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mercoledì 11 luglio 2018

PENSIERI DI UNA NOTTE D'ESTATE

lo dico solo basta con questa immane cazzata del governo del popolo. lo voglio vedere delle élite che sono culturalmente e intellettualmente anni luce davanti a me prendere decisioni logiche che magari non comprendo ma che fanno bene a me, all’Italia, all’economia, al mondo.
Chiarisco subito: non sto parlando di una fantomatica entità astratta e parassitaria nota come "élite" scelta da Dio che si passa la carica per via ereditaria. Intendevo solo dire che magari le persone dovrebbero smetterla di votare in base a "mi dà fiducia perché mi ricorda proprio il mio macellaio.
"Chiudiamo i porti" "BRAVISSIMI, È QUELLO CHE AVREI FATTO ANCHE IO!" Ma il fatto che dei politici attuino le stesse politiche che faresti tu che sei un elettrauto o un pescivendolo (con tutto il rispetto) non ti fa sorgere un minimo il sospetto che siano, magari, delle puttanate? Chiedo. 

"L'ho votato perché é proprio l'uomo della strada, uno come noi, potrebbe essere il mio vicino di casa'C Ma chi cazzo vuole farsi governare dal mio vicino di case?! Uno che non sa prendere le decisioni giuste alle assemblee condominiali, figuriamoci al governo di una nazione.

lo ve lo dico, vi fotte I'arroganza  e la prepotenza. L'idea che al governo "Ci sia uno come voi” e che questo sia un bene anziché un disastro é figlia della tendenza a sopravvalutarsi‘ Siamo mediocri  e senza etica. C'é gente eccellente là fuori, ma sono pochi e invisibili. E non ne fa parte Di Maio ne Salvini.

GERD

venerdì 29 giugno 2018

Riflessioni sulla povertà

Se non fosse per la drammaticità che i numeri si trascinano dietro, mi stava facendo sorridere la distinzione tra “povertà relativa” e “povertà assoluta”: la prima connota quei cittadini che rinunciano a determinate spese, quindi che riducono i consumi; la seconda invece è un indice di grave mancanza di soddisfazione dei più elementari bisogni primari.

venerdì 15 giugno 2018

Perchè dovremmo aprire i porti?

La parola porto deriva, attraverso il latino, dal greco poreytòs, in cui riconosciamo la stessa radice che troviamo in pòros, che significa passaggio: il porto quindi non è mai una destinazione, ma un luogo – o magari un momento – di passaggio, da un luogo a un altro, da una condizione a un’altra. Dovrebbero ricordare questa semplice definizione sia il ministro che in questi giorni ha dichiarato che i porti italiani saranno chiusi, sia i sindaci di grandi città sul mare che, magari solo per fare polemica contro il partito di quel ministro o forse perché ci credono davvero, hanno detto che vorrebbero aprire i porti delle loro città. Ma dovrebbero ricordare questa definizione anche le autorità francesi che hanno creato a Calais, un porto così importante per la storia di quel paese, un grande campo, chiamato significativamente The Jungle, che – nonostante sia ufficialmente chiuso – è ancora una destinazione per troppe persone.
Quel ministro ha certamente l’autorità per “chiudere” un luogo fisico, una banchina dove dovrebbe attraccare una nave, come io ho il permesso di dire che questa decisione è sbagliata, tragicamente sbagliata, perché è immorale il divieto di attracco e quindi di sbarco di una nave dove si trovano 629 persone, tra cui bambini, donne in gravidanza, persone malate. Non credo che un sindaco abbia il potere di aprire quel luogo che il ministro ha chiuso, ma il tema non è il luogo fisico e chi ne abbia le chiavi.
Un ministro non può impedire un passaggio da una condizione a un’altra. L’uomo – o la donna – che decide di lasciare il proprio paese perché in quel luogo non ci sono più le condizioni politiche, economiche, sociali, per vivere, non è più un cittadino sottoposto alle leggi del suo paese, ma un esule, che quelle regole non può più – o non vuole più – rispettare, e che quindi deve essere sottoposto a nuovi doveri, ovviamente in cambio di nuovi diritti. L’uomo – o la donna – dal momento che è partito diventa qualcun altro, qualcuno a cui noi dobbiamo garantire precisi diritti, come ci insegnano già gli antichi. E hanno ancora più diritti quelli che nel linguaggio burocratico chiamiamo “minori non accompagnati”, ma che poi sono bambine e bambini, le cui famiglie hanno una sola possibilità e devono scegliere: uno solo può fare quel viaggio, per uno solo ci sono i soldi, e viene scelto il più debole, quello che soffrirà di più, ma anche quello che potrà vivere di più. Anche qui c’è un passaggio, quel bambino – o quella bambina – diventa un orfano.
Naturalmente non tutti quelli che partono hanno questi diritti, alcuni non li hanno mai avuti – se non il diritto di essere salvati in caso di imminente pericolo – perché il loro obiettivo è lasciare un paese, dove magari stanno davvero male anche loro, ma per commettere dei reati, e con l’intento di non rispettare le leggi del paese in cui vogliono arrivare. Compito di un ministro sarebbe quello di organizzare un sistema di controlli rapido, efficiente e sicuro, attraverso cui separare il grano dal loglio. A parte che fare una cosa del genere è difficile, e richiederebbe tempo – tempo che immagino il ministro non abbia, visto che è sempre in giro a fare dichiarazioni – fare questo sarebbe controproducente per quel ministro, dal momento che il suo partito per ottenere voti ha bisogno che arrivino stranieri in maniera irregolare. Ma soprattutto quelli che votano per quel ministro hanno bisogno di stranieri senza diritti, altrimenti non saprebbero chi far lavorare nei loro campi o nelle loro fabbriche con paghe da fame o non saprebbero a chi affittare in nero le loro case. E allora qui assistiamo a un altro passaggio, quell’uomo – o quella donna – da esule che era, diventa uno sfruttato; e si tratta di un passaggio su cui il ministro e i suoi elettori chiudono volentieri un occhio.
Quando il ministro urlerà ancora che i nostri porti sono chiusi, noi dovremo rispondergli che ci sono cose che non può fare, ci sono passaggi su cui non può intervenire e che non può chiudere.
Ma il porto deve essere un luogo e un momento di passaggio non solo per quegli uomini e quelle donne che stanno arrivando, ma anche per noi, che apparentemente rimaniamo fermi qui. Abbiamo bisogno di riconoscerci come uomini e donne che passano attraverso dei porti: è il passaggio che facciamo, o che dovremmo fare, da spettatori inermi ad attori, da consumatori a cittadini, da schegge di una comunità chiusa ed egoista a gocce in una fratellanza solidale sempre più ampia. Dei porti si può avere paura, perché è più facile stare nella sicurezza delle proprie case, nelle certezze che ci siamo costruiti, mentre ogni passaggio ha in sé un rischio. Lo sanno bene quelle donne e quegli uomini che accettano ogni giorno per sé e per i propri figli un pericolo che paralizzerebbe tanti di noi. Per questo dobbiamo andare loro incontro, dobbiamo capirli, dobbiamo riconoscerli come fratelli: quei porti li dobbiamo aprire a loro, ma anche a noi.

giovedì 14 giugno 2018

Riflessioni sulla situazione della classe operaia in Italia

Tre lavoratori morti ammazzati in pochi giorni: un bracciante, vittima delle condizioni schiavistiche create dalla pressione della grande distribuzione sulla produzione agricola gestita da mafie e caporali in Puglia e Calabria; un operaio delle Acciaierie venete investito da una colata di acciaio fuso e un operaio schiacciato da un muletto in Piemonte. Nel frattempo, un operaio della Fiat, licenziato insieme ad altri cinque colleghi per aver protestato contro chi ristruttura le aziende sulla pelle dei lavoratori – nel caso specifico dopo il suidicio di una cassaintegrata – si cosparge di benzina a Napoli e tenta il gesto estremo.

lunedì 4 giugno 2018

SOLO L’AMORE È NATURALE. IL RESTO È PREGIUDIZIO E IPOCRISIA

Io non sono un omosessuale. Anzi lo sono ma prima di essere e sentirmi “omo” di qualcosa o di qualcuno, io mi sento UN essere umano. E’ spesso una sensazione rabbrividevole perché porta a fare i conti con una essenza comune che non si vorrebbe condividere con chi, della stessa specie, è capace di sterminare milioni di persone nel nome della purezza razziale, per sete di dominio, magari unendo questi due fattori con il legaccio del sadismo, della megalomania che è estremizzazione di sentimenti tipicamente umani.
Non è sempre possibile pensarsi umani e potersi astrarre dal contesto complessivo dello spettacolo che il cammino esattamente umano offre.
“L’umanità si fa tanto per farsi”, diceva Carmelo Bene, significando che poi tanta importanza non riveste l’essere umani, l’essere vivi e l’essere parte di una incomprensibilità chiamata “vita” o “esistenza” nel suo più profondo senso che comprende la vita medesima.
Ma, fatto salvo che l’enigma rimane e che nessuno può scioglierlo, qui siamo e qui dobbiamo rimanere e quindi lo scopo dell’umanità dovrebbe essere quello di provare a migliorare sempre più le proprie condizioni di vita, di quel tempo minimo, rispetto alle dimensioni spazio-temporali dell’universo, che affrontiamo su questo pianeta.
Migliorare queste condizioni vuol dire provare ad essere felici, ad armonizzare l’esistenza di ciascuno nel contesto generale della collettività, dei popoli tutti.
Sentirsi umano dovrebbe significare anzitutto provare ai propri occhi e a tutti i sensi che non esistono differenze in ciò che chiamiamo amore e che ognuno di noi ama chi sente di poter amare: un uomo può amare una donna, una donna può amare un uomo, un uomo può amare un uomo, una donna può amare una donna, un essere umano può amare sia un uomo sia una donna, e così via.
Le relazioni di genere sono tali finché si ama solo un genere alla volta. Ma se si ama più generi, viene spontaneo parlare di essere umano nella sua completezza e unicità e non serve distinguerlo tra “uomo” e “donna”. Anzi, tra “maschio” e “femmina”, visto che si fa cenno al “genere”.
Ma non è lecito secondo morali millenarie amare il proprio stesso sesso (altra cosa rispetto al “genere”…): la famiglia, ci dice un ministro di questo nuovo governo che ancora deve ricevere la fiducia delle Camere, è naturale solo se si fonda sul matrimonio e questo non può che avvenire tra coppie formate da eterosessuali.
Per l’amore omosessuale non c’è riconoscimento nella costruzione di un nucleo familiare. Natura vuole, si dice, che un bambino o una bambina siano cresciuti da un uomo e da una donna.
Natura vuole. O forse è la morale cattolica che lo vuole. Forse è la morale di un certo oltranzismo a volerlo. La Natura non ha scritto nessuna tavola della legge.
Si nasce per il congiungimento di due corpi di differente sesso. Ma il dopo è frutto delle circostanze: ciò di cui necessita qualunque essere vivente, umano o non umano che sia, è l’amore: se volete chiamatelo più semplicemente “affetto”. Ognuno di noi lo distribuisce in maniera differente tra parenti, amici, amanti, semplici conoscenti, oggetti, ricordi, animali, piante.
L’affetto è la natura di noi stessi, è la regola della nostra natura. L’affetto lo possediamo tutti e tutti possiamo esprimerlo con sincerità, senza vincoli morali che dettino il genere a cui lo si deve rivolgere.
Due donne o due uomini possono voler bene ad un bambino così come gliene può volere una coppia “classica”, eterosessuale, fondata sul sacro vincolo del matrimonio.
Eppure non è un concetto difficile da comprendere: non è forse meglio l’amore di due padri che la privazione dell’amore per un bambino? Per un orfano non è forse meglio essere amato anche solo da un padre piuttosto che crescere senza entrambi i genitori? Certo che sì.
Ma il ministro non fa riferimento a tutte le circostanze che determinano le famiglie al di fuori dello schema classico uomo-donna: accetterà la vedovanza come condizione di necessità per la crescita ad affetto dimezzato (perdonate la banalizzazione). Quella la accetta sicuramente.
Ciò che non gli riesce proprio di accettare è che al binomio “naturale” padre-madre si affianchi l’eccezione uomo-uomo o donna-donna.
L’eccezionalità è rivoluzionaria, mina le certezze granitiche di uno schema imperturbabile, sconvolge mentalmente l’impostazione data dalla tradizione che si fonderebbe su una naturalità assoluta.
Eppure la natura non impedisce a due uomini di volere bene ad un figlio. Non impedisce nemmeno ad un figlio di ricevere l’amore di due madri. Non c’è un respingimento naturale: il bambino non subisce (lo dicono fior fiore di riviste scientifiche e, ancora meglio, migliaia di casi di “famiglie arcobaleno”) nessun trauma nella crescita.
Le divergenze che può riscontrare derivano non dal confronto che può fare tra la propria genitorialità e quella dei suoi coetanei, ma semmai dal pregiudizio che gli adulti istillano nei piccoli, magari anche indirettamente, con frasi mezze abbozzate. I bambini registrano tutto, tutto sentono e vedono e la loro attenzione è al massimo nei primi anni di vita.
Il passaggio del pregiudizio da genitore a figlio è frutto di un istante: il bambino, innocentemente, chiederà al suo amichetto: “Ma perché tu hai due papà?”.
E’ una domanda che non dovrebbe neppure nascere se non dalla libera spontanea osservazione del piccolo e non da suggestioni emotive e pregiudizi degli adulti.
E’ una domanda che ha diritto di esistere solo se proviene dalla curiosità del bambino. Nessuna spiegazione è mai colpevole di pregiudizialità se mette sullo stesso piano i diritti di tutti e l’amore che è libero, uguale e non vincolante alla morale cattolica o ad altre impostazioni e dottrine del comportamento umano.
La famiglia non si fonda sui legami di sangue, ma soltanto sull’affetto. E i diritti sono e devono essere sempre uguali per tutti, perché rispondono soltanto alla piena formazione dell’individuo e non alla tipologia di famiglia in cui è nato e cresciuto.
Ciò che importa è se è stato amato piuttosto che picchiato o ingiuriato. Ciò che conta non è la presunta perfezione naturale del ministro riguardo alla famiglia ma i valori a cui padri e madri si ispirano. Se si parte dal rispetto per ciascuno e per tutti, se la si smette di puntare il dito e di condannare, allora la società in cui si vive può dirsi civile. Altrimenti è solo un ennesimo luogo di crescita dell’iprocrisia.

sabato 19 maggio 2018

Anche il male ha fascino

In questi giorni nei cinema italiani è in programmazione il film Escobar – Il fascino del male, il cui successo è certo sostenuto dai due protagonisti, Javier Bardem e Penélope Cruz, due bravissimi attori, ma anche due personaggi assolutamente da copertina. Non ho ancora visto il film, questa definizione non vuole essere una recensione, ma il pretesto per spiegare qualcos’altro. So che Pablo Escobar è già stato raccontato in un film e soprattutto in una fortunata serie televisiva, Narcos, giunta alla terza stagione. Il trafficante colombiano è un “cattivo” di questi anni, uno dei peggiori probabilmente, è giusto che l’arte lo racconti.

domenica 13 maggio 2018

Perchè oggi si festeggia la #FestaDellaMamma #MothersDay, riflessioni sulla maternità

La Festa della mamma è per tradizione in Italia la seconda domenica del mese. Si celebra in tutto il mondo, e, per quanto gli italiani siano spesso tacciati di eccessivo attaccamento alla madre, hanno ereditato questa festa, ma non l’hanno creata.

lunedì 7 maggio 2018

Test Invalsi e alternanza scuola-lavoro: benvenuti nella scuola degli oppressi

La questione che si vuole sollevare nel breve documento che segue parte dalla necessità di analizzare uno strumento di valutazione introdotto nel 2002 come progetto a base campionaria, anonimo e con un unico fine statistico. I test, inizialmente, erano previsti per le classi seconde e quinte delle scuole primarie. Questo strumento ha poi subíto un processo di trasformazione tale che dal prossimo anno scolastico (2018/19) lo vedremo introdotto all’esame di stato, più  precisamente andrà a sostituire la terza prova della maturità.
Lo strumento a cui ci riferiamo è quello dei test invalsi, acronimo di Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione. È importante quindi andare a ricercare quale sia il disegno politico che ha condotto questo modello ad assumere sempre più rilevanza all’interno delle scuole di ogni grado.

domenica 22 aprile 2018

Riflessioni sul concetto di autorità e il fallimento educativo della scuola

È diventato un puro esercizio di retorica commentare e giudicare quanto accaduto al professore di Lucca bullizzato da un alunno che, con minacce e insulti, reclama un sei sul registro. Appare ridondante parlare di come la scuola abbia perso la sua centralità, di come il ruolo sociale ed educativo dei docenti sia venuto meno, di come le famiglie non sappiano più gestire le intemperanze dei loro figli, di come padri e madri siano diventati sindacalisti persino dei ragazzi più arroganti. Sono considerazioni che ciclicamente tornano ad alimentare il dibattito pubblico sul destino dell’istruzione in una società che sembra non avere più punti di riferimento.

lunedì 12 marzo 2018

La degenerazione porno-punitivo della donna

Spot pubblicitari che solleticano e sollecitano l’immaginario maschile in un’unica direzione: quella della donna come corpo sessualizzato. Immagini ai limiti del porno sadomaso, di stilisti che, implicitamente, non solo istigano allo stupro ma veicolano anche il messaggio che, a lei, alla donna, tutto sommato, lo stupro piace. Inquadrature televisive, sempre più indirizzate a sbirciare sotto le mini, quasi in angolature ginecologiche. Comportamenti e battutacce di uomini, spesso potenti e prepotenti, che mortificano la dignità di un soggetto, reo solo di non appartenere all’elite dei detentori del fallo. Giornalisti (Feltri, Farina, Sallusti) che, definirli sessisti, è far loro un complimento. E si potrebbe continuare così: la lista sarebbe lunga.

Un corpo, insomma, quello femminile, commercializzato e mercificato ad uso e consumo del virile desiderio; e un’intelligenza, quella muliebre, alla mercé del maschile svilimento. Con, in sovrapprezzo, la beffa dell’insulto sessista e moralista: in fondo, poi, se mostrano tanta sfrontatezza, spudoratezza, temerarietà, un po’ mignotte devono esserlo per davvero!

La cosiddetta e tanto sbandierata liberazione del corpo della donna, si è, in sostanza, nel corso di questi ultimi trent’anni, quasi trasformata in un boomerang, che ne ha travolto l’immagine, cristallizzandola in una sorta di oggetto pansessuale. Un oggetto, il cui unico scopo è deliziare lo sguardo maschile che, una volta accesosi di rude voluttà, ritiene di avere il diritto di passare all’atto, trasformando l’oggetto stesso della conteplazione in mera preda da sottomettere e di cui godere. Spesso, anche senza l’altrui consenso.

E i social, in un simile quadro, non hanno certo migliorato la situazione. Anzi. Non di rado, su queste moderne piazze della virtualità, frasi e immagini di contenuto sessista vengono utilizzate – anche dalle stesse donne – ergendosi come totem celebrativi di un rinnovato maschilismo. Un maschilismo, se si vuole, più infido e strisciante di prima perché risorto dalle sue stesse ceneri infuocate che una gelida bora oscurantista sta rapidamente spargendo, come seme guasto ma con alacre zelo restauratore, sulle contemporanee società occidentali, investite dall’orda della nuova reazione capitalistica.

Un capitalismo talmente eccessivo e violento, nelle sue divaricabili posture di dominio, da trasformare finanche il sesso -e, di conseguenza il corpo femminile – in un imperativo consumistico, regolato da un obbligo di plus godimento. D’altronde, è pur sempre profitto!

Proprio sui social, con una certa frequenza, ci si trova quindi a fare i conti con questa nuova forma di maschilismo provocatorio, volgare, finto libertario, a tratti vessatorio e umiliante. Post con immagini, video o commenti, di contenuto sessuale o sessista – che poi, su una piattaforma come facebook, in considerazione della sua particolarissima valenza semiotica e simbolica, assumono praticamente la stessa connotazione semantica – finiscono col dar luogo ad atteggiamenti avvilenti e sordidi che, lungi dall’essere divertenti, travalicano, non di rado, i limiti del buon gusto, sfociando nell’offesa della dignità della donna, principalmente – ma anche dell’uomo, nel momento stesso in cui sono i maschi ad essere considerati alla stregua di un mero pezzo di carne – quando non, addirittura, nella violenza.

È facile constatare come simili contenuti approdino all’insulto o insistano nell’atteggiamento sessista, anche se solo con frivole intenzioni, sui social o altrove. Atteggiamenti indecorosi – mi si passi questa parola dal sapore antico – che andrebbero considerati pericolose spie di un malessere sociale profondo, nonché come il prodotto di una semplificatoria superficialità del pensiero conformista; o, peggio, come la somma esponenziale di rabbie represse e addizionabili a quella temperie reazionaria e repressiva che sembra percorrere, da oltre un decennio, le schiene scoperte, non solo dell’Italia ma, come si accennava precedentemente, di tutte o quasi le società occidentali.

Superficialità, rabbie, aggressività pulsionali, che risulta troppo facile scaricare su quelle classi, generi, categorie, insomma su quei soggetti che, apparentemente, vengono percepiti come più facilmente attaccabili o indifesi: disoccupati, anziani, bambini, diversi, donne. Una percezione alterata – almeno nel caso di alcuni di quei soggetti, come, appunto, le donne – conseguenza di posture culturali, politiche, sociali, le quali altro non evidenziano che il marcatore genetico dell’ideologia dominante e largamente diffusa, tutta coniugata al maschile. Quella stessa ideologia che spinge, non certo accidentalmente, i signori uomini, nelle loro spesso distorte relazioni col femminile, ad oltrepassare gli argini, confondendo avance, scherzo di cattivo gusto e molestia.

A tal proposito, tutti abbiamo commesso e commettiamo errori e leggerezze, figurarsi. Ma sarebbe buona norma, sempre e comunque, almeno lasciarsi guidare dal principio ispiratore fondamentale del liberalismo borghese: la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro.

E la donna, per parafrasare Simon de Beauvoir o Carla Lonzi, è il nostro Altro. D’altronde, è inutile prendersi in giro con cavillosi e sofistici ragionamenti autoassolutori o peggio giustificatori: sanno bene, i “colleghi”maschi, come e quando un comportamento può diventare volgare, fastidioso, molesto o, ancor peggio, violento; e quando, invece, ci si limita al provarci.

Uno sguardo, una tenerezza, il più delle volte bastano e avanzano, per capirsi. E seppure si è frainteso, il “no” ferma. È la regola o dovrebbe esserlo. Anche nella coppia consolidata. Invece, troppo spesso un “no” si trasforma in una cocente ferita narcisistica, cui seguono reazioni, troppo di frequente, parossistiche.

Il reciproco stare come soggettività l’uno accanto all’altro, nel rispetto dell‘altrui diversità, dovrebbe considerarsi norma dettata dalla logica e vieppiù intima consapevolezza e, per dirla ancora con la Lonzi, l’essenza di un rapporto di coppia. Difficile, certo, ma non impossibile.

Ebbene, per riprendere quanto si diceva immediatamente sopra, immagini e video a sfondo sessista andrebbero considerati – almeno dai più avveduti – in quell’infantile e autoreferenziale gioco di complicità tra maschi, esattamente per quello che sono: divertimento pecoreccio, da caserma, con vaghi echi fascisteggianti.

Un divertimento che non poche donne, oggi, considerano però naturale proporre, tra loro o anche nel rapporto con partner occasionali, non comprendendo, talvolta, nell’elettrizzante e stuzzicante coinvolgimento di una presunta trasgressione, che l’utilizzo poco accorto quando non spregiudicato dei social (facebook e watsapp, in primis) l’invio di video e foto, specie se di carattere personale – le chat erotiche sembrano diventate la nuova frontiera virtuale di un sesso sempre meno goduto e sempre più mestamente porno-rappresentato – non solo costituiscono l’introiezione di un cliché maschile mutuato e riprodotto ma, nel secondo caso, finiscono col gratificare proprio quell’immaginario, con il suo fallocentrato apparato simbolico, al quale ci si vorrebbe opporre per contrasto. Insomma, diciamolo chiaramente: un inganno più o meno etero-indotto ma decidecisamente auto-inflitto.

Mi corre l’obbligo però, a questo punto, di fare una doverosa precisazione, per non cadere in un imperdonabile equivoco, considerando il nostro giornale e la sua vocazione marxista. Qui, sia ben chiaro, non si sta esprimendo alcun giudizio morale, ci mancherebbe pure! Il campo delle fantasie sessuali è libero, aperto, divertente, vario e va vissuto appieno. Ciascuno, nella sua intimità, fa ciò che vuole, sempre nello scambievole rispetto dei desideri altrui e nella piena consapevolezza delle proprie azioni. Si tratta semplicemente di un mio personalissimo pensiero. Un pensiero innanzitutto, necessariamente e imprescindibilmente Politico.

In un periodo di grandissima confusione all’interno della sfera dei rapporti e del conflitto di genere, e nel guado di un passaggio storico tristemente reazionario, che vede la cultura fallocratica, patriarcale e capitalistica, tornare a soggiogare, in un fittizio e ambiguo richiamo alla libertà, il corpo femminile al puro desiderio virile – spesso manifestato, come accenavo sopra, con aggressività e violenza – credo che vada, ancor più di prima, chiarito che la liberazione della donna non debba tradursi, come molti uomini pensano, in un trastullo per gli occhi, le mani e il membro do lor signori.

Un pensiero, ad esseri sinceri, che attraversa la mente anche di molte donne, influenzate da un femminismo borghese e di matrice, essenzialmente, liberal-liberista. Quello stesso femminismo capace di scorgere, nella sola illusoria tutela giuridica, da parte di uno Stato che si regge sulla natura e la concezione esclusivamente maschile di comando – oltre che classista – lo strumento di difesa e di affermazione di una libertà che, in tal modo, finisce col trasformarsi, invece, in un surrogato di libertà, elargita, per concessione regale, dal maschio dominante. Si capisce quindi, con queste premesse, che solo la lotta su un terreno di classe può essere propedeutica ad una effettiva e piena liberazione della donna stessa.

Libertà, infatti, vuol dire libertà di scelta. Libertà scevra da condizionamenti culturali, mode sociali – vedi facebook, appunto – e ricatti esistenziali. Libertà dalla schiavitù del bisogno. Libertà dalla variabile economica. Libertà, insomma, dal Potere, la cui sovrastruttura ideologica risulta impregnata di testosterone anche quando viene esercitato – molto più di rado, tuttavia – da donne. Donne che, in larga parte, hanno mutuato una weltanschauung tutta inscritta nell’immaginario patriarcale e padronale tipico del maschio. Un immaginario di dominio che tende a ridurre l’altro a puro oggetto di piacere o a soggettività subordinata.

Libera, pertanto, non vuol dire libera di essere molestata o di elargire sesso, proprio malgrado, altrimenti correndo vigliaccamente il rischio di beccarsi pure l’accusa di bacchettona o bigotta.

In conclusione, ci troviamo ormai, nelle nostre società Occidentali e occidentalizzate, e nell’epoca dello schizocapitalismo finanziario e globalizzato – per riprendere l’affascinante e calzante concetto elaborato da Deleuze – al cospetto di un immaginario porno-punitivo, sospeso sul baratro della perversione realizzata. Un immaginario che si regge su una catena significante e semantica, concettuale e desiderante, all’ombra della quale si rivelano le pulsioni (desideri?) più oscure di un’umanità ridotta a merce e a puro coefficiente consumistico.

Il sesso, lungi dall’essere finalmente liberato dagli opprimenti lacciuoli della morale religiosa e borghese, dietro le quinte di quello Spettacolo che è, oramai, il Capitale divenuto visione – e visione social – si è via via trasformato in un paradossale e mortifero dogma super egoico, porno/liberal ed economico/punitivo, di tipo solipsistico e masturbatorio – incastrato tra frantumazioni dell’Io e sbandamenti dell’inconscio – il cui algoritmo rivelatore, come sempre, è il corpo femminile. Sovraesposto, oggettualizzato e, infine, stuprato dal godimento del fallo, per citare Lacan.

Insomma, in poche parole, siamo al paradigma declinato, in ogni sua voce, specie al femminile, della mercificazione del sesso e della reificazione dell’essere umano. Con l’aggravante aggiunta di classismo e razzism. L’esotico, soprattutto se sotto specie di immigrato e se povero, è preda sempre più desiderabile e facilmente soggiogabile, quando non stuprabile!

Una mercificazione che, in qualunque forma si verifichi, finisce con l’nquietare, e perciò andrebbe respinta con fermezza. Soprattutto se prodotta su una piazza virtuale, il cui potenziale di rischio e di violenza è incalcolabile e, quel che è peggio, con conseguenze imprevedibili.

domenica 18 febbraio 2018

Ecco perchè, oggi più di ieri, dobbiamo temere il fascismo

Per capire meglio quello che sta avvenendo in questo momento storico in Italia, è indispensabile provare a riflettere sul nostro, tutto sommato recente, passato.

Nel nostro paese – e poi nel resto d’Europa – il fascismo è nato, dopo la fine del primo conflitto mondiale, come reazione del capitalismo alla rivoluzione comunista, che quello che era successo in Russia aveva reso – drammaticamente dal punto di vista dei padroni e dei conservatori – reso possibile anche da noi. La nascita del fascismo è incomprensibile se non si tiene conto del cosiddetto “biennio rosso”, ossia della fase più autenticamente rivoluzionaria vissuta dal nostro paese nel corso del Novecento. Grazie alla crisi seguita alla fine della guerra, grazie alla profonda sfiducia che era cresciuta tra le classe popolari verso le istituzioni – in primis l’esercito – che le avevano costrette a combattere in quel drammatico conflitto, grazie a una crescita in quelle stesse classi di una nuova consapevolezza democratica, che quella stessa guerra – in maniera paradossale – aveva contribuito a sostenere, una rivoluzione comunista sembrò allora possibile in Italia. La paura della rivoluzione rese necessaria una reazione e così nacque il movimento fascista, che infatti, finanziato dagli agrari, dagli industriali, dai banchieri, sostenuto da tutte le forze della conservazione – dall’esercito alla chiesa cattolica – ebbe come primi e principali obiettivi proprio i fulcri della rivoluzione nascente e possibile: le camere del lavoro, i giornali della sinistra, i leader e gli intellettuali che erano le guide di quel movimento. E non fu un caso che le forze del capitale scelsero come capi di quel movimento uomini che erano stati tra i rivoluzionari, uomini che conoscevano bene le classi che dovevano guidare. Il fascismo rappresentò l’altra risposta possibile alla crisi e per questo, sgombrato il campo dall’opzione comunista, divenne un movimento popolare, anche perché, ottenuto il potere, seppe fornire risposte a quel popolo che chiedeva un futuro diverso. Il welfare corporativo e fascista creò una vasta area di consenso popolare, che solo la nuova guerra fece diminuire: se il regime non avesse deciso di scendere a fianco della Germania e avesse mantenuto una posizione simile a quella della Spagna franchista, la storia italiana sarebbe stata diversa, perché il fascismo sarebbe durato ben più a lungo.
Negli anni della repubblica i fascisti, pur non costituendo più un movimento popolare e di massa, come era avvenuto prima della guerra, rimasero uno strumento a disposizione delle forze della reazione. Quando secondo loro l’Italia si spostava troppo a sinistra, quando crescevano e si affermavano le idee progressiste, le forze del capitale usavano i fascisti per rimettere le cose in equilibrio, il loro equilibrio. Così l’ingresso dei socialisti al governo fu seguito dal tentato colpo di stato del generale Borghese e al Sessantotto e alle riforme sociali di quegli anni fu risposto con la stagione delle stragi fasciste, da piazza Fontana alla stazione di Bologna. I fascisti, ben presenti nelle istituzioni, nelle forze dell’ordine, nell’esercito, nei servizi segreti, erano sempre disponibili come strumento della reazione.
Ma adesso? A cosa stanno reagendo? In Italia non esistono partiti di sinistra – l’ultimo che c’era l’abbiamo distrutto noi qualche anno fa – ma soprattutto non esiste una cultura di sinistra, se non in una minoranza che non può certo costituire per loro un pericolo. Le forze del capitale non sono mai state così forti, il capitalismo è l’unica ideologia che sia rimasta. Non siamo certo né al “biennio rosso” né alla stagione delle riforme dell’inizio dei Settanta. In un paese in cui non abbiamo paura di sfidare il ridicolo definendo “sinistra radicale” Grasso e D’Alema, a cosa serve una reazione fascista? Non può servire contro il Movimento Cinque stelle che, pur nella sua duttilità ideologica, non può certo definirsi di sinistra e certamente non è anticapitalista. E proprio la mancanza di altre risposte crea uno spazio inimmaginabile per quelle offerte dal fascismo. Se di fronte all’insicurezza di fasce crescenti di persone la sinistra non ha più voce, l’unica proposta che viene fatta – quella che individua negli “altri” i nemici, quella che chiede sicurezza e repressione – finisce per diventare maggioritaria. Se la sinistra non parla più alle classi più povere, stremate dalla crisi, o se ci parla usa parole troppo difficili, queste ascolteranno chi invece continua a parlare con loro, usando un linguaggio brutalmente semplice.
Sono molto preoccupato, perché vedo che è la prima volta che il fascismo viene usato non come reazione contro qualcosa che cresce nella società, ma come azione diretta. Vedo che il capitalismo non si acconta di aver vinto, ma vuole stravincere e per questo ha deciso di tirare fuori dagli armadi il proprio vecchio armamentario fascista – che è servito così bene fino ad ora – con l’attiva complicità delle forze dell’ordine e delle istituzioni che si sono messe immediatamente messe al loro servizio. Lo schema è quello che conosciamo bene – la violenza verbale e fisica, l’ostentazione della forza – ma questa volta non risponde a qualcosa, è preventivo.

sabato 10 febbraio 2018

Il mondo come unica CASA

Il mondo è come un immenso prato punteggiato di miliardi di fiori variopinti e profumati. Gli uomini e le donne di qualsiasi etnia, cultura, lingua, religione sono come fiori che, se pur di diverso colore e profumo, hanno tutti uguale dignità.

venerdì 29 dicembre 2017

Riflessione sulla Condivisione e il dono

Cos'è la parola "Condivione"? Quale impennata ha avuto questa parola negli ultimi anni? Il concetto di condivisione è stato ribaltato, plasmato, rivoltato, uscendone deformato per sempre. Il Natale è appena passate e da sempre è sinonimo di condivisione. Per un momento bisognerebbe fermarsi a riflettere sul significato della vera condivisione.

giovedì 31 agosto 2017

NOI E LORO

Oggi vogliamo riflettere seriamente sul bisogno intrinseco del uomo di fare divisioni (noi e loro). Nel contesto attuale è in voga il dualismo: Razzismo: noi e loro esiste eccome vs Civiltà è: noi e loro uguali diritti e doveri. 

Uguali e pari non sono tutte le culture e le civiltà (meglio civilitation). Uguali e pari non sono tutte le concezioni del mondo e le gerarchie dai valori e neanche uguali per tutte le culture sono quelli che la nostra cultura chiama diritti universali dell’umanità. La nostra cultura contempla, pensa diritti universali dell’umanità. Altre culture non lo fanno, ignorano il concetto stesso di diritti universali dell’umanità tutta. O considerano diritti ciò che per altre culture è soggezione e/o oscurantismo.

Il noi e il loro esiste Nella realtà. Vederlo, riconoscerlo non è razzismo. Negare esista il noi e il loro non taglia le gambe al razzismo. Al contrario dà, regala al razzismo una artefatta base di oggettività. Se si nega quel che è, il noi e il loro appunto, si offre al razzista una base per sbatterti sul muso la realtà.

Ci sono molti noi e loro, anche all’interno delle società che condividono la stessa civilitation. Anche nella stessa società e cultura occidentale ci sono molti ampi noi e loro. Un noi e loro divide che crede e si affida al pensiero magico e chi a quello scientifico. Un noi e loro tra detrattori e nemici della democrazia e chi dalla democrazia si sente protetto e difeso. Un noi e loro quasi antropologico, ad esempio tra chi si affida a Medjugorje e chi alla medicina, tra chi pensa il nazismo sia un’opinione e chi ritiene sia ancora qui e oggi un crimine dei peggiori…Un noi e loro spesso lo si riscontra anche dentro la stessa civiltà.

Tra civilizzazioni diverse il noi e loro è lampante. La cultura e la storia arabo-islamica oggi condividono l’idea dello Stato e Chiesa uniti in una teocrazia: la legge di dio che coincide con quella degli uomini. La cultura occidentale ha respinto a prezzo di secoli di sangue questo concetto, definendolo come uno dei killer della libertà. La cultura e la storia arabo-islamica hanno dato vita a società sessuofobe fino alla psicosi e che considerano al donna inferiore e impura. 

E nell’economia, nel pregare, nel nutrirsi, nel riprodursi il noi e loro esiste eccome sul pianeta. Non solo con il mondo islamico dove il noi e loro appare spesso stridente se non conflittuale. Esiste il noi e il loro con civilizzazioni orientali e lo riscontriamo talvolta come dato esotico, talaltra con sereno stupore.

In europa siamo qui e oggi chiamati a un noi e loro ravvicinato, molto ravvicinato. Non una novità nella storia dal punto di vista qualitativo. Nei secoli commistioni di etnie sono state la regola, ciascuno di noi, razzisti compresi, è un ibrido etnico. Proprio nel sangue e nei geni, quelli che i custodi del sangue e della terra vogliono mantenere “puri”, ci sono le prove dell’ibrido e della commistione.

Per navigare con giusta rotta in questo noi e loro molto ravvicinato c’è una sola bussola: non siamo uguali ma abbiamo uguali diritti e doveri noi e loro.

Se noi neghiamo loro i diritti che abbiamo stabilito come universali per l’umanità, allora siamo razzisti e incivili anche secondo i nostri parametri. Non c’è scusa o alibi che tenga. Non quelli della brava gente, è sempre la brava gente che nella storia fa i pogrom, i genocidi, i lager. Fino ad un attimo prima sono sempre tutti brava gente. Non l’alibi o la scusa dell’invasione e del prima…noi. Chi sceglie di negare a loro i diritti che sono per noi universali fa scelta precisa contro la civiltà occidentale. Punto.

Se loro non accettano, non riconoscono, combattono qui e altrove i diritti che noi riconosciamo come universali allora loro sono incivili e avversari di una civiltà libera. Non c’è rispetto per tradizioni e culture altrui che possa ribaltare o oscurare questo dovere civile che noi abbiamo di preservare la civiltà dei diritti universali.

Noi su questo pianeta abbiamo parlato di diritti universali per tutta l’umanità senza distinzione di razza, genere, religione… Lo abbiamo messo nelle nostri Costituzioni, nella nostra vita, nel rispetto e considerazione che abbiamo per noi stessi. Loro hanno gli stessi diritti e doveri che riconosciamo a noi stessi, lo abbiamo detto noi! Abbiamo lottato, combattuto e sofferto per questo. E oggi dobbiamo noi esigere siano applicati a loro i nostri stessi diritti. Se qualcuno di noi non lo fa non è al contrario boicottaggio della nostra stessa civiltà.

Ma per essere davvero civili come noi intendiamo non c’è alcun bisogno e dovere di raccontarci una cosa falsa e cioè che noi e loro uguali siamo su usi, costumi, morale, etica, filosofia… No, siamo diversi e noi abbiamo certamente qualcosa da insegnare a loro: l’universalità dei diritti dell’umanità appunto. Qui, qui e oggi c’è un punto di superiorità di una civilisation rispetto ad altre. La lezione delle libertà degli umani senza distinzione di etnia, genere, religione…tanto meno tribù, setta e numero di volte in cui ci si inginocchia e la direzione del corpo che prega.

martedì 29 agosto 2017

#RedditodiInclusione, Il nostro commento

Il governo ha oggi varato il “reddito di inclusione” spacciandalo come “un sostegno alle famiglie più deboli”. Ma abbiamo imparato da decenni a non bere stupidate propagandistiche di questo genere. Gli elementi critici sono troppi e tutti facili da individuare. Vediamoli insieme

lunedì 28 agosto 2017

Dovreste essere terrorizzati dai cambiamenti climatici, non dai migranti

Invece di sparlare sull'accoglienza migranti, invitiamo a fare il punto sul disastro ambientale in atto, c'è di che essere terrorizzati. Non è tanto il caldo, perché l’aumento della temperatura si sente ma non si vede. Ciò che colpisce l’immaginario collettivo è l’assenza di acqua lì dove c’è sempre stata. 

domenica 27 agosto 2017

C'è davvero posto per tutti??

La questione migranti è di difficile soluzione. Le persone “normali”, quelle che la politica dovrebbe rappresentare e difendere – il vero popolo, hanno paura. Non è razzismo, componente di un certo peso, non è solo la grettezza di difendere la propria misera "ricchezza", senza volerlo condividere con chi non ha niente, anche se questo atteggiamento è legittimo e comprensibile figlio di un lungo periodo di grave crisi. Gli italiani – e gli europei – che vedono arrivare tante persone, giorno dopo giorno, si pongono una domanda: e dove li mettiamo? c’è posto?

Non serve essere esperti di geopolitica, basta avere in casa un mappamondo, per capire che questa domanda, nella sua disarmante semplicità, non è affatto stupida, come troppe volte qualcuno a sinistra, con molta supponenza, ha detto e pensato. L’Africa è enorme, in quel paese vive più di un miliardo di persone: e dove li mettiamo? qui non c’è più posto. Quando l’Italia – e l’Europa – hanno affrontato i propri flussi migratori interni, questa domanda non aveva la stessa drammatica evidenza: il nostro Mezzogiorno era grande, ma le regioni del nord lo erano altrettanto. Quando il mondo ha affrontato, nel secolo scorso e alla fine di quello ancora precedente, un’imponente ondata migratoria, c’erano le Americhe, in cui c’era posto per tutti, erano terre da riempire.
Ma adesso è cambiato tutto. Qui non c’è più posto: è drammaticamente vero e da qui dobbiamo partire. Perché altrimenti hanno facile gioco quelli che sventolano le bandiere delle loro piccole patrie e dicono che bisogna sparare a tutti quelli che sono diversi da noi, fossero anche quelli del condominio di fronte. Oppure finiscono per prevalere quelli che, pur facendosi scudo dei loro buoni propositi e di tanta ipocrita compassione, dicono che sono in grado di fermare le migrazioni. E noi ci sentiamo rassicurati da queste promesse. Se non sappiamo rispondere alla domanda e dove li mettiamo?, alla fine vinceranno quelli che dicono che bisogna aiutarli a casa loro, quelli che pagano i dittatori di turno affinché lascino affondare i barconi, tengano gli “indesiderati” nelle loro prigioni, ammazzino il maggior numero possibile di disperati, lontano dalle telecamere per non impressionare le persone che guardano la televisione.
Però non basta denunciare l’ipocrisia di chi in pubblico dice che i migranti sono troppi e, indossando un’altra giacca, li sfrutta, li usa per raccogliere i pomodori e le arance, li stipa nelle canoniche vuote per prendersi 35 euro al giorno, li fa diventare numeri per creare cooperative che gestiscono l’accoglienza. E poi le puttane nere sono anche più belle e costano meno delle italiane. Le persone magari possono darci ragione su questo, ma poi chiedono: e dove li mettiamo? Questa domanda non è più eludibile.
Il problema è che affrontiamo sempre la questione dal lato sbagliato, partendo dal dato che non c’è più posto. Invece dobbiamo cominciare a dire che il posto c’è, c’è posto in Africa, c’è posto in Asia, c’è ancora posto nelle Americhe. In quei paesi ci sarebbe posto anche per noi, siamo noi e i nostri figli che dovremmo migrare in quei paesi, perché qui davvero non c’è più posto. Però, e qui sta il nodo, noi abbiamo sistematicamente distrutto quei luoghi – e li distruggiamo ogni giorno – li abbiamo resi inospitali, li abbiamo desertificati, li abbiamo privati di ogni risorsa naturale, li abbiamo sistematicamente distrutti.
Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant; hanno fatto un deserto e lo chiamano pace. E’ la frase che Tacito fa dire al generale calèdone Calgaco per incitare i suoi soldati a combattere contro i romani. Il capitalismo ha creato il deserto in Africa e, pur avendo il pudore di non chiamarlo pace, lo definisce sviluppo. Perché anche noi del popolo in qualche modo godiamo di questo sviluppo e del fatto che miliardi di persone nel mondo sono sfruttate e che le loro terre vengono distrutte. Se tutti noi possiamo andare in giro con le nostre auto, telefonarci di continuo con i nostri smartphone, indossare le nostre magliette all’ultima moda, lo dobbiamo anche al fatto che da qualche parte del mondo un’enorme diga produce a basso costo l’energia elettrica che serve alle nostre industrie, dopo aver distrutto migliaia e migliaia di chilometri di terreno coltivabile, che da una miniera in qualche altra parte del mondo vengono estratti metalli, inquinando le falde e rendendo inutilizzabili i campi intorno, che in un’altra parte ancora c’è una grande fabbrica che getta nei fiumi inquinanti chimici, rende irrespirabile l’aria per gli uomini e gli animali, che i nostri rifiuti vengono scaricati in terre molto lontane da dove vengono prodotti. Pensate se qualcuno venisse in Italia e facesse quello che noi facciamo in Africa: noi saremmo costretti a scappare, perché nessuno vuole vivere dove non c’è acqua, dove la terra è piena di veleni, nessuno vuole vivere in una discarica. Noi in quelle terre abbiamo creato il deserto, abbiamo fatto in modo che non ci fosse più posto.
Di fronte a un fenomeno drammatico come queste migrazioni, anche quando siamo consapevoli del dramma che vivono quei popoli, non possiamo dire loro: venite qui che c’è posto. E’ una menzogna e se ne accorgono loro per primi quando arrivano qui e rimangono confinati nelle brutte e sporche periferie delle nostre città, ai margini di una società che già espelle i più poveri. Possiamo stringerci un pò, occupare un po’ meno posto, stare un po’ più scomodi, ma c’è un limite fisico a questa accoglienza caritatevole, anche quando è animata dalle migliori intenzioni. E comunque questa forma di accoglienza è destinata a creare conflitto, ad acuire differenze che innegabilmente ci sono. Occorre invece spiegargli che qui non c’è più posto e che anzi siamo noi che dovremmo andare ad abitare in quelle terre, farle di nuovo vivere, coltivarle, renderle abitabili come erano un tempo.
Ma bisogna che prima di tutto noi diventiamo consapevoli che siamo arrivati al limite, che questo modello di sviluppo, che ci sembra così desiderabile, sta distruggendo la nostra terra e alla lunga ucciderà noi e i nostri figli. Bisogna che capiamo noi per primi – in modo da spiegarlo anche a loro – che un sistema in cui l'1% hanno la stragrande maggioranza delle ricchezze – in gran parte rubate a loro – e moltissimi hanno sempre di meno non è giusto e che insieme, noi e loro, dobbiamo abbatterlo.

sabato 19 agosto 2017

Migranti: alcuni spunti di riflessione per non cadere in trappola

Si va diffondendo, soprattutto nel mondo dei social, il tentativo di motivare, con un approccio “marxista” le ragioni che portano a limitare, se non contrastare l’accoglienza dei migranti, a combattere le Ong che effettuano soccorso in mare, come “serve del capitale”, ad indurre a credere, giungendo nei casi peggiori a vere e proprie teorie complottistiche, che l’immigrazione “selvaggia” sia un progetto preciso del capitale per ridurre i diritti dei lavoratori autoctoni, in cui la sinistra “radical chic” sempre intenta a fare aperitivi nei salotti della borghesia, è caduta o magari è consapevole complice in nome di concetti liberali come quelli dei diritti umani, della libera circolazione delle persone. Alcuni almeno ammettono candidamente che se non cominciamo ad accettare la rabbia che ha il popolo verso i migranti perdiamo qualsiasi legame con la classe (ergo diventiamo dei Salvini rossi?) altri invece utilizzano consapevolmente la stessa disinformazione borghese per affermare, sempre con la suddetta bandiera rossa in pugno, le stesse cose che dicono i giornali come il Corriere della Sera o La Repubblica. Proviamo ad offrire spunti di riflessione a partire da un assunto. Ormai stanno convincendo gran parte del paese che è in atto una guerra fra poveri (peccato che i “poveri migranti” non si possano difendere dai “poveri autoctoni” e quindi quantomeno manchi uno dei contendenti), in realtà a nostro avviso quella che è in atto è una “guerra contro i poveri”. E c’è da dire prima di partire che se nella trappola ci si è caduti in molti lo si deve anche ad un antirazzismo etico, di benpensanti, che non si confronta con la realtà e le sue contraddizioni e che con il proprio giudizio morale non fa che rafforzare un “razzismo popolare” certamente presente. Proviamo ad utilizzare alcune parole chiave su cui si fondano simili discorsi, per destrutturarli alla radice. 

Esercito industriale di riserva

Si tratta di un vero e proprio tormentone: la domanda è esiste e serve un esercito industriale di riserva? Marx usava correttamente questo termine quando la rivoluzione industriale era in piena ascesa e non esistevano ancora contratti nazionali collettivi, sindacalismo diffuso. Tempi insomma in cui a fronte di una ampia richiesta di competenze lavorative di bassa qualifica, il padrone poteva scegliere il lavoratore che costava di meno e che non creava problemi. Oggi l’Europa e in particolare l’Italia sono in una situazione radicalmente diversa. Il paese ha ridotto in pochi anni del 25% le proprie produzioni in base ad una logica di concorrenza globale, molti impianti produttivi, anche in attivo vengono delocalizzati. Non siamo concorrenti ci dicono per la troppa rigidità del mercato del lavoro. Ce lo dicono da 30 anni, abbiamo i salari fra i più bassi d’Europa, decine di forme contrattuali diverse, sempre a vantaggio di chi trae profitto e dovremmo diventare ancora più concorrenziali avendo meno diritti? Ma soprattutto in tutto questo cosa c’entrano i migranti che sbarcano? Sono persone che per almeno due anni non avranno neanche la possibilità di essere inseriti nel ciclo produttivo, in attesa dell’esito delle domande d’asilo, che dovranno imparare lingua e lavoro. Questo a fronte del fatto che, in assenza di qualsiasi progetto di ripresa reale, dall’Italia dall’inizio della Crisi (2008) fino al 2016 hanno lasciato ufficialmente il paese 509 mila italiani, molti altri sono all’estero anche se mantengono la residenza in Italia. Lo hanno fatto perché i migranti rubavano loro il lavoro o perché di lavoro almeno pagato decentemente ce ne è poco? Un ritorno al passato, a quando l’emigrazione italiana era veramente una invasione e in Germania come in Belgio i sindacati reagirono pretendendo parità di salario a parità di lavoro. Quello che oggi in Germania (dove non vige il socialismo) si pretende per Turchi e Siriani. E comunque 509 mila, è un numero inferiore a quello dei migranti giunti nello stesso periodo in Italia e che vi sono rimasti, E mentre anche molti cittadini migranti presenti da tanti anni o scelgono un altro paese o tornano al proprio, in tanti si cade nella trappola per cui sono i nuovi arrivati a toglierci lavoro, casa, servizi. E se invece tornassimo a pretenderli per tutti? Altro che prima gli italiani. E a pretendere l’abrogazione del Regolamento Dublino che obbliga chi arriva a restare nel primo paese di arrivo, minacciando, in caso di risposta negativa, di fornire chi arriva di titoli di viaggio e di permessi umanitari per poter circolare in Europa? Sarebbe una disobbedienza concreta ai trattati, meno ipocrita e criminale della scelta di pagare altri, Libia o Turchia, per fermare le persone, per fare il lavoro sporco di aguzzini legalizzati.

Perché abbandonano il proprio paese?

Anche questa fa parte del repertorio: “se sono sotto dittatura si debbono ribellare in patria se sono migranti economici debbono migliorare e condizioni della loro classe nel loro paese, se sono in guerra debbono combattere”. Visto e sentito sintetizzando, in ambienti di “sinistra” se non “comunisti all’ennesima potenza”. Eh la storia che non insegna verrebbe da dire. Pensiamo a noi. Gli antifascisti furono costretti in gran parte alla fuga per riorganizzarsi, chi non ce la faceva per ragioni economiche se ne andò prima in ogni paese del mondo, poi dal sud verso nord, dove c’era bisogno di manodopera non di riserva. E come la diaspora durante il fascismo, l’emigrazione al nord furono motori trainanti, prima della resistenza e poi delle conquiste sociali degli anni Sessanta e Settanta. Certo ci furono problemi ma vennero affrontati in un’ottica di classe e non di “nazione”. Da ultimo dei 35 conflitti ufficialmente in atto nel mondo e delle centinaia di situazioni di tensione beneficia l’industria bellica che in Italia è estremamente fiorente e fa salire il Pil. Si è disponibili a combattere per un taglio drastico delle spese militari, per una riconversione delle industrie alla Finmeccanica e per l’interruzione delle relazioni diplomatiche ed economiche con paesi come l’Arabia Saudita, la Turchia, la Nigeria, la Libia che sono fra i nostri migliori clienti? Se non si è disposti a questo e la si considera questione di secondo ordine se ne accettino le conseguenze, anzi finora sin troppo blande. Da ultimo – i numeri sono importanti – dei 62 milioni di uomini e donne in fuga da varie parti del pianeta, gran parte cerca di restare nei pressi del proprio paese, in quelli confinanti, nella speranza di un ritorno. In Europa, nella ricchissima Europa, ne arriva si e no il 6%.

La globalizzazione liberista fa circolare liberamente merci, capitali e persone

Fra le balle in circolazione questa è una delle peggiori. Mentre capitali e merci circolano, da tanti anni ormai, indisturbati, per le persone la vicenda va esattamente al contrario. I paesi a capitalismo avanzato oggi sono pieni di muri e di ostacoli alla circolazione delle persone: il muro in Messico è una costante della storia americana, sia che governino i democratici che i repubblicani, l’Europa odierna è un sistema micidiale di gabbie verso l’esterno e mura interne per impedire la circolazione all’interno della stessa UE. Muri reali e muri fatti di repressione poliziesca. Basti pensare che la Francia ha rimandato in Italia lo scorso anno quasi 29 mila persone e che l’Italia continua imperterrita a fare rimpatri verso i paesi con cui ha stretto accordi, paesi in cui il tasso di democrazia è quantomeno opinabile. Entrare in Europa legalmente oggi è impossibile, come è impossibile in Australia. L’Italia, come la Grecia, è un paese esposto al sud, inevitabilmente è il paese in cui passare ma non quello in cui fermarsi. Peccato che chi governa l’Europa e non mi sembra che si tratti di filantropi caritatevoli, buonisti radical chic, o rivoluzionari duri e puri, neghi loro la libera circolazione mediante il regolamento Dublino e la stretta dei controlli nell’Area Schengen. Il tutto per numeri risibili: lo 0,2 % della popolazione italiana o lo 0,02 % di quella europea, arrotondando. Io chiamerei questo proibizionismo, altro che libera circolazione. Un proibizionismo che ha prodotto in meno di 20 anni oltre 40 mila morti in mare e chissà quanti nei deserti. Una guerra silenziosa il cui bilancio dovrebbe convincere anche i più sicuri dell’oscuro complotto capitalista. Se non bastasse, certamente per depistarci, i fondi spesi per “difendere i confini” e per le agenzie di contrasto all’immigrazione come FRONTEX, non sono calcolati per definire il deficit di qualsiasi stato membro. Ovvero più reprimete e meno pagate.

Per colpa dei migranti ci sono meno servizi agli italiani

Invece di dire “per colpa delle politiche economiche di austerity si taglia tutto” è meglio prendersela con chi ottiene briciole di accoglienza. Evidentemente i marxisti che fanno queste affermazioni sono convinti di trovarsi davanti ad una crisi di scarsità di risorse. Peccato sia esattamente il contrario. La crisi è di sovrapproduzione ma con bassi salari e alta disoccupazione nonché prospettive incerte di futuro, lo Stato avrebbe due modi per risolvere i problemi. Il primo prevede una vera progressività fiscale, una patrimoniale per le grandi ricchezze, una tassazione della rendita finanziaria e immobiliare degna di questo nome e una riduzione dell’orario e del tempo di lavoro e adeguamento dei salari ai costi della vita. Dovremmo pretendere questo. Invece i governi di centro destra e di centro sinistra, da decenni risolvono smantellando settori interi del welfare. Questo in un paese che invecchia produrrà sempre più danni, già oggi 12 milioni di persone rinunciano spesso a curarsi, centinaia di migliaia sono in emergenza abitativa, le condizioni generali di vita peggiorano. Magari si controllerà il debito pubblico e tante banche verranno salvate ma è colpa dell’arrivo degli immigrati o della nostra complessiva scarsa capacità conflittuale? “I soldi ci sono” non è uno slogan ma una realtà inoppugnabile. Che si dica questo invece di accettare che il disagio popolare ricada su chi sta peggio. E di servizi ne avremo sempre più bisogno dato il calo demografico della popolazione italiana che diviene sempre più anziana. Una situazione peggiore c’è solo in Germania e non a caso i tedeschi, non certo in nome del socialismo, ha negli anni passati aperto le porte ad oltre un milione di richiedenti asilo, soprattutto siriani, sospendendo il regolamento Dublino. L’isolamento autarchico in cui qualcuno ci vorrebbe far tornare in nome della sovranità nazionale, avrebbe come primo effetto quello di accentuare la fine tanto delle capacità produttive che di costruzione di conflitto sociale, nel paese. Sempre sui social, mi è capitato di provare stupore di trovare chi, citando Marx, afferma che il nemico di classe non è solo il padrone ma anche il sottoproletariato disposto a svendersi. Ovviamente si guarda al “sottoproletariato migrante”, che per antico retaggio colonialista, non può mai avere propria coscienza politica. Peccato che molti fra i pochi conflitti nel mondo del lavoro che si sono innescati in questi anni (logistica, agricoltura per esempio) abbiano avuto migranti come protagonisti mentre una condizione sociale che potremmo definire simile al sottoproletariato di marxiana memoria è oggi in gran parte autoctono. Sono altri nemici di classe? O forse Marx  avrebbe poco gradito tale rigidità di analisi?

Accoglienza e Ong, un unico grande business

Questa affermazione, che per altro porta a confondere due problematiche diverse, parte però da due assunti reali. L’accoglienza, gestita in Italia sempre come “emergenza” fin dai primi anni 90 è sempre stata un lucroso affare. Accanto a splendidi e piccoli esempi di cooperative reali si sono imposti sistemi paramafiosi (anche se per la Procura di Roma è errato parlare di mafia) in cui però un ruolo centrale è determinato dal sistema legislativo e dagli organismi dello Stato che sono preposti a gestire tale situazione. I fondi per l’accoglienza ci sono, arrivano in parte sostenuta, dall’Europa, ma non esiste un ruolo reale di controllo. Ministero dell’Interno e Prefetture definiscono bandi in cui chi fa l’offerta più vantaggiosa e ha le strutture adeguate, si prende gli ospiti, dall’albergo al mega centro per migliaia di persone. Entrate enormi per i grandi enti gestori che non subiscono mai reali ispezioni, salari da fame per i tanti operatori che ci lavorano. In alcuni paesini questa è l’unica opportunità di lavoro offerta. Se l’accoglienza fosse gestita totalmente dal pubblico e i richiedenti asilo potessero essere distribuiti in tutti gli 8000 Comuni italiani e non, come avviene adesso in soli 2300, non si avrebbe neanche la percezione di invasione. Ma sarebbero centri più piccoli che garantirebbero profitti più bassi. Invece sulle Ong che guadagnano salvando persone parte delle credenze che circolano, anche nei nostri ambienti, vengono da lontano. Un tempo in Italia esistevano tante Ong (Organizzazioni NON governative) ma che, nonostante il loro nome, vivevano grazie a elargizioni del governo o dei singoli ministeri. Oggi non è più così infatti le finte Ong italiane hanno chiuso da tempo o hanno trovato donatori privati. Quelle che intervengono a salvare i profughi lo fanno grazie ai tanti donatori, i loro bilanci sono pubblici, pur non essendo italiane, si trovano nei loro siti. Anzi più è alto il numero dei donatori più se ne vantano. Gli equipaggi vengono pagati gli altri sono volontari. Qualcuno obbietta con l’affermazione “si ma sono figli della borghesia che così aiutano il disegno del capitale”. Molti provengono anche da famiglie abbienti perché solo chi ha una serenità economica può dedicare qualche mese l’anno a fare il volontario in mare. Una colpa? Equipariamo il servizio nelle Ong a servizio civile e facciamo si che anche i giovani meno privilegiati possano fare simili esperienze. Magari poi diventano i vettori di una informazione reale che i nostri mezzi di comunicazione ci negano.

Cittadinanza e ius soli

Anche in questo caso, se si deve accettare l’onestà intellettuale di certi discorsi pubblici (non sempre è possibile), vengono i brividi. “Si tratta di leggi inutili e di diritti superflui”. Peccato che lo si dica godendone appieno. Eppure è logico pensare che se soltanto la restrittiva legge sullo ius soli, (frutto di un compromesso al ribasso) venisse approvata e se per i cittadini lungo residenti fosse assicurato il diritto di voto, almeno alle elezioni amministrative, molte cose potrebbero cambiare. Ci voterebbero? Non è detto, almeno che non si sia chiari fino in fondo, ma avrebbero finalmente un potere contrattuale anche politico, romperebbero la barriera per cui io decido chi amministra anche le altrui vite, costringerebbe i governi a fare i conti e a negoziare anche per garantire parità salariale ed evitare che in futuro sorga la concorrenza fra lavoratori tanto temuta. Sarebbe un piccolo passo di civiltà, altro che questione non prioritaria. O si ha paura di doversi confrontare con chi, almeno sulla carta, avrebbe uno strumento in più per affermarsi? Chiaro che si tratta di diritti più formali che sostanziali, ma perché tanto bisogno di farli restare privilegi? E comunque che questi discorsi si facciano ai tanti ragazzi e ragazze che vogliono costruirsi qui un futuro e che spesso lottano con noi.

martedì 20 giugno 2017

Riflessioni su democrazia e mercati

La democrazia riguarda le regole formali di decisione e organizzazione e disegno delle istituzioni della società al fine di promuovere l’influenza dei cittadini sulle decisioni e gli sviluppi della società. Quando la maggior parte delle persone pensa oggi alla democrazia, presumibilmente pensa al voto nelle elezioni e a quello che succede nel governo, con scarse opportunità di contribuire tra un’elezione e l’altra. Tuttavia il cuore della democrazia dovrebbe riguardare la partecipazione delle persone alle decisioni che influiscono su di loro. 

venerdì 16 giugno 2017

Noi siamo i veri bulli

Le battute verso quel nostro compagno di classe più grasso e goffo degli altri, verso quella nostra compagna bruttina, erano una forma di bullismo? Sì,lo erano, anche se non eravamo ancora abituati a usare questa parola. E tutti ne siamo stati responsabili, perché, anche se non abbiamo mai fatto quelle battute, abbiamo ridacchiato ascoltandole, abbiamo ammirato chi le faceva, perché non ci siamo resi conto che ferivano persone. D’altra parte si sà. da ragazzini si è genuinamente stupidi.