Chi sceglie di negare a loro i diritti che sono per noi universali fa scelta precisa contro la civiltà occidentale. Punto.

Se loro non accettano, non riconoscono, combattono qui e altrove i diritti che noi riconosciamo come universali allora loro sono incivili e avversari di una civiltà libera. Non c’è rispetto per tradizioni e culture altrui che possa ribaltare o oscurare questo dovere civile che noi abbiamo di preservare la civiltà dei diritti universali.

Noi su questo pianeta abbiamo parlato di diritti universali per tutta l’umanità senza distinzione di razza, genere, religione… Lo abbiamo messo nelle nostri Costituzioni, nella nostra vita, nel rispetto e considerazione che abbiamo per noi stessi. Loro hanno gli stessi diritti e doveri che riconosciamo a noi stessi, lo abbiamo detto noi! Abbiamo lottato, combattuto e sofferto per questo. E oggi dobbiamo noi esigere siano applicati a loro i nostri stessi diritti. Se qualcuno di noi non lo fa non è al contrario boicottaggio della nostra stessa civiltà.

Ma per essere davvero civili come noi intendiamo non c’è alcun bisogno e dovere di raccontarci una cosa falsa e cioè che noi e loro uguali siamo su usi, costumi, morale, etica, filosofia… No, siamo diversi e noi abbiamo certamente qualcosa da insegnare a loro: l’universalità dei diritti dell’umanità appunto. Qui, qui e oggi c’è un punto di superiorità di una civilisation rispetto ad altre. La lezione delle libertà degli umani senza distinzione di etnia, genere, religione…tanto meno tribù, setta e numero di volte in cui ci si inginocchia e la direzione del corpo che prega.