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giovedì 12 luglio 2018

La dittatura del pop\ulismo

Nel suo discorso d’insediamento alla Camera il presidente del Consiglio Conte ha precisato la natura delle forze politiche che sostengono il governo affermando: “ le forze politiche che integrano la maggioranza di governo sono state accusate di essere “populiste” e antisistema.. Sono formule linguistiche che ciascuno può declinare liberamente. Se “populismo” è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente..se “anti – sistema” significa mirare a introdurre un nuovo sistema, che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene queste forze politiche meritano entrambe questa qualificazione”.

lunedì 25 giugno 2018

#ballottaggi. vola LEGA, malissimo PD e M5S

Come da previsioni Lega e controdestra si prendono quasi tutti i comuni che andavano al ballottaggio. Con la conferma che non esistono più “roccaforti” dove il voto continua ad andare alle stesse forze anche a dispetto della storia e dei fatti.

Il voto, in questo paese, è diventato “liquido”, nel senso che di volta in volta la maggioranza dell’elettorato si sposta verso la proposta politica apparentemente meno lontana, più efficace, più pompata dai media.Come consumatori tra gli scaffali del supermercato…

Il fenomeno è molto più evidente nelle regioni un tempo “rosse”, dove per 70 anni era sembrato che l’egemonia della “sinistra” fosse intangibile e perenne. Dalla caduta del Muro ad oggi, il passaggio del Pci (poi Pds, Ds, Pd, ecc) al campo del liberismo assoluto ha bruciato rapidamente quel patrimonio di valori costruiti in un secolo di lotte, “liberando” gli elettori da qualsiasi vincolo di appartenenza. Ossia di partecipazione a un progetto.

Lo si vede dall’astensionismo, ormai superiore al 50%. Un fenomeno che non ha nulla a che vedere con le dinamiche anni ‘70 (quando era sensato dire “non votare, lotta”), ma segnala semplicemente una resa di fronte all’impossibilità di riconoscersi in qualcuna delle proposte politiche in campo.

Il quadro dei risultati è in larga misura chiarissimo.

Il “centrosinistra” targato Pd viene travolto in Toscana e in Emilia. I Cinque Stelle si affermano ad Avellino e Imola, ma perdono Ragusa. Avanzano Lega e centrodestra un po’ ovunque.

E’ un vero e proprio ribaltone quello avvenuto in Toscana dove Pisa, Siena e Massa passano in blocco al centrodestra. A Pisa il nuovo sindaco è Michele Conti candidato di Lega, FI e FdI, che ha battuto Andrea Serfogli. A Siena Luigi De Mossi, con il 50,8% batte di misura il sindaco uscente Bruno Valentini (Pd) fermo al 49,2%. A Massa Francesco Persiani è al 56,6% e batte senza problemi Alessandro Volpe, sindaco uscente, fermo al 43,4%.

Ammette la sconfitta anche Maurizio Perinetti, candidato sindaco del “centrosinistra” a Ivrea: qui la sinistra amministrava ininterrottamente dal Dopoguerra. Ad Ancona, unico capoluogo di Regione al voto, si riconferma la sindaca uscente, Valeria Mancinelli, di “centrosinistra”. Ad Avellino si impone a sorpresa Vincenzo Ciampi candidato M5S che strappa la cittadina campana finora guidata dal “centrosinistra”.

Il M5S espugna anche Imola, governata per oltre 70 anni dal “centrosinistra”. Dopo 20 anni passa al centrodestra Terni – finora guidata dal Commissario straordinario – con Leonardo Latini esponente della Lega che al ballottaggio ha nettamente superato Thomas De Luca, candidato del Movimento 5 stelle.

Da Brindisi arriva una delle poche consolazioni per il “centrosinistra”: è vincitore Riccardo Rossi, ribaltando i risultati del primo turno che vedevano favorito Roberto Cavalera del centrodestra. Brindisi era uno dei comuni guidati dal Commissario straordinario. A Imperia la lotta tutta interna al centrodestra, vede la vittoria dell’ex ministro Claudio Scajola, rappresentante di quattro liste civiche, che prevale sul candidato del centrodestra unito Luca Lanteri, ex delfino dello stesso Scajola e ora uomo sostenuto dal governatore Giovanni Toti.

Anche a Sondrio prevale il centrodestra con il candidato Marco Scaramellini che batte Nicola Giugni, sostenuto dal “centrosinistra”. A Teramo Gianguido D’Alberto del “centrosinistra” ha avuto la meglio su Giandonato Morra del centrodestra (il comune era guidato da un commissario straordinario). A Viterbo, città finora guidata dal “centrosinistra”, il nuovo sindaco è Giovanni Arena del centrodestra con il 51,1 che ha battuto Chiara Frontini, a guida di una lista civica. Sorprese dai ballottaggi in Sicilia.

A Ragusa, guidata finora dai Cinque Stelle, il candidato sindaco del M5s Antonio Tringali è stato battuto dal rivale Giuseppe Cassì, sostenuto da liste civiche e FdI. A Messina, Cateno De Luca (Udc) si impone su Dino Bramanti, sostenuto dal centrodestra. E a Siracusa vince Francesco Italia (Cs) che batte Paolo Ezechia Reale, appoggiato dal centrodestra. Al “centrosinistra”, infine, è andato il Terzo Municipio di Roma.

Che senso trarne? E’ finita l’epoca in cui – “ sinistra” – si poteva “far politica” guardando soltanto alle dinamiche istituzionali, contando sul fatto che il proprio “bacino elettorale” era tutto sommato stabile e fedele. In quell’epoca si giocava a scomporre e rimettere insieme pezzi di sigle e ceti politici all’unico scopo di “eleggere” alcuni consiglieri o parlamentari.

E’ insomma finito il tempo dei “comitati elettorali” più o meno stabili, con protagonisti fissi e sigle mobili, programmi vaghi e compromessi stipulati in segrete stanze; ossia il tempo in cui le strutture dei “partiti” venivano risvegliate dal sonno per raccogliere firme, presentare una lista, chiamare gli iscritti. telefonare agli affezionati elettori…

Non esiste ormai alcuna possibilità di “raccattare voti” a prescindere da una presenza sociale quotidiana sui territori. Si raccoglie quel che si è seminato, e se non hai seminato nulla – come “a sinistra” avviene ormai da tempo immemorabile – non puoi raccogliere altro.

lunedì 18 giugno 2018

Che affoghino tutti..??? noi stiamo già affogando..

Sondaggi d’opinione (ma basta ascoltare in strada) registrano approvazione di massa per porti chiusi alle navi cariche di migranti. Percentuali arie vengono fornite ma la dimensione è quella di circa il 70 per cento di favorevoli. Porti chiusi piace. E non solo all’elettorato leghista dove porti chiusi è plebiscito. Porti chiusi sfonda tra l’elettorato M5S, porti chiusi conquista un terzo dell’elettorato di sinistra.

mercoledì 13 giugno 2018

Ci stiamo salvinizzando

Matteo Salvini si è preso il centro della scena politica alla sua maniera per fare la sua personalissima campagna elettorale e per continuare a coltivare la sua tanto irresistibile, quanto estremamente pericolosa, ascesa usando spudoratamente il ministero dell’interno come fosse un ministero della propaganda qualsiasi.

Per lui, Stato e partito si sovrappongono. Vi ricorda qualcuno? Se potesse, farebbe come Erdogan, ma sa che ancora non è il momento. Però ci sta lavorando, e sodo. Il resto, gli utili idioti, gli stanno facendo da confuso e soccombente contorno.

Ma cosa tiene insieme Lega e Movimento 5 Stelle? Sicuramente una vaga promessa elettorale di ripristino di alcuni diritti sociali perduti e l’offerta altrettanto vaga di “protezione” davanti alle incertezze di un mondo sempre più complesso e sempre più veloce. Le manterranno? A sentire il loro ministro dell’economia Tria, totalmente prono ad euro, pareggio di bilancio ed austerity, parrebbe proprio di no.

I risultati delle amministrative già certificano il primo importante crollo di consensi verso la gestione Di Maio e l’evidente, sostanziale, subalternità dei 5Stelle all’inarrestabile protagonismo della Lega di Salvini. E tuttavia, andrebbe ricordato che quei diritti sociali sono stati spazzati via proprio dai governi di “sinistra”. Quella “sinistra” che ora scalpita con la solita retorica umanitaria sul tema dei migranti e dell’accoglienza. Ma è solo retorica, per l’appunto, null’altro che vuota retorica.

Quella stessa retorica “umanitaria” usata massicciamente per giustificare tutte le guerre d’aggressione neocoloniali degli ultimi trent’anni sotto l’egida della NATO; guerre che, insieme al traffico d’armi, alla selvaggia globalizzazione neoliberista ed all’incessante saccheggio delle risorse di quei paesi, hanno ridotto alla disperazione ed alla fame le moltitudini di esseri umani che ora cercano una speranza di salvezza solcando i mari in imbarcazioni fatiscenti, con altissimo rischio di crepare.

La “sinistra”, ovvero, quella strana cosa che si fa chiamare ancora così, ha aperto autostrade al progetto razzista e neofascista di Salvini per mezzo del suo uomo nuovo (si fa per dire) Marco Minniti. Proprio ora che Salvini ha preso il centro della scena con la vergognosa vicenda della nave “Acquarius” e con i suoi fiammanti e deliranti tweets, andrebbe ricordato che fu l’accordo italo-libico del 2 febbraio 2017, voluto e firmato da Minniti e Gentiloni, a permettere la detenzione dei migranti nei lager gestiti dalle mafie libiche in affari con i trafficanti di esseri umani (e la mano libera alle motovedette libiche contro i soccorsi in mare). Luoghi in cui, secondo l’Alto Commissariato dell’ ONU per i diritti umani, si praticano sistematicamente indicibili violenze, stupri e deprivazioni di ogni genere, anche nei confronti di minori.

Certo, nell’ascesa di Salvini andrebbe ricordato anche il ruolo nefasto del sistema mediatico mainstream che, oltre ad avere fatto di uno scaltrissimo cialtrone un “grande leader politico”, ha quotidianamente alimentato una narrazione tutta incentrata sulla criminalizzazione dello straniero e sulla rabbia della “gente” che ha fatto da tappeto perfetto per i deliri razzisti salviniani.

E tuttavia, mai come in questo momento, andrebbero tenute presenti le responsabilità politiche e culturali della così detta “sinistra” che hanno fatto da indispensabile premessa alla deriva neorazzista in atto; in primis, la situazione di pesante degrado ed abbandono in cui sono state lasciate, per decenni, le periferie dei grandi agglomerati urbani ed in cui sono esplose le inevitabili contraddizioni usate da destra e fascisti per imporre la propria visione securitaria, razzista e neoidentitaria.

Una visione che di recente abbracciata anche una certa “sinistra” che aveva trovato nel discepolo di Cossiga, Marco Minniti, un nuovo appassionato interprete ammirato anche a destra. I suoi decreti su immigrazione e “decoro urbano” sono già pietre miliari delle politiche classiste, razziste e securitarie di questo paese avendo dato la stura alle peggiori pulsioni e pratiche nei confronti proprio nei confronti dei più poveri e dei più deboli.

martedì 12 giugno 2018

Salvini, Capitan Italia è lui: premier di fatto. Stile? Cafonal-pop

Salvini, cioè la vittoria politica sui migranti. Sì, vittoria politica e peggio per chi non capisce che di questo si tratta, di una vittoria politica netta. Eccola la vittoria politica, Salvini che dice: “Alzare la voce paga” e  gran parte d’Italia che annuisce.

lunedì 11 giugno 2018

Ricordando Berlinguer, l’onestà senza compromessi #11giugno

Da cosa si intuisce che pian pianino, senza accorgercene, stiamo diventando una nazione di barbari? Da molti segnali, alcuni evidenti e altri più sfumati. Cominciamo da quelli più lampanti: l’involgarimento generale, che è sotto gli occhi di tutti e si palesa in varie forme, tutte poco gradevoli.

mercoledì 6 giugno 2018

E se populistizassimo anche noi?

Praticamente tutti i mezzi di informazione definiscono “populista” il governo Salvini-Di Maio, nato in questi giorni dopo un lungo e apparentemente sofferto travaglio. Ma cosa significa esattamente questo aggettivo? come si traduce in politica?  Per me il governo Salvini-Di Maio è decisamente un governo reaziomario di destra; e questo mi basta per considerarmi all’opposizione.

martedì 5 giugno 2018

#fiduciaconte #5giugno #giornatamondialedellambiente, VENNE IL GIORNO....

Con la consapevolezza di conoscere il nemico per resistere, bisogna guardare al nuovo governo grillin-leghista, che di fatto azzera la vecchia “classe politica”. Una tentazione che va evitata come la peste è pensare che sia fatto solo di deficienti-ignoranti (che pure non scarseggiano…), incapaci di elaborare una strategia vincente. Intanto perché hanno vinto, fin qui. Dunque, nemici odiosi sì, ma proprio fessi non sono.

ANALISI SUL SUCCESSO #M5SLega E COME RESISTERE A #fiduciaconte

Dietro l’affermazione di Lega e Cinque Stelle c’è un’epocale ristrutturazione economica sulla forma di capitalismo. A livello macro, la globalizzazione ha perso molto del suo consenso sociale in seguito alla crisi economica. Non è dunque un caso che in questi anni riscuotano maggiore consenso le forze che investono sulla valorizzazione dei confini nazionali come meccanismo (illusorio) di sicurezza e garanzia del benessere (che resta).

lunedì 4 giugno 2018

Il circo italico è appena iniziato. buon divertimento

Proprio un bel “governo del cambiamento” ci ha regalato una compagine, il movimento 5 stelle, che era partita, col 32%, per essere il centro del sistema politico ed è arrivata, in poche settimane, a fare la ruota di scorta della Lega. Un partito che ha quasi la metà dei voti del movimento 5 stelle. Ma che, a differenza del M5S, ha le idee chiare su come muoversi e cosa fare.

domenica 3 giugno 2018

UN populismo ma senza popolo al potere

«Disordine nuovo».Questo connubio fotografa perfettamente il carattere del tutto inedito del caos istituzionale e politico andato in scena allora sull’ «irto colle» e diffusosi in un amen urbi et orbi.

Ma quell’espressione va al di là dell’istantanea, e non perde certo attualità per la nascita del governo Conte. Con la doppia allusione storica (all’ordinovismo neofascista ma anche all’originario Ordine Nuovo gramsciano) ci spinge anzi a riflettere da una parte sul potenziale dirompente del voto del 4 marzo, reso assai visibile ora che è esploso fin dentro il Palazzo provocandone una serie di crisi di nervi.

Dall’altra sul carattere anche questo «nuovo» del soggetto politico insediatosi nel cuore dello Stato: sta sotto la bandiera giallo-verde e che per ora è difficile qualificare se non in forma cromatica. Perché quello che è andato abbozzandosi «per fusione» nei quasi cento giorni di crisi seguita al terremoto del 4 di marzo, e infine è diventato «potere», forse è qualcosa di più di una semplice alleanza provvisoria. Forse è l’embrione di una nuova metamorfosi (potenziata) di quel «populismo del terzo millennio» su cui dalla Brexit e dalla vittoria di Trump in poi i politologi di mezzo mondo vanno interrogandosi. Forse addirittura è una sua inedita mutazione genetica che, fondendo in un unico conio vari ed eterogenei «populismi», farebbe ancora una volta del caso italiano un ben più ampio laboratorio della crisi democratica globale.

SBAGLIANO QUANTI liquidano l’asse 5Stelle-Lega con le etichette consuete: alleanza rosso-bruna, coalizione grillo-fascista, o fascio-grillina, o sfascio-leghista, e via ricombinando. Sbagliano per pigrizia mentale, e per rifiuto di vedere che quello che va emergendo è un fenomeno politico inedito, radicato più che nelle culture politiche nelle rotture epocali dell’ordine sociale. Altrimenti dovremmo concludere che (e spiegare perché) la maggioranza degli italiani – quasi il 60% – è diventata d’improvviso «fascista». E sarebbe assai difficile capire come e per quale occulta ragione l’elettorato identitario della Lega si è così facilmente rassegnato al connubio con la platea grillina, e viceversa come questa si sia pensata compatibile con i tombini di ghisa di Salvini…

È DUNQUE per molti versi un oggetto misterioso quello che disturba i nostri sonni. E in questi casi, quando si ha di fronte un’entità politica che non ci dice da sé «chi sia», è utile partire dall’indagine delle cause. Dalla «eziologia», direbbero i vecchi padri della scienza politica, prendendo a prestito il termine dalla medicina, come se appunto di malattia si trattasse. Da dove «nasce» – da quale sostrato, o «infezione», prende origine -, questa «cosa» che ha occupato il centro istituzionale del Paese, destabilizzandolo fino al limite dell’entropia?

UNA MANO, FORSE, ce la potrebbe dare Benjamin Arditi, un brillante politologo latino-americano che ha usato, per il populismo del «terzo millennio», la metafora dell’”invitado incomodo”, cioè dell’ospite indesiderato a un elegante dinner party, che beve oltre misura, non rispetta le buone maniere a tavola, è rozzo, alza la voce e tenta fastidiosamente di flirtare con le mogli degli altri ospiti… È sicuramente sgradevole, e «fuori posto», ma potrebbe anche farsi scappare di bocca «una qualche verità sulla democrazia liberale, per esempio che essa si è dimenticata del proprio ideale fondante, la sovranità popolare». È questo il primo tratto identificante del new populism: il suo trarre origine dal senso di espropriazione delle proprie prerogative democratiche da parte di un elettorato marginalizzato, ignorato, scavalcato da decisioni prese altrove… Son le furie del (popolo) Sovrano cui per sortilegio è stato sfilato lo scettro il denominatore comune delle pur diverse anime. E queste furie (confermate purtroppo dalle recenti improvvide esternazioni istituzionali) attraversano la società in tutte le sue componenti, sull’intero asse destra-sinistra.

IL SECONDO FATTORE è lo «scioglimento di tutti i popoli». Può sembrare paradossale, ma è così: questo cosiddetto populismo rampante è in realtà senza popolo. Anzi, è il prodotto della fine di tutte le precedenti aggregazioni socio-politiche. Nella marea che ha invaso le urne il 4 di marzo non c’è più il «popolo di sinistra» (lo si è visto e lo si è detto), ma neppure più il «popolo padano» (con la nazionalizzazione della Lega salviniana), e neanche il «popolo del vaffa» (con la transustanziazione di Di Maio in rassicurante uomo di governo): c’è il mélange di tutti insieme, sciolti nei loro atomi elementari e ricombinati. Così come ci sono ben visibili le tracce di tutti e tre i «populismi italiani» che nel mio Populismo 2.0 avevo descritto nella loro successione cronologica (il telepopulismo berlusconiano ante-crisi, il cyberpopulismo grillino post-Monti e il populismo di governo renziano pre-referendario), e che ora sembrano precipitare in un punto solo: in un unico calderone in ebollizione al fuoco di un «non popolo» altrimenti privo di un «Sé».

PER QUESTO CREDO di poter dire che siamo lontani dai vari fascismi e neofascismi novecenteschi, esasperatamente comunitari in nome dell’omogeneità del Volk. E nello stesso tempo che viviamo ormai in un mondo abissalmente altro rispetto a quello in cui Gramsci pensò il suo Ordine Nuovo fondando su quello l’egemonia di lunga durata della sinistra. Se quel modello di «ordine» era incentrato sul lavoro operaio (in quanto espressione della razionalità produttiva di fabbrica) come cellula elementare dello Stato Nuovo, l’attuale prevalente visione del mondo trae al contrario origine dalla dissoluzione del Lavoro come soggetto sociale (si fonda sulla sua sconfitta storica) e dall’emergere di un paradigma egemonico che fa del mercato e del denaro – di due entità per definizione «prive di forma» – i propri principii regolatori. È appunto, nel senso più proprio, un «disordine nuovo». Ovvero un’ipotesi di società che fa del disordine (e del suo correlato: la diseguaglianza selvaggia) la propria cifra prevalente.

A QUESTO MODELLO «insostenibile» il soggetto politico che sta emergendo dal caos sistemico che caratterizza la «maturità neoliberista» non si contrappone come antitesi, ma ne trasferisce piuttosto lo statuto «anarco-capitalista» nel cuore del «politico». Non è il corpo solido piantato nella società liquida. È a sua volta «liquido» e volatile. Continuerà a quotare alla propria borsa l’insoddisfazione del «popolo esautorato», ma non gli restituirà lo scettro smarrito. Continuerà a prestare ascolto alla sua angoscia da declino e da marginalizzazione, ma non ne arresterà la discesa sul piano inclinato sociale (scaricandone rabbia e frustrazione su migranti, rom e homeless secondo la tecnica consumata del capro espiatorio). Condurrà probabilmente una lotta senza quartiere contro le attuali «oligarchie» (per sostituirsi ad esse) ma non toccherà nessuno dei «fondamentali di sistema». È pericoloso proprio per questo: per la sua adattabilità ai flussi umorali che lavorano in basso e per la sua simmetrica collusione con le logiche di fondo che operano in alto. E proprio per questo personalmente non farei molto conto sull’ipotesi che a breve tempo il loro governo vada in crisi per le sue contraddizioni interne. O per un conflitto «mortale» con l’Europa, che non saranno loro ad affossare con un’azione deliberata e consapevole (sta già facendo molto da sola, con la sua tendenza suicida).

SE VORREMO combatterli dovremo prepararci ad avere davanti un avversario proteiforme, affrontabile solo da una forza e da una cultura politica che abbia saputo fare, a sua volta, il proprio esodo dalla terra d’origine: che sia preparata a cambiarsi con la stessa radicalità con cui è cambiato ciò che abbiamo di fronte. Non certo da un fantasmatico «fronte repubblicano», somma di tutte le sconfitte.

venerdì 1 giugno 2018

#GovernoLegaM5s #1giugno, il “compromesso storico” tra fasciorazzismo e Capitalismo

Sei tecnici, sette grillini e sei leghisti. Il compromesso che regge la composizione del governo “politico” è trasparente fin dall’equilibrio delle componenti nella squadra. Solo che “i tecnici” occupano le caselle chiave – presidenza del consiglio, economia, politiche europee, esteri, difesa, più l’ambiente per altre ragioni
. Mentre grillini e leghisti si insediano in ministeri che dipenderanno, per poter funzionare, da risorse che sta ad altri erogare o mettere a disposizione.

Sbrigativamente, Enzo Moavero Milanesi agli esteri ha il compito di tranquillizzare il resto della Ue sul fatto che l’Italia non darà strattoni insopportabili alla struttura comunitaria. Può garantirlo come silenzioso ex ministro delle politiche comunitarie nei governi di Mario Monti ed Enrico Letta, i più eterodiretti degli ultimi otto anni.

Giovanni Tria all’economia copre la casella più sensibile in modo sufficientemente elastico. Nella sua produzione recente, infatti, sposa a volte le critiche alla moneta unica (e alle politiche della Germania) avanzate da Paolo Savona ma, pur ritenendo l’uscita dall’euro una possibilità teorica, ha sempre considerato questa eventualità un rischio troppo alto, con troppe variabili negative. Ha scritto libri insieme a Renato Brunetta, quindi è ben visto negli ambienti berlusconiani, tanto da sposare l’ipotesi flat tax fin da tempi insospettabili, finanziandola con aumenti dell’Iva che andrebbero a ridurre sensibilmente i consumi popolari.

Quest’ultimo rappresenta da solo la piccola vittoria di Salvini sul piano del rapporto con l’Ue, visto che si insedia nel ministero apposito. Che non ha poteri decisionali autonomi, ma consente di trattare con l’Unione da una posizione – certamente meno forte che non il ministero dell’economia – sufficientemente fastidiosa nel sollevare problemi quando si sceglie di farlo.

Del resto, la tensione internazionale innescata dai dazi introdotti da Donald Trump anche su acciaio e alluminio europei (con contromisure che stanno per partire da Bruxelles) illumina la nascita di questo governo anche da altri punti di vista. Più d’uno, per esempio, ha sottolineato come l’impennata dello spread, martedì 29, sia stata frenata da massicci acquisti di titoli di stato italiani da parte di fondi di investimento statunitensi. Un modo per contenere la pressione dei “mercati europei” su un paese membro che potrebbe mostrarsi, ancora una volta, più suddito degli Stati Uniti che non della Germania merkeliana.

“Tecnica” anche Elisabetta Trenta, ex ufficiale dell’esercito, vicedirettrice dei master in intelligence e sicurezza presso l’università privata Link Campus; ha partecipato ad attività militari e civili in Italia e all’estero su incarico del ministero della Difesa. Un funzionario esperto, insomma, a cavallo tra funzioni militari e da servizi segreti, che pur essendo “in quota Cinque Stelle” costituisce col suo curriculum una garanzia sul fatto che l’internità al sistema Nato non subirà scostamenti neppure millimetrici.

Sistemate la Ue e la Nato, cosa resta? Tutti gli altri ministeri hanno implicazioni sostanzialmente “interne”. Se avranno le risorse, potranno cercare di realizzare almeno parti del “contratto di programma”, altrimenti dovranno cercare di prendere iniziative sostanzialmente pubblicitarie, a basso costo, ma spendibili nella propaganda.

Da questo punto di vista, ancora una volta, quello che sta messo peggio è Luigi Di Maio. Si è messo alla testa di tre ministeri accorpati in uno – sviluppo economico, lavoro e politiche sociali – nella speranza di poter tracciare qualcosa che somigli almeno alla lontana al “reddito di cittadinanza” tanto atteso al Sud. Non ci addentriamo qui nei dettagli della proposta originale (lo abbiamo fatto già più volte), ma qualsiasi iniziativa su questo terreno è una sicura fonte di spesa, tanto più grande quanto maggiore è la platea interessata (oltre 10 milioni di persone, almeno) e l’entità del “sostegno” immaginato.

Non ci vuole molto a immaginare che su questo fronte il ministro dell’economia, pressato dai 26 “colleghi” in quel di Bruxelles, avrà spesso facile gioco nel far calare le iniziative verso lo zero. In ogni caso, c’è poi Sergio Mattarella con la penna rossa in mano, pronto a cassare le proposte di legge con copertura finanziaria nulla, incerta o insufficiente.

Chi sta in una botte di ferro, all’apparenza, è Matteo Salvini. La “sicurezza” si può fare con pochi soldi aggiuntivi (10.000 poliziotti in più, pagati magari riducendo drasticamente le spese per l’accoglienza di migranti e profughi, non sono un costo insopportabile). Ed è fin troppo facile attendersi da subito iniziative “clamorose”, tipo l’espulsione immediata dell’immigrato spenna-piccioni postato ieri sulla sua pagina Fb poco prima di chiudere il patto con Di Maio e Mattarella…

Scherzi a parte, i comportamenti pratici delle cosiddette “forze dell’ordine” rischiano rapidamente di andare fuori controllo, e la sentenza assolutoria nel processo d’appello per l’uccisione di Giuseppe Uva – giunta proprio ieri – puzza lontano un miglio di “nuova cultura giuridica”.

Lo stesso si potrebbe dire per le “politiche della famiglia”, con minacce non velate di metter mano – reazionaria – alla legge sull’aborto e altri diritti civili (anche questi gratuiti, sul piano delle risorse finanziarie).

Lo schema logico è sempre lo stesso, però. Il compromesso con l’Unione Europea e la Nato facilita la neutralità dei “mercati” rispetto al nostro paese, ma al prezzo di politiche di bilancio completamente in linea con Bruxelles. Ossia con zero o quasi risorse per realizzare il “contratto di programma”; anzi, con tagli e “riforme” che dovrebbero andare in direzione completamente opposta (a cominciare dalle pensioni – ci chiedono di tagliare quelle di reversibilità, ricalcolcare anche quelle in essere con il metodo “contributivo”, riducendole così di brutto, ecc).

Sorge immediata, insomma, la necessità di “compensare” questa impossibilità di effettuare il promesso “cambiamento” con misure di grande impatto mediatico e psicologico, ma dal costo irrilevante. Il fasciorazzismo leghista, su questo fronte, ha un arsenale ben più vasto e “populista” della stucchevole litania grillina sui “vitalizi” (da cui verranno ricavati, a conti fatti, quattro spiccioli).

Questo governo ha comunque un vantaggio enorme, mai avuto da nessun governo precedente: non ha un’opposizione parlamentare credibile come alternativa. Né nell’immediato, né in prospettiva. Pd e berlusconiani, infatti, non potranno contestare misure di politica economica concordate fin nei dettagli con la Commissione Europea (pena il farsi a loro volta una impensabile fama di euroscettici tardivi). I berlusconiani, oltretutto, non potranno neanche contestare le misure fasciorazziste e/o bigotte che hanno sempre sostenuto di voler realizzare. Per il Pd (in cui sta per riconfluire anche la finta “sinistra” di LeU, specie se ne esce – come sembra – Renzi) si apre invece un sottilissimo spazio critico, quasi soltanto sui “diritti civili”.

Ma non sarà facile neanche questo. L’ultimo baluardo immaginario all’ondata di destra era stato individuato in Sergio Mattarella, incensato per aver domenica sera sbarrato al strada alla prima versione del governo Conte. Qualche furbo ha fatto breccia nel cuore di qualche ingenuo chamando alla mobilitazione – oggi – in favore del Presidente della Repubblica. Chissà come saranno ridotti ora, nel vedere che le mosse di Mattarella non erano affatto motivate da un “rigurgito antifascista”, ma solo da un ferreo “comando europeista”. Ottenute le correzioni necessari a “rassicurare i mercati”, infatti, ha approvato con un sorriso l’ingresso di Salvini al Viminale. In tempi di lascrime e sangue, un fasciorazzista alla guida della polizia può far comodo anche “all’Europa”…

A noi sembra chiaro che questa situazione, infine, brucia definitivamente ogni residuo spazio per immaginari “contenitori larghissimi” dai contorni vaghissimi, tutti giocati su qualche nome noto e senza forze sociali dietro.

C’è invece uno spazio enorme per esercitare – ma sul serio, non nei talk show – una opposizione sociale e politica che non fa sconti a nessuno e prova a costruire ex novo il “blocco sociale” popolare, fatto di tutte le figure sfruttate – in qualsiasi modo e con qualsiasi contratto lo siano – e con qualche idea finalmente chiara sui veri nemici che si trova di fronte: il piccolo capitale perdente di questo paese, ridotto a scommettere sui fasciorazzisti come ultima spiaggia, e il grande capitale finanziario e multinazionale.

 Salvini e Di Maio si sono piegati, in realtà il secondo l’aveva già fatto, ai vincoli UE ( e NATO). E tutti assieme si sono piegati ai colpi dello spread usati squadristicamente da UE e Germania. A parole saranno tutti contro l’austerità, ma continueranno a praticarla nel nome del fiscal compact e dei trattati UE che non oseranno più mettere in discussione. In compenso potranno fascisteggiare con migranti, poveri, occupanti di case e conflitti sociali.  Anzi un governo che abbia il consenso degli elettori, non tecnico dunque, e che continui ad eseguire la politica delle banche mentre indirizza la rabbia popolare verso i migranti e gli esclusi.



E’ ora di rendersi indipendenti da questa melma e alzarsi in piedi per camminare.

#GovernoLegaM5s ovvero Italia della paura: + debito, no euro e nuova kasta

L’Italia che vota Movimento 5 Stelle e Lega non vuole democrazia. E' questo lo scenario inquietante di un Paese giallo-verde ossia di una Italia sovranista che vuole uscire dall’euro e consegnarsi a una nuova Kasta, peggiore della precedente.

DIFENDIAMO IL NOSTRO FUTURO CHE HA UN CUORE ANTICO

In un momento di inaudita gravità- in cui si sta affossando la Costituzione – e non perché Mattarella ha travalicato i limiti ma perché è  appena nato un governo i cui spiriti vitali chiaramente di destra della Carta tradiscono lo spirito e anche la lettera – si rende urgente e necessario ricostruire un forte movimento per la democrazia, reale perché ugualitaria pacifista solidale aperta contraria ad ogni forma di discriminazione di qualsiasi genere.
Quella democrazia che nel nostro paese ha un cuore antico e cuore pulsante , fatto battere dalle lotte che operai contadini intellettuali hanno condotto contro le ricorrenti forme di limitarne la portata al solo momento elettorale.
Ha il suo cuore nelle fatiche terribili dei tanti confinati che durante il fascismo hanno sacrificato tutto e che nei luoghi del confine hanno seminato il germe della democrazia e creato legioni di giovani pronti a lottare; ha il suo cuore nei tanti comunisti che a rischio della vita a tenevano i collegamenti tra le cellule pur presenti nel nostro paese e il gruppo dirigente in esilio;
Ha il suo cuore nella Resistenza, nell’Assemblea Costituente e nella COSTITUZIONE REPUBBLICANA e nei valori che solennemente enuncia e sancisce e impone che vengano raggiunti.
Ha il suo cuore antico a Portella della Ginestra, a Modena, a Melissa; ha il suo cuore antico nelle lotte contro lo Scelbismo e le discriminazioni anticomuniste, contro Tambroni,, contro gli attacchi antidemocratici e anticostituzionali ( ricordiamo il piano Solo e DeLorenzo) contro la catena interrotta di stragi e i conseguenti nascondimenti della verità.
Questo cuore antico pulsa e fa scorrere sangue forte e giovane, suscita volontà di non mollare, indica gli obiettivi da raggiungere, crea quell’intellettuale collettivo che è intelligenza e volontà trasformatrice.
A quel cuore antico bisogna tornare, non con nostalgia ma con spirito critico per ricostruire le larghe alleanze per la democrazia sostanziale
Riannodiamo le fila di un discorso di un sentire di un volere di un fare che il capitale finanziario dominante nel nostro paese ha cercato di spezzare ricorrendo ad una guerra di classe all’incontrario, che non ha esitato a ricorrere alla violenza stragista e che ha trovato poi connivenze in gruppi dirigenti che come Esaù hanno scambiato la lotta per la transizione con il misero piatto di lenticchie di una pretesa legittimazione.
Richiamare quel cuore antico significa oggi riprendere un discorso interrotto , senza massimalismi a con la convinzione che oggi nella nostra situazione di crisi o si avvia un progetto di transizione o la barbarie delle diseguaglianze si espanderanno fino a diventare a trasformare il paese in un “misero umanaio” con un nucleo sempre più ridotto di super miliardari e una sempre più vasta massa di poveri cui vengono negati anche i diritti fondamentali.

giovedì 31 maggio 2018

Il climate change e il menefreghismo della politica

Perfino le società petrolifere riconoscono che devono fare di più per combattere il cambiamento climatico. Arrivando ad «assumere la responsabilità di tutte le emissioni» di gas serra, comprese quelle prodotte dall’impiego di combustibili fossili, come la benzina per le auto o il gas con cui scaldiamo le nostre case. A chiederlo è un gruppo di 60 grandi investitori – fondi, banche e assicurazioni, che insieme gestiscono più di 10.400 miliardi di dollari e che alzano la pressione sulle major a livelli senza precedenti proprio a pochi giorni dalle assemblee degli azionisti, in cui l’ambiente promette di essere un tema centrale.

La Royal Dutch Shell voterà una mozione che chiede un taglio più aggressivo delle emissioni di CO2 rispetto al dimezzamento a cui il management «ambisce» entro il 2050. Nonostante le riserve di A favore si sono schierati anche la Church of England e il fondo pensioni dell’Agenzia per l’ambiente britannica. Il testo afferma che «a prescindere dal risultato all’assemblea di Shell» tutte le compagnie del settore dovrebbero «chiarire come vedono il loro futuro in un mondo low-carbon».

La richiesta in particolar e è che le Major assumano «impegni concreti» per ridurre in modo significativo la CO2, per stimare l’impatto delle emissioni legate all’impiego dei combustibili che producono e per «spiegare come i loro investimenti siano compatibili con il percorso verso gli obiettivi di Parigi», che impegnano a contenere il riscaldamento globale almeno entro 2° C. Sono ormai diversi anni che il mondo della finanza ha preso coscienza dei rischi legati al cambiamento climatico: rischi non solo per l’ambiente, ma anche per gli investimenti stessi

Il 2018 è l’anno in cui dovrebbero essere realizzate le prime bozze dei Piani Energia e Clima, gli strumenti con cui i Paesi Membri dell’Unione Europea dovranno mostrare le politiche e le strategie per raggiungere gli obiettivi fossati per il 2030 e che, per l’Italia, rappresentano l’occasione per dare concretezza a quanto scritto nella Strategia Energetica Nazionale (SEN), predisposta oramai da quasi un anno.

Della SEN in verità, al di fuori degli addetti ai lavori e della stampa specializzata, se ne è parlato poco. Probabilmente non a torto perché si tratta di un documento che ha solo valore di indirizzo, approvato da un governo in scadenza, quasi un lascito a quello successivo per la sua messa in pratica. È comprensibile quindi che dopo la sua approvazione, l’ad di Enel Starace, rispondendo ai giornalisti abbia detto che “abbiamo la direzione ma non ci sono stati dati strumenti per arrivare agli obiettivi indicati”. (Vedi “Stop al carbone al 2025, Starace: vanno indicati gli strumenti”, Staffetta quotidiana del 22 novembre 2017).

Il tema di cui si era dibattuto era soprattutto quello della chiusura delle centrali a carbone entro il 2025, decisione che porrebbe qualche problema all’impianto di Torrevaldaliga nord, avviato nel 2009 e che quindi avrebbe bisogno di qualche anno ancora dopo il 2025 per ammortizzare l’investimento. La realtà però è che la politica si muove più lenta delle imprese perché il ministero ancora non ha dato l’ok a dismettere la centrale di umbra di Bastardo, che Enel ha deciso da tempo di non utilizzare più.

La SEN, ricordiamolo, prevede una decarbonizzazione completa (ossia chiusura di tutte le centrali a carbone) entro il 2025, produzione con fonti rinnovali del 55% dei consumi elettrici (quindi significa arrivare a generare 184 miliardi di chilowattora l’anno con le FER) e riduzione dei consumi finali di energia dell’1,5% annuo fra il 2021 e il 2030.

Qual è la realtà?

La realtà è che i consumi non scendono, nel 2017 i consumi di energia primaria sono aumentati dello 0,8% rispetto al 2016. Di positivo è da segnalare che sono aumentati della metà rispetto all’aumento del PIL, che nel 2017 è cresciuto dell’1,5%. I consumi finali di energia sono invece aumentati dell’1,3% circa, dunque in misura di poco inferiore all’aumento del PIL, per citare ENEA: “un segnale che nella forte contrazione dei consumi di energia dell’ultimo decennio l’auspicato disaccoppiamento tra crescita economica e consumi energetici ha avuto un ruolo meno rilevante di quello avuto dalla crisi economica” (http://www.enea.it/it/seguici/pubblicazioni/pdf-sistema-energetico-italiano/01-bollettino-trimestrale-2018.pdf).

Nel 2017 si è consolidato il ruolo del gas naturale come prima fonte primaria del sistema energetico italiano, coprendo il 36,5% del totale. Per il terzo anno consecutivo i consumi sono aumentati in modo significativo (+6%, dopo il +5% del 2016. I consumi di petrolio sono invece diminuiti di un punto percentuale, il carbone presenta per il secondo anno consecutivo un calo in doppia cifra (-12% dopo il -10% del 2016) e si riduce al 6% del mix.

E le fonti rinnovabili? Per il terzo anno consecutivo sono in calo! L’aumento del solare e dell’eolico non hanno compensato la perdita dell’idroelettrico. Più volte abbiamo sostenuto che un sistema basato su queste fonti deve prevedere un mix dimensionato in modo da rendere complementari le fonti, e in Italia solare ed eolico sono fortemente sottodimensionate se si vuole che siano in grado di supplire all’acqua negli anni di siccità. Il risultato è stato l’aumento della generazione termoelettrica: +4,6% (dopo il +4,3% del 2016 e il +9,4% del 2015), che ha raggiunto i massimi degli ultimi cinque anni.

Le FER hanno generato 103 TWh di elettricità (107 TWh del 2016, -3,4). È dunque scesa anche la quota di fonti rinnovabili sulla domanda, che ha perso due punti percentuali (dal 34,1% del 2016 al 32,3% del 2017). Anche la massima produzione da fonti rinnovabili su base mensile è rimasta lontana sia dal valore massimo raggiunto nel 2016 sia dai storici: nel 2017 il valore più elevato è stato raggiunto a maggio, con una quota pari al 39%, la più bassa degli ultimi cinque anni.

Questi pochi numeri mostrano come la rivoluzione energetica sia ferma, mostrano che gli obiettivi della SEN al momento sono delle chimere: dal 2015 al 2030 per raggiungerli la generazione da FER dovrebbe aumentare del 70% , dovremmo cioè raddoppiare la potenza fotovoltaica installata oggi, mettendo in opera 2,3 GW l’anno, ma nel 2017 (nonostante sia stato un anno di crescita) ne abbiamo installati solo 0,4 GW, come colmare il gap?

Fonte: Energystrategy.it

I dati delle istallazioni dei primi tre mesi 2018 sono impietosi: fotovoltaico, eolico e idro non hanno superato i 138 MW, con un calo del 5% rispetto al primo trimestre 2017. Nessuna accelerazione all’orizzonte quindi.

Fonte Anie Rinnovabili

Cosa scoveremo dal cilindro per implementare la SEN? Cosa scriverà il nuovo governo nel Piano per l’Energia e il clima? Il contratto di governo Di Maio – Salvini in ogni caso era  estremamente deludente, clima ed energia emergono (o meglio scompaiono) come problemi molto secondari.

La parola clima non è mai citata, compare il termine “cambiamento climatico” solo nella parte finale della sezione intitolata “Ambiente, green economy e rifiuti zero” (il che già stupisce), “In tema di contrasto al cambiamento climatico sono necessari interventi per accelerare la transizione alla produzione energetica rinnovabile e spingere sul risparmio e l’efficienza energetica in tutti i settori”; una frase così generica da essere perfetta forse per un programma elettorale non di certo per un programma di governo. E la parola “fonti rinnovabili” compare una sola volta in tutto il testo, sempre nelle righe finali di questa sezione: “È necessario avviare azioni mirate per aumentare l’efficienza energetica in tutti i settori e tornare ad incrementare la produzione da fonti rinnovabili, prevedendo una pianificazione nazionale che rafforzi le misure per il risparmio e l’efficienza energetica e che riduca i consumi attuali”. Impossibile commentare, manca qualsiasi elemento di concretezza.

Nessuna citazione sul decreto per le rinnovabili abbozzato dal ministero, nessun chiarimento se davvero per effetto della flex tax scompariranno tutte le detrazioni in vigore (senza le quali le installazioni casalinghe di pannelli fotovoltaici sparirebbero perché i tempi di payback praticamente raddoppierebbero), niente su come rinnovare il parco eolico, sul tema batterie, sulle comunità energetiche, sulla questione che si trascina da anni dello sblocco dei sistemi di distribuzione chiusa per dare la possibilità di fornire elettricità generata da un impianto rinnovabile, al altre utenze contigue. Niente su questa benedetta SEN o sul piano per il clima, quasi fossero affari che riguardano solo la povera e misera Europa.

Insomma al momento il piatto è davvero vuoto. Il clima invece non sta fermo, le centrali termoelettriche continuano a bruciare, così come i motori endotermici. Viviamo tempi esigenti, non frustriamo la nostra intelligenza: clima e ambiente sono uno dei nostri maggiori problemi, insieme alle diseguaglianze sociali.

mercoledì 30 maggio 2018

I Salvinizzati

La politica dei due forni di Matteo Salvini continua. Dipende da lui la fisionomia che acquisteranno le prossime elezioni: se si riunificherà col centrodestra il quadro sarà simile, pur se non identico, a quello del 4 marzo. E’ l’ipotesi che auspica il Quirinale. Certo l’egemonia del leghista uscirebbe molto rafforzata dalle urne, ma un governo con Silvio Berlusconi all’interno sarebbe comunque rassicurante per l’Unione europea.

Se invece Lega e Movimento 5 Stelle decideranno di presentarsi insieme, ipotesi che è aleggiata ieri per tutto il giorno, ripresa da diversi esponenti dei due partiti, mai ufficializzata ma anche mai cassata definitivamente, il quadro sarà opposto: sarà in campo un cartello apertamente anti-euro, con fortissime chances di vittoria.

Se Forza Italia avesse deciso di votare per il governo Cottarelli, come aveva annunciato con intervista alla Stampa l’incauto Renato Brunetta, la coalizione sarebbe già stata sepolta. La capogruppo al Senato Anna Maria Bernini lo smentisce di corsa, seguita dal portavoce Giorgio Mulè e infine dallo stesso Berlusconi: «La nostra posizione non può che essere negativa». Matteo Salvini incassa ma non si sbilancia: «Ci penserò. Mi hanno dato del traditore, dell’irresponsabile, del razzista». Ma nel caso chiarisce subito che la linea la detterà lui: «Che fa Forza Italia, dà una mano o grida ’Viva Merkel’?».

Sui futuri rapporti con il Movimento 5 Stelle, Salvini è possibilista: «Il lavoro di queste settimane non è stato inutile. Ci sono molti punti in comune. Se diventerà un’alleanza di governo lo vedremo nelle prossime settimane». E’ un’ipotesi tutt’altro che irrealistica. Il M5S è consapevole di avere in questo momento molto più bisogno della Lega di quanto si possa dire al contrario. E’ il vantaggio, appunto, di poter giocare su due forni, senza contare la tenuta di gioco di Salvini che permette di prevedere, almeno stando ai sondaggi, un’impennata di consensi per il Carroccio mentre il Movimento di Grillo potrebbe perdere qualcosa, forse non molto ma quanto basta per restituire il quadro di una Lega in ascesa impetuosa e di un M5S in flessione.

Senza contare il nodo della leadership. Silvio Berlusconi punta su se stesso: «A chi mi chiede quale sarà il futuro del centrodestra, rispondo che alle prossime elezioni non immagino altra soluzione che quella di una coalizione di centrodestra unita con Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, destinata sicuramente a prevalere anche per la possibilità di una mia candidatura».

Va da sé che il forse-socio Salvini a cedere il comando non ci pensa per niente. Ma a fare la differenza, quando alla fine si tratterà di scegliere, sarà probabilmente la disponibilità di Forza Italia a rinnegare le proprie posizioni in materia di Unione europea. Perché su quel fronte il leader leghista ha dimostrato di fare sul serio, anche rifiutando il ministero dell’Economia per Giancarlo Giorgetti, sponsorizzato da quello stesso Mario Draghi che invece, con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, aveva bocciato il nome di Paolo Savona per via XX Settembre. Anche Giorgetti, per Salvini, in quella postazione, non era abbastanza affidabile. Troppo moderato, forse.

Governo , interrogativi sulle reali motivazioni del flop.

L’atteggiamento di queste ore da parte del Quirinale, in merito al rigetto di nominare un Ministro del costituendo Governo M5S – Lega. Il fatto ha determinato, negli effetti pratici,il fallimento del nuovo Esecutivo, o meglio, ha sancito l’enorme difficoltà da parte delle due forze partitiche, a dar vita a un Governo. Lo dico da persona che non solo non ha votato una delle due formazioni, ma che ha dato la propria fiducia a un Partito – Potere al Popolo – che nemmeno è riuscito a entrare nell’emiciclo. Dunque, la mia domanda è prettamente “istituzionale” e vuole lanciare, semmai, il dubbio sul ruolo ancillare che l’Italia incarna all’interno della cosiddetta Unione Europea, un concetto, questo, che rimaniamo in attesa di conoscere meglio se non, solo e unicamente, per gli aspetti economici e finanziari che rappresenta, per gli intrecci di potere, per le torbide acque che gestisce. Ovvero per tutto quello che ha a che fare con i grandi interessi e non – come si vorrebbe far credere – con la tutela dei diritti dei cittadini, dei popoli. Su questo Governo mai nato, i dubbi sono stati moltissimi. Così come le preoccupazioni. Ma ciò che dovrebbe maggiormente interessare è la modalità adottata. Fanno paura Lega e 5Stelle o fa paura il rischio che un “Sistema”, quello appunto che accennavo prima, possa essere messo in discussione? Il cambiamento, seppure teorizzato da due forze a me distanti, è motivo di interventi “a legioni quadrate” da parte di chi non vuol mettere in dubbio l’equilibrio europeo delle finanze e dei profitti? Mi viene da pensare che certe reazioni siano costituite da ben organizzati blocchi di potere (politico, economico, sociale) che agiscono in nome e per conto di un Grande Osservatore: bracci operativi sui territori, Governi con le loro articolazioni e i loro architravi di sostegno a quel desiderata imperante. Ed è questo un Governo che non inizierà mai, proprio come nel 1978, nel mese di maggio, il giorno 9. Per altri motivi.

Non siamo preoccupati del fatto che Lega e 5Stelle non governeranno il Paese, anzi. Ma per tutto il resto sì, dobbiamo esserlo: non per ragioni di “sovranità” che non ci appartengono declinate come sappiamo, bensì per modalità che, spacciate a salvaguardia di un Popolo, rendono ultimi i principi e le tutele per i cittadini sanciti dalla Costituzione, rispetto alla quale si dà peso oppure no.

domenica 20 maggio 2018

ECCO LA VERSIONE FINALE DEL #CONTRATTO #M5SLega: uno schifo per il Paese e un tradimento per il SUD

Non è una lettura ideologica quella che fa parlare di un Governo che si presenta come spiccatamente reazionario E vergognoso, ma è la stessa lettura del programma definitivo a suggerire tale affermazione.

sabato 19 maggio 2018

IL #contratto di governo #M5SLega uccide la Costituzione


E’ inutile che cerchiate di capire che cosa c’è scritto nel programma del Governo di Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Probabilmente è passata da quella parti qualche vecchia zia e glielo ha un po’ corretto come fanno le zie timorate di Dio e ben educate: ha sfumato tutto. Non esiste più, ad esempio, il blocco della Tav Torino-Lione, ma solo che andrà ripensata: la cosa grossa e da anni contestata è un buco, cosa diavolo bisogna ripensare? Rotondo, ovalizzato, quadrato? Laura Castelli, però, guerriera no Tav e probabile futuro ministro, dice che tutto questo aiuta la sua lotta anti Tav.

Altre scemenze: cacciare tutti i rom. Non si sa dove, visto che sono quasi tutti cittadini italiani, si possono espellere in Italia, una ridente penisola del Mediterraneo.

Scompare anche il condono, ma c’è la pace con i contribuenti, qualunque cosa voglia dire. Rimane la flat tax (soldi per i già ricchi) e la riforma della Fornero (con l’introduzione della quota 100). Il reddito di cittadinanza si infila su per il camino: costerebbe decine di miliardi, ma partirà solo fra qualche anno e comunque in bilancio ci sono solo due miliardi per potenziare i centri di impiego: invece di fare contenti undici milioni di elettori, ne sistemeranno con un buon stipendio qualche migliaio a fanigottare all’ombra dei famosi centri.

Qualcuno ha calcolato che tutta questo insieme di balordaggini dovrebbe costare 65 miliardi, che non esistono e che non si troveranno mai: i sogni muoiono all’alba. Già così, cioè, possono portarselo a casa il programma e farlo leggere ai loro bambini o incartarci il pesce. Non passerà mai nessun vaglio.

Ma tutto questo è il meno e è risaputo. Il  vero problema è che questi sono dei matti eversivi, quasi simpatici nella loro follia da nonni rimbambiti (e invece sono tutti giovani). Tre cose:

1- Il famoso comitato Gran Consiglio del Fascismo rimane. Non ne parlano in dettaglio, ma c’è. Hanno tolto i particolari perché probabilmente si riservano, una volta insediati, di costituirlo: chissà chi diavolo vi entrerà, forse anche Davide Casaleggio o qualche suo impiegato o di Putin. Si tratta di una cosa chiaramente extra-istituzionale e contraria a qualsiasi tradizione democratica. In pratica si crea un consiglio dei ministri al di sopra del Consiglio di ministri vero e proprio. E sarà quello dove vengono prese le decisioni, quello che conta, senza alcuna responsabilità e senza rispondere mai al parlamento, visto che si tratta di un organo del tutto extra-istituzionale, quasi privato. Nessuno era mai stato così spudorato e così deciso a sconvolgere il sistema democratico.

2- Rimane l’idea di abolire la norma, dettata da Luigi Einaudi, dei parlamentari eletti “senza vincolo di mandato” (e che è alla base di tutti i parlamenti e della democrazia rappresentativa). In questo modo tutti i deputati saranno obbligati a seguire i dettami del proprio partito: saranno cioè del tutto inutili, si possono anche abolire, che è quello che vogliono i grillini.

3- E qui entra in gioco l’ineffabile e fantasioso Borghi Aquilini. La Banca Mps non si vende più, lo Stato ne deve comprare il 100 per cento e farne una banca che veicolerà i grandi investimenti pubblici. Tonfo e spavento in Borsa, disastro per gli azionisti.

Ma l’idea è la solita: anche i Leghisti vogliono una banca. Quella che avevano fondato è fallita miseramente. Così ne vogliono un’altra, giusto per giocare un po’ con i soldi. E’ volata l’idea di lanciare dei mini-Bot, idea che ha già provocato il fallimento di altri paesi.

A tutto  ciò aggiungete richieste assurde (modifica dei trattati europei e altre stupidaggini). E’ tutta roba che interessa solo noi, ma che richiederebbe il consenso degli altri 27 stati. Ci rideranno dietro e non se ne parlerà più. Comica la polemica contro il fiscal compact: non sanno nemmeno che cosa è e non sanno nemmeno che sta in Costituzione: inutile andare fino a Bruxelles: comincino con il cambiare la Costituzione, se ne sono capaci (citofonare Matteo Renzi, che ha fatto qualche esperienza in materia).

Infine, ma forse è la cosa più grave, c’è la questione del presidente del Consiglio. Stanno cercando una figura terza. Cioè un signore per bene da mettere lì a sfilare davanti al plotone d’onore mentre loro due, Bibi e Bibò, hanno già fatto tutto: scritto il programma, scelti i ministri, litigato con Bruxelles, e altro ancora. Ma la Costituzione prevede che sia il presidente del Consiglio a dirigere il governo: questi hanno invece in testa un  signore diretto da loro, un presidente di cartone. Di nuovo, si cambia la Costituzione.

Insomma, stanno riscrivendo la Costituzione, sostituendola con le loro personali ossessioni.

Mattarella non ha molte alternative: hanno avuto molti voti, ma il loro osceno governo (con osceni ministri) non deve nascere. Questi vogliono fondare la repubblica di Paperopoli. Una cosa ridicola e che farà ridere tutto il mondo.

Lunedì Mattarella dovrebbe ascoltarli, e poi rispedirli da dove sono venuti. Senza escludere la possibilità, di denunciarli alla più vicina Procura per attentato alla Costituzione.

Benvenuti nella Terza Repubblica, dove governo, parlamento e cittadini non contano nulla

Luigi Di Maio lo ha detto più volte cosa deve essere e cosa deve fare il premier del governo M5S-Lega. Deve essere esecutore ed eseguire. Esecutore, eseguire…verbi e concetti che rimandano a qualcuno che fornisce istruzioni ed esercita controllo sull’esecutore. Si eseguono istruzioni ed ordini. E infatti il premier del governo M5S ha le istruzioni (qualche volta vaghe) nel Contratti di Governo giallo verde. E nell’eseguire le istruzioni avrà sopra di sé il controllo del neonato Comitato di conciliazione, cioè una sorta di super governo che dirà al premier come fare quel che deve eseguire.