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giovedì 30 agosto 2018

L’Italia continua a tremare, ma dopo 93mila scosse in 2 anni dov’è la prevenzione?

Dal terremoto del 24 agosto 2016 l’Italia ha tremato altre 93.000 volte. Negli ultimi giorni è stato il Molise a registrare numerose scosse: dal 14 agosto i terremoti in provincia di Campobasso sono stati oltre 200, il più forte è stato avvertito alle 20.19 del 16 agosto, con magnitudo 5.2. L’area dell’epicentro degli eventi sismici della scorsa settimana (come del resto gran parte della penisola) è altamente vulnerabile al punto tale da poter subire gravi danni anche con eventi di magnitudo contenuta. Ciò si unisce alle parole del capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, che non ha escluso la possibilità di ulteriori scosse di intensità maggiore, successive a quella di magnitudo 5.2 avvenuta lo scorso 16 agosto nel basso Molise.
Per questo il Cng ha voluto tenere la conferenza stampa dal titolo “Rischio sismico e dissesto idrogeologico: quali inadempienze, quali criticità, quali soluzioni” ieri a Campobasso, nel palazzo della Provincia: un incontro che vuole fare il punto sulla situazione molisana in relazione al rischio sismico e a quello idrogeologico, che è lo specchio di ciò che sta succedendo in tutta Italia. Se infatti l’88% dei comuni italiani è interessati da alluvioni e dal dissesto idrogeologico, in Molise il 100% dei Comuni è a rischio idrogeologico.

Il nostro Paese, a differenza degli altri, è soggetto a tutti i rischi, sismico, idrogeologico e vulcanico. Mitigazione del rischio e prevenzione dovrebbero essere al centro dell’agenda di governo, invece siamo qui a ripetere le stesse parole dopo ogni tragedia. Cosa facciamo per minimizzare i rischi, i danni, difendere la vita umana? Auspichiamo la necessità di una scelta innanzitutto culturale, di imboccare con decisione la strada della ‘prevenzione civile’. 

E' necessario garantire la messa in sicurezza del nostro Paese, non possiamo avere un territorio sicuro se non sappiamo cosa abbiamo sotto i nostri piedi, In particolare sul completamento della Carta geologica d’Italia (il cosiddetto progetto Carg avviato nel 1988 e mai portato a termine), Neanche il 50% della mappatura geologica e come tutte le regioni italiane siano in ritardo sulla microzonazione sismica, introdotta con il decreto Abruzzo dopo il sisma del 2009 poiché ritenuta indispensabile per una corretta ricostruzione e per l’utilizzo in sicurezza del territorio. Profondi ritardi che arrivano a coinvolgere anche l’informazione ai cittadini: Diffondere conoscenza e consapevolezza dei rischi perché un cittadino deve sapere se la casa in cui vive, se il posto in cui lavora o la scuola che frequenta il proprio figlio non sono luoghi sicuri in caso di terremoti. Ricordiamo che in Italia ci sono tra il 20 e il 50% delle vittime per comportamenti errati duranti i terremoti».

martedì 28 agosto 2018

Italia chiede aiuto all'Albania?? abbiamo dimenticato i nostri crimini ma un pò di memoria può aiutare

L’Albania negli anni Novanta
Dopo la caduta del regime comunista, all’inizio degli anni Novanta l’Albania si ritrovò in una situazione molto complicata e difficile. Il paese era politicamente isolato, con un livello di criminalità molto elevato, povero e arretrato da un punto di vista economico. Il governo albanese cercò di porre rimedio con una serie di riforme, tra cui quella delle cosiddette “imprese piramidali” che funzionavano come delle banche ma con un tasso di interesse molto alto. Nel gennaio del 1997 la maggior parte di queste imprese fallì e un terzo delle famiglie albanesi perse i propri risparmi.

A Tirana cominciarono proteste che poi si estesero anche in altre città, durarono mesi e diventarono sempre più violente fino a quando l’allora presidente della Repubblica, Sali Berisha, dichiarò lo stato d’emergenza: solo una piccola parte del territorio albanese era rimasto sotto il controllo dello governo, mentre la maggior parte del sud e delle zone centrali (Tirana, Durazzo, Valona) erano gestite da bande armate. Fu in questa situazione – che viene storicamente ricordata come “anarchia albanese” – che cominciò a aumentare l’emigrazione verso l’Italia.

Il “blocco navale” del 1997
In quell’anno di grave crisi e disordine per l’Albania, in Italia al governo c’era il centrosinistra e il presidente del Consiglio era Romano Prodi. Il ministro degli Esteri era Lamberto Dini; alla Difesa c’era Beniamino Andreatta e agli Interni Giorgio Napolitano. Il governo italiano decise di adottare una duplice strategia: da una parte offrire accoglienza temporanea nei casi di bisogno effettivo, con l’immediato ri-accompagnamento di coloro a cui non era riconosciuto quel bisogno, dall’altra parte evitare un afflusso massiccio di migranti verso l’Italia tramite un accordo con l’Albania.

Il 19 marzo del 1997 venne adottato un decreto legge che regolamentava i respingimenti; il 25 marzo venne firmato un accordo con l’Albania per il contenimento del traffico clandestino di profughi. L’accordo parlava ufficialmente di un «efficace pattugliamento» delle coste dell’Adriatico e dava alla Marina disposizioni per fare «opera di convincimento» nei confronti delle barche di migranti provenienti dall’Albania: in pratica però fu un vero e proprio “blocco navale”, criticato apertamente dall’ONU.

L’accordo prevedeva un controllo nelle acque territoriali albanesi affidato al 28° Gruppo Navale italiano, che operava regolarmente armato e pronto a rispondere al fuoco se provocato (aveva a disposizione anche un contingente di terra per il controllo dell’area portuale, del porto e del lungomare sul quale si trovavano le aree di partenza dei cosiddetti “scafisti”); una seconda fascia, costituita da navi d’altura, aveva il compito di sorvegliare lo spazio marittimo tra Albania e Italia per intercettare le barche con i migranti; la terza fascia doveva recepire la situazione trasmessa dalle unità d’altura e agire per contenere l’entrata nelle acque territoriali italiane.

Cosa avvenne il 28 marzo del 1997
Pochi giorni dopo la promulgazione degli accordi una motovedetta albanese carica di donne e bambini, la Katër i Radës, fu speronata nel canale d’Otranto dalla Sibilla, una corvetta della Marina militare italiana che ne contrastava il tentativo di approdo sulla costa italiana. Si rovesciò in pochi minuti: morirono 81 persone, ne sopravvissero 32.

Quel giorno a svolgere le operazioni di pattugliamento nel canale d’Otranto c’erano cinque navi della marina Italiana: le fregate Zeffiro, Aliseo, Sagittario, il pattugliatore Artigliere e la corvetta Sibilla. Le prime quattro avevano il compito di perlustrare le acque internazionali vicino alle coste albanesi. La corvetta Sibilla, invece, aveva compiti e funzioni difensive diverse: collocarsi al confine tra le acque italiane e quelle internazionali, controllando la seconda linea.

La Katër i Radës era stata rubata al porto di Saranda da un gruppo che gestiva il traffico di migranti. Nel pomeriggio del 28 marzo, intorno alle 15, partì da Valona carica di circa 120 persone, tra uomini, donne e anche molti bambini, molte più di quante ne potesse contenere. Alle 17.15 fu avvistata dalla fregata Zeffiro impegnata nell’operazione del blocco navale. La Zeffiro intimò alla Katër i Radës di invertire la rotta ma la nave albanese proseguì. Quindici minuti più tardi della nave iniziò a occuparsi la corvetta Sibilla, più piccola ed agile, che iniziò a effettuare le manovre di allontanamento, avvicinandosi in cerchi sempre più stretti alla Katër i Radës. Alle 18.57 avvenne l’urto. La Sibilla colpì la piccola nave (il ponte era lungo circa 20 metri) due volte: una prima, sbalzando molte persone in acqua e una seconda capovolgendola. Alle 19.03 la nave affondò.

La sentenza di primo grado, che risale al 2005, ma anche quella di secondo grado, del 2011, stabilirono che la colpa era condivisa tra i comandanti delle due imbarcazioni: il comandante della Katër i Radës venne condannato a quattro anni di carcere, poi ridotti in appello a tre anni e dieci mesi; Fabrizio Laudadio, comandante della Sibilla, venne condannato a tre anni, poi ridotti a due anni e quattro mesi. Il relitto della nave albanese, recuperato, è diventato un monumento a Otranto.

La situazione in Albania non migliorò, il governo locale chiese l’intervento di una forza militare internazionale: arrivò con l’operazione Alba, promossa dall’Italia e autorizzata dall’ONU. Il blocco navale permise di intercettare decine di imbarcazioni, ma non fermò i viaggi dei migranti: soltanto il 5 maggio a Bari sbarcarono 1.500 migranti. In Albania si tennero delle nuove elezioni a giugno; l’Italia in agosto ritirò il suo contingente militare e si impegnò poi ad addestrare le forze militari e la polizia albanese, mentre la situazione tornò molto lentamente a una specie di normalità.

Italia sempre più antidemocratica e folle

I toni da comizio sono presagibili, persino scontati: vittimismo incluso, anzi protagonista quasi assoluto della risposta (diciamo) politica ad intervento della magistratura laddove si ravvisano delle ipotesi di reato commesse da un pubblico ufficiale nell’adempimento delle sue funzioni. Funzioni da ministro, quindi le garanzie costituzionali sono speciali, nel senso che sono costruite dalla Carta fondamentale proprio per tutelare tanto l’indipendenza del potere esecutivo quanto quella del potere giudiziario.

lunedì 27 agosto 2018

La barbarie che avanza: i pericoli di una politica che cancella le persone

Li hanno fatti finalmente sbarcare. Tutti contenti? Non proprio. Quello che più preoccupa di ciò che è accaduto con il sequestro dei migranti sulla nave Diciotti, è la completa insensibilità di Salvini (con il governo allineato) nei confronti della dimensione umana della vicenda. Che il suo braccio di ferro sia stato strumentale o ideologico, ad inquietare è l’indifferenza mista a disprezzo verso le persone che si trovavano su quella nave. Non è certo la prima volta che questo emerge nelle posizioni di Salvini, tuttavia mi pare che mai in passato si fosse arrivati a tanto.

venerdì 24 agosto 2018

Matteo #Salvini. l'Eroe dei creduloni e di un popolo che cerca il salvatore

Strano paese l'Italia. Fatto di cittadini che si indignano per gli sperperi, le ruberie, il malaffare della ‘politica’ e dei partiti.  Per i finanziamenti pubblici finiti a ostriche e champagne, festini, e soddisfacimenti privati di ogni genere. Di milioni di tifosi che nemmeno lontanamente protestano per i compensi vergognosi dei calciatori e nemmeno per quelli capaci di mettere a soqquadro intere città. Di cittadini che manifestano duramente per le periferie degradate, per i rom e per gli immigrati che ci invadono. E che possono infettarci con qualche malattia dimenticata.

Che ritiene ingiusto e  sbagliato sperperare risorse preziose invece di aiutare i tanti cittadini che stanno peggio e che non hanno lavoro. Come spendere milioni di euro per i salvataggi in mare. Meglio intervenire nei paesi di provenienza così da bloccarli in partenza. C’è sempre la preoccupazione che si infiltrino i terroristi dell’Isis e magari taglino qualche testa. Paura. Tanta paura. Anche oltre la realtà.

Ecco erigersi Salvini, L’eroe di un popolo che pare non possa fare a meno di essere guidato dall’Uomo della Provvidenza.




La “ggente” sgomita per avere sul display la sua effige vagamente luciferina, per stare vicino e toccare il corpo mistico del caro leader che a sua volta nutre il proprio ego della tanto agognata popolarità, rilanciandola via social, attraverso cui ha costruito la sua fortuna politica…


L’Italia è il Paese più ignorante al mondo. Lo certifica l'indagine appena conclusa da Ipsos: "I pericoli della percezione", effettuata tra 14 Stati. Gli italiani sono dei creduloni e hanno una visione scorretta della realtà. Di quello che succede nella società. Pensano che il 30 per cento della popolazione sia composta da immigrati, mentre il dato effettivo si ferma a poco più del 7. E che la presenza di musulmani sia arrivata al 20 per cento, mentre invece è del 4 per cento reale. Sulla disoccupazione la percezione arriva addirittura al 49 per cento, praticamente una persona su due. Un dato oggettivamente insostenibile. Ma i numeri effettivi si fermano al 12,6 per cento. Insomma, una conoscenza così superficiale e scorretta dei fatti che piazza il popolo italiano ai primi posti della classifica per “ignoranza”. Per la scarsa capacità di interpretare con scrupolosità ciò che accade davvero.

Al punto che dimentica chi c'era al governo e nella maggioranza quando si sono fatte le leggi che regolano la presenza degli stranieri nel nostro Paese e che hanno emanato i provvedimenti governativi per le sanatorie in favore di centinaia di migliaia di stranieri extracomunitari. E che, sostanzialmente, è nei gangli del potere centrale e periferico della parte più prosperosa del Paese da oltre un quarto di secolo.

Salvini, L'eroe che ha firmato Dublino, l'eroe assenteista da ogni incarico da oltre vent'anni, l'eroe che privatizza gli ospedali (Lombardia e Liguria), l'eroe che prende soldi dai Benetton e deregolenta le concessioni insieme al mafioso di Arcore, l'eroe che prende i voti dalle ndrine, l'eroe che sotto i ponti crollati fa i selfie, l'eroe dei 49 milioni intascati, il codardo come il ducetto che scappava in Svizzera.

Minaccia di rinviare verso la Libia centinaia di migranti bloccati in mare su una motovedetta – militare ed italiana, mica delle tanto detestate ONG – umiliando la Marina ed un evanescente Ministro della Difesa, così violando tutte le convenzioni internazionali in materia di respingimenti collettivi.


Roba da Tribunale Penale Internazionale.

Interviene praticamente su ogni affare di questo sciagurato Paese, avvilendo tutti i colleghi dell’esecutivo, qualsiasi dicastero dirigano.

Ma il suo consenso cresce sempre più, spesso a scapito degli scialbi partners di Governo.


Un popolo di sprovveduti. Facilmente influenzabile. Attento all’interesse individuale e molto poco a quello pubblico. E di poca memoria.

mercoledì 22 agosto 2018

La vera storia di Genova tra glorie e atroci crimini politici…

Non è casuale che, di fatto, non esista una storia economica, sociale e politica capace di ricostruire (criticamente) quanto hanno vissuto i genovesi e il loro territorio da prima dell’Unità d’Italia sino ai giorni nostri – soprattutto in questi ultimi 40 anni. Riassumiamo alcuni aspetti salienti a guisa di “pro-memoria” per costruire in voi una coscenza storica e che speriamo che giovani storici, con un approccio pluridisciplinare critico potranno sviluppare meglio.

#M5S: LA DISTRUZIONE IGNORANTE DEL PAESE

Il M5S è essenzialmente abuso della credulità popolare ma anche e soprattutto la dissoluzione culturale: siamo bombardati da commenti di medici, professori, impiegati, casalinghe, studenti, tutti indignati e insultanti per le nostre motivate e oggettive invettive contro il M5S, e ci ribadiscono le stesse cose, lo stesso discorso da bar: gli altri politici rubavano tutti, questi (i parlamentari e gli amministratori grillini) sono onesti anche se ignoranti e incapaci. Li preferiamo. Meglio loro. Hanno bisogno disperato di credere in una sorta di palingenesi, in una resurrezione morale, storica, sociale, in una nuova era. Suscitano una compassione e una tenerezza infinite: sembra di sentirli, con le loro ritmate e fanatiche professioni di fede su Babbo Natale, sulla fata turchina, sulla piattaforma Rousseau. La rete porta a vari inganni. Due i più grandi: 1) sentirsi insieme, ma siamo soli 2) illudersi di decidere senza mediazioni. Sono disperati, e quindi disposti a credere a tutto e a distruggere ogni cosa. Chi e' malato, crede in tutto.

Questo partito fascista dei cinque stelle, che in Italia però stranamente è del popolo ed è 'dove ci sono i problemi', è invece riuscito a fregarvi tutti con la propaganda. Per ogni cosa ci sono i cinque stelle!! E' una massa di ignoranti, pronti a combattere per loro a colpi di volantini e spam su internet. Documentatevi su chi sono davvero queste persone, anche se farete molta fatica, perché loro fanno di tutto per non farvelo capire.
 Vogliono fare tabula rasa, azzerare la politica e ricominciare; come se si potesse ripartire da zero. Mi immedesimo nella loro frustrazione, generata da illusioni, da false speranze, da sogni infantili. Cadranno infine vittime di quella bolla speculativa e di quel complotto ai danni degli sprovveduti ordito da Grillo e Casaleggio per i loro interessi. Che Dio maledica Grillo, Casaleggio e i vertici cretini e fuoricorso del Movimento: uomini e donne di infima qualità vuoti e mediocri, che si prendono gioco di una massa immensa di elettori nauseati dalla bassa politica e ai quali loro non offrono una soluzione bensi' la consapevole e ignorante distruzione del Paese. Un po' per ripicca e molto per calcolo. Un tempo telefonavano a Wanna Marchi per farsi leggere il futuro. Oggi se lo fanno rovinare votando per Beppe.
Ma ve ne accorgerete presto. Torino e Roma sono la prova di come uccideranno la cultura Italia!! Fate pure come vi pare, ma se avete un cervello che funziona accendetelo!

sabato 18 agosto 2018

Il #luttonazionale è per l'italia disfatta

Il crollo del ponte morandi a Genova sembra aver segnato un passaggio d’epoca nella triste vicenda italiana degli ultimi 30 anni : si sta andando da uno stato di degrado verso uno di disfacimento del Paese. Risaltano, in queste ore, arroganza, impreparazione, approssimazione dei nuovi esponenti di governo e davvero c’è da dubitare sulla possibilità di uscirne con una possibilità seria di rinnovamento culturale della nostra convivenza civile e politica.

venerdì 17 agosto 2018

L'Italia è da ricostruire e ripensare... impossibile con sto governo trasformista

Nell’agenda di un governo serio di un paese in cui ponti, viadotti e gallerie sono a costante rischio di crollo, ci dovrebbe essere al primo punto un grande piano di manutenzione straordinaria e di messa in sicurezza di queste infrastrutture, soprattutto di quelle più vecchie. Invece, ponti, viadotti e gallerie sono stati/e, regalati/e a privati senza scrupoli, che ogni mattina si alzano e si arrovellano sul come cercare di arrivare nel più breve tempo possibile al prossimo aumento dei pedaggi onde poter incrementare i dividendi tra i propri azionisti ed i vantaggi della propria davvero straordinaria rendita di posizione.

E pensare che per verificare la tenuta di un ponte come quello appena crollato a Genova, secondo Renzo Piano, sarebbe bastata  una semplice “termografia”, ovvero, una tecnologia che non obbliga i manutentori a faticose e costose perforazioni. Purtroppo l’Italia queste tecnologie non le usa in casa propria, ma le esporta verso paesi in cui le norme sulla sicurezza delle infrastrutture sono certamente più stringenti. Da noi, si sa,  basta uno studio legale importante per demolire un quadro normativo farraginoso ed inconcludente e per ipnotizzare un magistratura sempre molto sensibile alle ragioni dei potenti.

D’altronde nulla si è fatto e nulla si continua a fare nemmeno per la manutenzione straordinaria della rete ferroviaria né per mettere in sicurezza i territori divorati dal cemento per fermare la lunga serie di frane ed alluvioni annunciate che ormai vengono digerite ed archiviate dopo pochi giorni come se nulla fosse, come si trattasse di eventi naturali. Ma noi sappiamo bene che tutte queste tragedie, con il loro triste corollario di morti, feriti e mutilati, sarebbero evitabilissime. Succede però, che, nei piani aziendali dei privati che sfruttano le generose concessioni dello Stato, morti feriti e mutilati sono catalogati come effetti collaterali inevitabili e necessari; né più, né meno di come si fa in guerra.

Allora sarebbe finalmente ora di ammettere che – passata la sbornia delle privatizzazioni e delle grandi opere fatte con lo sputo dalle aziende subappaltanti in odor di mafia – i privati ai quali governi compiacenti hanno regalato due terzi del paese per consentirgli di accumulare, in modo facile e veloce, profitti giganteschi, non investiranno mai in manutenzione e sicurezza semplicemente perché non hanno alcun interesse a farlo.

Fare campagna elettorale promettendo mari e monti è abbastanza facile, se hai gli spin doctor giusti, spazi mediatici rilevanti e una gestione dei social di buon livello. Governare un paese imbavagliato da interessi immondi, trasversali alle forze politiche, blocco dominante vero di tutti gli esecutivi fin qui avvicendatisi a Palazzo Chigi, è tutta un’altra cosa.

Non abbiamo neanche fatto in tempo a scrivere che il governicchio giallo-verde non avrebbe mai messo in discussione le “concessioni autostradali” – venendo subito attaccati da alcuni troll professionali al soldo dei due plenipotenziari – che la dura realtà si è incaricata di confermare che avevamo visto giusto.

Nel breve volgere di 24 ore il governo è passato dalla messa in stato d’accusa di Atlantia (la società che controlla buona parte della rete autostradale), proclamando di aver già avviato l’iter per il ritiro della concessione, alla solita melassa democristiana che annuncia la conserrvazione pura e semplice dello statu quo.


In pratica, un rovesciamento a 180 gradi della posizione da tenere. Dal “togliamo ad Autostrade-Atlantia il business miliardario che gli avevano regalato i governi precedenti” (tutti, anche quelli in cui la Lega aveva affiancato Berlusconi), a “facciamo una commissione, indagheremo, vedremo, sentiremo, eventualmente…”. Abbiamo scherzato, via…

I funerali di Stato per le vittime saranno la solita occasione per recitare un dolore che nessuno di questi personaggi prova, la melassa di retorica raggiungerà il top, le questioni tecniche e giuridiche – compresa la concessione, le multe, i reati, ecc – torneranno sullo sfondo. Roba da far valutare ai tecnici, lontani da telecamere e riflettori…

Cos’è successo nel frattempo? Atlantia è ovviamente crollata in borsa (anche i broker sanno che un disastro come Genova comporterà comunque costi per la società e un “danno di immagine” rilevante, anche senza revoca della concessione), ha emesso un cinico comunicato in cui ricorda di avere contrattualmente il coltello dalla parte del manico, i media hanno battuto sul tasto delle “penali da pagare” (come se fosse lo Stato – il popolo di questo paese – a dover risarcire i Benetton e non il contrario), e devono esser corse telefonate di fuoco tra i vertici confindustriali e i cellulari di questi scombiccherati personaggi seduti su poltrone ministeriali troppo grandi per la loro personalità.

Capita l’antifona, i feroci bastonatori di migranti, mendicanti, occupanti di case (e via elencando tra le figure sociali più deboli), si sono rapidissimamente calati nei panni dei soliti governanti italici: cautelosi chiacchieroni, pronti a baciare i piedi delle imprese e di chiunque abbia un potere solido, ben attenti a non disturbare il business da cui sgorga – o potrà sgorgare – qualche briciola di riconoscenza.

Stiamo infatti parlando di una società con 6 miliardi di fatturato che dichiara utili per 1,1, che pur vantando un margine operativo lordo di 1,9 miliardi fa investimenti per soli 340 milioni (le cifre si riferiscono ai primi nove mesi dello scorso anno). Diciamo che ben pochi imprenditori dell’economia reale possono vantare guadagni così alti facendo così poco. Meglio di loro, forse, solo pochi maghi della finanza internazionale.


Un paese malato che non Sà come curarsi è un paese morto.

giovedì 16 agosto 2018

Mentre il governo è impegnato a dire falsità, ecco i ponti già crollati e quelli a rischio

Mentre sto Governo di BUFFONI dopo la strage provocata dal cedimento del Ponte Morandi di Genova, sono impegnati a fare propaganda (non revoca più la concessione a #Atlantia,Non revocherà le concessioni e nel frattempo sicuramente non blocca l'aumento dei pedaggi  ), dire cazzate (vincoli europei che non esistono) e sciacallaggi politici.

mercoledì 15 agosto 2018

#Genovaponte, LA SCONFITTA CIVILE E MORALE PER L'ITALIA


L’allerta meteo era arancione per oggi, e ciò che mi si para davanti gli occhi poco prima di mezzogiorno mi ricorda la stessa quantità di pioggia che “devastò” Genova nelle due alluvioni.

#Genovaponte Morandi e non solo... il fallimento dell'Italia dei No

Molta gente è morta e quindi servirebbe un attimo di attenzione e di raccoglimento. I soliti esaltati, che in Italia non mancano mai, urlano perché vogliono i nomi dei responsabili della tragedia del ponte Morandi di Genova. E vogliono punizioni esemplari. E’ possibile che questa attesa vada delusa. I progettisti del ponte dovrebbero essere tutti morti. E non si può escludere (anche se a dirlo sembra una bestemmia) che si sia trattato da fatalità: forse, un cavo che non avrebbe dovuto cedere ha ceduto e ha trascinato con se tutta la costruzione.

Ma su questo sono al lavoro gli inquirenti e sarà meglio attendere la conclusione dei loro lavori. Anche se da subito non si possono escludere responsabilità a carico della società Autostrade, che gestiva il ponte e che ne curava la manutenzione. E che quindi dovrà dare molte spiegazioni. Insieme a organismi pubblici di controllo, che dovrebbero esistere.

Ma in questa sede non dobbiamo occuparci di questo o fare processi per i quali non abbiamo, al momento, alcun elemento serio: sappiamo solo che un ponte che non avrebbe mai dovuto cadere è caduto, e il crollo ha provocato decine di morti.

Inoltre, ha spezzato Genova in due e ha dato un colpo mortale al turismo di tutta la Liguria e al resto delle attività economiche.

Però, prendendo le distanze dalla tragedia per qualche momento, è possibile fare dei ragionamenti.

1- La “costruzione” di questo paese è di fatto terminata negli anni 60, cioè negli anni del boom.

2- Dopo la vittoria del NO alle centrali nucleari (l’unica esistente è stata smantellata, quelle in costruzione riconvertite), nel paese è diventata dominante un cultura ecologista d’accatto, che risolveva ogni problema dicendo semplicemente no a tutto.

3- E quindi proporre qualche grande opera sembrava un reato. Misteriosamente si è riusciti a fare l’Alta Velocità, ma tutto si ferma lì. Poi, c’è tutto un panorama di no, no e ancora no.

4- Questa cultura ecologista del no ha contagiato tutti, destra e sinistra, forse più la sinistra che la destra. E ha bloccato fortemente la crescita e la modernizzazione del paese (è la stessa cultura che oggi vuole fermare la Tav in Val di Susa e che vuole chiudere l’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa).

Ma torniamo a Genova. Qui siamo davanti a un caso ancora più grave, specifico. Gli allarmi non sono mancati. Già cinque anni fa il presidente degli industriali genovesi aveva avvertito che quel ponte sarebbe caduto entro dieci anni: si è solo sbagliato perché è caduto prima.

In previsione dell’”esaurimento” del ponte Morandi (quello crollato), da anni era stato elaborato il progetto Gronda, un altro sistema viario, con un altro ponte (costruito con criteri più sicuri e moderni). Ebbene, contro questo progetto (finanziato da Bruxelles, peraltro) si è scatenata una furia ecologista senza pari. Con, e questo va detto, i 5 stelle in prima fila. In rete è possibile trovare i filmati dove Beppe Grillo, con la solita iattanza e la solita ignoranza chiede addirittura che si usi l’esercito contro quelli favorevoli al progetto Gronda. In consiglio comunale, quando qualcuno ha avanzato il sospetto della pericolosità del ponte Morandi, i 5 stelle hanno definito la denuncia “una favoletta”. Sembra che l’attuale ministro delle infrastrutture, lo stesso Toninelli che ha già bloccato la Tav, avesse messo il progetto Gronda fra quelli da rivedere in vista di una prossima eliminazione.

Tutto questo si racconta non per fare polemiche davanti ai morti, ma per dire che ripartire è possibile a patto che questo paese faccia bene i conti con la cultura ecologista d’accatto che lo ha dominato e che lo sta ancora dominando.

Il territorio e le persone meritano una salvaguardia attenta, ma anche lo sviluppo del paese. Dire no a tutto, sempre, in ogni caso, coltivare la convinzione che ogni palata di cemento sia un attentato alla moralità e alla bellezza del paese, è una sciocchezza che probabilmente ci è già  costata qualche decennio di ritardo nello sviluppo.

Per chi pensa (ecco di nuovo i 5 stelle) che noi si debba vivere come francescani, con sandali e bastone, forse non è importante. Ma per il resto del paese lo è.

#Genovaponte. non è fatalità

Ponte Morandi, perché è venuto giù? Per qualche ora l’Italia superstiziosa e bambina, impressionabile e fantasiosa, implausibile e ciarliera, ignara di fatti ma ghiotta di impressioni…per qualche ora dopo il crollo questa Italia e le sue televisioni e giornali e siti e social hanno condiviso fosse venuto giù per un fulmine. O per un nubifragio. 

#Terremoto in Molise, scossa 4.7

Una forte scossa di terremoto di magnitudo 4.7 è stata avvertita martedì sera in Molise in provincia di Campobasso. La scossa si è avvertita anche su tutto il litorale Adriatico fino a Pescara ed anche in alcune zone in provincia di Avellino.

Secondo i primi dati dell’Ingv l’epicentro è stato registrato a 6 chilometri da Montecifone, in provincia di Campobasso, ad una profondità di 19 chilometri.

L’epocentro della scossa avvertita in Molise è lo stesso del 25 Aprile scorso. Si tratta della zona di Acquaviva Collecroce, a 35 chilometri a nord-ovest di Campobasso. Paura a San Giacomo degli Schiavoni con la gente che si è riversata in strada. La scossa è stata avvertita in tutto il Molise e su tutta la costa Adriatica.

Non risultano danni né a persone N a cose nella zona del Molise colpita martedì notte dal terremoto. Lo rende la Protezione Civile s. Anche i vigili del fuoco confermano che al momento non risultano danni: ai centralini sono arrivate molte chiamate per avere informazioni, ma nessuna richiesta di intervento.

martedì 14 agosto 2018

ORA BASTA, SIAMO STANCHI DI PIANGERE

Esprimiamo massima vicinanza e solidarietà alla città di Genova colpita in queste ore dal crollo del ponte autostradale dell’A10. Sono già più di 20 le vittime accertate.

Siamo stanchi di piangere i nostri morti, ogni giorno apprendiamo di morti sul lavoro, morti per la mancanza di manutenzione sul territorio, morti che lottavano per i diritti e la dignità di tutti e tutte.

Non si tratta di calamità naturali, dobbiamo fare nomi e cognomi dei responsabili di questo massacro. Dobbiamo accusa un sistema politico che parte dai suoi organi sovranazionali e giunge fino alla sua più piccola articolazione locale.

Da anni viviamo in un regime di austerità che impedisce di spendere soldi per la messa in sicurezza delle infrastrutture, per dei salari dignitosi, per i diritti elementari e universali come quello alla salute e all’abitare.

Chi difende questa infernale macchina che fagocita esseri umani dentro e fuori i propri confini è complice di ogni suoi assassinio.

Siamo stanchi di piangere “tragedie”.

Non è possibile che i profitti contino più della vita delle persone. Vogliamo avere il potere di decidere noi quali opere ci servono e non le imprese o gruppi multinazionali in combutta con la politica. Nel frattempo, i responsabili devono pagare.

Non vogliamo parlare di fatalità, non vogliamo più piangere per i morti, vogliamo organizzarci per lottare e conquistare diritti e dignità qui e ora!

#Genova. Quella del viadotto Polcevera è una tragedia annunciata

Il viadotto Polcevera dell’autostrada A10 crollato oggi, chiamato ponte anche ponte Morandi, attraversa il torrente Polcevera, a Genova, tra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano. Progettato dall’ingegnere Riccardo Morandi, è stato costruito tra il 1963 e il 1967 dalla Società Italiana per Condotte d’Acqua.

domenica 12 agosto 2018

Quello turco è quello che potrebbe capitare all’Italia, fuori dall’Europa e dall’euro

Il crollo della lira turca, 30 per cento da inizio anno, 7 per cento solo negli ultimi giorni, è la peggiore e più dura lezione che potesse cadere in testa ai sovranisti nostrani. In un certo senso è una specie di visione anticipata di un possibile film italiano (se non avessimo l’Euro).

sabato 11 agosto 2018

Verso la privatizzazione della sanità

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nasce con la Legge 833 del 27 Dicembre 1978 in un clima politico teso, ma fecondo di avanzamenti politici. Il SSN viene avviato al termine di un percorso di graduale integrazione delle Casse Mutue e delle Opere Pie, fino ad allora titolari del finanziamento e dell’erogazione delle prestazioni sanitarie in Italia. Le Casse Mutue e delle Opere Pie rappresentavano un modello “bismarckiano” corporativo di finanziamento ed erogazione, basato sul modello produttivo fordista in cui la figura centrale era il cittadino-lavoratore, tendenzialmente maschio, che contribuiva direttamente al finanziamento del servizio tramite un prelievo dal proprio salario. Con il SSN si passa a un modello “Beveridge” universalista, basato sulla tassazione generale e diretto a tutta la popolazione, di cittadini e non, come recita l’articolo 32 della Costituzione.

venerdì 10 agosto 2018

Parliamo di lavoro e dignità

Era il 15 maggio del 1970 la legge 300/1970 venne approvata la legge nota come Statuto dei Lavoratori. Conosciuta anche come “Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”,.

Legge che nasceva dalla necessità di applicare quanto sancito dalla costituzione anche  con l’articolo 1 ovvero la centralità del Lavoro per la Repubblica Italiana.

Nel  contesto socio politico del dopo guerra era molto rischioso lottare per i propri diritti.

Nei primi anni della Repubblica le disposizioni previste dalla Costituzione rimasero a lungo lettera morta.

La Polizia, guidata in quegli anni dal ministro dell’Interno Mario Scelba, attuò una dura politica antisindacale di repressione degli scioperi e delle agitazioni operaie, lasciando spesso sul terreno numerosi morti e feriti  come avvenne, ad esempio, con la strage di Modena del 1950.

Il clima all’interno delle fabbriche era all’epoca molto duro, e per gli operai politicizzati e sindacalizzati c’era il serio rischio di essere mandati a casa senza la possibilità né di un indennizzo economico né del reintegro. Delle aziende schedavano i lavoratori più attivi nel difendere i loro diritti, per poi licenziarli.

Il fondatore e segretario generale della Cgil  Giuseppe Di Vittorio, propose sin dal congresso del 1952 l’approvazione di uno Statuto con il fine di «portare la Costituzione nelle fabbriche» e di rendere così effettivi tutti quei principi di libertà in materia di lavoro previsti dalla Carta Costituzionale ma rimasti in sostanza inapplicati.

Furono anni di lotta ed il conflitto sociale ebbe il suo apice fra il settembre e il dicembre 1969 in concomitanza al rinnovo di molti contratti collettivi di lavoro.

Si arrivò quindi finalmente all’approvazione dello Statuto Dei Lavoratori  (legge 300 il 20 maggio del 1970) .

La legge sanciva principi importanti come ad esempio  la libertà d’opinione (art.1)  ed inoltre poneva un freno allo strapotere dei datori di lavoro che avevano un controllo assoluto sui propri dipendenti attuato anche tramite l’uso di guardie giurate ed impianti audiovisivi (art. 2 art.4).

C’era anche l’importantissimo art.18, norma che prevedeva il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo.

Da quel lontano 20 maggio 1970 si è assistito ad un costante e progressivo attacco dei diritti dei lavoratori culminato nell’attuazione del Jobs Act che fra le altre cose ha sancito l’abolizione dell’art.18.

Il lavoro non più visto come strumento di emancipazione sociale e realizzazione delle proprie aspettative di vita  ma bensì come strumento di asservimento alla sistema economico in una società dove le disuguaglianze sono la regola.

Una società dove il lavoratore è “merce” senza diritti privata anche di avere un sogno.

Quel sogno che i nostri padri e nonni avevano. Sogno che perseguivano con i tanti sacrifici del proprio lavoro per consentire ai propri figli di pigiare il pulsante dell’ascensore, quell’ascensore sociale che consentiva di aspirare con merito a qualcosa di più (vedi art. 3 della Costituzione).

Adesso dopo le ultime elezioni abbiamo un Governo, Governo del cambiamento costituito dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega.

Questo esecutivo è la naturale conseguenza della cattiva politica attuata dal Governo precedente, quello cool, quello dei giovani del PD che però dentro erano solo vecchi reazionari , quello che si proclamava di centro sinistra ma che in realtà era la versione riveduta e corretta di Forza Italia.

Hanno sbagliato TUTTO.

Non era mica facile, ma ci sono riusciti, hanno distrutto il PD ma non la sinistra intesa come ideale di giustizia sociale e uguaglianza.

Certi ideali vanno oltre una sigla politica.

La sinistra c’è anche se  non è al momento associabile ad alcun partito.

La sinistra c’è nel concreto quando determinate azioni politiche attuano “robe” di sinistra.

In definitiva secondo me al momento gli ideali di sinistra trovano la possibilità di esprimersi in modo trasversale andando oltre l’appartenenza   dei singoli ai vari partiti.

La dimostrazione di ciò è la recente  approvazione del  Decreto Dignità che sancisce un’inversione di tendenza dopo decenni di attacchi ai lavoratori ed allo Statuto dei Lavoratori.

Dignità, che bella parola.

La dignità di chi lavora onestamente e chiede solo di non essere sfruttato e ricattato.

Quella stessa dignità che molti “prenditori” non hanno quando si tratta di de localizzare o di chiedere aiuti di Stato fingendo crisi aziendali.

Dignità persa dal sindacato oramai impegnato più ad erogare servizi che a tutelare i lavoratori.

Dignità persa dai tanti lavoratori  che sperando nel rinnovo contrattuale subiscono di tutto e di più.

Dignità persa da ha non ha più  il lavoro e deve chiedere aiuto a parenti e amici.

Dignità persa da chi fruga nella spazzatura per sfamarsi.

Dignità a cui spesso non rinuncia chi arriva purtroppo a togliersi la vita.

E qui mi fermo …. l’elenco non ha forse fine.

Ascoltando gli interventi in aula di molti esponenti dei partiti di governo  riguardanti il Decreto Dignita’ sono rimasto spiazzato.



Mai avrei immaginato di sentire quelle parole di sinistra, quella rabbia, quella voglia di tentare di dare  finalmente dignità al mondo del lavoro ed  alle persone che lo compongono.

Parole che segnano un’importante inversione di tendenza.

Parole che per troppi anni non si erano sentite, parole che danno il senso di un malessere sociale che finalmente ha trovato modo di essere rappresentato in parlamento.



Anche se onestamente restano forti dubbi riguardo altri temi questo provvedimento trova il mio plauso che deriva da una mia valutazione oggettiva scevra da ogni appartenenza partitica.


Il distacco dai problemi reali e la spocchia irriverente prima  o poi si pagano …..e se sbagliare è umano perseverare porta al 10% !!!!!

Schiavitù Made in Italy

Leggere le rotte di produzione globali che oggi caratterizzano il settore della moda è di fondamentale importanza per comprendere l’architettura dell’economia mondiale, i suoi modelli organizzativi e di governance. Le profonde riorganizzazioni produttive che hanno attraversato gli ultimi decenni, basate sulla frammentazione e dispersione spinta della produzione, hanno dato origine a complesse reti di fornitura globale che attraversano i diversi Paesi generando flussi di merce, capitali e manodopera che plasmano la geografia sociale e politica dei territori. Si tratta di rotte produttive in continuo mutamento, dove la mobilità dei capitali unitamente alle strategie di outsourcing (come viene chiamata la esternalizzazione della produzione di beni o servizi) crea l’ambiente perfetto per spingere le condizioni di lavoro e i salari sempre più in basso. Il risultato è che oggi a produrre un capo di abbigliamento o un paio di scarpe concorre una manodopera dislocata in diverse parti del mondo, che opera con intensità e in condizioni di lavoro differenziate, a seconda che si collochi a monte o a valle delle catene globali del valore. Le imprese transnazionali si riorganizzano costantemente e, tramite i flussi produttivi generati lungo le catene di produzione, intersecano dinamiche istituzionali, sociali, lavorative e spaziali che utilizzano nel modo più vantaggioso e profittevole. Il potere è concentrato nelle mani delle imprese leader detentrici del marchio e/o dei canali distributivi; oggi i global player, che dettano all’infinita e frammentata pletora di fornitori e sub-fornitori le condizioni e i termini di partecipazione ai processi produttivi, determinano le condizioni di lavoro e di vita di milioni di lavoratori, soprattutto donne.
Assistiamo perciò a un esteso e dilagante fenomeno di pauperizzazione del lavoro nei “nodi” della rete più disconnessi e periferici dove il lavoro mercificato, sfruttato e non organizzato è uno dei fattori strategici di profitto (oltre ai vantaggi normativi e fiscali). I grandi marchi investono in tutti i segmenti del mercato, dalla fast-fashion al lusso, per ottenere al minor costo prodotti adatti ad ogni tasca, così da assicurarsi spazi di vendita fra consumatori sempre più impoveriti (anche in Europa) e élites sempre più ricche (specialmente nei paesi emergenti).

È bene chiarire che tali traiettorie attraversano senza ostacolo alcuno l’intero globo, dislocando i nodi produttivi e logistici sia nei paesi in via di sviluppo, sia in quelli occidentali a capitalismo maturo. L’Italia, paese dalla grande tradizione manifatturiera e al contempo mercato di sbocco per iper-consumatori maturi, condensa e riflette tutte le contraddizioni del sistema globale della moda.
Soggetta ai dettami del fashion-system, che impone cambi di collezione sempre più frequenti per stimolare mercati saturi o ultra esigenti, la produzione di abbigliamento e calzature cresce in maniera inversa ai diritti di chi li produce e – come dimostrano le numerose ricerche condotte in Italia, Est-Europa e Asia – processi ad alta intensità di manodopera sottoposti a rapidi tempi di consegna e prezzi ridotti all’osso peggiorano le condizioni di vita e di lavoro di milioni di lavoratori collocati a valle delle catene produttive. Un peggioramento avvenuto anche nel continente europeo, oggi al centro di importanti fenomeni di delocalizzazione di ritorno. Ad essere più interessati sono i paesi dell’Europa dell’Est, con salari talvolta più bassi di quelli asiatici, ma anche l’Italia dove importanti brand del lusso vengono o tornano a produrre per una “delocalizzazione di prossimità”.
Si tratta del fenomeno del reshoring, cioè del rientro delle produzioni prevalentemente di fascia medio-alta dall’Asia verso i paesi di origine come l’Italia (back-reshoring) o verso i paesi del bacino del Mediterraneo o dell’Europa dell’Est(near-reshoring). Il fenomeno, da leggere all’interno della dinamica globale, non rappresenta tuttavia una totale inversione di tendenza. Esso è piuttosto complementare e simultaneo a fenomeni di delocalizzazione dipendenti dall’attrattività delle condizioni economiche e istituzionali e dal livello di qualità artigianale richiesto.
È molto interessante osservare quanto il tema della qualità percepita sia centrale oggi per orientare le scelte produttive delle griffes, dato che all’estero il mercato del lusso cerca il vero made in Italy per il quale «i super-ricchi cinesi sono disposti a spendere fino al 50% in più» (Bubbico D., Redini V. e Sacchetto D., I cieli e i gironi del lusso. Processi lavorativi e di valorizzazione nelle reti della moda, 2017). È quindi chiaro il valore commerciale assoluto del marchio e il peso della retorica della narrazione dei luoghi nutrita di un immaginario artistico, produttivo e perfino paesaggistico necessario a sostanziare l’“economia del brand”. Come ha ben sintetizzato uno dei lavoratori intervistati per la ricerca sui marchi delle calzature del lusso pubblicata da Abiti Puliti nel 2017: «Alle imprese globali non importa dove si realizza la produzione. A loro basta disporre di filiere produttive funzionali ai loro progetti e poter scrivere sui propri prodotti made in Prada, piuttosto che made in Tod’s» (vedi il rapporto “Il vero costo delle scarpe” su www.abitipuliti.org).

L’operazione di marketing compiuta dalle griffes fa leva sul made in Italy o in Europe come vettore di un immaginario sociale e culturale puro che, alla prova dei fatti, non esiste, al solo scopo di rafforzare l’“economia del brand”. Quello che invece emerge dalle numerose indagini svolte è una realtà ben più articolata e scomoda: una realtà che vede l’utilizzo delle catene di fornitura e di subfornitura fino al lavoro a domicilio quali opportunità per esternalizzare responsabilità, abbassare drasticamente il costo del lavoro, mettere in competizione lavoratori poveri italiani, rumeni, albanesi, tunisini o cinesi (per citarne alcuni) operanti sia in Italia che all’estero. Il miracolo è compiuto: oggi può accadere che un ricco consumatore cinese possa finalmente acquistare un prodotto di lusso italiano confezionato da una lavoratrice albanese in Albania pagata con un salario da fame oppure in Italia da un terzista spinto a frodare i lavoratori, il fisco e il sistema previdenziale o ancora da un laboratorio cinese operante nel cono d’ombra dell’economia sommersa.
Una delle cause è nelle pratiche commerciali adottate dalle imprese leader che appaltano commesse a costi troppo bassi per garantire il rispetto della legalità e dei diritti. La totale libertà di circolazione dei capitali e delle merci associata alle politiche attive di attrazione degli investimenti esercitate dai governi europei favorisce il rientro delle produzioni nel nostro paese e/o in Europa. Le imprese leader però esibiscono solo la parte del processo produttivo funzionale ad accrescere il valore del brand mentre occultano, anche attraverso obblighi di confidenzialità con i fornitori, le dinamiche di irregolarità e sfruttamento prodotte man mano che si scende nella filiera.
Nelle stesse filiere globali possono dunque convivere funzioni professionali pagate profumatamente come il design, il marketing, la comunicazione, il lavoro specializzato, con una massa di lavoratori, soprattutto donne, sfruttati, flessibili, irregolari, spesso privi di tutele e rappresentanza. Essi sono le principali vittime di un imponente processo di pauperizzazione prodotto dalla dinamica selettiva delle catene di produzione su scala globale.

In tale contesto il tanto celebrato made in Italy veicolato come sinonimo di maggiori garanzie sui diritti e sulla qualità sociale dei prodotti si scontra con la realtà materiale che incontriamo. Se un paio di scarpe è solo progettato in Italia e poi cucito in stabilimenti di proprietà dei marchi o presso sub-terzisti in Serbia, Albania o Indonesia (per citarne solo alcuni) da lavoratori stranieri miserabili oppure in Italia da parte di terzisti che pagano salari inferiori al livello dignitoso, quale significato e valore ha davvero oggi parlare di made in Italy?

L’Italia: snodo mondiale ed europeo strategico
Senza vincoli di proprietà, la rete di produzione globale costituisce un contesto socio-spaziale ideale per favorire la mobilità della produzione verso i territori più convenienti in termini di fiscalità, costo del lavoro, infrastrutture e rapidità di trasporto. L’intero apparato produttivo mondiale è messo a disposizione dei grandi marchi in una sorta di just in time che rende perfino superflua la disputa sul made in Italy. L’Italia è uno snodo strategico, per le diverse funzioni che assolve nell’ambito del sistema globale: ideativa, produttiva, distributiva e simbolica, con un territorio straordinariamente prossimo ad uno dei principali bacini di manodopera a basso costo del pianeta: l’Europa centrale, orientale e sud-orientale, senza naturalmente dimenticare il Mediterraneo.
I governi, dal canto loro, competono per attrarre le imprese globali offrendo le condizioni più vantaggiose. Un caso esemplare è quello della Serbia, dove una forte deindustrializzazione ha decimato il settore del tessile-abbigliamento-calzature all’indomani del collasso della Federazione Jugoslava. Il settore, che fino agli anni Ottanta vantava 250.000 addetti e un mercato interno autosufficiente per la confezione del prodotto finito, oggi è sostanzialmente scomparso e totalmente dipendente dalle esportazioni verso paesi come l’Italia (37,4%), la Germania (13%), la Russia (9,7%) e la Bosnia Erzegovina (7,9%). L’industria tessile serba, nonostante il progressivo e inesorabile impoverimento (meno100.000 occupati dagli anni Ottanta, condizioni di lavoro pessime, povertà diffusa) resta quella trainante nelle esportazioni che però, dopo gli accordi sottoscritti con l’Unione europea (Ue) avvengono principalmente in regime di Traffico di perfezionamento passivo o TPP (regime doganale che consente alle imprese comunitarie di esportare materie prime o semilavorati in paesi non Ue per poi reimportarle senza pagare dazi), che rappresenta il colpo di grazia per l’economia nazionale e per il reddito dei lavoratori (vedi il rapporto “Europe’s Sweatshop – L’Europa dello sfruttamento” su www.abitipuliti.org).
In Serbia, fra i grandi marchi della fast fashion e del lusso che attingono al bacino depresso di manodopera locale low-cost, sono stati individuati Armani, Calzedonia, D&G, H&M, Inditex/Zara, Louis Vuitton, Mango, Max Mara, Zegna, Geox, Golden Lady, Gucci, Prada, Versace (idem). Qui il salario minimo legale netto vale 189 euro mensili, valore nettamente al di sotto della soglia di povertà pari a 256 euro, e appena il 29% del salario minimo dignitoso stimato dai lavoratori intervistati dai ricercatori della Clean Clothes Campaign (CCC).

Ma ciò ancora non basta. Oltre a regimi doganali favorevoli e manodopera a basso costo, la Serbia offre anche generosi incentivi ai capitali esteri purché investano nel paese: sovvenzioni, zone franche, esenzioni fiscali, incentivi per l’assunzione di disoccupati, terreni e infrastrutture. Come nel caso della Geox, che ha ricevuto 11,25 milioni di euro dal governo per aprire lo stabilimento inaugurato a Vranje nel 2016 con l’impegno di assumere 1.250 lavoratori cui corrispondere salari maggiorati del 20% rispetto al minimo legale. Impegno che, secondo quanto riportato ancora nell’ultimo rapporto pubblicato dalla CCC nel 2017, non è stato rispettato. I lavoratori intervistati hanno dichiarato di percepire salari compresi tra 25.000 e 36.000 RSD (dinaro serbo), per una media di 30.000 RSD (248 euro). Ciò significa che essi guadagnavano in media l’89% di quanto il datore era contrattualmente obbligato a pagare, e che una parte percepiva un salario addirittura inferiore al minimo legale netto. In media i lavoratori intervistati percepivano solo il 39% del salario minimo dignitoso calcolato dagli stessi lavoratori, a conferma della condizione strutturale di povertà diffusa nel settore e nei paesi dell’Est Europa con i quali le imprese italiane del settore intrattengono maggiori rapporti produttivi in regime di TPP.
A una lavoratrice albanese o rumena occorre un’ora di lavoro per acquistare un litro di latte mentre alla collega tedesca solo sei minuti (vedi il report “Il lavoro sul filo di una stringa”). Questa semplice comparazione tra i poteri d’acquisto spiega immediatamente l’enorme disparità prodotta nelle catene di fornitura dove l’asimmetria di potere tra chi comanda a monte e chi esegue a valle, si riflette sulle condizioni di vita dei più vulnerabili, che si tratti delle lavoratrici dell’Europa dell’Est al servizio delle griffes europee o delle lavoratrici italiane intrappolate al fondo della stessa filiera in competizione con le colleghe cinesi, albanesi o macedoni.
La corsa verso il basso non ha frontiere e in un sistema profondamente interconnesso sta producendo un pericoloso peggioramento delle condizioni di lavoro anche nel nostro paese, dove esistono sacche dilaganti di economia sommersa affiancate dalla proliferazione di contratti peggiorativi o “pirata”.
Val la pena di ricordare che i contratti peggiorativi sono proliferati grazie alla spinta propulsiva della Banca Centrale Europea che ha imposto all’Italia pesanti riforme alla contrattazione salariale collettiva (vedi il sole 24 ore del 29 settembre 2011). Diktat accolto istantaneamente dal governo italiano che con l’art. 8 del decreto 138/2011 ha stabilito la possibilità di siglare accordi sindacali aziendali o territoriali che possono derogare in peggio a quanto stabilito dai contratti collettivi nazionali e dalla legge.

Il ruolo delle politiche EU e dei governi
Come già ricordato le reti di produzione globale non sono fenomeni sconnessi dal contesto socio-economico in cui operano. Anzi, esse interagiscono dinamicamente con le vocazioni produttive territoriali e gli assetti politico-istituzionali in un intenso rapporto di scambio, oggi del tutto a vantaggio delle imprese.
Dai casi analizzati, emerge un ruolo molto attivo dei governi nazionali e delle istituzioni europee volto a creare un ambiente favorevole agli investitori e alle imprese. Le forme di condizionamento esercitate dalla Commissione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale sui paesi post-socialisti osservati, ad esempio, limitano lo sviluppo salariale mediantel’imposizione di politiche economiche restrittive come contropartita all’erogazione di finanziamenti, misure che hanno favorito la nascita di un’area a basso reddito all’interno del continente europeo.
L’Italia, dove da decenni trionfano politiche di stampo liberista centrate sulla flessibilizzazione del mercato del lavoro come fattore di crescita e competitività, non è esente da tali dinamiche. Il progressivo impoverimento dei lavoratori, la crescita sensibile delle diseguaglianze economiche e sociali, l’aumento della povertà relativa ed assoluta, testimoniano il fallimento di politiche pubbliche che sono intervenute pesantemente nell’economia a sostegno della parte più forte nei rapporti di produzione, le imprese. Ciò è perfettamente sintetizzato nei dati rilasciati dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, secondo cui in Italia la quota dei redditi da lavoro sul PIL è passata dal 66,1% del 1976 al 53% del 2016 (Fana M., Non è lavoro, è sfruttamento, 2017).
La sorveglianza sistematica dello sviluppo salariale e l’invito a fissare salari minimi che generano povertà a livello nazionale, è ormai uno strumento normale delle politiche Ue. Ciò contraddice palesemente gli obiettivi di riduzione della povertà indicati nella Strategia Europa 2020 e nel Pilastro europeo dei diritti socialidove si afferma: «Retribuzioni minime di livello adeguato garantiscono uno standard dignitoso di vita ai lavoratori e alle loro famiglie e contribuiscono a ridurre l’incidenza della povertà lavorativa».

Conclusioni
Il punto di vista del lavoro fatica oggi a condizionare le agende politiche a tutti i livelli. Siamo di fronte ad una frantumazione delle filiere produttive che agevola fenomeni di dumping e sfruttamento endemico dei lavoratori, sempre più vulnerabili, atomizzati, precari e confinati in aree periferiche lontane dai centri decisionali. Alla frantumazione delle filiere corrisponde una disintegrazione sociale che, unitamente al timore dei paesi produttori di perdere i loro margini competitivi, alla paura dei lavoratori di perdere il posto di lavoro e alla repressione e alle minacce subite di chi ha avuto il coraggio di esporsi con denunce pubbliche, neutralizza il conflitto sociale, ostacola l’organizzazione collettiva e la formazione di sindacati liberi capaci di fare gli interessi dei lavoratori.
Si rende quindi sempre più urgente una revisione delle politiche pubbliche coerente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, a partire da una presa d’atto pubblica delle pessime condizioni di lavoro e di vita che affliggono più di 60 milioni di lavoratori, in particolare donne, nell’industria globale dell’abbigliamento e delle calzature. Dall’analisi condotta sul settore analizzato, l’obiettivo ambizioso di porre fine alla povertà attraverso la creazione di posti di lavoro sicuri e dignitosi è posto in forte discussione dalla realtà di una crescita economica sostenuta da politiche pubbliche a favore degli investitori, sganciata dal benessere delle comunità, tutt’altro che inclusiva e sostenibile. Crescita che lascia a terra i lavoratori più vulnerabili, in particolare le donne, abdicando al compito di ridurre le diseguaglianze di genere, semmai acuite quale elemento competitivo a favore delle imprese. Tra le cause della crescita delle diseguaglianze vi è il perseverare degli Stati e degli organismi internazionali a promuovere principi e raccomandazioni di carattere volontario per la difesa dei diritti umani mentre si rafforza una cornice globale fatta di leggi, regole, trattati e incentivi orientati ad assicurare politiche pubbliche favorevoli agli investitori e alle imprese, a scapito della capacità dei governi di proteggere i cittadini e le comunità.
Un quadro normativo vincolante per le imprese transnazionali a livello internazionale, europeo e nazionale, che superi l’approccio volontario, è oggi più che mai necessario. A tal proposito è fondamentale il sostegno esplicito dei Governi e dell’Ue al processo negoziale avviato dal Gruppo di lavoro intergovernativo delle Nazioni Unite per la definizione di un Trattato vincolante per le multinazionali in materia di diritti umani. Inoltre è necessario affermare una visione sistemica e coerente tra le politiche in materia di commercio, investimenti e lavoro, in modo da promuovere accordi, leggi e incentiviche riconoscano la supremazia dei diritti umani sugli interessi economici di stampo privatistico. Senza un deciso e radicale cambio di prospettiva, è difficile pensare ad una effettiva implementazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, costantemente minacciati o addirittura ostacolati da politiche di segno opposto molto più efficaci e cogenti.