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venerdì 29 giugno 2018

Riflessioni sulla povertà

Se non fosse per la drammaticità che i numeri si trascinano dietro, mi stava facendo sorridere la distinzione tra “povertà relativa” e “povertà assoluta”: la prima connota quei cittadini che rinunciano a determinate spese, quindi che riducono i consumi; la seconda invece è un indice di grave mancanza di soddisfazione dei più elementari bisogni primari.

giovedì 28 giugno 2018

Povertà?? l'importante è non toccare i ricchi dando la colpa ai migrant

Innanzitutto i numeri sono inferiori alla realtà o sono costruiti in modo da far apparire meno grave la situazione.

Dal 2005 l’Istat suddivide i poveri in assoluti e relativi con due diverse classificazioni di reddito. Così oggi ci sono 5 milioni di poveri assoluti e tanti altri milioni di poveri relativi. Ma è una distinzione che serve solo ad attenuare l’impatto della catastrofe sociale che ha colpito il nostro paese. Tra l’altro i mass media hanno tutti diffuso la notizia che i 5 milioni di poveri assoluti sarebbero il numero più alto dal 2005, come se prima fossero stati di più. No naturalmente, il 2005 è solo l’anno di avvio della classificazione e allora i più poveri dei poveri erano solo 1,5 milioni. In tredici anni sono triplicati.

Eurostat, l’istituto europeo di statistica, usa piuttosto dei criteri sociali per contare i poveri, partendo da ciò di essenziale a cui essi debbono rinunciare. Sono considerati poveri i cittadini che, tra l’altro, hanno difficoltà a fare un pasto proteico ogni due giorni, a sostenere spese impreviste, a riscaldare a sufficienza la casa, a pagare in tempo l’affitto e a comprarsi un paio di scarpe per stagione e abiti decorosi.

Sulla base di questi e altri criteri nel 2017 l’Italia risulta il paese europeo con più poveri. Sono 10,5 milioni, su un totale a livello Ue di 75 milioni. Un numero enorme, quasi pari agli abitanti di tutta la Germania. Ma i vertici europei si fanno sulla finta emergenza migranti, che permette a tutti i governi di fare i feroci contro le decine di migliaia di poveri che vorrebbero venire sul continente, mentre nulla si fa per le decine di milioni che nella UE già ci stanno.

I poveri si contano e poi vengono cancellati dall’agenda politica. Essi sono lavoratori, pensionati, precari e disoccupati, donne e giovani. Sono la parte più sfruttata ed oppressa del mondo del lavoro, sono le prime vittime della lotta di classe dall’alto dei ricchi, che più i poveri aumentano, più vedono accrescere i propri patrimoni.

I 14 italiani più ricchi, Ferrero Del Vecchio, Berlusconi, Armani e gli altri, possiedono beni per un ammontare di 107 miliardi di dollari, come ciò che riescono a mettere assieme milioni di poveri. Il 5% più ricco del paese detiene il 40% della ricchezza nazionale, cioè 4000 miliardi.

I poveri aumentano perché i ricchi sono sempre più ricchi, perché la ricchezza si concentra sempre di più in alto e viene espropriata e rapinata in basso. La diseguaglianza sociale che dilaga senza freni nel nome del libero mercato è la causa dell’enorme incremento della povertà in Italia e in tutta Europa.

Le misure di austerità e di rigore di bilancio, le privatizzazioni, la flessibilità e la precarietà del lavoro, le politiche fiscali di agevolazioni alle imprese e di riduzione delle tasse ai ricchi, i Jobsact e le flat tax che dilagano in tutta Europa, impoveriscono sempre più persone ed arricchiscono sempre di più una piccola minoranza.

Se non si combatte la concentrazione della ricchezza non si può ridurre la povertà, ma tutti i governi europei, tecnocratici o populisti che siano, di fronte alla sola ipotesi di contrastare la diseguaglianza redistribuendo ricchezza si fermano atterriti. Anche chi ha preso i voti nel nome della lotta contro le élites, alla fine fa proprio l’imbroglio liberista secondo il quale per redistribuire ricchezza prima bisogna produrla. Cioè per dare soldi ai poveri, prima bisogna darne ai ricchi.

Per questo vertici europei per la lotta alla povertà non se ne sono mai fatti, mentre i governanti UE si riuniscono e si accapigliano sul modo migliore di fermare i barconi dei migranti. Contro i ricchi nulla si può, nulla si vuole e deve fare.

mercoledì 27 giugno 2018

LA causa dell’aumento della povertà è il boom dei working poor

La povertà cresce ma non sembra essere una priorità dell’agenda politica. L’Istat ha pubblicato i dati sulla povertà nel nostro paese che confermano l’aumento assoluto e percentuale di poveri e persone a rischio. I dati sulla povertà assoluta (quelli maggiormente amplificati dai mass media) ci dicono che le persone che vivono in povertà assoluta in Italia superano i 5 milioni nel 2017. E’ il valore più alto registrato dall’Istat dall’inizio delle serie storiche, nel 2005. Le famiglie in povertà assoluta sono stimate in 1 milione e 778mila e vi vivono 5 milioni e 58 mila individui.

Ma dovrebbero essere i dati sull’aumento della povertà relativa a preoccupare ancora di più.

La povertà relativa è infatti un parametro che esprime la difficoltà nel reperire i beni e servizi, riferita a persone o ad aree geografiche, in rapporto al livello economico medio di vita dell’ambiente o della nazione. Questo livello è calcolato attraverso il consumo pro-capite o il reddito medio, cioè il valore medio del reddito per abitante, quindi, la quantità di denaro di cui ogni cittadino può disporre in media ogni anno e fa riferimento a una soglia convenzionale adottata internazionalmente che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello medio pro-capite nazionale. Per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel paese, che nel 2017 è risultata pari a 1.085,22 euro al mese.

La povertà relativa si distingue dal concetto di povertà assoluta, che indica invece “l’incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard ossia un livello di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza, cioè nell’ambiente di appartenenza”.

Nel 2010 le famiglie che in Italia si trovavano in situazione di povertà relativa erano circa 2 milioni e 734 mila, rappresentando l’11% di tutte le famiglie residenti. Nel 2017 la percentuale di queste famiglie in povertà relativa è salita a 3milioni 171mila, pari al 12,6% della popolazione.

In questi giorni sono stati pubblicati alcuni dati dell’Ocse sulla produttività, dai quali emerge che in Italia tra il 2010 e il 2016 le retribuzioni reali orarie sono diminuite al tasso medio annuo dello 0,38% a fronte di un valore aggiunto pari a +0,21%. Si tratta del quinto peggiore andamento sui 34 Paesi Ocse. Tra le motivazioni, c’è la crescita dell’occupazione ma solo in settori a bassa e bassissima retribuzione. In Italia tra il 2010 e il 2016 i tre settori con la maggiore creazione di occupazione sono stati infatti la ristorazione e servizi di alloggio (214mila posti di lavoro netti), le attività domestiche (cioè le famiglie come datori di lavoro con 135mila posti) e le attività di assistenza e lavoro sociale (88mila).

E’ l’indicatore del boom dei working poor, cioè dei lavoratori poveri, quelli per i quali non è sufficiente avere un lavoro per superare la soglia della povertà relativa.

Secondo i dati forniti dall’Eurostat i lavoratori poveri rappresentano l’11,7% della forza lavoro, ciò significa che 12 su 100 hanno un salario ma questo non è sufficiente per vivere. I cosiddetti working poor, sono lavoratori con un basso livello di reddito, divisi tra salari bassissimi e contratti a intermittenza. Solo tra i lavoratori dipendenti se ne contano oltre 2 milioni; gli autonomi sono invece 756mila. Si tratta per lo più di giovani all’ingresso del mondo del lavoro che non riescono a rendersi autonomi dalle famiglie, donne che devono fare i salti mortali tra un impiego spesso part time e la famiglia, lavoratori stranieri sottopagati

In Italia cresce....... la povertà

Nel 2017 in Italia sono state stimate in povertà assoluta 1 milione e 778mila famiglie residenti, composte da 5 milioni e 58mila individui. E’ quanto emerge dal report ‘La povertà in Italia’ diffuso oggi dall’Istat, secondo cui l’incidenza di poverta’ assoluta e’ pari al 6,9% per le famiglie (in crescita rispetto al 6,3 del 2016) e all’8,4% per gli individui (7,9% nell’anno precedente). L’incremento, spiegano dall’Istituto di statistica, e’ dovuto all’inflazione registrato nel 2017 ed entrambi i valori sono i più alti della serie storica che inizia nel 2005. L’incidenza della povertà assoluta aumenta prevalentemente al Sud sia per le famiglie che per gli individui, attestandosi rispettivamente al 10,3% (8,5% nel 2016) e all’11,4% (in crescita dal 9,8%). Ma e’ significativo anche l’aumento di poverta’ nei centri e nelle aree metropolitane del Nord, specialmente in Lombardia e Veneto. L’incidenza della poverta’ assoluta e’ calcolata sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile. Il report Istat ha misurato anche la poverta’ relativa, calcolandone l’incidenza sulla base di una soglia convenzionale che individua il valore di spesa per consumi. In Italia cresce anche questo dato: nel 2017 riguardava 3 milioni e 171mila famiglie residenti (12,3% contro il 10,6% del 2016) e 9 milioni e 368mila individui (15,6 contro 14%).
ISTAT: IN ITALIA 1,2 MLN MINORI IN POVERTA’ ASSOLUTA
Sono 1 milione e 208mila i minori che in Italia si trovano in condizioni di poverta’ assoluta, con una incidenza pari al 12,1%, in leggero calo nel 2017 rispetto al 12,5% dell’anno precedente. Il dato più alto riguarda la poverta’ diffusa nelle famiglie con tre o più figli minori, 20,9%, mentre si attesta al 10,5% nei nuclei con almeno un figlio minore. Tra gli individui in poverta’ assoluta si stima che le donne siano 2 milioni e 472mila (incidenza pari all’8%), mentre i giovani tra i 18 e i 34 anni sono 1 milione e 112mila (incidenza del 10,4%, il valore più alto dal 2005). Cresce anche l’incidenza di poverta’ assoluta tra gli anziani, stimati in 611mila, che passa dunque dal 3,8% del 2016 al 4,6% del 2017. Le condizioni dei minori restano dunque critiche, con un valore che dal 2014 non e’ più sceso sotto il 10%.

I ricchi sono sempre più ricchi, mentre una parte sempre più numerosa della popolazione s’impoverisce.  In Italia il numero è aumentato di circa il 9%, passando da 251.500 a 274.000 individui.

Tutto questo è conseguenza del tradimento dei valori socialdemocratici scritti nella costituzione: la difesa del mondo del lavoro, la difesa dei più deboli e poveri, fino a subire l’egemonia culturale del neoliberismo dove gli interessi dei cittadini sono subordinati a quelli degli azionisti, dove le lobby economico-finanziarie contano più della collettività e dei governi, dove l’interesse privato viene anteposto a quello pubblico.

Un mondo ingiusto, diviso in due, ma per i nostri politici e per la maggioranza degli elettori italiani il problema sono i migranti la cui unica colpa è quella di fuggire da guerre e carestie.

Allora dobbiamo rimetterci in gioco seriamente e riallacciarci a quel tessuto sociale confuso e smarrito.

giovedì 10 maggio 2018

Boom INTOLLERALABILE delle disuguaglianze sociali in Italia

Tutti i dati, nazionali o europei, confermano che negli ultimi dieci anni le disuguaglianze sociali in Italia sono bruscamente aumentate. La polarizzazione ha visto crescere in basso la platea di poveri assoluti e relativi (di cui si parla e su cui si indaga molto poco) e una “nicchia” di ricchi diventati più ricchi proprio altri si impoverivano.

Secondo le ultime informazioni diffuse in una audizione al Senato dal presidente dell’Istat, la povertà assoluta nel 2017 ha coinvolto quasi 1,8 milioni di famiglie, con un’incidenza del 6,9%, in crescita di sei decimi rispetto al 2016 (6,3%, era 4% nel 2008). Si tratta di circa 5 milioni di persone, cioè l’8,3% sul totale della popolazione residente in Italia e i sensibile aumento di anno: adesso è ‘8,3, era 7,9 nel 2016 e 3,9 nel 2008).

Ma la conferma del boom delle disuguaglianze sociali in Italia è venuta in questi giorni anche dall’ Eurostat, il quale ha reso noti i dati su quanto reddito è in mano al quinto della popolazione più ricca rispetto al quinto di quella più povera, in ogni paese europeo negli ultimi 10 anni. I dati confermano come in Italia il reddito del quinto dei cittadini più ricchi sia 6,3 volte superiore a quello del quinto dei più poveri. Siamo in questo senso nei primi posti della classifica per ampiezza della disuguaglianza sociale: in Europa in media i più ricchi guadagnano 5 volte più dei più poveri. In Germania 4,3 volte, in Francia il 4,6, in Gran Bretagna 5,1 e nei paesi del nord Europa meno di 4 volte tanto.

Non solo. Anche Eurostat conferma che in Italia la divaricazione è andata aumentando costantemente dal 2006 a oggi (nel 2006 i più ricchi guadagnavano 5,2 volte in più dei più poveri) mentre nella maggior parte degli altri paesi questo divario è rimasto stabile, come in Francia e Germania.

Un rapporto di Istat del dicembre scorso, confermava i dati di Eurostat: in Italia nel 2015 il quinto dei più benestanti deteneva il 37,8% del reddito, mentre il quinto dei più poveri solo il 7,2% del reddito. Anche mettendo insieme il primo e il secondo quinto dei meno abbienti non si supera il 19% del totale del reddito nel 2016 (dato Eurostat), in diminuzione di un punto percentuale rispetto al 2010. Una situazione di perfetta eguaglianza, dovrebbe vedere ogni quinto possedere una quota di reddito pari al 20% del totale.
L’ultimo rapporto annuale di Istat per il 2017 , tratteggia anche i contorni di quella che definisce “classe dirigente”. Stiamo parlando di 1,8 milioni di famiglie (il 7,2 per cento dei nuclei familiari) e di 4,6 milioni di persone, cioè solo il 7,5 per cento della popolazione totale, assai meno dei poveri assoluti. Questa classe di ricchi – è questa la vera casta da abbattere – è rappresentata da famiglie a maggiore reddito equivalente, ed è composta per il 40,9% da dirigenti o quadri (quasi dieci volte più rappresentati rispetto alla media nazionale), per il 29,1% da imprenditori (sette volte più della media) e per il 30%per cento da persone ritirate dal lavoro ma con pensioni elevate (facendo due conti si tratta di circa un milione di pensionati d’oro che assorbono ben 45 miliardi della spesa pensionistica sui 218 che riguardano complessivamente 16 milioni di pensionati).

Adesso faranno il governo e lo faranno due forze – Lega e M5S – che in campagna elettorale hanno affermato di voler mettere le mani a tale situazione. Andiamo a verificarne la coerenza o la fufferia nei fatti. 

giovedì 26 aprile 2018

Bassi redditi e alta pressione fiscale: l’Italia è una trincea di povertà.

In Italia i redditi sono più bassi del 24,6% rispetto alla media europea. Sono circa 755 euro in meno che entrano in casa. A dirlo è un’indagine dell’Adoc. L’associazione sottolinea che “le spese mensili di una famiglia italiana raggiungono la cifra media di 1.615 euro, pari al 52,6% del reddito netto disponibile. Un impatto sul reddito più alto del 2,3% rispetto alla media della UE-15, nonostante le spese complessive siano, di media, inferiori del 19,2%, pari ad una differenza di 310 euro”. Prosegue l’Adoc: “A fare la differenza è la minore capacità reddituale della famiglia italiana, inferiore del 24,6% alla media europea, pari a circa 755 euro in meno, per cui ogni singola voce di spesa ha un peso maggiore sul reddito disponibile. In Italia una famiglia dispone, in media, di 3.067 euro mensili, contro i 3.822 euro della media europea”. La famiglia-tipo esaminata è composta da due genitori entrambi lavoratori e da un figlio in età scolare e i dati vengono da elaborazioni di dati Istat, Eurostat e dei principali operatori dei relativi settori (energia, telecomunicazioni).

“Ogni euro speso da una famiglia italiana pesa molto di più sul reddito rispetto a quello di una famiglia tedesca o francese. La combinazione di bassi redditi e alta pressione fiscale rende complicato sostenere le spese quotidiane – dichiara Roberto Tascini, presidente dell’Adoc – Solo le famiglie greche, portoghesi e spagnole, e queste ultime ancora per poco, si trovano in condizioni peggiori di quelle italiane. Se l’Italia vuole avere un maggiore peso in Europa deve prima sostenere i suoi cittadini, le sue famiglie. Abbassare la pressione fiscale, tagliare le spese improduttive, contrastare seriamente l’evasione fiscale, prevedere maggiori agevolazioni e detrazioni, incrementare la capacità reddituale sono tutti interventi imperativi”.

Se si guarda all’alimentazione, la famiglia italiana spende circa 516 euro mensili per la spesa alimentare, a cui vanno aggiunti circa 60 euro per la ristorazione, equivalenti a due uscite a cena fuori casa al mese, prevalentemente in pizzeria. Una spesa complessiva, a livello di costi, inferiore del 10% rispetto alla media europea, ma che impatta per il 18,7% sul reddito, contro il 14,8% della media UE. Le famiglie italiane sostengono una spesa inferiore alla media Ue per il trasporto pubblico (35 euro al mese contro i 56 euro Ue) mentre pesa decisamente di più il trasporto privato: la spesa per la benzina è superiore dell’8% alla media europea. Dal punto di vista assicurativo, rispetto alla media UE-15, il costo sostenuto è in linea (50 euro contro i 52 euro di media). A livello di impatto sul reddito, ad ogni modo, le spese sostenute dagli italiani il trasporto sono maggiori di circa il 2% rispetto alla media europea. L’Adoc ha esaminato anche i costi sostenuti dalle famiglie per l’affitto o rata del mutuo, le bollette (di luce, acqua, gas e rifiuti), le spese per telefonia e connessione a internet e i costi del canone TV. Per affitto e mutuo, la media italiana è inferiore del 30% alla media europea. La spesa è mediamente pari a 580 euro mensili contro i 759 euro della media europea. L’incidenza sul reddito è pari al 18,9%, poco meno della media UE (19,8%). In merito alle spese per la telefonia fissa e internet (Adsl) la famiglia italiana ha una spesa in linea con la media UE, anzi di 4 euro più bassa. Così come per le spese per l’abbonamento alla telefonia mobile (considerando 2 schede), in Italia la spesa si attesta sui 18 euro, la media europea è 31 euro. In linea con la media europea è anche la spesa per le bollette. Complessivamente una famiglia italiana, per le spese di casa e le utenze, investe il 25,3% del proprio reddito, di poco inferiore al 25,7% della media UE. Più su va invece la spesa per il tempo libero. L’Adoc ha stimato la spesa di una serata al cinema e due abbonamenti alla palestra o per un corso di nuoto: in Italia si spendono complessivamente 135 euro mensili, contro i 114 euro della media europea.

martedì 13 marzo 2018

Nell’Italia delle disuguaglianze è boom della povertà

A sostenerlo non è FREE-ITALIA ma una istituzione insospettabile come la Banca d’Italia.
In Italia ormai quasi una persona su quattro (23%) è a rischio povertà e una quota così elevata non si era mai raggiunta dalla fine degli anni ’80. Secondo l’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie, nel 2016 “la quota di persone a rischio di povertà è salita al 23%, un livello molto elevato” e il più alto dal 1989, anno di inizio delle serie storiche dello studio.

Il rischio di povertà, spiega il rapporto della Banca d’Italia, “è più elevato per le famiglie con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero, e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno, ma una crescita notevole del rischio povertà si è avuta anche al nord (dall’8,3% al 15%).Tra il 2006 e il 2016 è diminuito solo tra le famiglie con capofamiglia pensionato o con oltre 65 anni”.

Infine, il dato statistico si rivela per quello che è: un dato di classe. Infatti sono aumentati le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza in Italia: nel 2016 il 5% del ‘Paperoni’ deteneva il 30% della ricchezza complessiva. Il 30% più ricco delle famiglie ha circa il 75% del patrimonio netto rilevato nel complesso, con una ricchezza netta media di 510.000 euro. Oltre il 40% di questa quota è detenuta dal 5% più ricco, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro. Al 30% delle famiglie più povere invece l’1% della ricchezza.

E’ bene rammentare che Geminello Alvi in un saggio di alcuni anni, segnalava come il livello di occupazione dei lavoratori dipendenti in Italia fosse regredito ai livelli del 1881, cioè nel contesto dell’annessione del Meridione all’accumulazione nel Nord e dell’imperante modello sabaudo.

Se nel 1972 ai salari andava il 59,2% del reddito, nel 2003 era già sceso al 48,9%. La crisi del 2007/2008 ha accentuato tutti i processi di polarizzazione sia verso l’alto e verso il basso innescando un fortissimo aumento delle disuguaglianze sociali.

venerdì 29 dicembre 2017

Il razzismo di oggi è la poverofobia

Il sindaco di Como sia una persona spregevole. Lo è per le vergognose ordinanze contro i poveri della sua città e ancora di più per le balbettanti giustificazioni che poi ha addotto. Faccio il mio dovere, obbedisco agli ordini, pardon applico la legge. Le abbiamo già sentite queste terribili parole, che nella loro banalità hanno coperto il peggiore dei mali. La legalità senza giustizia, solidarietà e umanità produce mostri.

È vero però che lì si sta davvero applicando una legge, quella di Minniti e Orlando che parla di decoro urbano e tratta di persone. Quando una legge considera i poveri un danno all’arredamento delle città, siamo già nella barbarie. “Devono sparire” urlava il poliziotto che minacciava di rompere le braccia agli inquilini sgomberati dal palazzo via Indipendenza a Roma. Come spariscono i migranti nel deserto libico grazie agli accordi che i governi europei fanno con i tagliagole del posto.

I poveri, quale che sia il colore della loro pelle, devono scomparire. La loro presenza infastidisce i bravi cittadini, che vogliono poter fare le compere, senza che qualcuno ricordi loro che quelli che vedono sono solo l’avanguardia di un popolo di 11 milioni di persone, solo nel nostro paese.

I poveri devono sparire, soprattutto nelle società che ne producono sempre di più. Non deve sparire la povertà, ma chi ne è colpito. Nell’Inghilterra del 1500 ove nasceva il capitalismo re Enrico VIII faceva impiccare i poveri a migliaia. In fondo oggi si danno solo multe e Daspo, un poco di progresso c’è stato.

Non fate gli ipocriti allora, voi che oggi vi scandalizzate per il sindaco di Como e ieri avete approvato le leggi che egli sta applicando. E i bravi Comaschi che vogliono mostrarsi più vicini alla ricca Svizzera, in fondo sono sinceri quando si offendono se gli si dà dei razzisti. Se uno sceicco di pelle scura aprisse da loro una nuova banca o comprasse la squadra di calcio, ne sarebbero ben contenti lo accoglierebbero coi più servili dei sorrisi. Solo pochi imbecilli vogliono che si discrimini per il colore della pelle, ciò che davvero conta per tanti altri è invece quanto è pieno il portafoglio.

E’ quello che succede anche in molti, troppi, paesi e città italiane, dove la mattina si scacciano barboni, rom. “vu cumprà” e “arabi”, accusati di invadere il territorio e di sporcarne l’immagine, e poi la sera si va a vedere ammirati e invidiosi il mega-yacht dello sceicco arabo attraccato alla banchina del porto, proveniente magari da un Paese sotto il suo tallone dittatoriale dal quale è scappato qualcuno dei poveri appena scacciati.

 La poverofobia è il rifiuto dei poveri, un fenomeno non certo nuovo ma che è in crescita nelle ricche società occidentali ed è sempre più manifesto nei comportamenti di chi se la prende con i migranti o di collettività e delle amministrazioni locali, come nel recente caso di Gorino o di quei sindaci che vogliono sgombrare indiscriminatamente il centro cittadino da senza tetto e “zingari”.

E’ l’atteggiamento xenofobo  e “poverofobico” che ha portato Donald Trump a giocarsi la presidenza degli Stati Uniti è lo stesso che permea la retorica anti-immigrati della Lepen o di Salvini che in realtà sottende una marcata “poverofobia” che è condivisa anche da molti amministratori “democratici” quando dichiarano i poveri e i migranti anti-estetici, magari per i turisti. E’ la paura che pervade la classe media impoverita dalla crisi del neoliberismo che ha spesso sostenuto con il suo voto e dei lavoratori senza più rappresentanza di classe che stanno scivolando verso la povertà e la continua erosione di diritti, che ora vedono come privilegi messi in pericolo da chi è più povero di loro. E’ duro e spaventevole guardarsi in quello che potrebbe essere lo specchio di un possibile futuro.

Il razzismo di oggi, quello che davvero ci minaccia e ci angoscia, è rivolto verso i poveri.

Bisogna rompere il circolo vizioso della povertà  e che questo potrà essere fatto solo tutti insieme e ritornando a quella che cattolici e musulmani chiamano misericordia e la sinistra chiama solidarietà. Con la xenofobia, con la poverofobia, la miseria vincerà, al massimo la si potrà allontanare dalla vista dei ricchi, dai lungomare dei Paesi turistici e  dai corsi commerciali delle città.

A voi incombe di far luce sul fatto che coloro che vivono in povertà sono già attivamente impegnati a migliorare la vita del loro prossimo. Noi dobbiamo coinvolgerli nella progettazione e nell’attuazione di progetti che siano di beneficio particolarmente  ai più poveri. E’ essenziale esortarli per mettere fine alla povertà sotto tutte le sue forme, dappertutto nel mondo, tenendo sempre presente l’obiettivo di non lasciare indietro nessuno. Che poi sarebbe un vecchio slogan socialdemocratico e un impegno della carità cattolica e islamica. Il sogno di giustizia terrena che non si è avverato.


Ma la poverofobia sembra una nuova e vecchissima malattia sociale difficile da estirpare perché il suo contrario è una svolta politico-culturale – e soprattutto un radicale cambiamento di paradigma economico –   che metta fine a ogni forma di povertà, ma questo esige di fare di tutto perché ogni persona si senta rispettata nel suo diritto inalienabile di essere umano e riconosciuta nella sua dignità. Possiamo tutti arricchire l’umanità della nostra conoscenza, della nostra spiritualità, del nostro sentimento di essere utili agli altri. Ciascuno di noi è artigiano della creazione comune di un mondo più giusto e più profondamente solidale.

Parole antiche, che sembrano modernissime e rivoluzionarie al tempo del razzismo esibito che, oggi come ieri,  nasconde la poverofobia frutto della paura e dell’egoismo senza più ritegno.

lunedì 4 settembre 2017

IL NEMICO DEL POVERO IL NON DEVE ESSERE UN ALTRO POVERO

E' pesante il clima di odio palpabile nel Paese e nella nostra società. Questo odio è l'inganno e la strumentalizzazione delle paure che vengono espiate da chi desidera soltanto gestire una crisi economica sul piano della sicurezza per distrarre gli sfruttati, quelli che possiamo defimire “moderni proletari”, dalla loro condizione: per non pensarsi “poveri”, per non subire questa terribile e temibile onta sul piano sociale, si deve dare alle masse un argomento che le unisca e le faccia sentire protagoniste di una lotta contro qualcosa, contro qualcuno.

martedì 9 maggio 2017

L'Italia ha fame..

Oltre due milioni di famiglie italiane, più di cinque milioni di persone, sono in condizioni di povertà alimentare, cioè possono spendere per l’acquisto di generi alimentari risorse inferiori rispetto a una soglia standard accettabile.

E si tratta di un numero che continua a crescere:

I neo- affamati sono aumentati in Italia del 57% negli ultimi 10 anni. Gli altri, per la maggior parte mangiano di tutto un po’ e, nonostante i tagli alla spesa negli anni della crisi, sprecano ancora tanto cibo.

sabato 15 aprile 2017

Povertà e reddito della gleba

Ecco la fotografia, non certo quella sopra scattata dall’ISTAT sulla povertà in Italia. Risultati allarmanti, peggio di noi sta solo la Grecia:

giovedì 6 aprile 2017

Dilaga la Povertà educativa in Italia

La povertà non è solo un concetto strettamente materiale, nel belpaese quasi 1 minore su 3 è a rischio esclusione sociale. La povertà educativa è quel nemico che ostacola 
lo sviluppo socio\economico e rappresenta uno degli aspetti più devastanti della povertà infantile che in Europa colpisce ben 1 adolescente su cinque. L’infanzia è un tesoro che va protetto, soprattutto se si considera che i bambini nel nostro Paese sono sempre meno.

martedì 17 gennaio 2017

In Italia l’1% è trenta volte più ricco del 30% più povero

Mentre i ricchi si arricchiscono sempre più velocemente, i poveri diventano sempre più poveri: il risultato è che la forbice della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza mondiale è diventata sempre più larga. Basti pensare che gli otto super miliardari censiti da Forbes detengono la stessa ricchezza che è riuscita a mettere insieme la metà della popolazione più povera del mondo: 3,6 miliardi di persone. D’altra parte, appena l’1% ha accumulato nel 2016 quanto si ritrova in tasca il restante 99%.

domenica 15 gennaio 2017

Italia sempre più DISUNITA

Negli ultimi 30 anni l'Italia si è sempre più disunita e disgregata, dove le disuguaglianze sono acuite come anche le povertà. Disuguaglianze accentuate anche geograficamente parlando, con il Sud che ha perso ulteriore terreno– dal 2008 al 2017 – con aumento dei disoccupati, del reddito, degli under 30 senza un lavoro e un titolo di studio, un impressionante ritardo riassumibile in pochi dati, primo tra tutti il Pil che in 10 anni è calato del 10,2%, contro il -5,5% del Centro-Nord e un -6,6% dell’Italia nel suo complesso.

sabato 7 gennaio 2017

LA POVERTA' è IL FURTO DI QUESTO SISTEMA INUMANO

La povertà è il risultato dei processi di esclusione umana, sociale, economica e politica fra gli esseri umani (e tra le comunità umane) tipici delle società ingiuste fondate sull’ineguaglianza e l’appropriazione predatrice della vita. La povertà è prima di tutto «culturale», cioè parte dei processi che operano nell’immaginario collettivo concreto, evolutivo delle persone, dei gruppi sociali e dei popoli. È parte della maniera di «vedere l’altro».

martedì 3 gennaio 2017

Salvano le banche, non i poveri

Ci sono molte buone ragioni perché lo Stato intervenga a sostegno delle banche. Accanto alla protezione dei piccoli risparmiatori ingannati da impiegati senza scrupoli e soprattutto da amministratori non particolarmente competenti, occorre anche evitare un effetto domino sull’intero sistema creditizio italiano, con conseguenze devastanti sulla tenuta dell’economia del Paese. Anzi, come è stato osservato da più parti, nel caso Monte dei Paschi l’intervento è stato troppo tardivo e preceduto da decisioni pasticciate e inefficaci, che hanno fatto ulteriormente alzare il prezzo del salvataggio.

domenica 1 gennaio 2017

Riflessione sulla Povertà educativa ed esclusione sociale

E’ un circolo vizioso: la deprivazione materiale porta alla povertà educativa e viceversa. Con uno svantaggio che si trasmette di generazione in generazione e con effetti che possono durare tutta la vita. Cosicché i bambini provenienti da famiglie indigenti hanno meno (o per nulla) probabilità di conseguire risultati buoni nel percorso scolastico, di prendere parte ad attività culturali e sociali, di svilupparsi dal punto di vista emotivo ma anche di realizzare la propria identità.

mercoledì 28 dicembre 2016

Reddito di cittadinanza 2017: cosa è e a chi spetta?

Reddito di cittadinanza 2017, approvato dalla Camera il Ddl povertà che prevede l’introduzione in Italia del cd. reddito di inclusione, ossia, il contributo economico mensile, riservato alle persone che trovandosi in condizioni di povertà assoluta, non riescono a vivere una vita dignitosa. 
Con il si ottenuto alla Camera, si fa sempre più vicina, l’approvazione definitiva del “decreto povertà” che ha l’obiettivo di sostenere i cittadini e le famiglie più povere e indigenti. Contrario il coerentissimo Movimento 5 Stelle, che alla Camera si è astenuto dal voto sulla legge delega.

martedì 15 marzo 2016

L’Italia riparte. Un milione e mezzo di famiglie in assoluta povertà

1 milione 470 mila famiglie residenti in Italia (il 5,7% del totale) sono stimate attraverso l'indagine in condizione di povertà assoluta, si tratta di 4 milioni e 102 mila individui (il 6,8% dell'intera popolazione)". Questi i dati presentati dall'Istat in audizione alla Camera davanti alle commissioni Lavoro e Affari Sociali per il ddl povertà.

mercoledì 25 novembre 2015

L'Italia NON guarisce......

I dati, diffusi dall’Istat nello speciale “Reddito e condizioni di vita”, parlano chiaro e fotografano la condizione economica disastrose in cui versano le famiglie italiane (le rilevazioni si fermano a fine 2014): Individui che vivono in famiglie gravemente disagiate sono l’11,6%, Il 49,5% degli italiani non può permettersi ferie fuori casa, Il 12,6% non riuscirebbe a fare tre pasti proteici completi a settimana. Al Sud il 52,5% non potrebbe sostenere una spesa imprevista di 800 euro. Il 50% circa delle famiglie italiane ha un reddito netto che non supera i 2mila euro al mese.