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domenica 17 giugno 2018

Il #M5S a Roma (e in italia) ha perso la verginità?

Lanzalone che la stampa ha ribattezzato il mister Wolf (citazione da Pulp Fiction), il probleM solver del M5S.  Battesimo non senza ragione, lo stesso Di Maio ha riconosciuto che Luca Lanzalone era stato premiato con la presidenza di Acea per il molti problemi risolti e appianati a favore e vantaggio di M5S, anzi appianati e risolti su incarico M5S.

mercoledì 13 giugno 2018

Arresti eccellenti per il nuovo #StadioDellaRoma

Con l’accusa di corruzione relativa al progetto sul nuovo Stadio per la Roma a Tor di Valle, nove persone sono state arrestate questa mattina (per 6 indagati è stata disposta la custodia cautelare in carcere, per 3 gli arresti domiciliari) nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma, denominata “Rinascimento”. L’indagine concerne un’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di condotte corruttive e di una serie indeterminata di delitti contro la Pubblica Amministrazione, nell’ambito delle procedure connesse alla realizzazione del nuovo stadio per la A.S.Roma.

martedì 22 maggio 2018

Giuseppe Conte, curriculum abbellito, #M5S mente #cinecurriculum

Giuseppe Conte professore di diritto e avvocato di livello non aveva certo bisogno di abbellire il suo curriculum vitae e studi con i fronzoli e festoni di un mese l’anno per cinque anni di fila di frequenza e perfezionamento presso la New York University. Né aveva bisogno di ingentilire il medesimo curriculum attestando un  periodo di studi presso International Kultur Institute di Vienna. Però l’ha fatto e non si capisce perché sia stato tentato prima e conquistato poi dalla voglia di svolazzi. Vanità? Superficialità? Malintesi? Un senso diffuso e condiviso dell’aggiungi tanto non guasta?
Conte per il suo Curriculum, ha usato il metodo Giannino-Bossi jr., questo ce la dice tutta, su quale personaggio potremmo avere come premier.

Giuseppe Conte di fiocchi e nastrini non ne aveva bisogno, però li ha messi. O qualcuno li ha messi per lui e lui ha lasciato che fossero apposti. Forse compiaciuto dell’aggiunta, forse sicuro di una ormai raggiunta invulnerabilità in quanto “amico del popolo” come è stato letteralmente battezzato da Luigi Di Maio.

Fatto sta che alla New York University non risulta un Giuseppe Conte, né come studente né come docente. Al massimo, aggiungono ad New York, può essere passato da quelle parti come auditore, un paio di giorni. E questi che passano per un paio di giorni la New York University non li registra.

Fatto sta che il Kultur Institut di Vienna non è una scuola di diritto internazionale, ma più modestamente una scuola di tedesco.

Insomma nel curriculum di Giuseppe Conte presidente del Consiglio indicato come tale a Mattarella da Salvini e soprattutto da Di Maio tutto è stato messo a far brodo. Talmente tanto da risultare con lo stucchevole sapore del caramello e non proprio tutto di carne, c’è anche del dado da brodo promosso al rango di carne sul menù ufficiale.

Giuseppe Conte non ne aveva bisogno, va detto per la terza volta. Ma lo ha fatto o lo ha lasciato fare. Ha abbellito o lasciato abbellire il suo curriculum. Troppo brodo, santo chef. E lo chef è M5S. E’ tutta M5S la ricetta che consiglia, incoraggia, gusta, esalta…l’abbellimento. Mastro Chef Di Maio: “Stiamo scrivendo la storia”. Quando stava scrivendo il testo, qua e là vago, di un accordo politico e di governo. “La Terza Repubblica dei cittadini”. “Nessuno prima di noi ha mai fatto un governo partendo dai temi”. Il vizietto di fanfare e pennacchi, il vizietto di arrotondare e arronzare alla grande. Il vizietto di farsi grandi, anzi enormi, anzi eccezionali, anzi unici. Il vizietto di essere sempre, quasi obbligatoriamente, un po’ astuti, quasi furbetti. E’ un vizietto di popolo, è un vizietto M5S.

M5S che, va detto, deve sopravvivere in un habitat che a raccontarlo non ci si crede. M5S che deve convivere nella stessa realtà con chi rinfaccia a Giuseppe Conte di aver conosciuto in vita a Firenze Maria Elena Boschi e magari averle anche amichevolmente parlato. Tutto è fuori misura, gonfiato, vissuto e raccontato con isteria: Giuseppe Conte narrato come militante pro Stamina, Giuseppe Conte amico della Boschi…Grancasse, cagnare, grida di al fuoco quando forse non c’è neanche una fiammella accesa. Teatro grottesco e del grottesco di cui anche M5S è talvolta vittima. Talvolta invece impresario, regista e primo attore. Di Maio che ribattezza Giuseppe Conte “amico del popolo” e che bisogno c’era di abbellire il curriculum?

domenica 20 maggio 2018

ECCO LA VERSIONE FINALE DEL #CONTRATTO #M5SLega: uno schifo per il Paese e un tradimento per il SUD

Non è una lettura ideologica quella che fa parlare di un Governo che si presenta come spiccatamente reazionario E vergognoso, ma è la stessa lettura del programma definitivo a suggerire tale affermazione.

sabato 19 maggio 2018

IL #contratto di governo #M5SLega uccide la Costituzione


E’ inutile che cerchiate di capire che cosa c’è scritto nel programma del Governo di Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Probabilmente è passata da quella parti qualche vecchia zia e glielo ha un po’ corretto come fanno le zie timorate di Dio e ben educate: ha sfumato tutto. Non esiste più, ad esempio, il blocco della Tav Torino-Lione, ma solo che andrà ripensata: la cosa grossa e da anni contestata è un buco, cosa diavolo bisogna ripensare? Rotondo, ovalizzato, quadrato? Laura Castelli, però, guerriera no Tav e probabile futuro ministro, dice che tutto questo aiuta la sua lotta anti Tav.

Altre scemenze: cacciare tutti i rom. Non si sa dove, visto che sono quasi tutti cittadini italiani, si possono espellere in Italia, una ridente penisola del Mediterraneo.

Scompare anche il condono, ma c’è la pace con i contribuenti, qualunque cosa voglia dire. Rimane la flat tax (soldi per i già ricchi) e la riforma della Fornero (con l’introduzione della quota 100). Il reddito di cittadinanza si infila su per il camino: costerebbe decine di miliardi, ma partirà solo fra qualche anno e comunque in bilancio ci sono solo due miliardi per potenziare i centri di impiego: invece di fare contenti undici milioni di elettori, ne sistemeranno con un buon stipendio qualche migliaio a fanigottare all’ombra dei famosi centri.

Qualcuno ha calcolato che tutta questo insieme di balordaggini dovrebbe costare 65 miliardi, che non esistono e che non si troveranno mai: i sogni muoiono all’alba. Già così, cioè, possono portarselo a casa il programma e farlo leggere ai loro bambini o incartarci il pesce. Non passerà mai nessun vaglio.

Ma tutto questo è il meno e è risaputo. Il  vero problema è che questi sono dei matti eversivi, quasi simpatici nella loro follia da nonni rimbambiti (e invece sono tutti giovani). Tre cose:

1- Il famoso comitato Gran Consiglio del Fascismo rimane. Non ne parlano in dettaglio, ma c’è. Hanno tolto i particolari perché probabilmente si riservano, una volta insediati, di costituirlo: chissà chi diavolo vi entrerà, forse anche Davide Casaleggio o qualche suo impiegato o di Putin. Si tratta di una cosa chiaramente extra-istituzionale e contraria a qualsiasi tradizione democratica. In pratica si crea un consiglio dei ministri al di sopra del Consiglio di ministri vero e proprio. E sarà quello dove vengono prese le decisioni, quello che conta, senza alcuna responsabilità e senza rispondere mai al parlamento, visto che si tratta di un organo del tutto extra-istituzionale, quasi privato. Nessuno era mai stato così spudorato e così deciso a sconvolgere il sistema democratico.

2- Rimane l’idea di abolire la norma, dettata da Luigi Einaudi, dei parlamentari eletti “senza vincolo di mandato” (e che è alla base di tutti i parlamenti e della democrazia rappresentativa). In questo modo tutti i deputati saranno obbligati a seguire i dettami del proprio partito: saranno cioè del tutto inutili, si possono anche abolire, che è quello che vogliono i grillini.

3- E qui entra in gioco l’ineffabile e fantasioso Borghi Aquilini. La Banca Mps non si vende più, lo Stato ne deve comprare il 100 per cento e farne una banca che veicolerà i grandi investimenti pubblici. Tonfo e spavento in Borsa, disastro per gli azionisti.

Ma l’idea è la solita: anche i Leghisti vogliono una banca. Quella che avevano fondato è fallita miseramente. Così ne vogliono un’altra, giusto per giocare un po’ con i soldi. E’ volata l’idea di lanciare dei mini-Bot, idea che ha già provocato il fallimento di altri paesi.

A tutto  ciò aggiungete richieste assurde (modifica dei trattati europei e altre stupidaggini). E’ tutta roba che interessa solo noi, ma che richiederebbe il consenso degli altri 27 stati. Ci rideranno dietro e non se ne parlerà più. Comica la polemica contro il fiscal compact: non sanno nemmeno che cosa è e non sanno nemmeno che sta in Costituzione: inutile andare fino a Bruxelles: comincino con il cambiare la Costituzione, se ne sono capaci (citofonare Matteo Renzi, che ha fatto qualche esperienza in materia).

Infine, ma forse è la cosa più grave, c’è la questione del presidente del Consiglio. Stanno cercando una figura terza. Cioè un signore per bene da mettere lì a sfilare davanti al plotone d’onore mentre loro due, Bibi e Bibò, hanno già fatto tutto: scritto il programma, scelti i ministri, litigato con Bruxelles, e altro ancora. Ma la Costituzione prevede che sia il presidente del Consiglio a dirigere il governo: questi hanno invece in testa un  signore diretto da loro, un presidente di cartone. Di nuovo, si cambia la Costituzione.

Insomma, stanno riscrivendo la Costituzione, sostituendola con le loro personali ossessioni.

Mattarella non ha molte alternative: hanno avuto molti voti, ma il loro osceno governo (con osceni ministri) non deve nascere. Questi vogliono fondare la repubblica di Paperopoli. Una cosa ridicola e che farà ridere tutto il mondo.

Lunedì Mattarella dovrebbe ascoltarli, e poi rispedirli da dove sono venuti. Senza escludere la possibilità, di denunciarli alla più vicina Procura per attentato alla Costituzione.

Benvenuti nella Terza Repubblica, dove governo, parlamento e cittadini non contano nulla

Luigi Di Maio lo ha detto più volte cosa deve essere e cosa deve fare il premier del governo M5S-Lega. Deve essere esecutore ed eseguire. Esecutore, eseguire…verbi e concetti che rimandano a qualcuno che fornisce istruzioni ed esercita controllo sull’esecutore. Si eseguono istruzioni ed ordini. E infatti il premier del governo M5S ha le istruzioni (qualche volta vaghe) nel Contratti di Governo giallo verde. E nell’eseguire le istruzioni avrà sopra di sé il controllo del neonato Comitato di conciliazione, cioè una sorta di super governo che dirà al premier come fare quel che deve eseguire.

venerdì 18 maggio 2018

Il #contratto #M5SLega? E' Una cagata pazzesca… #IoSonoNelContratto

Siamo notoriamente misurata ma chi commenta che questo contratto di governo Lega/5 Stelle “non è male”, “ha una parte interessante”, “è contro l’austerità”, “dice quello che dovrebbe dire la sinistra”, o è in cattiva fede o si è drogato pesantemente. Per due motivi:

1. Letto tra le righe, questo contratto non è l’espressione degli interessi popolari e nemmeno dei “ceti medi impoveriti”, ma di un pezzo del padronato italiano, della piccola e media borghesia (con qualche concessione alla grande), che vuole cooptare alcuni segmenti di proletariato dandogli le briciole.

Questa frazione di Italia storicamente egemone, ha fatto profitto per decenni non sulla capacità di competere, sull’innovazione etc, ma su evasione fiscale, condoni, inquinamento, cementificazione, facendo lavorare a nero e sfruttando manodopera (per lo più meridionale e immigrata) sottocosto.

Ovviamente con la crisi del 2008 i nodi sono venuti al pettine, questo modello di “sviluppo” italiano non ha retto alla rapida ristrutturazione degli altri capitalismi europei, e siamo stati più esposti a speculazioni (vedi seconda crisi del 2011) e a “cure” massicce (Fiscal compact, Fornero, Jobs Act etc).

Questo chiaramente ha prodotto malessere sociale diffuso, a cui si poteva rispondere in due modi: o da sinistra, con politiche di redistribuzione della ricchezza e intervento pubblico nell’economia, o da destra, attraverso un populismo che non è altro che una sorta di ritorno al passato – un po’ vecchia DC, un po’ Berlusconi e un po’ di “caro fascismo”.

Siccome la vecchia sinistra (PD-LEU) era fatta da quelli che hanno prodotto le infami “riforme”, e la Nuova Sinistra (quella di Potere al Popolo e dei movimenti sociali) nonostante la generosità è ancora giovane, piccola, disorganizzata e sconosciuta, il malessere non poteva che essere interpretato dai 5 Stelle e dalla Lega, che peraltro potevano beneficiare del senso comune di destra ,egemone da decenni nel paese.

Così, invece del capitalismo che parla inglese ci becchiamo quello cafone, ma nella sostanza per noi cambia ben poco. Il nemico del mio nemico NON è mio amico.

Il contratto Lega/5S infatti non attacca il vero problema del paese, ovvero la concentrazione della ricchezza in poche mani, la mancanza di una politica industriale etc, ma anzi fa una flat tax per i ricchi e dà giusto qualche briciola ai poveri (niente abolizione Fornero, un reddito di cittadinanza che è poco più di un sussidio di disoccupazione). L’unica libertà che rivendicano contro l’UE è quella di fare deficit, ovvero indebitarsi, con la stessa strategia di corto respiro che si ebbe negli anni ’80 o con Berlusconi. E non mi pare che all’epoca c’era chi diceva che Berlusconi andava “incalzato”, “apprezzato”, “sostenuto”… Il 14 dicembre 2010 fu chiarissimo in questo senso: basta ambiguità, in quel Parlamento abbiamo solo nemici.

2. La parte “sociale” del contratto non è separabile da quella penale e repressiva, che fomenta la guerra fra poveri, dà la caccia agli occupanti casa e mira a distruggere le forze sociali. I due interventi sono complementari. E’ una mossa tipicamente fascista: do qualcosina ad alcuni settori di lavoratori italiani per farli stare buoni, mentre tolgo un bel po’ agli altri e blindo la dinamica sociale. Poi si ritorna anche sugli italiani…

Ci sarebbero altre milioni di cose da dire ma mi fermo. L’unica consolazione in questa valle di lacrime è che la risposta che Lega e 5 Stelle danno alla crisi italiana ha il fiato corto. Stanno mettendo le basi per la loro fine.

A noi si pongono quindi due compiti: 1. resistere e fare vera opposizione, lottando ovunque e spingendo sulle domande sociali e istanze redistributive; 2. evitare che dal capitalismo cafone si ritorni a quello “politicamente corretto” di PD e soci.

Quando questi buffoni si sgonfieranno, cerchiamo di far trovare al nostro popolo un’alternativa vera.

Presentato il contratto di Governo. #IoSonoNelContratto

Al di là della bizzarra forma d questo testo con tanto di firme autenticate da un pubblico ufficiale, al di là di quello che c’è scritto e di quello che non c’è scritto, il contratto è un’operazione politica efficace e meno naif di quello che molti soloni ci vogliono spiegare in queste ore. Per molti cittadini, anche non elettori di quei due partiti, è un fatto positivo che queste due forze politiche abbiano scritto – nero su bianco, come si diceva una volta – quello che vogliono fare nei prossimi cinque anni, per molte persone, al di là di quello che c’è scritto – che tanto non leggeranno mai – questo testo è un elemento di serietà e di concretezza. Il contratto è forma più che sostanza, è il contenitore più del contenuto, e quindi mi pare che il governo nascente abbia già segnato il primo punto a proprio favore.
Poi ovviamente il testo è generico e fumoso, quasi quanto le slides renziane o i preamboli democristiani: un lungo impegno di buoni propositi, di quelli che che vanno a bene tutti, perché tutti vogliono una scuola migliore, una sanità che funzioni, tutti dicono che il lavoro è un valore, che la cultura è una risorsa fondamentale, tutti chiedono di combattere la corruzione e i privilegi, e via così, da una banalità all’altra. Nel contratto ci sono cose che abbiamo già letto tante volte, anche scritte meglio. C’è anche l’abolizione del Cnel, uno dei cavalli di battaglia della riforma renziana. Questo sarà il governo del cambiamento, che è sostanzialmente quello che ci hanno detto tutti i governi che si sono succeduti in questi venticinque anni: tutti erano il governo del cambiamento.
Poi ci sono i dettagli, dove – come noto – sta il diavolo. Il contratto prevede che le persone con alto reddito e le società paghino meno tasse e questo fa capire che si tratta chiaramente di una scelta di classe: questo governo vuole ridistribuire la ricchezza, togliendo ai poveri per dare ai ricchi. Il punto alla fine è tutto qui: scegliere da che parte schierarsi nella guerra di classe.

giovedì 10 maggio 2018

B (e il suo impero) non si tocca: così il #M5S ha perso l'anima (e la faccia) #M5SLega

Il tradimento delle origini, la deriva trasformista che non hA mai abbandonato il malcostume italico, un unico dogma come programma politico: governare, costi quel che costi. Una mutazione genetica per il Movimento 5 Stelle che ormai non ha più nulla di quello che abbiamo conosciuto.

IL governo #M5SLega è servito, ORA TOCCA A NOI

A luglio non si rivota. La mossa di Berlusconi – annunciare che non si oppone più alla nascita di un governo Lega-M5S, anche se non voterà la fiducia – ha come primo e per ora unico effetto quello di allungare i tempi. Salvini e Di Maio hanno fortemente voluto questa chance, consapevoli che altrimenti la loro carriera politica avrebbe cominciato a volgere sul viale del tramonto. Il grillino  che lo scorso dicembre disse a Berlusconi che "non aveva bisogno dei voti dei galeotti, dei corrotti e dei mafiosi" per governare,  deve sottostare alle regole interne del movimento (“massimo due mandati”), il leghista perché sa benissimo di essere stato “spinto” soprattutto dalle tv berlusconiane.

mercoledì 2 maggio 2018

La dura lezione del Friuli

Il risultato delle elezioni regionali in Friuli di domenica scorsa (esattamente come quello del Molise di 7 giorni prima) è di quelli che non ammettono interpretazioni o discussioni; in claris non fit interpretatio: il centro destra avanza seccamente, il Pd ha risultati alterni ma sostanzialmente regge, il M5s straperde.

sabato 21 aprile 2018

Coerenza #m5s, Da no guerra ai dieci droni da guerra costati 776 milioni.

Ironia della sorte, il primo atto del nuovo Parlamento non è stato il taglio dei vitalizi o un qualsiasi investimento sul sociale o sui diritti in linea con le promesse elettorali, ma l’acquisto di dieci droni. Una “spesa militare”, dunque,  che costerà la bellezza di 776 milioni di euro. In assenza di una maggioranza di governo definita e nell’impossibilità di comporre e far partire le commissioni normali, Senato e Camera hanno istituito le cosiddette “Commissioni speciali”, che hanno competenze su tutti i temi più urgenti e sono presiedute da Vito Crimi dei Cinquestelle a Palazzo Madama e da Nicola Molteni della Lega a Montecitorio.

All’ordine del giorno della seduta di ieri di quella a Montecitorio c’era appunto lo “schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale relativo all'acquisizione (...) di aeromobili a pilotaggio remoto e potenziamento delle capacità di Intelligence, Surveillance and Reconaissance della Difesa”. Tradotto dal burocratese, il provvedimento prevede l’acquisizione da qui al 2032 di “10 sistemi, costituiti ciascuno di due velivoli ed una stazione di comando e controllo”. Forse per far capire ai parlamentari meno esperti di che cosa si tratti, la relazione che accompagna il decreto spiega persino cosa sono i droni, definendoli come “velivoli a pilotaggio remoto, individuati con l'acronimo inglese UAV, introdotti nella tecnologia militare da alcuni anni, in particolare negli Stati Uniti”.

I droni fanno lo stesso lavoro degli aerei militari, ma sono più piccoli e silenziosi e non mettono a rischio nessuna vita umana perché sono telecomandati: “Consentono di effettuare ricognizioni in ambienti ostili e ad alto rischio, senza che venga messa repentaglio la vita di un pilota. L’assenza del pilota permette poi di costruire un velivolo molto più piccolo, capace di manovre aeree molto più impegnative, tali da essere difficilmente sopportate da un essere umano”, si può leggere ancora. E’ la stessa relazione a fornire altri particolari tecnici. Così sappiamo che i dieci droni con il tricolore stampigliato sulla carlinga - si presume - avranno “un peso al decollo di 1.500 Kg e saranno in grado di operare fino a 14.000 metri per un tempo di volo pari a circa 24 ore”.

Il fatto è che i droni vengono utilizzati anche per bombardare. L’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, per esempio, negli anni trascorsi alla Casa Bianca ha autorizzato alla  moltissime operazioni mirate contro i terroristi che prevedevano l’utilizzo dei droni: attacchi meno evidenti e “scenografici” di quelli coi missili scelti dal suo successore Donald Trump, ma pur sempre atti militari.

Il programma di acquisto era stato preparato dalla ministra uscente della Difesa Roberta Pinotti e dovrà essere portato avanti dal ministro che prenderà il suo posto, e che avrà il vantaggio, però, di trovare le cifre necessarie per l’acquisto già stanziate. L’operazione non è certo di poco conto: il costo complessivo, tra acquisto, manualistica e addestramento, è stimato dallo Stato maggiore della Difesa in 766 milioni di euro e sarà spalmato su sette esercizi. L’anno nel quale l’investimento inciderà maggiormente sarà il 2022, quando la legge finanziaria vincolerà 161 milioni di euro al progetto di difesa.

La cosa “singolare” è che il primo atto della nuova legislatura è stato sostenuto proprio dai vincitori delle elezioni, M5s e Lega. Il relatore del decreto è addirittura un esponente dei Cinquestelle, il deputato Davide Crippa, piemontese, alla seconda legislatura.   E pensare che, meno di un anno fa, l’11 maggio 2017, il Movimento aveva sottoposto al voto degli iscritti un programma di governo per il settore della Difesa che, votato in rete da 19 mila e 747 iscritti, impegnava a ridimensionare il “programma degli F35”, bollato come “inutile e costoso”.  Allora, prima della svolta “governista” di queste settimane, i Cinquestelle chiedevano di “tagliare” i capitoli sugli “armamenti offensivi”. Oggi hanno cambiato idea, facendosi addirittura promotori dell’ approvazione del piano di investimenti predisposto dalla ministra della Difesa del Pd.  Contro l’atto di esordio del nuovo Parlamento hanno invece protestato sia Stefano Fassina,  oggi tra i dirigenti di LeU  che Francesco Boccia, dem.

Il relatore pentastellato si difende. “Io non sono nè “pro” acquisti militari, né contro; sono soldi già stanziati dall'ultima legge di bilancio. Certo - ammette -, con questo acquisto il nostro Paese sarebbe il terzo al mondo quanto a numero di droni”. Stefano Fassina  denuncia che, oltretutto, la legge sarebbe scritta male: “Larga parte dei 766 milioni vengono non dal bilancio del Ministero della Difesa, ma dal bilancio del Mef e sono sottratti a investimenti per mobilità sostenibile, sicurezza stradale, riqualificazione delle stazioni ferroviarie, infrastrutture edilizia pubblica, compresa quella scolastica… cose così”, denuncia l’ex viceministro del Pd .

Stamattina la Commissione Speciale di Montecitorio esaminerà altri due provvedimenti cari ai seguaci di Beppe Grillo, seguiti da altri due deputati del Movimento, per i quali il centrodestra ha già dichiarato di voler votare a favore: un decreto legislativo per l'attuazione della direttiva Ue sulla sicurezza dei dati e dei sistemi informativi, di cui è relatore Stefano Buffagni, fedelissimo di Luigi Di Maio e uomo di fiducia di Davide Casaleggio, e un altro sull’uso dei codici di prenotazione a fini antiterrorismo, di cui è invece relatore Vittorio Ferraresi, di Cento, pure lui alla seconda legislatura.

CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE

Emerge ancora più evidente il profilo del movimento 5 Stelle dai giri di consultazioni di questi giorni: è il profilo di una forza politica che, nel proporsi alla guida di un governo, fa equivalere corrispondenze d’amorosi programmi sia con la Lega sia con il PD.

martedì 13 marzo 2018

I grillini sono pericolosi (quasi quanto il Pd)

Dieci cose da imparare dal (e sul) M5S
1. I Grillini non sono stupidi né sprovveduti. E neppure incapaci: le percentuali elettorali dovrebbero dirci qualcosina a riguardo
2. I grillini non sono populisti, sono gentisti. E’ molto diverso: perché – a differenza di altri – hanno capito che in Italia il popolo non esiste. In Italia esiste la gente, e la gente vuole sentirsi dire determinate cose in un certo modo
3. Hai voglia a sfotterli per i congiuntivi, le incoerenze e l’ignoranza: i grillini sono dei formidabili comunicatori. Chi avesse dubbi a riguardo vada a rivedersi il modo in cui hanno rivoltato a loro favore la questione dei mancati rimborsi. E rifletta sul loro vocabolario, essenziale e accessibile a chiunque.
4. I primi a beneficiare delle inutili (sì, c’è scritto inutili: e potrei aggiungere controproducenti) scramucce tra fascisti e antifascisti sono stati i grillini. Alla gente non importa nulla di certe cose, specie se – diciamolo chiaro – riguardano l’unovirgola contro lo zerovirgola. Sempre ammesso che a noi importi qualcosa, di farci capire dalla gente: ma se non è così non mi spiego che senso abbia presentarsi alle elezioni
5. Il successo del M5S è frutto anche del modo in cui la grande informazione li ha trattati fino a ieri l’altro. Chiunque, a prescindere dall’estrazione sociale e dal livello culturale, ha potuto vedere l’astio e la completa mancanza di oggettività con cui sono state regolarmente condotte le interviste ai loro esponenti e con cui sono state trattate le notizie che li riguardavano
6. L’appuntato Di Maio, è ora di rendersene conto, è l’uomo giusto al momento giusto. Tutti a sfotterlo (me compreso, per i primi dieci minuti) quando è salito al Colle senza capire che ci si è recato per rassicurare il capo dello stato sulla disponibilità del 5S a convergere con altre forze per formare un governo, esattamente come ha ritenuto di doversi recare a rassicurare gli investitori e la grande finanza
7. I grillini non la faranno mai, l’alleanza con Salvini. Sanno benissimo che sarebbe un abbraccio mortale in termini di consenso. Certe cazzate monumentali è capace di fare solo la cosiddetta (molto cosiddetta) sinistra
8. Il M5S non è una forza antisistema. E’ un insieme di persone che reclama la sua fetta di torta al tavolo del sistema. Gli abitanti di Roma e ancor di più quelli di Torino sanno bene di cosa sto parlando
9. Il M5S è una forza di destra in un paese di destra. E questa è una cosa che moltissimi tra i compagni che frignano oggi avrebbero dovuto capire da anni, anziché viversi le loro lune di miele con i grillini
10. Chi va a votare lo fa perché è convinto di essere in una democrazia, Padronissimo, per carità: ma se lo fa poi dovrebbe accettare il verdetto delle urne senza tanti piagnistei. E il verdetto delle urne è inequivocabile: il M5S ha vinto. E se non fosse per una legge elettorale che definire schifezza è eufemistico, avrebbe stravinto. Tocca farsene una ragione
10bis/bonus track. In virtù di tutto quanto sopra, i grillini sono pericolosi. Quasi (quasi) quanto il Pd. Forse è tempo di cominciare a prenderli sul serio. Magari iniziando a imparare qualcosa da loro

lunedì 12 marzo 2018

Reddito di cittadinanza M5S: di che stiamo parlando realmente?

Si è riacceso improvvisamente il dibattito sul tema del reddito di cittadinanza, addirittura si sono diffuse notizie non vere rispetto a possibili code davanti ai CAF per richiederlo in regioni come Puglia e Basilicata sebbene diversi CAF abbiano segnalato come in effetti qualche cittadino abbia realmente telefonato per chiedere informazioni. Al netto della polemica sul peso che la proposta del reddito di cittadinanza avrebbe avuto o meno rispetto al risultato elettorale del Movimento Cinque Stelle (certamente non è il principale motivo della loro vittoria), senza dubbio è importante comprendere perché questo tema abbia raccolto consenso nel nostro Paese più che in passato.

Prima di tutto, però, è necessario ribadire che la proposta del Movimento Cinque Stelle non è assimilabile alla definizione vera e propria del reddito di cittadinanza, così come descritto da diversi studiosi a livello europeo. Per una definizione completa, si rimanda al prezioso e complesso volume degli studiosi Philippe Van Parijs e Yannock Vanderborght “Il reddito di base. Una proposta radicale”, i quali definiscono il reddito di cittadinanza o reddito di base “un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri su base individuale senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite”(Il Mulino, 2017), il reddito di cittadinanza è quindi “incondizionato”.

Il reddito minimo garantito, invece, si differenzia dal reddito di cittadinanza (o reddito di base) in quanto è una misura universale, ma selettiva, condizionata ossia all’accertamento di alcuni requisiti reddituali, familiari e di condizione lavorativa, nonché alla disponibilità a cercare un lavoro. Si rimanda, inoltre al saggio dell’economista Elena Granaglia “Il reddito di base” (Ediesse, 2016), all’interno del quale sono approfonditi tutti gli aspetti economici delle diverse proposte esistenti in Europa, e delle differenze con le proposte di reddito minimo garantito, sperimentate in Italia e all’estero.

Di recente, inoltre, è stato pubblicato il prezioso contributo del giurista Giuseppe Bronzini “Il diritto a un reddito di base. Il welfare nell’era dell’innovazione”(Gruppo Abele, 2017) il quale approfondisce diversi temi: il dibattito teorico intorno alla proposta della garanzia di un minimo vitale (ius existentiae); le differenze tra il reddito di cittadinanza e il reddito minimo garantito ed il processo di costituzionalizzazione di quest’ultimo; infine il nesso tra le proposte di reddito minimo garantito ed il lavoro, alla luce delle trasformazioni tecnologiche.

Questo per dire che il tema è davvero molto complesso (si consiglia di approfondire sul sito del BIN – Basic Income Network, la rete italiana per il reddito di base); inoltre il dibattito accademico che coinvolge economisti, giuristi, filosofi, sociologi è in costante aggiornamento, per tale ragione risulta fuori luogo ridurre la discussione ad una sterile diatriba elettorale.

La proposta (ddl 1148) del Movimento Cinque Stelle, sembrerebbe aver poco a che fare con il reddito di cittadinanza dei paesi del Nord-Europa, ma risulta più simile al REI Reddito di Inclusione, proprio recentemente approvato dall’ultimo Governo, però con dei criteri reddituali più alti ed un ammontare più elevato. Secondo la proposta del M5S, infatti, potrebbero accedere alla misura tutti i maggiorenni, italiani, privi di lavoro e di reddito che hanno un reddito annuo netto calcolato secondo l’indicatore ufficiale di povertà monetaria dell’Unione europea, pari ai 6/10 del reddito mediano equivalente familiare, pari a 9748 euro nel 2016 (mentre per accedere al Reddito di inclusione, è necessario un ISEE pari a 6.000 euro di reddito un valore ISRE non superiore a 3mila euro). L’ammontare del reddito nella proposta del M5S sarebbe pari a 780 euro massimi per un single e fino a 1.638 euro per una coppia con due figli (mentre il REI prevede un ammontare pari a euro ​187, 50 per un single e un massimale di euro 534,37 per i nuclei con 5 componenti ed euro 539,82 per i nuclei con 6 o più componenti).

Proprio perché la proposta di reddito del M5S se ne intravedono anche alcuni limiti che andrebbero approfonditi: dall’obbligo per i beneficiari di documentare una ricerca attiva di lavoro non inferiore a due ore giornaliere, a quello di accettare qualsiasi lavoro se dopo un anno non hanno trovato un’occupazione. Come affermato in occasione dell’approvazione del Rei, è necessario stare attenti, quando si introducono condizionalità di questo tipo alle misure di sostegno al reddito, onde evitare che esse diventino una mera “contropartita” per il beneficio ricevuto. In questo caso, infatti, il reddito rischierebbe di trasformarsi in un dispositivo di “controllo”, invece che di liberazione delle persone dal ricatto di dover accettare un lavoro “a qualsiasi condizione”.

Per quanto riguarda i costi, l’Istat ha calcolato che la proposta del M5S costerebbe 14 miliardi di euro all’anno, secondo altri studiosi, invece, la spesa ammonterebbe a 29 miliardi di euro (questo perché vengono conteggiati altri costi oltre quelli dell’erogazione del beneficio economico). Secondo quanto si legge nella proposta, la parte più consistente delle coperture deriverebbe dalle detrazioni fiscali dei redditi più alti, esclusi quelli sociali (5 mld) e dalla riduzione della percentuale di deducibilità degli interessi passivi per banche e assicurazioni (2 mld), aumento dei canoni delle multinazionali del gas e del petrolio (1,5 mld), aumento della tassazione del gioco d’azzardo (1 mld). A queste fonti di finanziamento si affiancherebbero, tra le altre minori, anche i tagli a vitalizi, auto blu, indennità parlamentari, fondi ai partiti e all’editoria.

Da quanto descritto finora è possibile affermare che il M5S, pur avendo fatto egemonia su un tema “sottratto” alla sinistra (politica e sociale) del nostro Paese, che aveva costruito negli anni mobilitazioni (si pensi ai movimenti degli studenti e dei precari) e proposte (si pensi ai disegni di legge presentati in passato dallo stesso PD e da SEL, alla proposta del Reddito di Dignità di Libera e della Rete dei Numeri Pari, nonché alle numerose sperimentazioni regionali), incorra in alcuni rischi. In particolare, operando in modo scevro da qualunque confronto con realtà sociali e corpi intermedi, potrebbe modificare, se non stravolgere quello che è il fine principale del reddito stesso: liberare le persone dal ricatto di lavorare in condizioni non accettabili pur di sopravvivere.

E rispetto al rapporto reddito-lavoro si consenta un breve inciso, che è utile sempre ribadire: sarebbe opportuno che il dibattito a sinistra provasse a smarcarsi da un’ottica contrappositiva, che rischia perennemente di farlo naufragare, per concentrarsi su una prospettiva di complementarietà, così come Sbilanciamoci ha provato a fare negli anni. Pensare che sia necessario garantire un reddito nella discontinuità e nella intermittenza lavorativa, non vuol dire evocare la fine del lavoro salariato, ma ragionare anche intorno alle trasformazioni del lavoro e quindi della protezione sociale.

D’altro canto, però, le forze di sinistra dovrebbero interrogarsi su uno degli argomenti centrali, per il quale la proposta del reddito di cittadinanza ha raccolto consenso (anche se sono d’accordo con chi dice che non è il motivo del successo pentastellato), ossia l’idea di un modello di società in cui l’universalismo del welfaretorni ad essere la risposta alla deriva di privatizzazione dello stesso, dopo anni in cui i governi hanno raccontato che proprio sul welfare si doveva tagliare tutto il possibile “perchè non ce lo si poteva permettere”. Ecco, forse ripartire da una riflessione più approfondita sui limiti dell’ universalismo selettivo e del workfare, invece che perseverare nella loro strenua difesa, potrebbe aiutare le forze di sinistra ad immaginare un’idea di welfare più consona a rispondere all’ estrema insicurezza e mancanza di protezione sociale avvertita dalla maggior parte degli abitanti del nostro Paese.

giovedì 22 febbraio 2018

LADRI a 5stelle: le prime ammissioni e il buco sale a 1,5 milioni di Euro

Lo scandalo dei conti gonfiati, che riportavano restituzioni di stipendi mai effettuate dai parlamentari grillini, sta travolgendo Luigi Di Maio che rischia di dover ridimensionare le proprie ambizioni di gloria. Sommerso da questa vicenda e dalle altre relative ai falsi rimborsi chiesti all'europarlamento, dalle polemiche sulla pagliacciata delle 'parlamentarie', su numerose candidature imbarazzanti di massoni, ex comunisti, riciclati, parenti ed amici, lunedì al candidato premier del Movimento 5 stelle non è rimasto altro da fare che chiedere aiuto a Beppe Grillo, il comico genovese che almeno in apparenza si era allontanato dalla sua creatura, probabilmente prevedendo che sarebbe presto crollata sotto il peso di tutte le vicende che finora erano state nascoste sotto il tappeto.

Intanto arrivano le prime ammissioni proprio da parte dei vertici pentastellati: "Dai calcoli che abbiamo fatto noi mancano più soldi di quanto affermato dai giornali". Poche fredde parole, diffuse lunedì alle 14.30 attraverso un comunicato ufficioso dello staff di Di Maio, alle quali se ne sono aggiunte altre qualche ora dopo: "È possibile che ci sia stato un errore di calcolo nella somma totale delle restituzioni di questi cinque anni. È una cifra più alta di quanto hanno in realtà restituito i parlamentari". Dunque, la differenza (più che un buco, una voragine) tra quanto dichiarato dai 5 Stelle sul sito tirendiconto.it e quanto risulta dai versamenti effettivi nel fondo di garanzia per la microimpresa raccolto dal Tesoro gestito al Mise è frutto di falsificazioni e bonifici truccati.

La cifra di 226mila euro mancanti, sulla quale Di Maio aveva detto "non è un buco ma c'è stato un errore nella contabilità" era stata calcolata ampiamente per difetto. La voragine supera di gran lunga il milione di euro: sarebbe di almeno 1,401 milioni. Dal 2 febbraio, quando l'inchiesta delle Iene ha incastrato Andrea Cecconi e Carlo Martelli, il M5s è andato nel panico. I due, entrambi ricandidati, dopo aver confessato hanno cercato di metterci una pezza con bonifici pari a 95mila euro, altri colleghi hanno fatto lo stesso arrivando al totale dei 226mila euro magicamente apparsi in pochi giorni. Nonostante questo, l'ammanco resta comunque pari a 1,4 milioni di euro, secondo una stima che potrebbe rivelarsi in difetto: difficile stabilire l'entità della truffa.

La truffa, sia chiaro, non è ai danni dello Stato, ma degli elettori che avevano riposto fiducia nel Movimento proprio per la promessa di restituire metà dello stipendio, e dei cittadini ai quali era stata raccontata la bugia delle restituzioni effettuate, con tanto di immagini dei bonifici che ora sappiamo essere false, in quanto venivano revocati immediatamente dopo. Senza contare che alle decine di deputati e senatori coinvolti ci sono da aggiungere europarlamentari (606mila euro) e consiglieri regionali di Liguria, Emilia, Veneto e Trentino (530.599 euro), dei cui versamenti pare non ci sarebbe traccia. Ma non è finita, perché diversi ex 5stelle accusano il Movimento di aver conteggiato anche i soldi che loro hanno continuato a versare, dopo essere stati espulsi dal partito.

"Era una promessa elettorale" ha spiegato Cristian Iannuzzi alla Stampa "e ho pensato che fosse giusto verso i miei elettori farlo anche se mi hanno cacciato". Il deputato è stato espulso nel gennaio 2015, ma ha inviato bonifici sul fondo del microcredito fino al dicembre 2015, per un totale di 40mila euro che nulla hanno a che vedere con i 5selle. Lo stesso ha fatto la madre, eletta al Senato ed espulsa come il figlio nel gennaio 2015: 40mila euro per un anno. Dal 2016 in poi entrambi hanno dirottato la parte della loro indennità ai terremotati. Nel totale ci sono anche i 144.382 euro versati dal gennaio 2015 (mese della sua espulsione) al gennaio 2018 da Giuseppe Vacciano e 40mila euro provengono dai conti di due deputati epurati per le firme false di Palermo, Nuti e Di Vita.

Si tratta solo di superficialità o invece come sostengono molti, anche dall'interno del Movimento, i 5stelle sono in realtà un partito di 'furbetti'? "In origine il sito del rendiconto era aggiornato manualmente. Ci sono stati degli errori" spiegano dallo staff di Di Maio. "Ma soprattutto abbiamo sbagliato a non creare noi un meccanismo di controllo sui versamenti effettivi". Non saranno invece gli elettori ad aver commesso lo sbaglio di dare fiducia a dei bugiardi? Eclatante il caso dei senatori Buccarella e Lezzi sui quali sono in corso verifiche: intervistati dalle Iene, avevano ammesso davanti a Di Maio di essere assolutamente a posto con i versamenti. Tra i parlamentari sotto accusa anche Danilo Toninelli, che è un fedelissimo del candidato premier, Carlo Sibilia e Vito Crimi.

mercoledì 21 febbraio 2018

MO VI MENTO

Qualcuno lo ricorderà quel disperato post su Facebook. Era aprile 2013, i 5 Stelle erano da poco sbarcati in Parlamento pronti ad aprirlo “come una scatoletta di tonno” (cit.Grillo). Roberta Lombardi, appena nominata capogruppo, denunciò il furto della borsa e la noia immane non solo di rifare i documenti ma di dover ricostruire le spese fin lì sostenute per determinare gli effettivi rimborsi. “Poichè è mia intenzione trattenere dalle voci di rimborso che compongono il mio stipendio solo quelle effettivamente sostenute e documentate e restituire il resto, cosa faccio? Aspetto vostri consigli” scriveva Lombardi.

Il vortice dei numeri
Cinque anni dopo abbiamo Ivan Della Valle, ormai ex per via dei bonifici taroccati con photoshop (ha trattenuto 270 mila euro), che denuncia: “Ho restituito più io di molti altri. Non guardate solo le restituzioni al fondo delle piccole e media imprese. Andate a vedere i rimborsi della diaria, quelli che dovevano restituire con tanto di rendiconto e scontrini…Ecco quasi nessuno ha restituito più nulla. Ed è impossibile spendere 8-9 mila euro al mese”. Molti ex, anche se in tempi diversi, puntano oggi il dito sul tema rimborsi/diaria.  Artini, Barbanti, Turco, sono molti oggi a dire che la vera “ipocrisia” è lì, in quelle spese portate a piè di lista ma senza giustificativi e rimborsate al buio. Ogni mese mille euro di viaggi (quanto i parlamentari hanno treni e aerei gratis), mille e passa euro di ristoranti, gli affitti che variano, un mese 1.400 e quello dopo 2.500 ma poi tornano a 1.700. 

Restituzioni & rimborsi
Il caos soldi che da due settimane funesta la campagna elettorale di Di Maio riguarda due diverse tipologie di rimborsi. Ha a che fare con le regole interne del Movimento e non con il codice penale. Con la credibilità e l’affidabilità.  La prima tipologia ha tenuto banco in questi giorni e coinvolge l’indennità di ciascun parlamentare, circa 5 mila euro. La regola interna prevede che ogni eletto – in Parlamento o nei consigli regionali – doni circa duemila euro a un fondo il cui conto corrente è attivo al Ministero economia e finanze. Quindici eletti, è il dato aggiornato a ieri, hanno taroccato i bonifici mensili e simulato di donare soldi che in realtà non sono mai arrivati al Mef. Di Maio li ha espulsi dal Movimento (è ancora sub iudice Giulia Sarti) e promette che, una volta eletti (sono tutti in posizioni sicure) rinunceranno al seggio. Vedremo.

Le spese quotidiane
La seconda tipologia di rimborsi ha a che fare con la diaria, quei 9 mila euro che in media ogni mese vengono dati a ciascun eletto per far fronte alle spese quotidiane del mandato parlamentare. Su questa voce i parlamentari grillini si erano tutti impegnati a ricevere solo i soldi effettivamente utilizzati nell’arco del mese. Avrebbero dovuto far fede gli scontrini, i giustificativi di quelle spese. Adesso però, come dicono molti, emerge che pochi portavoce hanno effettivamente restituito i soldi della diaria. E che alla fine molti si sono tenuti quei 9 mila euro. Giustificandoli a piè di lista. Senza il dettaglio. Esattamente come fanno i parlamentari degli altri partiti che però non rivendicano una presunta diversità.     

Tutto on line
Bisogna armarsi di tanta pazienza, mettere in conto qualche ora di tempo e spulciare due siti, www.tirendiconto.it (attivato dai 5 Stelle dove ciascun parlamentare pubblica le sue spese) e il sito www.maquantospendi.it  che, attivato da ex 5 Stelle, analizza i dati pubblicati. Onore ai 5 Stelle che, unico movimento, fa un’indubbia operazione di trasparenza e rende disponibili i dati. Ma non c’è dubbio che questi dati raccontano una realtà come minimo molto diversa dal francescanesimo politico sbandierato dai 5 Selle. Una realtà che dimostra che fare politica costa. Anche a Di Maio, a Lombardi, a Taverna e Alessandro Di Battista.

Case, consulenze, viaggi. Soprattutto affamati     
Da aprile 2013 a novembre 2017, i 130 parlamentari 5s hanno speso in cibo tre milioni e 460 mila euro. E’ la somma di tre voci inserite nella rendicontazione: cene/pranzi lavoro; pranzo/cena/bar; alimentari. Tra i più affamati Mattia Fantinati ( 46,391.65), Silvia Chimenti ( 41,649.26) e Danilo Toninelli ( 40,659.80). Praticamente a digiuno Massimiliano Bernini (contestato per le restituzioni) e quasi gandhiani il deputato Luigi Gallo (poco più di 6mila euro di pasti) e Roberta Lombardi. Queste cifre sono giustificate (il documento con la rendicontazione è consultabile nella pagina web di ogni parlamentare) da una serie di scontrini. Ma – attenzione – non esiste specifica: non è scritto da nessuna parte con chi è stata consumata la cena e per quale motivo. Rimborsi a piè di lista, basta presentare ricevute e scontrini. Per tutte le voci rimborsabili, circa venti tra cui consulenze, collaboratori, attività sul territorio, vitto, viaggi, telefono, alloggio. 

Affitti e hotel
Ad esempio, accadono certamente cose strane con gli appartamenti presi in affitto e gli alberghi. Quasi che uno possa dormire contestualmente nella casa presa in affitto e in hotel. Da aprile 2013 a dicembre 2017 i parlamentari grillini hanno speso 10 milioni e 300 mila euro per la voce alloggi. Di questi, 613 mila euro se ne sono andati in hotel e nella top five dei consumers ci sono Enzo Ciampolillo (86.500), Petraroli (60 mila), Federico D’Inca (50 mila) Giulia Grillo. Oltre 9 milioni se ne sono andati in affitti, al netto di romani e dintorni che non dovrebbero aver bisogno della casa in centro a Roma. Anche qui emergono alcune curiosità. La top five vede al primo posto la deputata uscente Marta Grande: ha certificato 131 mila euro di spesa per l’affitto, vive a Civitavecchia, un’ora di treno da Roma e il Parlamento lavora 4 giorni su sette. Segue Barbara Lezzi (120mila euro), Andrea Cioffi (119 mila), Del Grosso e Bianchi (117 mila). Massimiliano Bernini, che però preferiva rientrare a Viterbo tutte le sere, è costato alle casse pubbliche zero euro. Tra le sistemazioni più esose, figurano quelle di Nicola Bianchi ( 73,601.14), Barbara Lezzi (quasi 67mila euro) e Nicola Morra (61mila), mentre Luigi Di Maio si è limitato a spendere 16mila euro. Il leader Cinque Stelle guida però la classifica delle missioni non ufficiali: 42mila euro in tre anni. E quella della cancelleria: 7mila e 500 euro in penne e matite.

Consulenze
Nella hit delle consulenze (spese complessive per quasi tre milioni e 200 mila), spiccano i 136mila euro di Lello Ciampolillo. Lo stesso che fino a ottobre 2017 ha speso 90mila euro in hotel e 70mila euro di trasporti, di cui quasi 30mila in taxi. Le contraddizioni emergono anche alla voce spese sanitarie. Nel 2017 il deputato Riccardo Fraccaro esultò perché l'assistenza sanitaria dei parlamentari non sarebbe più stata a carico dei contribuenti. Peccato che il mese prima Danilo Toninelli aveva fatto in tempo a farsi restituire 5.480 euro di assicurazione sanitaria integrativa mentre il più morigerato Di Battista ne chiedeva indietro soltanto 90. Dibba si è rifatto con la voce consulenze: 68 mila euro, quasi tutti per questioni legali. Nonostante treni e aerei gratis, i 135 parlamentari 5 Stelle spendono 3 milioni e 400 mila euro per le voci “viaggi e trasporti” dunque auto, carburante, taxi e mezzi pubblici (pochi a giudicare dalla spesa). Nella top ten ci sono Ciampolillo (68 mila), Rizzo e D’Inca (66 mila) e anche Giarrusso, Toninelli, Taverna e Lezzi.  Federico D'Incà, ricandidato dal M5s, ha speso in mobilità 39.772 euro, di cui 32mila per rimborsi chilometrici. Insomma, dopo 5 anni possiamo dire che i 5 Stelle hanno aperto la scatoletta ma il tonno che c’era dentro gli è piaciuto e parecchio, anche.

 Gli ex francescani

Dunque, francescani e morigerati i 5 Stelle lo sono stati ma solo per pochissimo tempo. Quello necessario per capire che fare politica costa. Anche per i teorici della decrescita felice. Dicono che c’è stato un momento, nella primavera 2014, in una riunione con Grillo (all’epoca era spesso in Parlamento)  in cui i Parlamentari manifestarono le loro perplessità sul meccanismo degli scontrini, complicato ma soprattutto antieconomico per le loro tasche. Da allora i rimborsi sono stati chiesti a forfait e le restituzioni sono quasi del tutto azzerate come dimostrano le schede sul sito tirendiconto.it. Ne prendiamo qualcuna, a caso, tra i parlamentari più noti. Molti sono fermi a settembre 2017. Qualcuno arriva fino a dicembre. Nessuno ha rendicontato per ora, i mesi del 2018.

Dibba fermo a settembre
L’ultimo resoconto di Alessandro Di Battista risale a settembre 2017. Al netto di ritardi nell’aggiornamento del sito, è come se, una volta deciso di non ricandidarsi, il front man grillino avesse smesso di resocontare. Non solo sulla diaria mensile ma anche sull’indennità, e dunque sulla restituzione al Fondo piccole e medie imprese. Comunque Di Battista è tra i più virtuosi. Nel 2017 ha ricevuto una diaria mensile di circa 7.500 euro al mese. Ha restituito qualcosa nei primi quattro mesi (2.800 euro) e poi più nulla. Le voci più costose sono vitto (mille euro al mese), trasporti, attività sul territorio e consulenze. Fino a metà del 2014 restituiva anche 3-4 mila euro al mese. Poi sempre meno fino allo zero degli ultimi mesi.

Michele Giarrusso
Il senatore di Catania è in pari fino a dicembre 2017. Ma in tutto l’anno non ha mai restituito neppure un centesimo della ricca diaria (circa 9 mila euro di media). Trasporti (eppure treni e aerei sono gratis) e vitto le voci più caricate. Va allo stesso modo anche nel 2016. Nel 2015 restituisce fino a luglio.

Il leader politico e il quasi ministro della Giustizia
Luigi di Maio e Alfonso Bonafede sono tra i più virtuosi. Di Maio è in pari fino a dicembre 2017, restituisce poche centinaia di euro tranne che in agosto (1259 euro) e a dicembre (2.052). Gli altri mesi sono 200-300 euro. La voce più costosa per lui sono le attività sul territorio che assorbono 4-5 mila euro al mese. Bonafede è fermo a settembre ma è costante negli anni e restituisce cifre sempre alte, una media di duemila euro al mese. 

Carla Ruocco
Capolista a Roma, non restituisce mai nel 2017, neppure nel 2016 e solo due mesi (gennaio e febbraio) nel 2015. “Attività sul territorio” e un generico “altre spese” le voci più ricorrenti e più impegnative: 66 mila euro, seconda solo a Di Maio che in questi anni ha investito 204 mila nel territorio per costruire il profilo del leader.

La sorella del quasi governatore siciliano
Maria Azzurra Cancelleri spende molto per mangiare, una media di mille euro al mese in ristoranti, circa 50 mila euro in cinque anni. Però è virtuosa e restituisce oltre mille euro ogni mese. Tranne a dicembre 2017, ultimo mese rendicontato quando la restituzione è zero.       

Il candidato alla guida della Farnesina
Manlio Di Stefano riceve una diaria pari a circa 9 mila euro al mese. Restituisce poche centinaia di euro nel 2017, fino al mese maggio: 320 a gennaio, 859 a febbraio, 255 a marzo, 367 in aprile. Anche per lui “vitto” e “attività sul territorio” sono le voci più pesanti: a luglio spende 1774 euro in ristoranti e difficilmente va sotto i mille euro. Nel 2015, a fronte della stessa diaria, restituisce circa mille euro al mese. Da giugno 2016 si limita a 3-400 euro al mese.  Il resto della diaria è tutto rimborsato.

Paola Taverna e Roberta Lombardi
Analogo l’andamento scontrini della senatrice Taverna: fino a giugno 2015 restituisce circa mille euro al mese di una diaria pari a circa 9 mila mensili. Nel 2016 versa fino a metà anno; nel 2017 restituisce solo a febbraio (1534), aprile  (2699) e agosto (511). Quello di agosto è uno dei misteri più strani: come è noto il Parlamento è chiuso, la diaria corre ugualmente ma i parlamentari sono in ferie in genere fino alla prima settimana di settembre. Roberta Lombardi spende molto per la voce “collaboratori” (circa seimila euro ogni mese) e questo depone bene perché sono posti di lavoro. Anche la candidata alla guida della regione Lazio restituisce pochi spiccioli nel 2017 (1.400 euro in quattro mesi) e circa quattromila euro nel 2016.

La parabola di Toninelli
Racconta l’andamento standard della maggior parte dei parlamentari: virtuoso nel 2014 con restituzioni mensili fino a duemila euro; nel 2015 la vita del parlamentare costa molta di più e le restituzioni crollano fino ad azzerarsi nel 2016 e nel 2017. Vitto (49 mila), trasporti (45 mila) (e consulenze (43 mila) le voci più onerose.

Barbara Lezzi
Il suo destino è ancora incerto. E’ entrata e uscita due volte dalla black list dell’inchiesta delle Iene che ha riguardato il fronte delle donazioni al fondo delle piccole e medie imprese. Sul fronte diaria/rimborsi, la senatrice segna alcuni record: è seconda in assoluto (rispetto al gruppo) per la spesa in consulenze (105 mila euro in cinque anni) e seconda anche per i costi dell’alloggio (119 mila). Le spese per la casa variano di mese in mese passando da due e tremila euro. E comunque la senatrice restituisce con una certa costanza circa 500 euro al mese. L’arte di fare bella figura con poco.

Laura Castelli
L’economista del gruppo, che si è imposta negli anni anche rispetto a Carla Rocco, ha smesso di restituire nel 2017. Fino al 2016 era stata capace di restituire più di mille euro al mese. E questo nonostante i 43 mila euro spesi per i trasporti, i 24 mila per il vitto e i 36 mila per eventi sul territorio.  I 5 Stelle sono arrivati in Parlamento pronti, come dissero,  “ad aprirlo come una scatoletta di tonno”. Poi quel tonno gli è piaciuto e la scatoletta è rimasta vuota.

martedì 13 febbraio 2018

#RimborsopoliM5S, chi di moralismo ferisce, di morale perisce

“Le bugie hanno le gambe corte, e con questa storia dei rimborsi, il M5S si autoproclama campione di farse. Pensavano di farla franca, di continuare a vestire i panni dei moralizzatori, dei primatisti dell’onestà e invece si sono dimostrati dei bugiardi senza vergogna.
Diceva con saggezza Pietro Nenni, che chi si mette a fare a gara a chi è più puro prima o poi troverà sempre qualcuno più puro che lo epura. Ecco. Se vogliamo capire in modo plastico il dramma politico vissuto in queste ore dal Movimento 5 stelle, prima ancora di mettere a fuoco le conseguenze dell’inchiesta delle “Iene” che hanno scoperto l’inganno di alcuni parlamentari grillini, che invece di restituire parte del proprio stipendio a un fondo di microcredito per le piccole e medie imprese, come avevano promesso ai propri elettori, hanno presentato per anni bonifici fittizi, revocati cioè subito dopo essere stati fatti, per un totale di circa 500 mila euro, o forse addirittura un milione d’euro, niente male.
Nello specifico, stando alle carte, i 5 Stelle dell'Emilia Romagna avrebbero versato al conto corrente numero 00000219222 ben 329.297 euro, la Liguria 145.704 euro, il Veneto 41.360 euro. Considerando gli importi versati dalle tre Regioni, si arriva a un totale di 516.361, che dunque non sarebbero stati elargiti da deputati e senatori. Dal M5S confermano all'Adnkronos che l'ammanco sarebbe in realtà più alto di quello riportato su alcune testate nei giorni scorsi e spiegano che è in corso l'accesso agli atti del Mef. M5S: "Abbiamo sbagliato i calcoli" - Il M5S in queste ore sta effettuando l'accesso agli atti del Mef per verificare lo stato dei versamenti al Fondo per le Pmi. "Abbiamo verificato - confermano all'Adnkronos dai vertici M5S - che sul fondo arrivavano bonifici non solo di deputati e senatori, ma anche di parlamentari uscenti e dei gruppi M5S di alcune Regioni. Pubblicheremo in chiaro tutti i dati e chi non ha versato verrà espulso". Ma alla base del caso ci sarebbe anche un errore nei calcoli. A quanto filtra dai vertici del Movimento all’Adnkronos, infatti, il dato visibile sul sito ‘tirendiconto.it’ - ovvero i 23.418mila euro che deputati e senatori avrebbero versato al fondo per le Pmi - sarebbe più alto di quanto effettivamente erogato negli anni dai parlamentari 5 stelle, il che farebbe scendere la forbice tra i numeri consultabili dalle tabelle del Ministero dello Sviluppo Economico (23.192mila) e il ‘tesoretto’ rivendicato dal Movimento. Secondo i vertici pentastellati, non ci sarebbe tuttavia del dolo in questo, ma la differenza tra la cifra sul sito ‘ti rendi conto’ e i soldi effettivamente versati sarebbe riconducibile a un errore nell’inserimento dati, fatti salvi i casi in cui sarà accertata l'intenzionalità da parte degli eletti. Come nel caso di Cecconi e Martelli, i due parlamentari 'pizzicati' dalle Iene. A occuparsi delle rendicontazioni, centinaia e centinaia negli anni, sottolineano ancora dai vertici 5 stelle, ci sarebbe stato un unico tecnico che avrebbe commesso degli errori.

Per capire la presa in giro da parte del m5s occorre tornare allo scorso dieci ottobre, a una scena epica di fronte a Montecitorio. In quelle ore, il Parlamento discuteva di legge elettorale, il Rosatellum era a un passo dall’essere approvato e nella confusione generale Alessandro Di Battista decise di uscire fuori dalla Camera e di andare in piazza a parlare alla sua ggente. La scena la ritrovate ovunque: Di Battista sale su un marciapiede, impugna un megafono, si guarda intorno, sorridente, e ringrazia tutti. “Mi sentite? Grazie. Grazie a tutti. Siete tantissimi. Grazie a tutti”. Brusii, fischi. “Grazie, grazie a tutti. Vedete…”, buuuuuu, “questa è l’ennesima legge che garantisce ai partiti politici”, buuuuu, “di nominarsi i parlamentari. Io mi auguro che”, buuuuu, “non si azzarderanno a mettere la fiducia, cosa che hanno fatto due volte nella storia: prima Mussolini con la legge Acerbo e poi De Gasperi con la legge truffa”. Neanche il tempo di sbagliare un congiuntivo e Alessandro Di Battista capisce che la folla che stava provando ad arringare non era una folla grillina ma era una folla figlia del grillismo: una folla deliziosa composta da No Vax incazzati, forconi indignati, neoborbonici assetati, sovranisti arrabbiati che all’improvviso, facendo proprio l’intero manuale del perfetto fustigatore grillino, in coro, guidati dall’ex generale Pappalardo, invitano Di Battista ad andarsene a quel paese: “Siete abusivi. Fuori. Dimettiti. State con la Goldman Sachs. Di Battista, hai rotto il c…”.

Le proporzioni sono diverse ma la scena vissuta a ottobre da Alessandro Di Battista di fronte al Parlamento è, in piccolo, la stessa identica scena vissuta oggi da Luigi Di Maio: il grillismo moralizzato, colpito dalle stesse armi oscene con cui il grillismo ha provato a demolire i propri avversari negli ultimi anni, moralizzandoli cioè con ogni mezzo a disposizione. In questo senso, la storia dei rimborsi tarocchi dei parlamentari Andrea Cecconi e Carlo Martelli – e non solo loro – può essere raccontata utilizzando due chiavi di lettura. La prima è quella utilizzata da gran parte degli osservatori che in queste ore ci sta raccontando che ah, quanto era bello il grillismo originario. E’ una chiave a sua volta grillina e suona più o meno così: lo vedi, questi grillini sono come tutti gli altri, imbrogliano i propri elettori, raccontano molte frottole, mettono in lista massoni anche se dicono che i massoni non li vogliono, mettono in lista picchiatori anche se dicono che i picchiatori non li vogliono, mettono in lista chi non rispetta il loro codice etico anche se dicono di non accettare chiunque non rispetti il loro codice, e alla fine sono lì a tradire i sani principi da cui erano partiti (una volta qui era tutto un vaffa, signora mia). La seconda chiave di lettura, invece, che è quella che proviamo a offrirvi, è una chiave più sofisticata. Ovverosia: non esiste una forma di moralizzazione buona e una forma di moralizzazione cattiva e non esiste un grillismo buono e uno cattivo. Esiste, molto semplicemente, una dannosa truffa politica chiamata moralismo, che un pezzo importante del nostro paese ha scelto da anni di considerare non un virus letale ma al contrario un utile antibiotico da somministrare all’Italia per provare a guarirla dai suoi mali. E in nome di questo principio, è ovvio, diventa moralmente accettabile solo chi sceglie di abbracciare alcuni valori chiave: l’approvazione della gogna, la denigrazione dell’avversario, la codificazione della cultura del sospetto, la trasformazione di ogni accusa in una condanna, la legittimazione di ogni battaglia politica combattuta per via giudiziaria, la benedizione di ogni forma di killeraggio giornalistico, la prevalenza dell’agenda moralista sull’agenda riformista e l’affermazione dell’idea che l’unica forma di onestà necessaria per un politico sia quella che compete non alla sua capacità ma alla sua morale.

Il grillismo, l’idea dell’uno vale uno, l’idea che la non competenza possa essere non un drammatico disvalore ma un formidabile valore, nasce proprio da questi princìpi. Nasce cioè dall’idea che per guidare un paese non sia necessario sapere far qualcosa, ma sia necessario essere solo genericamente “onesti”, solo genericamente “alternativi alla casta”, solo genericamente “alternativi a un sistema che non funziona”. Nasce, in sostanza, dall’idea che le uniche competenze necessarie per guidare un paese non siano quelle che appartengono a un preciso modello di governo, ma quelle che appartengono a un preciso modello di opposizione – e non è un caso che uno dei candidati su cui il Movimento 5 stelle ha scelto di investire in modo più generoso in questa campagna elettorale sia un particolare candidato, una ex Iena, ovviamente Dino Giarrusso, che, in attesa di essere moralizzato a sua volta, ha fatto delle campagne contro l’establishment un tratto distintivo del suo essere giornalista, fino a utilizzare la campagna del Me Too come se fosse una prosecuzione naturale, solo con altri mezzi, della battaglia giustizialista contro il sistema corrotto e marcio. Le uniche competenze sono queste: andate tutti a quel paese. Conta solo il moralismo. Conta solo l’anticasta. Conta solo la demolizione dell’avversario. Tutto il resto – ovvero la competenza, l’esperienza, il garantismo, la Costituzione, lo stato di diritto, il rispetto della privacy, la complessità della politica, il rispetto delle istituzioni – sono solo chiacchiere buone per qualche gargarismo. E’ chiaro? E’ chiaro. Questo giochino per qualche anno può funzionare – e funziona benissimo in quei paesi dove anche la classe dirigente triangola con i populisti a colpi di battaglie anticasta, ops – ma a un certo punto arriva sempre un momento in cui anche chi ha spacciato per antibiotico il virus capisce che un virus resta sempre un virus. E capisce, cioè, che se a un moralista togli il moralismo non resta più nulla.

lunedì 12 febbraio 2018

M5s sempre più nella kasta e Giggino di maio come scajola

AHAHHAH!.. giggino come SCAIOLA....Lo saprà il di maio che non vive piu in un loft di Trastevere ma ora ha un attico davanti al Colosseo?... Ma la cosa PIù ANCORA interessante è che lo stesso nuovo indirizzo domiciliare al colosseo assieme al suo comitato elettorale (il suo inseparabile mentore Vincenzo Spadafora, il suo alter ego Dario de Falco e il fedelissimo dei Casaleggio Pietro Dettori) tesoriere del comitato, originario di Pomigliano d’Arco e fedelissimo di Di Maio, di giggi corrisponde anche formalmente all'indirizzo dove si inviano le offerte al M5S oltre i 5mila euro...Casa e bottega insomma...

Ecco la coerenza che  piace ai 5s, l'uomo che vuole combattere i privilegi della casta sembra muoversi nel solco di chi la Casta l'ha rappresentata in tutta la sua essenza, quel Claudio Scajola, ex ministro forzista dello Sviluppo economico e degli Interni a cui la prestigiosa location all'ombra del Colosseo veniva pagata da qualcun'altro "a sua insaputa".

Secondo quanto riporta il Messaggero, il candidatopremier del Movimento 5 Stelle ha preso casa con vista sul Colosseo e a due passi dai Fori Imperiali. Una location comoda per raggiungere a piedi "il lavoro", preferita alla precedente e pittoresca abitazione di Trastevere, zona scelta da neodeputato 5 anni fa.

Stando alla dichiarazione di trasparenza depositata dal M5S al ministero dell’Interno lo scorso 19 gennaio nella parte della dichiarazione in cui vengono descritte le funzioni del capo politico si legge che Di Maio "è domiciliato in Roma, in via del Colosseo". L’indirizzo è anche lo stesso del "legale rappresentante" del Comitato M5S per le elezioni politiche indicato nel modulo per le donazioni sopra i 5 mila euro presente sul Blog delle Stelle.


Un m5s sempre più nel barAtro ideologico Dalle polemiche sulla casa a 7,75 euro del candidato senatore Emanuele Dessì, sulle spese pazze (oltre 4 milioni di euro per sole tre voci, cancelleria, trasporti e pasti, in poco meno di un anno e mezzo, secondo le affermazioni del Giornale riprese dal sito amministrato da Marco Canestrari, ex collaboratore della Casaleggio e autore di Supernova assieme a Nicola Biondo), sui buchi nelle rendicontazioni dei “big” Andrea Cecconi e Carlo Martelli.

E ancora l’ammanco di 226mila euro che risulterebbe confrontando le dichiarazioni di versamento dei parlamentari pentastellati sul sito tirendiconto.it e i dati effettivi del Ministero dello Sviluppo Economico, gestore del fondo per il microcredito (uno dei cavalli di battaglia degli autoproclamati onesti).
A conti fatti, le dichiarazioni di deputati e senatori grillini ammontano – come segnalano la Repubblica e La Stampa – a 23.418.354 euro, a fronte dei 23.192.331 euro puntualizzati dal Ministero. Ovvero una differenza, per l’appunto di 226mila euro.

giovedì 7 settembre 2017

RAZZISMO A 5 STELLE

Ho letto un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo.
Il post è un maldestro tentativo di fare satira  facendo apparire come ragionevoli le solite dichiarazioni su quanti soldi percepirebbero gli immigrati, sul fatto che l'Africa non possa entrare in Italia, sulla corruzione delle associazioni umanitarie e tutto il campionario fascista che ben conosciamo. Non poteva mancare, a chiusura, quello che per l'appunto , sarebbe l'emergenza malaria : "gli immigrati ci portano la malaria". Attenzione, non i turisti, non gli italiani di ritorno da qualche paese esotico, no no, gli immigrati. Beppe non ha dubbi. Come del resto  non li ha nessun razzista, perché il fascista vive di certezze, di risposte semplici a problemi complessi, e se accade qualcosa di brutto il suo primo pensiero non è mai cercare di capire ma individuare subito qualcuno a cui dare la colpa.
Ora; come sa chiunque abbia letto qualcos'altro che non sia la composizione dello shampoo mentre sta sul cesso, la malaria non si trasmette fra umani, neanche se quegli umani sono poveri, neanche se sono neri, pensate, nemmeno di cognome fanno Boldrini ( e mo chi glielo dice a Direttoretto e a Uvetta Bianca ). No, serve proprio un vettore di sangue infetto, verosimilmente una zanzara, che quando in italia non si superavano i 50 gradi (maledetta sia l'estate e chi la vuole ) probabilmente non sarebbe sopravvissuta ma adesso grazie a questo clima innaturale, prospera e prolifica.
Tuttavia noi siamo tranquilli, perché quando il M5S sarà finalmente al governo ed erigerà lungo i confini dei muri altissimissimi non mancherà di apporvi in cima anche le zanzariere. SalutI

DA UN BLOG