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sabato 11 agosto 2018

La sporca guerra nello Yemen. Muoiono 39 bambini

Sono almeno 39 i bambini morti, mentre altre 50 persone sono rimaste ferite ieri nel nord dello Yemen in seguito a raid aerei sauditi che hanno colpito uno scuolabus e un affollato mercato nella provincia di Saada. La morte dei bambini sembra aver colpito l’attenzione dei mass media, ma purtroppo non sono i primi nella sporca guerra dello Yemen, solo che fino ad oggi in ben pochi avevano avuto il coraggio di accendervi sopra i riflettori. Troppi “amici” scomodi (Arabia Saudita), troppi interessi che coinvolgono anche l’Italia (la vendita di armi italiani all’Arabia Saudita).

sabato 2 giugno 2018

Il Sultano cerca voti sulla pelle dei curdi invadendo l’Iraq

La Turchia ha dato il via a un’operazione militare contro l’Iraq. Si sta aprendo una nuova fase della guerra in corso in Medio Oriente.

Negli ultimi giorni le truppe di Ankara hanno attaccato a sorpresa l’Iraq, come già avevano fatto con la Siria. Il governo di Baghdad non è intervenuto ma le YPG (Unità di difesa del popolo curdo) e le YPJ (Unità di difesa delle donne curde), gruppi armati a protezione del confederalismo democratico in vigore in Rojava (il Kurdistan siriano) presenti anche in Iraq, stanno portando avanti una strenua resistenza e, fino a questo momento, sono riuscite a impedire all’esercito turco di varcare il confine con l’Iraq. Ma l’enorme disparità militare lascia facilmente ipotizzare che la resistenza curda, per quanto forte e determinata, non riuscirà ad avere la meglio a lungo.

In questa guerra la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti sta giocando un ruolo ambiguo. Dopo che le milizie curde hanno prima liberato Kobane e poi respinto l’avanzata jihadista a Raqqa senza nessun significativo aiuto straniero, sono state lasciate da sole ad Afrin a subire l’offensiva comune della Turchia (membro della NATO) e dei jihadisti (formalmente nemici della coalizione di cui la Turchia fa parte).

Già durante le celebrazioni del Newroz a fine marzo l’esercito turco aveva bombardato alcuni villaggi del Kurdistan iracheno. Proprio in quei giorni la città curdo-siriana di Afrin era caduta sotto l’attacco congiunto di Turchia e bande jihadiste legate ad Al Nusra (sorella siriana dell’araba Al Qaeda) e ai superstiti di Daesh sconfitti a Raqqa e a Kobane dalle milizie curde. Subito dopo l’entrata dei suoi carri armati ad Afrin, il dittatore turco Erdogan aveva annunciato che la guerra sarebbe continuata nel resto della Siria e nel Nord dell’Iraq. Ma la presenza di soldati francesi e statunitensi, sebbene non ostili alla Turchia, ha frenato l’avanzata del “sultano” che avrebbe voluto colpire nuovamente Kobane, la Stalingrado curda.

Di fronte al tentativo di invasione turca dell’Iraq, il silenzio occidentale è tale da non far nemmeno giungere la notizia sui nostri giornali e nelle nostre televisioni. Questa tacita complicità si spiega con due ragioni fondamentali. La prima è che l’intervento turco, nonostante sia palesemente in contrasto con il diritto internazionale in quanto viola la sovranità di un altro Stato, viene fatto passare come un’operazione «antiterrorismo» volta ad annientare le basi del PKK sui monti del Qandil, nel Kurdistan iracheno; e, a causa di pressioni della Turchia, il PKK è considerato un gruppo terroristico sia dall’Unione Europea che dalla stessa NATO. Il secondo motivo che costringe al silenzio non tanto tutto l’Occidente quanto l’Europa in particolare è l’accordo sui profughi stretto tra Ankara e Bruxelles: il governo turco si è impegnato a fermare i flussi migratori che cercano di raggiungere i Paesi europei in fuga dalla guerra in Siria in cambio del silenzio sulla situazione in Turchia. Se le potenze liberaldemocratiche sanzionassero Erdogan per le numerose violazioni dei diritti umani di cui si è reso responsabile, egli potrebbe in qualsiasi momento rompere l’accordo e far affluire in Europa centinaia di migliaia di persone disperate.

A questo va aggiunto il fatto che il 24 giugno si terranno le elezioni presidenziali e parlamentari in Turchia, che Erdogan farà di tutto per vincere. La legge elettorale turca prevede una soglia di sbarramento al 10%, la più alta del mondo, e il divieto di candidatura per il PKK, fuorilegge dal 1984. Non è un caso che l’attacco ad Afrin prima e sul Qandil poi abbia luogo proprio in questo periodo: Erdogan sta usando la guerra al popolo curdo come strumento di consenso elettorale sfruttando il falso mito, assai diffuso in Turchia, del curdo terrorista e infedele. Una delle promesse elettorali di Erdogan è proprio l’annientamento del PKK anche al di fuori del territorio turco. I deputati e le deputate dell’HDP (Partito democratico dei popoli, disarmato ma filocurdo che ha di gran lunga superato lo sbarramento) sono attualmente in carcere in Turchia con l’accusa di costituire il braccio legalitario del PKK. L’altro obiettivo dell’attacco turco sul Qandil è proprio quello di screditare la campagna elettorale dell’HDP, largamente maggioritario nel Kurdistan turco, di cui il partito di governo AKP mostra di avere paura. Tra i candidati alla presidenza vi è Selahattin Demirtaş, leader dell’HDP e fondatore della sezione turca di Amnesty International, la cui permanenza in carcere gli impedisce il normale svolgimento della campagna elettorale. Inoltre, molte cittadine e cittadini curdo-turchi che attualmente abitano in Italia e in Europa con lo statuto di rifugiati politici non possono votare per il proprio Paese dato che anche solo entrare nell’ambasciata turca comporterebbe per loro l’arresto in quanto curdi e oppositori del governo senza nemmeno essere messi a conoscenza del reato specifico di cui sarebbero accusati.

Nonostante il PKK sia nato in Turchia, le sue basi militari e logistiche si trovano in Iraq proprio per risparmiare alla popolazione civile curdo-turca i massacri che l’esercito di Ankara compiva con il pretesto di annientarne la resistenza quando il principale focolaio di lotta era in Turchia. La scelta di trasferire la sede centrale dell’organizzazione in un altro Stato è stata fatta principalmente sapendo che il diritto internazionale vietava al governo turco di invaderlo. Peraltro, dopo la fine della dittatura di Saddam Hussein, il Kurdistan iracheno vive in una condizione migliore rispetto ai suoi fratelli turco siriano e iraniano. I combattenti curdi infatti, perseguitati per decenni dal regime di Hussein e usati dagli Stati Uniti per destabilizzare il Medio Oriente durante le guerre del Golfo e poi lasciati in balia della vendetta di Baghdad, hanno ottenuto un formale riconoscimento di autonomia dopo aver combattuto insieme alle truppe della NATO per rovesciare il governo iracheno.

Ma per Erdogan l’ONU e le leggi di guerra sono solo un fastidioso ostacolo alle sue manie di potere. 

giovedì 17 maggio 2018

Gaza, l'ennesimo massacro di palestinesi

In queste ore a Gaza si stanno tenendo i funerali dei 61 morti, tra cui 8 bambini e una neonata di 8 mesi asfissiata dai gas lacrimogeni israeliani durante le manifestazioni di ieri al confine tra la Striscia e Israele, più di 3000 i feriti.
Manifestazioni con cui i palestinesi stanno protestando contro il trasloco dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme e per esigere il ritorno dei rifugiati o dei loro figli, costretti all’esodo nel ‘48, dopo la nascita di Israele. Un esodo che i palestinesi ricordano come la Nakba, la catastrofe. Dall’inizio della Marcia per il Ritorno i cecchini israeliani hanno ucciso così un totale di 102 palestinesi, la conta dei feriti ha superato i 6000. Tra le vittime di ieri anche personale sanitario, soccorritori, giornalisti, molti giovani e donne.

La Marcia del Ritorno, partita il 30 marzo, doveva finire oggi, ma Hamas ha fatto sapere che le manifestazioni continueranno anche per il periodo del Ramadan che inizierà dopo domani.
I palestinesi della Cisgiordania oggi ricorderanno le vittime per le quali sono stati indetti tre giorni di lutto, scuole e esercizi pubblici chiuse, e nel pomeriggio ci saranno manifestazioni a Betlemme, Ramallah, Hebron e Nablus contro le quali le forze israeliane stanno mettendo in campo ingenti sistemi di sicurezza.
Il timore di un nuovo massacro è forte, la Lega Araba ha chiesto alla comunità internazionale di fermarlo. In giornata si riunirà il Consiglio di sicurezza dell’ONU e Amnesty International ha definito “aberrante” l’uso della forza da parte di Israele.

Quello che si sta raccogliendo in queste ore è l’interesse degli estremismi, non solo quelli di Hamas perché l’estremismo di Benjamin Netanyahu e Donald Trump non è da meno e ben più ben armato. E’ profitto classico degli estremisti che quando seminano il loro obiettivo, che è appunto quello di creare tensioni, poi raccolto questi frutti senza che nessuno li condanni.

Con la decisione di trasferire l’ambasciata Usa a Gerusalemme, Trump ha definitivamente chiarito, se ci fossero dubbi, che gli Stati Uniti non possono e non hanno diritto ad essere mediatori di un processo di pace nella regione. In realtà è da quanto esiste il cosiddetto processo di pace, che gli Stati Uniti non sono mai stati mediatori equidistante, prima di tutto venivano gli israeliani poi, eventualmente, i palestinesi. Trump non può più essere mediatore, né il suo giovane genero Kushner che di Medio Oriente non sa niente e, cosa più grave, la sua famiglia finanzia una organizzazione estremista di coloni israeliani. Sarebbe bello lo diventasse l’Europa, ma non può perché respinta da una delle parti in causa, Israele, e soprattutto perché l’UE non ha una politica coerente né un peso interazionale.

L’Onu farà l’ennesima dichiarazione di condanna, altri paesi prenderanno le distanze dalle scelte difensive di Israele, la solidarietà farà altre giuste manifestazioni di protesta contro Tel Aviv (a Roma, oggi pomeriggio, Bds ha organizzato un sit in davanti a Montecitorio), ma la sensazione è che il popolo palestinese sia sempre più solo e si esporrà sempre di più al fuoco israeliano nella speranza di rendersi visibile. E lo sarà, almeno per qualche giorno dopo un massacro, ma i colori della speranza diventano sempre più sbiaditi.

lunedì 5 marzo 2018

I media CENSURANO i bimbi uccisi dai ribelli siriani

Ci sono bambini di serie A e di serie B. La differenza? Quelli di serie B muoiono nel silenzio più assoluto. Per raccontare l’inferno dei bimbi della Ghouta è stata giustamente lanciata una campagna social chiamata #IAmStillAlive, ovvero “sono ancora vivo”. L’obiettivo, secondo quanto si legge nelle agenzie che diffondono la notizia, è quello di raccontare l’assedio che le truppe governative stanno sferrando contro le forze ribelli che si trovano alle porte di Damasco. Un’iniziativa sacrosanta che però racconta solamente una parte della realtà.

Già perché anche dall’altra parte, quella governativa, ci sono bambini che muoiono e per i quali andrebbe lanciata una campagna di sensibilizzazione. Ma quei morti non fanno notizia. O, meglio, non interessano a nessuno in occidente.

Quasi che siano meno innocenti e meno civili degli altri, come il piccolo Omar Oasheh Bashi , colpito da un missile dei ribelli la scorsa settimana. Mille frammenti incandescenti lo hanno colpito mentre giocava con i suoi amici a calcio nel quartiere di Rukn al-Din. È successo tutto in pochi secondi. Il boato, la polvere e il caldo. Il piccolo è stato investito dalla violenza dell’esplosione e il suo volto, sorridente fino a pochi secondi prima, è diventato di cera.

Omar, però, non è stato l’unico bambino che si trovava a Damasco e che è stato colpito dai missili sparati dalla Ghouta orientale. Don Mounir, sacerdote salesiano, ci aveva raccontato: “Cercano di colpirci negli orari in cui i ragazzi escono da scuola e in cui le persone vanno al lavoro per fare più morti possibili. La città è paralizzata. E questo è il loro obiettivo: rendere tutto triste”.

E gli obiettivi dei ribelli sembrano essere proprio i civili, in particolare i giovani. Solamente nella giornata del 22 gennaio, i colpi partiti dalla Ghouta orientale hanno ucciso “una ragazza di 17 anni di nome Rita, altri due adolescenti e un bambino di tre anni”, come riporta Asianews. Un mese dopo è stata la volta di Darin Malla, che non avrà avuto più di cinque anni. E l’elenco potrebbe proseguire a lungo…

domenica 25 febbraio 2018

Quello che i media non ti dicono su Ghouta

Il sobborgo orientale di Ghouta, a est della capitale siriana, ha occupato le prime pagine, quando l'esercito arabo siriano ha lanciato un'offensiva militare denominata Acciaio di Damasco, nel tentativo di ripulire la regione da gruppi islamisti, principalmente Yeish al Islam, ma anche da Frente al Nusra, Ahrar al Sham e Failaq al Rahman.



La situazione umanitaria e socio-economica di Ghouta Orientale diviene quindi critica. Gli appelli del Centro Russo per la Riconciliazione rivolti ai gruppi armati illegali per porre fine alla resistenza e consegnare le armi non hanno sortito effetto. “I negoziati per una soluzione pacifica del conflitto a Guta Oriental sono stati fatti deragliare", ha dichiarato Yuri Evtushenko, portavoce del centro.



Nel frattempo, la situazione umanitaria nella regione è drasticamente peggiorata, il che ha portato l'ambasciatore russo all'ONU, Vasili Nebenzia, a convocare una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza in modo che tutte le parti coinvolte "presentino la propria visione e comprensione della situazione e trovare modi per giungere a una risoluzione”.



Campagna per screditare Assad



I media accusano nuovamente Assad di crimini contro l'umanità e diffondono la posizione dei paesi occidentali, rifiutandosi di prendere in considerazione gli argomenti del governo siriano stesso e di riconoscere la complessità della situazione.



"Ci sono dei terroristi là contro i quali l'esercito siriano sta combattendo e i terroristi stanno bombardando Damasco, e questo è stato occultato. Si tratta una situazione complessa", ha spiegato l'ambasciatore russo.



A Damasco è stato finora imputato di aver bombardato civili nella regione e ucciso circa 300 persone. Tuttavia, i dati delle accuse provengono dai rapporti dei White Helmets, che hanno ripetutamente falsificato informazioni e organizzato provocazioni cosiddette "false flag".



I media occidentali e Al Jazeera, con sede in Qatar, hanno lanciato una nuova campagna di disinformazione contro Bashar Assad in un ultimo tentativo di screditare gli sforzi del suo governo per riportare la pace nel paese.



The New York Times: "Forze barbariche" il contro terrorismo



Nell'articolo del New York Times (NYT) intitolato “Il bombardamento siriano causa il maggior numero di morti da anni" gli autori citano il capo delle Forze Tigre del governo, il generale Suheil Hasan, che ha annunciato i piani per eliminare i ribelli nella regione.



"Prometto che gli darò una lezione, in combattimento e col fuoco”, ha dichiarato Hasan in un video condiviso da account pro-governativi sui social media.



Dopo aver evidenziato la "barbarie" delle forze pro-Assad, il quotidiano non ha spiegato che i militari non erano lì per combattere contro i civili, ma per espellere ed eliminare i terroristi sempre più attivi nella regione, e che utilizzano l'enclave come piattaforma per bombardare Damasco.



Di fatto, il NYT si affida ai dati forniti dall'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, che il quotidiano ha precedentemente elogiato per il suo contributo al riconteggio delle vittime. Ma cosa si sa dell'osservatorio? La sua sede si trova nel Regno Unito e il suo fondatore, Osama Suleiman (il cui pseudonimo è Rami Abdulrahman), vive a Coventry e dirige le attività dell'osservatorio dalla sua casa praticamente da solo. I dati forniti dal suo "progetto preferito" sono piuttosto discutibili, data la sua chiara tendenza anti-Assad.



Il NYT cita anche un residente locale il quale avrebbe affermato che "ai civili non è mai stato permesso di andarsene". Questo scredita tutti gli sforzi diplomatici compiuti dalla Siria e dalla Russia a questo scopo che, nonostante in questo caso non siano andati a buon fine, hanno dimostrato efficacia ad Aleppo.



The Guardian: ‘Un’altra Srebrenica’



Il mezzo di comunicazione britannico ha scelto un modo più sofisticato per trattare la situazione a Ghouta Orientale: l’ha paragonata al genocidio di Srebrenica in Bosnia Erzegovina.



Nel suo articolo, il The Guardian fa sembrare che le forze siriane e gli “alleati russi" abbiano attaccato deliberatamente i civili dopo il fallimento dei colloqui di pace, ma non scrivea che mentre Damasco e Mosca spingono per un accordo di pace, simile ad Aleppo, con evacuazioni di persone e un massiccio esodo di terroristi dalla città, gli islamisti hanno bombardato la capitale da Ghouta Orientale. L'articolo dà l'impressione che le parti non abbiano fatto nulla per proteggere la popolazione.



Il "bombardamento implacabile" di Al Jazeera



L’emittente del Qatar ha aderito alla campagna di disinformazione, affermando che le forze siriane sostenute da caccia russi hanno attaccato l'enclave, uccidendo centinaia di persone. Mentre il NYT faceva affidamento sui dati ottenuti dall'osservatorio, Al Jazeera ha optato per i "più affidabili" Elmetti Bianchi, esperti nella falsificazione delle informazioni.



In precedenza, i volontari della Difesa Civile siriana sono stati accusati di inscenare operazioni di salvataggio, oltre a pianificare un falso attacco chimico a Ghouta Orientale. Secondo un residente locale, il gruppo ha distribuito maschere antigas nella regione per proteggere i civili da un attacco chimico.



Processo di pace?



I diplomatici russi hanno mediato per il processo di pace durante tutto il conflitto, lavorando duramente per evitare che il caos si diffondesse ulteriormente. Tuttavia, i loro sforzi sono stati costantemente indeboliti dal doppio standard degli Stati Uniti nei confronti della Siria.



Recentemente, il viceministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov ha evidenziato di fronte alla comunità internazionale come Washington tratti le questioni "in modo selettivo".



Secondo il Dipartimento di Stato statunitense, l'Aviazione di Damasco ha condotto attacchi indiscriminati contro la Ghouta Orientale, attaccando ospedali e centri medici e uccidendo 100 civili nelle prime 48 ore dell'operazione Acciaio di Damasco. A seguito di questa dichiarazione, rilasciata dalla portavoce Heather Nauert, il Dipartimento di Stato ha chiesto alla Russia di smettere di sostenere il presidente Assad vista “l’escalation di violenza a Ghouta Orientale”.



In risposta, il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha respinto le accuse contro la Russia e ha osservato che le notizie sulla morte di civili negli attentati sono "infondate".



"Queste sono accuse infondate, non è chiaro su cosa si basano, non vengono forniti dati specifici, ed è così che valutiamo tali accuse, non siamo d'accordo con loro", ha detto Peskov.



Sia la Siria che la Russia hanno esortato a una soluzione pacifica della crisi nella zona smilitarizzata creata durante i colloqui di Astana sulla riconciliazione siriana. Tuttavia, i ribelli hanno ignorato le richieste di fermare la resistenza e di iniziare l'evacuazione dei civili, così come il ritiro dei terroristi dalla zona.

giovedì 22 febbraio 2018

La mappa delle violazioni dei diritti umani in Africa

C’è tanta Africa nel Rapporto 2017-2018 presentato da Amnesty International il 21 febbraio a Roma nell’Istituto della Enciclopedia Italiana. Il dossier analizza le sistematiche violazioni dei diritti umani in 159 paesi, ponendo quest’anno particolare attenzione su un fenomeno in particolare. Si tratta dell’odio sempre più diffuso nei confronti di minoranze e diversità, un sentimento su cui soffiano molti governanti nel tentativo di manipolare a loro favore le opinione pubbliche, servendosi anche di fake news. È una tendenza che interessa anche l’Italia e, nella fattispecie, le forze politiche di centro-destra come dimostra un’indagine realizzata da Amnesty International in cui è stata monitorata la frequenza di toni e slogan contro migranti, musulmani, rom ed LGBTI durante questa campagna elettorale.

Se l’Occidente registra degli evidenti passi indietro sul piano politico e culturale, l’Africa continua a fare i conti con i suoi annosi problemi: regimi dittatoriali che non lasciano alcuno spazio alla libertà di stampa ed espressione, paesi in guerra, presenza capillare di gruppi jihadisti, flussi migratori incontrollati, traffici di uomini, droga e armi, torture e privazioni dei basilari diritti umani.

Nord Africa: maglie nere per Egitto e Libia

Tra i paesi del Nord Africa, l’Egitto si conferma quello attraversato da più contraddizioni. Il suo presidente, Abdel Fattah Al Sisi, è considerato un alleato solido dai leader europei così come da Russia e paesi del Golfo. Eppure, da quando l’ex generale è salito al potere con un colpo di Stato nel luglio del 2013, la situazione dei diritti umani in Egitto è gradualmente peggiorata. Secondo il rapporto di Amnesty International, il Paese si conferma infatti come il “carcere” più grande per i giornalisti insieme a Turchia e Cina. Nel 2017 i giornalisti condannati a pene carcerarie sono stati 15, mentre 400 siti web sono stati oscurati per aver diffuso “informazioni false” stando a quello che dicono le autorità egiziane. Negli ultimi dodici mesi si è inoltre stretta la morsa attorno agli attivisti per la tutela dei diritti umani, alle ong, ai sindacalisti, agli LGBTI e a chiunque si sia esposto per ottenere la verità sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni.

Riferendosi alla Libia, Amnesty International parla invece di “totale assenza di legalità” e punta l’indice contro chi, come il nostro paese, sta puntando su errate strategie di contenimento dei flussi migratori che attraversano il Mediterraneo. “Fino a 20mila rifugiati e migranti - si legge nel rapporto - erano arbitrariamente trattenuti a tempo indeterminato in strutture di detenzione in condizioni di sovraffollamento e totale mancanza d’igiene, esposti al rischio di tortura, lavoro forzato e uccisioni illegali, per mano delle autorità e delle milizie che gestivano queste strutture. Nel fornire assistenza alla guardia costiera libica e alle strutture di detenzione, gli Stati dell’UE, e in particolare l’Italia, si sono resi complici degli abusi”.

È convinto di questa posizione il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi. “L’Italia - spiega - dice che si deve puntare prima alla stabilizzazione in Libia, ma finora o risultati ottenuti sono stati pochissimi. Non è stato riconosciuto un ruolo significativo all’UNHCR, la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra, non è venuto meno l’automatismo della detenzione degli irregolari. Tutto questo approccio basato sull’institution building ha dei costi umani inaccettabili. Ci sono persone che rischiano ogni giorno torture, subiscono estorsioni e violenze inaudite. L’unica soluzione è aumentare in modo molto significativo l’accoglienza di circa 40mila persone molto vulnerabili che hanno urgente bisogno di assistenza ed esercitare una pressione diversa sulle autorità libiche”.

Africa subsahariana

Passando all’Africa subsahariana la situazione non cambia e, anzi, in diversi casi peggiora. “Da Lomé a Freetown, da Khartoum a Kampala, da Kinshasa a Luanda - prosegue il rapporto di Amnesty International - si sono verificati arresti di massa contro manifestanti non violenti, così come percosse, uso eccessivo della forza e, in alcuni casi, uccisioni. L’immobilità politica e i fallimenti degli organismi regionali e internazionali nell’affrontare gli annosi conflitti e le loro cause hanno rischiato di diventare la normalità e di causare ulteriori violazioni, nell’impunità”.

Nella regione sono oltre 20 i paesi in cui le autorità hanno negato alle persone il diritto di protestare pacificamente. Lo hanno fatto nei migliori dei casi imponendo divieti illegali, oppure con l’uso eccessivo della forza, con vessazioni e arresti arbitrari. È accaduto soprattutto in Angola, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Sudan, Togo, nelle regioni anglofone del Camerun, in Kenya, Sierra Leone e Uganda.

Alcuni governi hanno adottato nuove leggi con l’obiettivo di limitare le attività dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti e dei loro oppositori. I casi più evidenti sono stati quelli dell’Angola, della Costa d’Avorio e della Nigeria. Sempre in Angola, così come in Kenya, Rwanda e Burundi, le ultime tornate elettorali sono servite ai governanti per regolamenti di conti interni.

Vittime di discriminazioni e abusi sono poi donne e ragazze, albini (specie in Malawi e Mozambico) ed LGBTI (Senegal, Ghana, Malawi e Nigeria). Non sono esenti da colpe nemmeno le società straniere che operano nel cuore dell’Africa. Vale per le compagnie occidentali così come per quelle turche o cinesi che non si fanno scrupoli a offrire solo un dollaro al giorno a chi rischia la vita nelle miniere di cobalto, nei cantieri dove si realizzano grandi infrastrutture, nei giacimenti di petrolio e gas.

Jihadisti e conflitti armati
A incidere enormemente sull’instabilità perenne di buona parte dell’Africa subsahariana sono la presenza ramificata di gruppi jihadisti - in primis i nigeriani di Boko Haram e i somali di al-Shabaab - e i conflitti armati in corso. Il caso più critico ad oggi è quello del Sud Sudan. Amnesty International segnala che nella regione dell’Alto Nilo “decine di migliaia di civili sono stati sfollati con la violenza, mentre le forze governative bruciavano, bombardavano e saccheggiavano sistematicamente le loro abitazioni e proseguivano i continui episodi di violenza sessuale”. In Sudan resta elevata l’emergenza umanitaria negli Stati del Darfur, del Nilo Blu e del Kordofan del Sud.

In Repubblica Centrafricana gruppi armati imperversano sino alle porte della capitale Bangui e nel Paese si segnalano anche casi di sfruttamento e di abusi sessuali da parte delle truppe di peacekeeping dell’ONU. Si contano migliaia di morti e oltre un milione di sfollati interni nella Repubblica democratica del Congo. Di questi ultimi, 35.000 si sono riversati nel vicino Angola. Gli eserciti di Camerun e Nigeria, nel rispondere alla minaccia di Boko Haram, si stanno macchiando di violazioni dei diritti umani e crimini di diritto internazionale: esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, arresti arbitrari, detenzioni in incommunicado, torture. In Niger, paese in cui l’Italia si appresta ad avviare una discussa missione militare e dove è in vigore lo stato d’emergenza nelle aree occidentali al confine con il Mali e nella regione di Diffa, è iniziato il processo di oltre 700 persone sospettate di essere affiliate al gruppo jihadista nigeriano.

Sfollati interni

Nel complesso questi elementi di instabilità hanno portato a un netto aumento di sfollati interni. È il caso della Somalia (in totale 2,1 milioni di sfollati interni), della Nigeria (almeno 1,7 milioni di persone che hanno lasciato le proprie case negli Stati nordorientali di Borno, Yobe e Adamawa, dove è più forte la presenza di Boko Haram), del Ciad (più di 408.000 rifugiati provenienti da Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Nigeria e Sudan), e dell’Eritrea (dove sono in migliaia a tentare di fuggire per non subire l’oppressione del governo o per evitare la leva obbligatoria a tempo indeterminato). Anche in questa triste classifica, il primato spetta però al Sud Sudan: dall’inizio del conflitto nel dicembre del 2013 gli sfollati sono stati più di 3,9 milioni di persone (un terzo della popolazione) con picchi nel 2017 nella regione meridionale dell’Equatoria (340.000 persone).

Speranze per il futuro

Non tutto in Africa è però offuscato da violenze. Qualcosa, seppur lentamente, si sta muovendo nella giusta direzione. Il Gambia, ad esempio, ha revocato la decisione di ritirarsi dalla giurisdizione dell’International Criminal Court, ha liberato diversi prigionieri politici e promesso l’abolizione della pena di morte. L’Alta corte del Kenya ha fermato la chiusura di Dadaab, il più grande campo profughi del mondo. In Nigeria sono stati impediti sgomberi forzati ad Abuja. In Angola la Corte Costituzionale ha sancito l’incostituzionalità della legislazione che si proponeva di ostacolare il lavoro delle organizzazioni della società civile. L’Unione Africana ha avviato un ambizioso programma per “far tacere le armi” entro il 2020.

mercoledì 3 gennaio 2018

Il silenzio dei colpevoli

In un mondo intimorito dalle fake news, oramai si fa fatica a fidarsi dei giornali, e si tende a dar retta solo a testate di una certa fama e statura. In pochi, per esempio, mettono in dubbio le notizie riportate dal New York Times. Lo storico giornale non è nuovo a pubblicare inchieste scomode – per fortuna qualcuno ancora fa inchiesta, o dovremmo rassegnarci ad essere informati soltanto su quando iniziano i saldi, quanto abbiamo speso per i cenoni e quante sono le scissioni del PD – riguardanti i teatri di guerra e, per augurarci buon anno, ne ha esternata una in data 29 dicembre nella quale ci comunicava che, tra le armi utilizzate nella vile e sanguinosa guerra in Yemen, di cui i mass media italiani si occupano davvero di rado per non dire mai, si utilizzano anche bombe di produzione italiana.

La notizia non è nuova, il Fatto Quotidiano la ha prontamente riportata e se ne è parlato anche su questo blog qualche giorno fa, ma i meno attenti non saranno stati raggiunti da questa informazione, tanta è stata la velocità con cui l’informazione di massa ha chiuso entrambi gli occhi su questo fatto, dando pochissimo spazio ad una notizia raccapricciante, avvilente e che ci fa anche davvero arrabbiare, per non utilizzare altri termini che sarebbero molto poco eleganti, seppur decisamente più efficaci per descrivere lo stato d’animo di chi scrive e, probabilmente, anche di molti tra quelli che leggono.

Semplifichiamo un pò il concetto per essere sicuri che tutti capiscano di cosa si sta parlando, e chi ne sa poco possa reperire in rete gli articoli integrali: in Sardegna si producono bombe – non pistole, non carabine, non moschetti: bombe, di quelle che gli aerei sganciano in città per distruggere case abitate da anziani, donne e bambini – che il nostro governo vende al maggior acquirente mondiale di armi, l’Arabia Saudita, la quale senza troppi patemi le riversa sui centri abitati dello Yemen. Mi piacerebbe pensassimo a questo quando ascoltiamo Renzi e Gentiloni vantarsi di essere riusciti ad aumentare il PIL del nostro Paese; mi piacerebbe sapessimo che trucidiamo persone in nome di un bilancio in attivo; mi piacerebbe fossimo coscienti di come a nessuno di quelli che stanno nei palazzi interessi nulla dell’articolo 11 della nostra Costituzione, quello dove si ripudia la guerra, e di come tutti i politici abbiano comunque festeggiato l’anniversario della redazione del documento del ’48, non più tardi di una settimana fa; mi piacerebbe che tutti i lettori di questo articolo prendessero coscienza una volta in più di quanto ipocriti siano i nostri rappresentanti, quelli che stanno per inscenare l’ennesimo teatrino che chiamiamo campagna elettorale; e mi piacerebbe anche sapere dai miei connazionali come facciano a svegliarsi ogni giorno sapendo di vivere in un Paese il quale, pur di ridurre gli sbarchi di profughi, preferisce lasciare dei disperati nelle carceri libiche, in pasto a persone che non possono nemmeno essere chiamate con questo nome, e che si rende complice, anzi addirittura causa, fornendo gli ordigni, di eccidi e massacri come quello che sta avvenendo nel dimenticato stato yemenita, palcoscenico di un conflitto di cui si parla troppo poco, vista la catastrofe che in realtà è. Personalmente faccio molta difficoltà a tollerare sia le decisioni del nostro scellerato governo, sia l’atteggiamento di una nazione che queste notizie le  trascura, tanto da una parte – quella di chi le notizie dovrebbe diffonderle, come tv e giornali – quanto dall’altra – quella di chi dovrebbe recepirle, dunque l’intera popolazione.

giovedì 7 settembre 2017

Davvero siamo all'alba di una guerra nucleare??

La vicenda politica, il dissidio fra Corea del Nord e Stati Uniti, sta lentamente venendo alla luce: in un quadro di sessant’anni di guerra fredda ai suoi confini, la Corea del Nord ha deciso di non fare la fine dell’Iraq e della Libia (che, ricordiamo, erano insieme nel “Asse del Male”).

Per non finire a gambe all’aria, decise in anni lontani di promuovere la ricerca in campo missilistico e nucleare ad uso proprio, mentre i vettori erano, ovviamente, sul mercato internazionale: la Libia, ad esempio, acquistò missili coreani verso gli anni 2000, per poi distruggere tutto e consegnarsi, mani e piedi legati, agli USA & Co.

A ben vedere, la Corea del Nord ha seguito le orme di un altro “Stato del Male”, ossia l’Iran. Evidentemente, conviene essere “Stati del Male”, perché gli altri finiscono come sono finiti. Fagocitati dagli appetiti americani.

Quando Trump ha avvertito Pyongyang che uno Stato nucleare ha degli obblighi (la non proliferazione, il mercato controllato, ecc) ha sfondato una porta aperta, giacché i coreani non hanno mai venduto bombe atomiche, bensì missili. Ci sarebbe da chiedersi da dove sono arrivate le atomiche pakistane, indiane ed israeliane, ma su questo tutti tacciono: il “club” nucleare è a numero chiuso, e se non hai la tessera giusta non puoi entrare.

In altre parole, Pyongyang ha falsificato i documenti ed è entrata dalla porta di servizio. E vuole giocare al tavolo buono, perché è lì che fioccano i soldini e non si deve parlare di sanzioni.

Dobbiamo aggiungere, perché la stampa ufficiale non lo dice mai, che sorvolare con un missile il territorio di un’altra nazione non viene considerato un atto ostile, giacché gli apici di traiettoria sono ben al di sopra dei rituali 60.000 piedi, la quota più alta raggiunta dai velivoli militari.

Anche sull’efficacia dei sistemi anti-missile ci sono molti dubbi: i missili raggiungono gli apici di traiettoria in pochissimi minuti (5-10), e dunque manca il tempo per organizzare una credibile controffensiva.

I famosi “Patriot” non riuscirono ad intercettare gli SCUD iracheni, che uccisero circa 150 cittadini israeliani e nemmeno i successivi tentativi americani di una credibile intercettazione hanno convinto: molti fallimenti, ed una frettolosa certificazione positiva alla prima intercettazione. Non mi ha stupito che il Giappone lasciò passare il missile coreano senza nemmeno provarci. A che pro, poi? La traiettoria era quella di un missile destinato a finire nell’oceano.

Il punto da chiarire è se i coreani hanno veramente quel che dicono di avere, oppure se bluffano.

Il programma missilistico iniziò in anni lontani, quando l’URSS consegnava qualche vecchio SCUD ai suoi alleati, tanto perché si sentissero “affratellati” nel grande universo socialista dove Mosca, ovviamente, dominava. Fin qui, nulla d’eccezionale.

Ma il nonno dell’attuale premier “ciuffetto” – Kim-Il-Sung – era un politico di razza della leva di Mao e di Ho-Chi-Minh, e seppe mettere a frutto quei piccoli, farraginosi, vecchi SCUD. Questo accadeva fra gli anni ’70 ed ’80.

Da quei primi missili nacque il Rodong1, che era uno SCUD migliorato con una gittata di 1000-1500 km, mentre gli SCUD iracheni non raggiungevano certo quelle distanze. Ma siamo negli anni ’90, tempo al tempo.

I coreani mutano strategia: hanno compreso che, se continuano solamente a raffazzonare qualcosa acquistato all’estero, non andranno da nessuna parte: ciò distingue la Corea del Nord e l’Iran dall’Iraq e dalla Libia. In sostanza: capacità interne in termini ingegneristici, elettronici e (poi) nucleari.

Il grande salto avviene col progetto del Taepodong1, un missile bi-stadio in grado di raggiungere gittate fra i 2000 ed i 6000 km, in funzione del carico assegnato. Per questa ragione i coreani hanno puntato molto sulla miniaturizzazione delle testate, e i risultati degli ultimi lanci sembrano confermare questo successo tecnologico.

Curioso, poi, il metodo usato per costruire i vari stadi dei missili, i primi a combustibile liquido (più difficile da trattare) e gli ultimi con stadi già a propellenti solidi, più sicuri e maneggevoli.

Hanno “composto” – un po’ come giocare con il Lego – i missili utilizzando come singoli stadi missili più vecchi, con motori più affidabili: difatti, i lanci falliti sono tutti da attribuire al “flop” dei sistemi d’accensione automatica dei vari stadi.

Anni 2000, compare un nuovo missile, il Taepodong2, missile tri-stadio, e i giochi si fanno più seri, perché il missile ha una gittata di 4500-9000(?) km, sempre in funzione del carico assegnato.

E’ probabilmente un missile di questo tipo ad aver attraversato l’isola di Hokkaido (Giappone) per poi cadere in mare, ed è con questo tipo di missile che le minacce all’isola di Guam hanno preso corpo. Ma non finisce qui.

Tutti s’aspettavano il Taepodong3, un vero ICBM in grado di raggiungere i 13000 km di gittata, ma tutto tacque su questo nuovo progetto.

Con gran furbizia, i coreani decisero di spostare l’obiettivo dei missili, da missili balistici a vettori spaziali, e sono riusciti con due lanci – nel 2012 e nel 2016 – a mettere in orbita qualcosa.

Ma, ai coreani, importava poco mettere in orbita qualsiasi cosa (attività considerata lecita): semplicemente, lavorando sul nuovo missile – definito Unha – hanno acquisito il know-how per costruire i grandi ICBM, necessari per raggiungere il rango di vera potenza nucleare.

Oggi, qual è dunque la situazione?

Premettendo che i coreani stendono molte cortine fumogene su nomi e dati dei loro missili, con i missili Rodong potrebbero colpire agevolmente la Corea del Sud, e con i Taepodong1 il Giappone. Con il Taepodong2 possono, probabilmente, raggiungere Guam, dove sono stanziati migliaia di soldati statunitensi.

Ma anche senza un attacco a Guam, un attacco nucleare sulla Corea del Sud e sul Giappone (dove gli USA hanno grandi basi militari) sarebbe disastroso. E gli USA lo sanno: difatti, i consiglieri militari di Trump hanno cercato in tutti i modi di fargli capire che sì, “tutte le opzioni sono sul tavolo, ma non sono praticabili”.

Putin ha affermato grosso modo la stessa cosa, ed anche i cinesi chiedono che la vicenda confluisca in una trattativa, fermo restando che il rango di potenza nucleare, oramai, alla Corea del Nord va riconosciuto.

Spero vivamente che i coreani lancino il loro missile Unha in versione ICBM con un lancio di prova nell’oceano: questo metterebbe fine ai dubbi (se possono oppure no raggiungere il continente americano), anche se la prospettiva di una guerra nucleare “lampo” – che, comunque, lascerebbe milioni di persone uccise, ferite, a vivere in un ambiente non più ospitale – dovrebbe bastare per scendere a patti.

Nella visione statunitense, la Corea del Sud sta lentamente scivolando verso la figura del vecchio Vietnam del Sud, ossia di una propaggine americana nel continente asiatico. E’ una visione vecchia, da Risiko, di un uomo vecchio come Trump, che non considera il nuovo mondo multipolare che, invece, sia la Russia e sia la Cina ben capiscono.

L’Europa? Quando si è materializzata la paura d’essere anche noi sotto “l’ombrello” nucleare coreano, la Francia ha avuto un ritorno di fiamma d’antica “grandeur”. Ma tutto è finito lì.

Scatenare una guerra nucleare senza che vi sia una ragione di tipo economico o geopolitico –e per quanto mi sforzi non riesco a trovarne di coerenti con i rischi che si correrebbero – mi sembra una follia: ma forse stiamo solo parlando di bulli di paese, che hanno l’arma nucleare al posto del coltello. Pronti, entrambi, a richiudere la lama al primo sguardo ammiccante: così andrà a finire.


Fonte: http://carlobertani.blogspot.it

mercoledì 6 settembre 2017

Myanmar, la strage dimenticata dei Rohingya

Myanmar, Da quasi un anno, ottobre 2016 la minoranza dei musulmani Rohingya è oggetto di brutali violenze da parte dell’esercito, della polizia e delle milizie buddiste del paese.
Il mondo sta assistendo nella più totale indifferenza al genocidio di questa etnia di religione musulmana. Poche e frammentarie le notizie sulla stampa internazionale e da parte delle associazioni dei diritti umani.

martedì 5 settembre 2017

Quello che non vi dicono sulle prove missilistiche della Corea del Nord

Lunedì scorso, la RPDC ha lanciato un missile balistico Hwasong-12 su Hokkaido. Il missile è atterrato nelle acque oltre l’isola, non provocando danni.  I media hanno immediatamente condannato la prova come un “atto audace e provocatorio”, una prova del disprezzo del Nord contro le risoluzioni ONU e contro “i suoi vicini”. Trump ha duramente criticato i test dicendo:

“Azioni minacciose e destabilizzanti non fanno altro che aumentare l’isolamento del regime nordcoreano, nella regione e nel mondo. A questo punto, tutte le opzioni sono sul tavolo”.

Quel che i media non hanno menzionato è che nelle ultime tre settimane Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti hanno compiuto grandi esercitazioni militari ad Hokkaido ed in Corea del Sud. Questi giochi di guerra, inutilmente provocatori, vogliono simulare un’invasione della Corea del Nord ed un conseguente regime change (leggi: uccidere). Kim Jong-un ha ripetutamente chiesto agli americani di porre fine a questi esercizi militari, ma gli altri hanno rifiutato. Gli Stati Uniti si riservano il diritto di minacciare chiunque, in qualunque momento ed in qualsiasi luogo, anche in casa altrui. È quel che li rende eccezionali. Leggete questo estratto da un articolo di Fox News:

“Più di 3.500 truppe americane e giapponesi hanno dato inizio ad un esercizio militare congiunto contro l’eventualità di una Nord Corea ancor più minacciosa. L’esercitazione, nota come Northern Viper 17, avrà luogo ad Hokkaido, la principale isola settentrionale del Giappone, e durerà fino al 28 agosto…”.

“Stiamo migliorando la nostra preparazione non solo in àmbito aereo, ma anche come team di supporto logistico”, ha dichiarato in un comunicato il colonnello R. Scott Jobe, comandante della 35esima Fighter Wing. “Siamo in posizione privilegiata in caso di bisogno e questo esercizio ci preparerà nel caso in cui si verifichi effettivamente uno scenario di conflitto” (“Truppe giapponesi ed americane iniziano un’esercitazione militare congiunta stante la minaccia della Corea del Nord”, Fox News).

Il test missilistico di lunedì (che ha sorvolato l’isola di Hokkaido) è stato condotto poche ore dopo la fine dei giochi di guerra. Il messaggio era chiaro: il Nord non verrà pubblicamente umiliato senza risposta. Invece di mostrare debolezza, la Corea ha dimostrato di esser pronta a difendersi contro l’aggressione straniera. In altre parole, il test NON è stato un “atto audace e provocatorio” (come i media hanno affermato), ma una risposta modesta e ben ponderata da parte di un paese che ha vissuto 64 anni di prepotenze, sanzioni, demonizzazioni e sconvolgimenti da Washington. Il Nord ha risposto perché le azioni del governo americano richiedevano una risposta. Fine della storia.

E lo stesso vale per i tre missili balistici a corto raggio che il Nord ha testato la scorsa settimana (due dei quali apparentemente sono scomparsi poco dopo il lancio). Questi test sono stati una risposta alle tre settimane di esercitazioni militari in Sud Corea che hanno coinvolto 75.000 truppe di combattimento, accompagnate da centinaia di carri armati, mezzi da sbarco, una flottiglia navale al completo e sorvoli di squadroni di combattenti e bombardieri strategici. Il Nord avrebbe dovuto restare con le mani in mano mentre questa mostruosa esibizione di forza bruta militare avveniva proprio sotto il suo naso???

Ovviamente no. Immaginate se la Russia avesse intrapreso un’operazione simile al di là del confine in Messico, e la sua flotta avesse condotto esercizi “live fire” 5 km fuori della baia di San Francisco. Quale pensate sarebbe stata la reazione di Trump?

Avrebbe spazzato via quelle navi in un battibaleno, no?

Perché dunque il doppio standard quando si tratta di Corea del Nord?

La NK dovrebbe essere applaudita per aver dimostrato di non esser intimidita. Kim sa che qualsiasi scontro con gli Stati Uniti finirebbe male, ma ciononostante non si è fatto mettere all’angolo dai bulli della Casa Bianca. Bravo, Kim.

A proposito, la risposta di Trump ai test missilistici di lunedì è stata a malapena riportata dai media mainstream. Ecco cos’è successo due giorni dopo:

Mercoledì, un gruppo americano di fighter F-35B ed F-15 e di bombardieri B-1B ha condotto operazioni militari su un campo d’esercitazioni ad est di Seoul. I B-1B, che sono bombardieri nucleari a bassa quota, hanno sganciato le loro bombe sul sito e poi sono ritornate alla loro base. Lo spettacolino era un messaggio per Pyongyang: Washington non è contenta dei test dei suoi missili balistici ed è disposta ad usare armi nucleari in caso di bisogno.

D.C. è dunque disposta a bombardare il Nord se non riga dritto?

Sembra proprio così, ma chi lo sa davvero? In ogni caso Kim non ha altra scelta che restare sulle proprie posizioni. Se mostra qualche segno di debolezza, sa che finirà come Saddam e Gheddafi. E questo, naturalmente, è ciò che guida la retorica aggressiva del dittatore; il Nord vuole evitare lo scenario di Gheddafi a tutti i costi. E comunque, il motivo per cui Kim ha minacciato di lanciare missili nelle acque che circondano Guam è perché Guam è la casa della base aerea militare di Anderson, il punto di origine dei bombardieri con capacità nucleare B-1B che da qualche tempo compiono pericolosi sorvoli della penisola coreana. Il Nord sente di dover rispondere a quella minaccia.

Non sarebbe d’aiuto se i media accennassero a questo fatto? Oppure si confa maggiormente alla loro agenda far sembrare che Kim stia dando di matto, abbaiando ai “totalmente innocenti” Stati Uniti, un paese che cerca solo di preservare la pace ovunque va?

Ma per favore!

È così difficile trovare qualcosa nei media che non rifletta la parzialità e l’ostilità di Washington. A sorpresa, c’era un articolo abbastanza decente su CBS News la scorsa settimana, scritto da un ex agente dell’intelligence occidentale con decenni di esperienza in Asia. È l’unico articolo che ho trovato che spiega con precisione cosa stia realmente accadendo aldilà della propaganda. Ecco qua:

“Prima dell’inaugurazione di Trump, la Corea ha fatto sapere di essere disposta a dare alla nuova amministrazione americana il tempo per rivedere la propria politica e fare meglio di Obama. L’unica cosa era che se gli Stati Uniti fossero andati avanti con i loro esercizi congiunti con la Corea del Sud, il Nord avrebbe fortemente reagito.

Gli americani li hanno fatti e quindi i nordcoreani hanno reagito.

Ci sono stati degli abboccamenti nel dietro le quinte, ma non si è riusciti a farli decollare. In aprile, Kim ha lanciato nuovi missili come avvertimento, senza alcun effetto. Il regime ha lanciato i nuovi sistemi, uno dopo l’altro. L’approccio di Washington non è tuttavia cambiato”. (“Analisi: il punto di vista di Pyongyang sulla crisi Corea del Nord-U.S.A.”, CBS News).

Okay, quindi adesso sappiamo la verità: il Nord ha fatto del proprio meglio ma senza risultati, soprattutto perché Washington non vuole negoziare, preferirebbe minacciare (Russia e Cina), aumentare l’embargo e minacciare la guerra. Questa è la soluzione di Trump. Ecco di più dallo stesso pezzo:

“Il 4 luglio, dopo il primo lancio di ICBM della Corea andato a buon fine, Kim ha fatto sapere che il Nord è disposto a mettere “da parte” i programmi nucleari e missilistici se gli americani cambiassero il proprio approccio.

Gli Stati Uniti non l’hanno fatto, quindi il Nord ha lanciato un altro ICBM, un palese segnale. Tuttavia, altri bombardieri B-1 hanno sorvolato la penisola ed il Consiglio di Sicurezza ONU ha approvato nuove sanzioni” (CBS News).

Quindi il Nord era pronto a negoziare, ma gli U.S.A. no. Kim probabilmente ha sentito dire che Trump era un buon negoziatore ed ha pensato di poterci trovare qualche accordo. Ma non è accaduto. Trump si è rivelato una bufala più grande di Obama, il che non è cosa da poco. Non solo si rifiuta di negoziare, ma fa anche minacce bellicose quasi ogni giorno. Questo non è ciò che il Nord si aspettava. Loro si aspettavano un leader “non interventista”, aperto ad un compromesso.

La situazione attuale ha lasciato Kim senza molte opzioni. Può terminare il proprio programma missilistico, o aumentare la frequenza dei test e sperare che questi aprano la strada ai negoziati. Evidentemente ha scelto quest’ultima opzione.

Ha fatto una cattiva scelta?

SI

È una scelta razionale?

Sì.

Il Nord sta scommettendo che i propri programmi nucleari saranno preziose carte da giocare nei futuri negoziati con gli Stati Uniti. Non vuole bombardare la west coast. Sarebbe ridicolo! Non farebbe raggiungere alcun obiettivo. Quel che vogliono è salvaguardare il regime, procurarsi garanzie di sicurezza da Washington, sollevare l’embargo, normalizzare i rapporti con il Sud, cacciare gli americani dagli affari politici della penisola e (speriamo) porre fine all’irritante invasione yankee che dura da 64 anni.

In pratica: il Nord è pronto. Vuole negoziati. Vuole porre fine alla guerra. Vuole mettersi alle spalle tutto questo incubo e continuare con la propria vita. Ma Washington non glielo permette perché a lei lo status quo piace. Vuole essere permanententemente presente in Corea del Sud, per poter circondare Russia e Cina con i sistemi missilistici ed ampliare la propria presa geopolitica portando il mondo più vicino all’armageddon nucleare.

Questo è ciò che vuole e per questo continuerà ad esserci crisi nella penisola.

Fonte: www.counterpunch.org

domenica 3 settembre 2017

Le tragedie invisibili

In questo mondo dove si professa l'universalità della comunicazione e l'unicità di ogni vita, scopriamo sempre più divisioni e menefreghismo. Abbiamo tutti visto e tutti pianto i morti per catastrofi naturali e non (terrorismo) in UsA o in Europa,  abbiamo considerato quelle tragedie parte di noi e del nostro intimo. Ci sono tuttavia stragi ancora più colossali ma che non vogliamo vedere o sentire, non per lontananza fisica, ma semplicemente perchè quei morti non hanno peso 'politico' degno da essere ricordati. Ecco quali..

sabato 1 luglio 2017

Con il Venezuela bolivariano, contro ogni restaurazione liberista

La storia la scrivono i vincitori. E’ una massima ormai consolidata ma non corrisponde sempre al vero. Oggi i “vinti” o quelli che potrebbero essere tali hanno mezzi eguali a quelli dei vincitori per poter dirigere le coscienze popolari e, quindi, cambiare l’etica prevalente, il comune modo di sentire, la terribile e impalpabile figura dell’”opinione pubblica”.
In queste ore in Venezuela, ad esempio, si stanno vivendo momenti drammatici: militari lanciano appelli via Internet incitando alla rivolta contro il legittimo governo di Maduro e lo fanno dopo mesi di martellamento mediatico in cui molti morti per vicende altre, spesso del tutto private e non legate a manifestazioni antigovernative, sono stati mostrati come martiri di una repressione che non è mai avvenuta.
Quando la discordanza delle versioni esiste e quando questa riguarda un paese che ha una impronta di riforme socialiste e comunque popolari e proletarie, allora la grande macchina dell’informazione si mette in moto per distruggere la verità fattuale e per mostrare “quei comunisti del Venezuela” come i soliti sovvertitori del benessere mondialmente stabilito.
Sono d’accordo con chi sostiene che il Venezuela non è un paese che si piega con facilità alla volontà dell’imperialismo. Nemmeno il Cile di Allende era disposto ad accettare le influenze americane quando intraprese, con una certa audacia, la via della nazionalizzazione delle industrie, un programma di redistribuzione della ricchezza a favore delle lavoratrici e dei lavoratori.
I tempi sono diversi, si potrà dire. Ed in effetti è così, ma le reazioni delle grandi centrali del potere economico contro un popolo che tenta di autogovernarsi senza intromissioni capitalistiche sono sempre reazioni incontrollabili, ingestibili se non con una generale rivolta che appoggi il governo e che lo sostenga.
Nel 1871 la Comune di Parigi, primo esperimento di governo proletario, venne soffocata nel sangue proprio dagli antesignani di coloro che oggi dicono, come allora sostenevano Thiers e i suoi referenti borghesi, che l’ordine andava ristabilito per il bene della nazione, per la Francia intera.
C’è sempre, al centro di tutta questa propaganda mediatico-politica, il tema del bene comune, del benessere collettivo che è l’espediente dei veri “buonisti” di sempre: coloro che spacciano per comunità l’interesse esclusivamente privato ed utilizzano istituzioni, governi locali e centrali per sostenere i loro affari.
Del resto l’analisi marxiana su struttura e sovrastruttura è lì nei testi del Moro, a disposizione dell’acquisizione mentale di ciascuno. E sarebbe bene ritornare ad analizzare la società di oggi con le categorie scientifiche nate con lo studio meticoloso contenuto ne “Il Capitale”: si comprenderebbero non solo i meccanismi che fanno muovere l’economia di mercato e l’accumulazione profittuale ma anche i motivi per cui non si sfugge alla complessità del sistema e ognuno deve necessariamente svolgere la sua parte.
Ciò non è un alibi per i padroni e non è una colpa per i proletari. E’ la semplicissima constatazione che viviamo in un regime in cui non è possibile l’obiettività in merito al bene comune e al suo sviluppo nella società medesima se questo viene da chi ha interesse a non capovolgere lo stato di cose presente.
Proprio oggi, leggevo tra le notizie del mattino, di un padrone che si lamenta perché non può entrare in possesso di un terreno che, a suo dire, sarebbe stato indebitamente utilizzato da un comune di questa Repubblica.
Il padroncino edile si lamenta, piagnucola e si è rivolto alla magistratura perché vuole poter far fruttare il suo terreno che, attualmente, è adibito a parcheggio e quindi svolge una funzione, se vogliamo, di “bene comune”.
E, nel lagnarsi, esprime un concetto perfetto, chiaro, esemplare nella sua sintesi di ciò che è il capitalismo in ogni suo ambito: “Noi siamo imprenditori. Il nostro interesse è fare impresa e non curare gli interessi pubblici.“.
In questa frase c’è tutto. Senza ipocrisie, con grande franchezza e anche grande cinismo – che è una necessaria derivata di molti “imprenditori” (scusate, ma io preferisco chiamare le cose e le persone col loro nome e questi sono e restano dei “padroni”) – questo signore ha detto la verità oggettiva dei fatti: tanto in Italia quanto in Venezuela chi sostiene politiche per il “bene comune” e non è un comunista (la parola non a caso questo vuol dire: rendere tutto comune, far sì che tutto sia pubblico e fruibile liberamente senza la mediazione fittizia del denaro, eliminando la trasformazione d’ogni cosa e persona in “merce” sfruttabile economicamente), mente necessariamente.
Un padrone che vuole rovesciare il governo Maduro per “il bene comune” non lo fa per il popolo ma perché ritiene che le politiche socialisteggianti dei rivoluzionari bolivariani siano un danno per la sua di economia, per le sue tasche.
Per questo bisogna reagire ovunque e smetterla di credere che la parola “sinistra” possa adattarsi a partiti che sono i più diretti interpreti delle politiche del liberismo moderno.

E nemmeno la categoria del “centrosinistra” è restaurabile oggi: ha portato, per la maggiore, a depotenziare i valori di solidarietà, civismo, uguaglianza e giustizia sociale, nel complesso, che si erano formati in decenni di conquiste del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori.
Riconoscere il proprio nemico è fondamentale per recuperare una chiara distinzione tra chi sfrutta e chi è sfruttato.
Chi ha assaltato la Corte suprema venezuelana con un elicottero e vi ha sganciato sopra delle granate non è dalla parte del popolo ma dalla parte dell’imperialismo, del grande potere economico, di ogni padrone che vuole veder terminare l’esperienza di riscatto popolare che Chavez aveva portato avanti con durezza, indubbiamente, ma con la volontà di capovolgere una società misera in cui versava il suo paese.
Sostenere il venezuela bolivariano vuol dire aiutare la causa della liberazione dell’uomo dalla schiavitù del capitale. Sono tutti piccoli passi, magari per noi. Ma per i venezuelani sono la possibilità di non precipitare, come accadde al Cile del 1973, in un vortice di paura e miseria.

lunedì 29 maggio 2017

L'Africa derubata e dissanguata

Nel 1943, il Presidente Roosevelt visitò il Gambia. L’assoluta povertà lo portò a descriverla come ‘la cosa più orribile che abbia mai visto nella mia vita’. Quando ritornò negli Stati Uniti, fece delle somme: ‘I Britannici sono stati là per 200 anni: per ogni dollaro che i Britannici hanno messo in Gambia, ne hanno portati fuori 10. E’ soltanto puro sfruttamento di quelle persone.’ Roosevelt aveva ragione.

Come mostra la nuova ricerca di  Honest Accounts 2017, oltre 70 anni dopo e malgrado la fine del colonialismo e decenni di ‘aiuti’, lo sfruttamento del continente africano continua senza sosta.

sabato 27 maggio 2017

Fuoco sui civili e cariche ma Temer non e Maduro e quindi I MEDIA IMPERIALI CENSURANO

Sono almeno 150.000 i manifestanti che, arrivati da tutto il Brasile, hanno inondato le strade della capitale per chiedere le dimissioni di Michel Temer, messo al potere alla fine di agosto quando l’ex presidente Dilma Rousseff, messa in stato di accusa per impeachment, era stata definitivamente destituita dalla carica. Temer è al centro delle proteste dopo che un quotidiano brasiliano ha rivelato che tra i materiali dell’inchiesta “Lava Jato” (lo scandalo che ha interessato praticamente tutti i partiti per i 3 miliardi di dollari pagati dal colosso petrolifero statale Petrobras), figura anche una registrazione in cui l’attuale Capo dello Stato avrebbe comprato il silenzio dell’ex presidente della Camera, Eduardo Cunha (accusato di corruzione e in carcere dall’ottobre scorso) per non essere tirato in ballo a sua volta nell’inchiesta.

giovedì 25 maggio 2017

Il ritorno dell'impero USA in America Latina

Questa è l’era del pensiero unico, un’epoca in cui non esistono quasi più giornali, radio o canali televisivi che non sostengano posizioni praticamente identiche su tutte le questioni economiche, sociali e politiche di fondo (dall’urgenza di tagliare la spesa sociale, dalla definizione di buoni e cattivi nelle varie guerre in corso a come fronteggiare la sfida terrorista alla condanna delle manifestazioni di piazza “violente”, ecc.) ,vada a leggersi gli articoli (o guardi i servizi televisivi) che i media mainstream dedicano alla crisi venezuelana, poi, se si ha tempo e voglia, consulti qualche fonte alternativa in Rete, o scorra qualche articolo sui rari fogli “eretici” rimasti in circolazione.

mercoledì 15 marzo 2017

L'ultima infamia

" Stò pensando al presidente delle filippine Rodrigo Duterte,  che ha deliberatamente aperto la mattanza nel suo paese, verso gli spacciatori e consumatori di droghe, incitando anche la popolazione a uccidere tali persone ringraziandoli se lo fanno. Ma la cosa che mi fà più rabbia, che nessuno o pochi stanno protestando contro questa folle decisione, o quanto meno manifestare un'indignazione generale, niente di tutto ciò, diceva bene M.L.King, “Più che per la repressione, soffro per il silenzio del mondo.”
Forse perchè in questa mattanza sono coinvolti drogati, considerati dalla maggioranza: " la feccia della società" e quindi non fanno notizia, d'altronde è più facile eliminarli che provvedere ad un'eventuale recupero. La maggioranza della popolazione la pensa come il suo presidente, e mi è venuta spontanea questa affermazione: all'anima  del paese con il 75% di cattolici/cristiani, dico ma lquale Vangelo è praticato in questo paese? Ho i miei dubbi, e dico: Voi potenti del mondo fermate questa mattanza di giovani che per qualche motivo son finiti in questo inferno chiamato Droga, e che hanno bisogno di qualcuno che gli tende una mano per aiutarli, e non un colpo di pistola che lo uccida, pensando al grande dolore che stanno patendo tanti genitori e familiari."

sabato 18 febbraio 2017

Bahrain, un dramma dimenticato pronto a scoppiare

Nel vergognoso silenzio dei media, il Bahrain è ormai giunto a un punto di non ritorno; se il regime di Al Khalifah non mette a freno la brutale repressione contro ogni protesta, non pone fine alle esecuzioni indiscriminate dei dissidenti e non cessa di calpestare gli oppositori, scoppierà una crisi incontrollabile originata dalla negazione dei più elementari diritti umani.

giovedì 12 gennaio 2017

Il tesoro del Burkina Faso

Come altri paesi dell’Africa sub-sahariana, anche in Burkina Faso è in piena esplosione il fennomeno della cementificazione con aumenti in media del 12% all’anno: nel 2015 esso era pari a 105 milioni di tonnellate e si stima che nel successivo decennio raggiunga i 134 milioni. D’altra parte il tasso di urbanizzazione della popolazione del Burkina Faso sta triplicando dal 1985 e nel 2025 è previsto che raggiunga il 35-40% .

mercoledì 9 novembre 2016

#TrumpPresident e il medio-oriente

Donald Trump è il nuovo presidente usa, ma come ha reagito la famigerata piazza araba, il termometro della regione più scossa dai fremiti del soft quanto dell’hard power americano?

sabato 10 settembre 2016

Siria, accordo raggiunto Usa-Russia per una tregua e transizione

Russia e Stati Uniti hanno annunciato di aver trovato un accordo sulla Siria a partire da un piano di "cessazione delle ostilità" che inizierà lunedì 12 settembre. Secondo il piano, il governo siriano dovrà cessare le operazioni nelle aree controllate dall'opposizione.
Russia e Stati Uniti potranno istituire un fronte comune per combattere i gruppi jihadisti, tra cui il sedicente Stato Islamico.