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sabato 18 agosto 2018

Il #luttonazionale è per l'italia disfatta

Il crollo del ponte morandi a Genova sembra aver segnato un passaggio d’epoca nella triste vicenda italiana degli ultimi 30 anni : si sta andando da uno stato di degrado verso uno di disfacimento del Paese. Risaltano, in queste ore, arroganza, impreparazione, approssimazione dei nuovi esponenti di governo e davvero c’è da dubitare sulla possibilità di uscirne con una possibilità seria di rinnovamento culturale della nostra convivenza civile e politica.

venerdì 17 agosto 2018

L'Italia è da ricostruire e ripensare... impossibile con sto governo trasformista

Nell’agenda di un governo serio di un paese in cui ponti, viadotti e gallerie sono a costante rischio di crollo, ci dovrebbe essere al primo punto un grande piano di manutenzione straordinaria e di messa in sicurezza di queste infrastrutture, soprattutto di quelle più vecchie. Invece, ponti, viadotti e gallerie sono stati/e, regalati/e a privati senza scrupoli, che ogni mattina si alzano e si arrovellano sul come cercare di arrivare nel più breve tempo possibile al prossimo aumento dei pedaggi onde poter incrementare i dividendi tra i propri azionisti ed i vantaggi della propria davvero straordinaria rendita di posizione.

E pensare che per verificare la tenuta di un ponte come quello appena crollato a Genova, secondo Renzo Piano, sarebbe bastata  una semplice “termografia”, ovvero, una tecnologia che non obbliga i manutentori a faticose e costose perforazioni. Purtroppo l’Italia queste tecnologie non le usa in casa propria, ma le esporta verso paesi in cui le norme sulla sicurezza delle infrastrutture sono certamente più stringenti. Da noi, si sa,  basta uno studio legale importante per demolire un quadro normativo farraginoso ed inconcludente e per ipnotizzare un magistratura sempre molto sensibile alle ragioni dei potenti.

D’altronde nulla si è fatto e nulla si continua a fare nemmeno per la manutenzione straordinaria della rete ferroviaria né per mettere in sicurezza i territori divorati dal cemento per fermare la lunga serie di frane ed alluvioni annunciate che ormai vengono digerite ed archiviate dopo pochi giorni come se nulla fosse, come si trattasse di eventi naturali. Ma noi sappiamo bene che tutte queste tragedie, con il loro triste corollario di morti, feriti e mutilati, sarebbero evitabilissime. Succede però, che, nei piani aziendali dei privati che sfruttano le generose concessioni dello Stato, morti feriti e mutilati sono catalogati come effetti collaterali inevitabili e necessari; né più, né meno di come si fa in guerra.

Allora sarebbe finalmente ora di ammettere che – passata la sbornia delle privatizzazioni e delle grandi opere fatte con lo sputo dalle aziende subappaltanti in odor di mafia – i privati ai quali governi compiacenti hanno regalato due terzi del paese per consentirgli di accumulare, in modo facile e veloce, profitti giganteschi, non investiranno mai in manutenzione e sicurezza semplicemente perché non hanno alcun interesse a farlo.

Fare campagna elettorale promettendo mari e monti è abbastanza facile, se hai gli spin doctor giusti, spazi mediatici rilevanti e una gestione dei social di buon livello. Governare un paese imbavagliato da interessi immondi, trasversali alle forze politiche, blocco dominante vero di tutti gli esecutivi fin qui avvicendatisi a Palazzo Chigi, è tutta un’altra cosa.

Non abbiamo neanche fatto in tempo a scrivere che il governicchio giallo-verde non avrebbe mai messo in discussione le “concessioni autostradali” – venendo subito attaccati da alcuni troll professionali al soldo dei due plenipotenziari – che la dura realtà si è incaricata di confermare che avevamo visto giusto.

Nel breve volgere di 24 ore il governo è passato dalla messa in stato d’accusa di Atlantia (la società che controlla buona parte della rete autostradale), proclamando di aver già avviato l’iter per il ritiro della concessione, alla solita melassa democristiana che annuncia la conserrvazione pura e semplice dello statu quo.


In pratica, un rovesciamento a 180 gradi della posizione da tenere. Dal “togliamo ad Autostrade-Atlantia il business miliardario che gli avevano regalato i governi precedenti” (tutti, anche quelli in cui la Lega aveva affiancato Berlusconi), a “facciamo una commissione, indagheremo, vedremo, sentiremo, eventualmente…”. Abbiamo scherzato, via…

I funerali di Stato per le vittime saranno la solita occasione per recitare un dolore che nessuno di questi personaggi prova, la melassa di retorica raggiungerà il top, le questioni tecniche e giuridiche – compresa la concessione, le multe, i reati, ecc – torneranno sullo sfondo. Roba da far valutare ai tecnici, lontani da telecamere e riflettori…

Cos’è successo nel frattempo? Atlantia è ovviamente crollata in borsa (anche i broker sanno che un disastro come Genova comporterà comunque costi per la società e un “danno di immagine” rilevante, anche senza revoca della concessione), ha emesso un cinico comunicato in cui ricorda di avere contrattualmente il coltello dalla parte del manico, i media hanno battuto sul tasto delle “penali da pagare” (come se fosse lo Stato – il popolo di questo paese – a dover risarcire i Benetton e non il contrario), e devono esser corse telefonate di fuoco tra i vertici confindustriali e i cellulari di questi scombiccherati personaggi seduti su poltrone ministeriali troppo grandi per la loro personalità.

Capita l’antifona, i feroci bastonatori di migranti, mendicanti, occupanti di case (e via elencando tra le figure sociali più deboli), si sono rapidissimamente calati nei panni dei soliti governanti italici: cautelosi chiacchieroni, pronti a baciare i piedi delle imprese e di chiunque abbia un potere solido, ben attenti a non disturbare il business da cui sgorga – o potrà sgorgare – qualche briciola di riconoscenza.

Stiamo infatti parlando di una società con 6 miliardi di fatturato che dichiara utili per 1,1, che pur vantando un margine operativo lordo di 1,9 miliardi fa investimenti per soli 340 milioni (le cifre si riferiscono ai primi nove mesi dello scorso anno). Diciamo che ben pochi imprenditori dell’economia reale possono vantare guadagni così alti facendo così poco. Meglio di loro, forse, solo pochi maghi della finanza internazionale.


Un paese malato che non Sà come curarsi è un paese morto.

giovedì 16 agosto 2018

Mentre il governo è impegnato a dire falsità, ecco i ponti già crollati e quelli a rischio

Mentre sto Governo di BUFFONI dopo la strage provocata dal cedimento del Ponte Morandi di Genova, sono impegnati a fare propaganda (non revoca più la concessione a #Atlantia,Non revocherà le concessioni e nel frattempo sicuramente non blocca l'aumento dei pedaggi  ), dire cazzate (vincoli europei che non esistono) e sciacallaggi politici.

mercoledì 15 agosto 2018

#Genovaponte, LA SCONFITTA CIVILE E MORALE PER L'ITALIA


L’allerta meteo era arancione per oggi, e ciò che mi si para davanti gli occhi poco prima di mezzogiorno mi ricorda la stessa quantità di pioggia che “devastò” Genova nelle due alluvioni.

#Genovaponte Morandi e non solo... il fallimento dell'Italia dei No

Molta gente è morta e quindi servirebbe un attimo di attenzione e di raccoglimento. I soliti esaltati, che in Italia non mancano mai, urlano perché vogliono i nomi dei responsabili della tragedia del ponte Morandi di Genova. E vogliono punizioni esemplari. E’ possibile che questa attesa vada delusa. I progettisti del ponte dovrebbero essere tutti morti. E non si può escludere (anche se a dirlo sembra una bestemmia) che si sia trattato da fatalità: forse, un cavo che non avrebbe dovuto cedere ha ceduto e ha trascinato con se tutta la costruzione.

Ma su questo sono al lavoro gli inquirenti e sarà meglio attendere la conclusione dei loro lavori. Anche se da subito non si possono escludere responsabilità a carico della società Autostrade, che gestiva il ponte e che ne curava la manutenzione. E che quindi dovrà dare molte spiegazioni. Insieme a organismi pubblici di controllo, che dovrebbero esistere.

Ma in questa sede non dobbiamo occuparci di questo o fare processi per i quali non abbiamo, al momento, alcun elemento serio: sappiamo solo che un ponte che non avrebbe mai dovuto cadere è caduto, e il crollo ha provocato decine di morti.

Inoltre, ha spezzato Genova in due e ha dato un colpo mortale al turismo di tutta la Liguria e al resto delle attività economiche.

Però, prendendo le distanze dalla tragedia per qualche momento, è possibile fare dei ragionamenti.

1- La “costruzione” di questo paese è di fatto terminata negli anni 60, cioè negli anni del boom.

2- Dopo la vittoria del NO alle centrali nucleari (l’unica esistente è stata smantellata, quelle in costruzione riconvertite), nel paese è diventata dominante un cultura ecologista d’accatto, che risolveva ogni problema dicendo semplicemente no a tutto.

3- E quindi proporre qualche grande opera sembrava un reato. Misteriosamente si è riusciti a fare l’Alta Velocità, ma tutto si ferma lì. Poi, c’è tutto un panorama di no, no e ancora no.

4- Questa cultura ecologista del no ha contagiato tutti, destra e sinistra, forse più la sinistra che la destra. E ha bloccato fortemente la crescita e la modernizzazione del paese (è la stessa cultura che oggi vuole fermare la Tav in Val di Susa e che vuole chiudere l’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa).

Ma torniamo a Genova. Qui siamo davanti a un caso ancora più grave, specifico. Gli allarmi non sono mancati. Già cinque anni fa il presidente degli industriali genovesi aveva avvertito che quel ponte sarebbe caduto entro dieci anni: si è solo sbagliato perché è caduto prima.

In previsione dell’”esaurimento” del ponte Morandi (quello crollato), da anni era stato elaborato il progetto Gronda, un altro sistema viario, con un altro ponte (costruito con criteri più sicuri e moderni). Ebbene, contro questo progetto (finanziato da Bruxelles, peraltro) si è scatenata una furia ecologista senza pari. Con, e questo va detto, i 5 stelle in prima fila. In rete è possibile trovare i filmati dove Beppe Grillo, con la solita iattanza e la solita ignoranza chiede addirittura che si usi l’esercito contro quelli favorevoli al progetto Gronda. In consiglio comunale, quando qualcuno ha avanzato il sospetto della pericolosità del ponte Morandi, i 5 stelle hanno definito la denuncia “una favoletta”. Sembra che l’attuale ministro delle infrastrutture, lo stesso Toninelli che ha già bloccato la Tav, avesse messo il progetto Gronda fra quelli da rivedere in vista di una prossima eliminazione.

Tutto questo si racconta non per fare polemiche davanti ai morti, ma per dire che ripartire è possibile a patto che questo paese faccia bene i conti con la cultura ecologista d’accatto che lo ha dominato e che lo sta ancora dominando.

Il territorio e le persone meritano una salvaguardia attenta, ma anche lo sviluppo del paese. Dire no a tutto, sempre, in ogni caso, coltivare la convinzione che ogni palata di cemento sia un attentato alla moralità e alla bellezza del paese, è una sciocchezza che probabilmente ci è già  costata qualche decennio di ritardo nello sviluppo.

Per chi pensa (ecco di nuovo i 5 stelle) che noi si debba vivere come francescani, con sandali e bastone, forse non è importante. Ma per il resto del paese lo è.

#Genovaponte. non è fatalità

Ponte Morandi, perché è venuto giù? Per qualche ora l’Italia superstiziosa e bambina, impressionabile e fantasiosa, implausibile e ciarliera, ignara di fatti ma ghiotta di impressioni…per qualche ora dopo il crollo questa Italia e le sue televisioni e giornali e siti e social hanno condiviso fosse venuto giù per un fulmine. O per un nubifragio. 

#Terremoto in Molise, scossa 4.7

Una forte scossa di terremoto di magnitudo 4.7 è stata avvertita martedì sera in Molise in provincia di Campobasso. La scossa si è avvertita anche su tutto il litorale Adriatico fino a Pescara ed anche in alcune zone in provincia di Avellino.

Secondo i primi dati dell’Ingv l’epicentro è stato registrato a 6 chilometri da Montecifone, in provincia di Campobasso, ad una profondità di 19 chilometri.

L’epocentro della scossa avvertita in Molise è lo stesso del 25 Aprile scorso. Si tratta della zona di Acquaviva Collecroce, a 35 chilometri a nord-ovest di Campobasso. Paura a San Giacomo degli Schiavoni con la gente che si è riversata in strada. La scossa è stata avvertita in tutto il Molise e su tutta la costa Adriatica.

Non risultano danni né a persone N a cose nella zona del Molise colpita martedì notte dal terremoto. Lo rende la Protezione Civile s. Anche i vigili del fuoco confermano che al momento non risultano danni: ai centralini sono arrivate molte chiamate per avere informazioni, ma nessuna richiesta di intervento.

martedì 14 agosto 2018

ORA BASTA, SIAMO STANCHI DI PIANGERE

Esprimiamo massima vicinanza e solidarietà alla città di Genova colpita in queste ore dal crollo del ponte autostradale dell’A10. Sono già più di 20 le vittime accertate.

Siamo stanchi di piangere i nostri morti, ogni giorno apprendiamo di morti sul lavoro, morti per la mancanza di manutenzione sul territorio, morti che lottavano per i diritti e la dignità di tutti e tutte.

Non si tratta di calamità naturali, dobbiamo fare nomi e cognomi dei responsabili di questo massacro. Dobbiamo accusa un sistema politico che parte dai suoi organi sovranazionali e giunge fino alla sua più piccola articolazione locale.

Da anni viviamo in un regime di austerità che impedisce di spendere soldi per la messa in sicurezza delle infrastrutture, per dei salari dignitosi, per i diritti elementari e universali come quello alla salute e all’abitare.

Chi difende questa infernale macchina che fagocita esseri umani dentro e fuori i propri confini è complice di ogni suoi assassinio.

Siamo stanchi di piangere “tragedie”.

Non è possibile che i profitti contino più della vita delle persone. Vogliamo avere il potere di decidere noi quali opere ci servono e non le imprese o gruppi multinazionali in combutta con la politica. Nel frattempo, i responsabili devono pagare.

Non vogliamo parlare di fatalità, non vogliamo più piangere per i morti, vogliamo organizzarci per lottare e conquistare diritti e dignità qui e ora!

#Genova. Quella del viadotto Polcevera è una tragedia annunciata

Il viadotto Polcevera dell’autostrada A10 crollato oggi, chiamato ponte anche ponte Morandi, attraversa il torrente Polcevera, a Genova, tra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano. Progettato dall’ingegnere Riccardo Morandi, è stato costruito tra il 1963 e il 1967 dalla Società Italiana per Condotte d’Acqua.

domenica 12 agosto 2018

Quello turco è quello che potrebbe capitare all’Italia, fuori dall’Europa e dall’euro

Il crollo della lira turca, 30 per cento da inizio anno, 7 per cento solo negli ultimi giorni, è la peggiore e più dura lezione che potesse cadere in testa ai sovranisti nostrani. In un certo senso è una specie di visione anticipata di un possibile film italiano (se non avessimo l’Euro).

sabato 11 agosto 2018

Verso la privatizzazione della sanità

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nasce con la Legge 833 del 27 Dicembre 1978 in un clima politico teso, ma fecondo di avanzamenti politici. Il SSN viene avviato al termine di un percorso di graduale integrazione delle Casse Mutue e delle Opere Pie, fino ad allora titolari del finanziamento e dell’erogazione delle prestazioni sanitarie in Italia. Le Casse Mutue e delle Opere Pie rappresentavano un modello “bismarckiano” corporativo di finanziamento ed erogazione, basato sul modello produttivo fordista in cui la figura centrale era il cittadino-lavoratore, tendenzialmente maschio, che contribuiva direttamente al finanziamento del servizio tramite un prelievo dal proprio salario. Con il SSN si passa a un modello “Beveridge” universalista, basato sulla tassazione generale e diretto a tutta la popolazione, di cittadini e non, come recita l’articolo 32 della Costituzione.

venerdì 10 agosto 2018

Parliamo di lavoro e dignità

Era il 15 maggio del 1970 la legge 300/1970 venne approvata la legge nota come Statuto dei Lavoratori. Conosciuta anche come “Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”,.

Legge che nasceva dalla necessità di applicare quanto sancito dalla costituzione anche  con l’articolo 1 ovvero la centralità del Lavoro per la Repubblica Italiana.

Nel  contesto socio politico del dopo guerra era molto rischioso lottare per i propri diritti.

Nei primi anni della Repubblica le disposizioni previste dalla Costituzione rimasero a lungo lettera morta.

La Polizia, guidata in quegli anni dal ministro dell’Interno Mario Scelba, attuò una dura politica antisindacale di repressione degli scioperi e delle agitazioni operaie, lasciando spesso sul terreno numerosi morti e feriti  come avvenne, ad esempio, con la strage di Modena del 1950.

Il clima all’interno delle fabbriche era all’epoca molto duro, e per gli operai politicizzati e sindacalizzati c’era il serio rischio di essere mandati a casa senza la possibilità né di un indennizzo economico né del reintegro. Delle aziende schedavano i lavoratori più attivi nel difendere i loro diritti, per poi licenziarli.

Il fondatore e segretario generale della Cgil  Giuseppe Di Vittorio, propose sin dal congresso del 1952 l’approvazione di uno Statuto con il fine di «portare la Costituzione nelle fabbriche» e di rendere così effettivi tutti quei principi di libertà in materia di lavoro previsti dalla Carta Costituzionale ma rimasti in sostanza inapplicati.

Furono anni di lotta ed il conflitto sociale ebbe il suo apice fra il settembre e il dicembre 1969 in concomitanza al rinnovo di molti contratti collettivi di lavoro.

Si arrivò quindi finalmente all’approvazione dello Statuto Dei Lavoratori  (legge 300 il 20 maggio del 1970) .

La legge sanciva principi importanti come ad esempio  la libertà d’opinione (art.1)  ed inoltre poneva un freno allo strapotere dei datori di lavoro che avevano un controllo assoluto sui propri dipendenti attuato anche tramite l’uso di guardie giurate ed impianti audiovisivi (art. 2 art.4).

C’era anche l’importantissimo art.18, norma che prevedeva il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo.

Da quel lontano 20 maggio 1970 si è assistito ad un costante e progressivo attacco dei diritti dei lavoratori culminato nell’attuazione del Jobs Act che fra le altre cose ha sancito l’abolizione dell’art.18.

Il lavoro non più visto come strumento di emancipazione sociale e realizzazione delle proprie aspettative di vita  ma bensì come strumento di asservimento alla sistema economico in una società dove le disuguaglianze sono la regola.

Una società dove il lavoratore è “merce” senza diritti privata anche di avere un sogno.

Quel sogno che i nostri padri e nonni avevano. Sogno che perseguivano con i tanti sacrifici del proprio lavoro per consentire ai propri figli di pigiare il pulsante dell’ascensore, quell’ascensore sociale che consentiva di aspirare con merito a qualcosa di più (vedi art. 3 della Costituzione).

Adesso dopo le ultime elezioni abbiamo un Governo, Governo del cambiamento costituito dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega.

Questo esecutivo è la naturale conseguenza della cattiva politica attuata dal Governo precedente, quello cool, quello dei giovani del PD che però dentro erano solo vecchi reazionari , quello che si proclamava di centro sinistra ma che in realtà era la versione riveduta e corretta di Forza Italia.

Hanno sbagliato TUTTO.

Non era mica facile, ma ci sono riusciti, hanno distrutto il PD ma non la sinistra intesa come ideale di giustizia sociale e uguaglianza.

Certi ideali vanno oltre una sigla politica.

La sinistra c’è anche se  non è al momento associabile ad alcun partito.

La sinistra c’è nel concreto quando determinate azioni politiche attuano “robe” di sinistra.

In definitiva secondo me al momento gli ideali di sinistra trovano la possibilità di esprimersi in modo trasversale andando oltre l’appartenenza   dei singoli ai vari partiti.

La dimostrazione di ciò è la recente  approvazione del  Decreto Dignità che sancisce un’inversione di tendenza dopo decenni di attacchi ai lavoratori ed allo Statuto dei Lavoratori.

Dignità, che bella parola.

La dignità di chi lavora onestamente e chiede solo di non essere sfruttato e ricattato.

Quella stessa dignità che molti “prenditori” non hanno quando si tratta di de localizzare o di chiedere aiuti di Stato fingendo crisi aziendali.

Dignità persa dal sindacato oramai impegnato più ad erogare servizi che a tutelare i lavoratori.

Dignità persa dai tanti lavoratori  che sperando nel rinnovo contrattuale subiscono di tutto e di più.

Dignità persa da ha non ha più  il lavoro e deve chiedere aiuto a parenti e amici.

Dignità persa da chi fruga nella spazzatura per sfamarsi.

Dignità a cui spesso non rinuncia chi arriva purtroppo a togliersi la vita.

E qui mi fermo …. l’elenco non ha forse fine.

Ascoltando gli interventi in aula di molti esponenti dei partiti di governo  riguardanti il Decreto Dignita’ sono rimasto spiazzato.



Mai avrei immaginato di sentire quelle parole di sinistra, quella rabbia, quella voglia di tentare di dare  finalmente dignità al mondo del lavoro ed  alle persone che lo compongono.

Parole che segnano un’importante inversione di tendenza.

Parole che per troppi anni non si erano sentite, parole che danno il senso di un malessere sociale che finalmente ha trovato modo di essere rappresentato in parlamento.



Anche se onestamente restano forti dubbi riguardo altri temi questo provvedimento trova il mio plauso che deriva da una mia valutazione oggettiva scevra da ogni appartenenza partitica.


Il distacco dai problemi reali e la spocchia irriverente prima  o poi si pagano …..e se sbagliare è umano perseverare porta al 10% !!!!!

Schiavitù Made in Italy

Leggere le rotte di produzione globali che oggi caratterizzano il settore della moda è di fondamentale importanza per comprendere l’architettura dell’economia mondiale, i suoi modelli organizzativi e di governance. Le profonde riorganizzazioni produttive che hanno attraversato gli ultimi decenni, basate sulla frammentazione e dispersione spinta della produzione, hanno dato origine a complesse reti di fornitura globale che attraversano i diversi Paesi generando flussi di merce, capitali e manodopera che plasmano la geografia sociale e politica dei territori. Si tratta di rotte produttive in continuo mutamento, dove la mobilità dei capitali unitamente alle strategie di outsourcing (come viene chiamata la esternalizzazione della produzione di beni o servizi) crea l’ambiente perfetto per spingere le condizioni di lavoro e i salari sempre più in basso. Il risultato è che oggi a produrre un capo di abbigliamento o un paio di scarpe concorre una manodopera dislocata in diverse parti del mondo, che opera con intensità e in condizioni di lavoro differenziate, a seconda che si collochi a monte o a valle delle catene globali del valore. Le imprese transnazionali si riorganizzano costantemente e, tramite i flussi produttivi generati lungo le catene di produzione, intersecano dinamiche istituzionali, sociali, lavorative e spaziali che utilizzano nel modo più vantaggioso e profittevole. Il potere è concentrato nelle mani delle imprese leader detentrici del marchio e/o dei canali distributivi; oggi i global player, che dettano all’infinita e frammentata pletora di fornitori e sub-fornitori le condizioni e i termini di partecipazione ai processi produttivi, determinano le condizioni di lavoro e di vita di milioni di lavoratori, soprattutto donne.
Assistiamo perciò a un esteso e dilagante fenomeno di pauperizzazione del lavoro nei “nodi” della rete più disconnessi e periferici dove il lavoro mercificato, sfruttato e non organizzato è uno dei fattori strategici di profitto (oltre ai vantaggi normativi e fiscali). I grandi marchi investono in tutti i segmenti del mercato, dalla fast-fashion al lusso, per ottenere al minor costo prodotti adatti ad ogni tasca, così da assicurarsi spazi di vendita fra consumatori sempre più impoveriti (anche in Europa) e élites sempre più ricche (specialmente nei paesi emergenti).

È bene chiarire che tali traiettorie attraversano senza ostacolo alcuno l’intero globo, dislocando i nodi produttivi e logistici sia nei paesi in via di sviluppo, sia in quelli occidentali a capitalismo maturo. L’Italia, paese dalla grande tradizione manifatturiera e al contempo mercato di sbocco per iper-consumatori maturi, condensa e riflette tutte le contraddizioni del sistema globale della moda.
Soggetta ai dettami del fashion-system, che impone cambi di collezione sempre più frequenti per stimolare mercati saturi o ultra esigenti, la produzione di abbigliamento e calzature cresce in maniera inversa ai diritti di chi li produce e – come dimostrano le numerose ricerche condotte in Italia, Est-Europa e Asia – processi ad alta intensità di manodopera sottoposti a rapidi tempi di consegna e prezzi ridotti all’osso peggiorano le condizioni di vita e di lavoro di milioni di lavoratori collocati a valle delle catene produttive. Un peggioramento avvenuto anche nel continente europeo, oggi al centro di importanti fenomeni di delocalizzazione di ritorno. Ad essere più interessati sono i paesi dell’Europa dell’Est, con salari talvolta più bassi di quelli asiatici, ma anche l’Italia dove importanti brand del lusso vengono o tornano a produrre per una “delocalizzazione di prossimità”.
Si tratta del fenomeno del reshoring, cioè del rientro delle produzioni prevalentemente di fascia medio-alta dall’Asia verso i paesi di origine come l’Italia (back-reshoring) o verso i paesi del bacino del Mediterraneo o dell’Europa dell’Est(near-reshoring). Il fenomeno, da leggere all’interno della dinamica globale, non rappresenta tuttavia una totale inversione di tendenza. Esso è piuttosto complementare e simultaneo a fenomeni di delocalizzazione dipendenti dall’attrattività delle condizioni economiche e istituzionali e dal livello di qualità artigianale richiesto.
È molto interessante osservare quanto il tema della qualità percepita sia centrale oggi per orientare le scelte produttive delle griffes, dato che all’estero il mercato del lusso cerca il vero made in Italy per il quale «i super-ricchi cinesi sono disposti a spendere fino al 50% in più» (Bubbico D., Redini V. e Sacchetto D., I cieli e i gironi del lusso. Processi lavorativi e di valorizzazione nelle reti della moda, 2017). È quindi chiaro il valore commerciale assoluto del marchio e il peso della retorica della narrazione dei luoghi nutrita di un immaginario artistico, produttivo e perfino paesaggistico necessario a sostanziare l’“economia del brand”. Come ha ben sintetizzato uno dei lavoratori intervistati per la ricerca sui marchi delle calzature del lusso pubblicata da Abiti Puliti nel 2017: «Alle imprese globali non importa dove si realizza la produzione. A loro basta disporre di filiere produttive funzionali ai loro progetti e poter scrivere sui propri prodotti made in Prada, piuttosto che made in Tod’s» (vedi il rapporto “Il vero costo delle scarpe” su www.abitipuliti.org).

L’operazione di marketing compiuta dalle griffes fa leva sul made in Italy o in Europe come vettore di un immaginario sociale e culturale puro che, alla prova dei fatti, non esiste, al solo scopo di rafforzare l’“economia del brand”. Quello che invece emerge dalle numerose indagini svolte è una realtà ben più articolata e scomoda: una realtà che vede l’utilizzo delle catene di fornitura e di subfornitura fino al lavoro a domicilio quali opportunità per esternalizzare responsabilità, abbassare drasticamente il costo del lavoro, mettere in competizione lavoratori poveri italiani, rumeni, albanesi, tunisini o cinesi (per citarne alcuni) operanti sia in Italia che all’estero. Il miracolo è compiuto: oggi può accadere che un ricco consumatore cinese possa finalmente acquistare un prodotto di lusso italiano confezionato da una lavoratrice albanese in Albania pagata con un salario da fame oppure in Italia da un terzista spinto a frodare i lavoratori, il fisco e il sistema previdenziale o ancora da un laboratorio cinese operante nel cono d’ombra dell’economia sommersa.
Una delle cause è nelle pratiche commerciali adottate dalle imprese leader che appaltano commesse a costi troppo bassi per garantire il rispetto della legalità e dei diritti. La totale libertà di circolazione dei capitali e delle merci associata alle politiche attive di attrazione degli investimenti esercitate dai governi europei favorisce il rientro delle produzioni nel nostro paese e/o in Europa. Le imprese leader però esibiscono solo la parte del processo produttivo funzionale ad accrescere il valore del brand mentre occultano, anche attraverso obblighi di confidenzialità con i fornitori, le dinamiche di irregolarità e sfruttamento prodotte man mano che si scende nella filiera.
Nelle stesse filiere globali possono dunque convivere funzioni professionali pagate profumatamente come il design, il marketing, la comunicazione, il lavoro specializzato, con una massa di lavoratori, soprattutto donne, sfruttati, flessibili, irregolari, spesso privi di tutele e rappresentanza. Essi sono le principali vittime di un imponente processo di pauperizzazione prodotto dalla dinamica selettiva delle catene di produzione su scala globale.

In tale contesto il tanto celebrato made in Italy veicolato come sinonimo di maggiori garanzie sui diritti e sulla qualità sociale dei prodotti si scontra con la realtà materiale che incontriamo. Se un paio di scarpe è solo progettato in Italia e poi cucito in stabilimenti di proprietà dei marchi o presso sub-terzisti in Serbia, Albania o Indonesia (per citarne solo alcuni) da lavoratori stranieri miserabili oppure in Italia da parte di terzisti che pagano salari inferiori al livello dignitoso, quale significato e valore ha davvero oggi parlare di made in Italy?

L’Italia: snodo mondiale ed europeo strategico
Senza vincoli di proprietà, la rete di produzione globale costituisce un contesto socio-spaziale ideale per favorire la mobilità della produzione verso i territori più convenienti in termini di fiscalità, costo del lavoro, infrastrutture e rapidità di trasporto. L’intero apparato produttivo mondiale è messo a disposizione dei grandi marchi in una sorta di just in time che rende perfino superflua la disputa sul made in Italy. L’Italia è uno snodo strategico, per le diverse funzioni che assolve nell’ambito del sistema globale: ideativa, produttiva, distributiva e simbolica, con un territorio straordinariamente prossimo ad uno dei principali bacini di manodopera a basso costo del pianeta: l’Europa centrale, orientale e sud-orientale, senza naturalmente dimenticare il Mediterraneo.
I governi, dal canto loro, competono per attrarre le imprese globali offrendo le condizioni più vantaggiose. Un caso esemplare è quello della Serbia, dove una forte deindustrializzazione ha decimato il settore del tessile-abbigliamento-calzature all’indomani del collasso della Federazione Jugoslava. Il settore, che fino agli anni Ottanta vantava 250.000 addetti e un mercato interno autosufficiente per la confezione del prodotto finito, oggi è sostanzialmente scomparso e totalmente dipendente dalle esportazioni verso paesi come l’Italia (37,4%), la Germania (13%), la Russia (9,7%) e la Bosnia Erzegovina (7,9%). L’industria tessile serba, nonostante il progressivo e inesorabile impoverimento (meno100.000 occupati dagli anni Ottanta, condizioni di lavoro pessime, povertà diffusa) resta quella trainante nelle esportazioni che però, dopo gli accordi sottoscritti con l’Unione europea (Ue) avvengono principalmente in regime di Traffico di perfezionamento passivo o TPP (regime doganale che consente alle imprese comunitarie di esportare materie prime o semilavorati in paesi non Ue per poi reimportarle senza pagare dazi), che rappresenta il colpo di grazia per l’economia nazionale e per il reddito dei lavoratori (vedi il rapporto “Europe’s Sweatshop – L’Europa dello sfruttamento” su www.abitipuliti.org).
In Serbia, fra i grandi marchi della fast fashion e del lusso che attingono al bacino depresso di manodopera locale low-cost, sono stati individuati Armani, Calzedonia, D&G, H&M, Inditex/Zara, Louis Vuitton, Mango, Max Mara, Zegna, Geox, Golden Lady, Gucci, Prada, Versace (idem). Qui il salario minimo legale netto vale 189 euro mensili, valore nettamente al di sotto della soglia di povertà pari a 256 euro, e appena il 29% del salario minimo dignitoso stimato dai lavoratori intervistati dai ricercatori della Clean Clothes Campaign (CCC).

Ma ciò ancora non basta. Oltre a regimi doganali favorevoli e manodopera a basso costo, la Serbia offre anche generosi incentivi ai capitali esteri purché investano nel paese: sovvenzioni, zone franche, esenzioni fiscali, incentivi per l’assunzione di disoccupati, terreni e infrastrutture. Come nel caso della Geox, che ha ricevuto 11,25 milioni di euro dal governo per aprire lo stabilimento inaugurato a Vranje nel 2016 con l’impegno di assumere 1.250 lavoratori cui corrispondere salari maggiorati del 20% rispetto al minimo legale. Impegno che, secondo quanto riportato ancora nell’ultimo rapporto pubblicato dalla CCC nel 2017, non è stato rispettato. I lavoratori intervistati hanno dichiarato di percepire salari compresi tra 25.000 e 36.000 RSD (dinaro serbo), per una media di 30.000 RSD (248 euro). Ciò significa che essi guadagnavano in media l’89% di quanto il datore era contrattualmente obbligato a pagare, e che una parte percepiva un salario addirittura inferiore al minimo legale netto. In media i lavoratori intervistati percepivano solo il 39% del salario minimo dignitoso calcolato dagli stessi lavoratori, a conferma della condizione strutturale di povertà diffusa nel settore e nei paesi dell’Est Europa con i quali le imprese italiane del settore intrattengono maggiori rapporti produttivi in regime di TPP.
A una lavoratrice albanese o rumena occorre un’ora di lavoro per acquistare un litro di latte mentre alla collega tedesca solo sei minuti (vedi il report “Il lavoro sul filo di una stringa”). Questa semplice comparazione tra i poteri d’acquisto spiega immediatamente l’enorme disparità prodotta nelle catene di fornitura dove l’asimmetria di potere tra chi comanda a monte e chi esegue a valle, si riflette sulle condizioni di vita dei più vulnerabili, che si tratti delle lavoratrici dell’Europa dell’Est al servizio delle griffes europee o delle lavoratrici italiane intrappolate al fondo della stessa filiera in competizione con le colleghe cinesi, albanesi o macedoni.
La corsa verso il basso non ha frontiere e in un sistema profondamente interconnesso sta producendo un pericoloso peggioramento delle condizioni di lavoro anche nel nostro paese, dove esistono sacche dilaganti di economia sommersa affiancate dalla proliferazione di contratti peggiorativi o “pirata”.
Val la pena di ricordare che i contratti peggiorativi sono proliferati grazie alla spinta propulsiva della Banca Centrale Europea che ha imposto all’Italia pesanti riforme alla contrattazione salariale collettiva (vedi il sole 24 ore del 29 settembre 2011). Diktat accolto istantaneamente dal governo italiano che con l’art. 8 del decreto 138/2011 ha stabilito la possibilità di siglare accordi sindacali aziendali o territoriali che possono derogare in peggio a quanto stabilito dai contratti collettivi nazionali e dalla legge.

Il ruolo delle politiche EU e dei governi
Come già ricordato le reti di produzione globale non sono fenomeni sconnessi dal contesto socio-economico in cui operano. Anzi, esse interagiscono dinamicamente con le vocazioni produttive territoriali e gli assetti politico-istituzionali in un intenso rapporto di scambio, oggi del tutto a vantaggio delle imprese.
Dai casi analizzati, emerge un ruolo molto attivo dei governi nazionali e delle istituzioni europee volto a creare un ambiente favorevole agli investitori e alle imprese. Le forme di condizionamento esercitate dalla Commissione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale sui paesi post-socialisti osservati, ad esempio, limitano lo sviluppo salariale mediantel’imposizione di politiche economiche restrittive come contropartita all’erogazione di finanziamenti, misure che hanno favorito la nascita di un’area a basso reddito all’interno del continente europeo.
L’Italia, dove da decenni trionfano politiche di stampo liberista centrate sulla flessibilizzazione del mercato del lavoro come fattore di crescita e competitività, non è esente da tali dinamiche. Il progressivo impoverimento dei lavoratori, la crescita sensibile delle diseguaglianze economiche e sociali, l’aumento della povertà relativa ed assoluta, testimoniano il fallimento di politiche pubbliche che sono intervenute pesantemente nell’economia a sostegno della parte più forte nei rapporti di produzione, le imprese. Ciò è perfettamente sintetizzato nei dati rilasciati dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, secondo cui in Italia la quota dei redditi da lavoro sul PIL è passata dal 66,1% del 1976 al 53% del 2016 (Fana M., Non è lavoro, è sfruttamento, 2017).
La sorveglianza sistematica dello sviluppo salariale e l’invito a fissare salari minimi che generano povertà a livello nazionale, è ormai uno strumento normale delle politiche Ue. Ciò contraddice palesemente gli obiettivi di riduzione della povertà indicati nella Strategia Europa 2020 e nel Pilastro europeo dei diritti socialidove si afferma: «Retribuzioni minime di livello adeguato garantiscono uno standard dignitoso di vita ai lavoratori e alle loro famiglie e contribuiscono a ridurre l’incidenza della povertà lavorativa».

Conclusioni
Il punto di vista del lavoro fatica oggi a condizionare le agende politiche a tutti i livelli. Siamo di fronte ad una frantumazione delle filiere produttive che agevola fenomeni di dumping e sfruttamento endemico dei lavoratori, sempre più vulnerabili, atomizzati, precari e confinati in aree periferiche lontane dai centri decisionali. Alla frantumazione delle filiere corrisponde una disintegrazione sociale che, unitamente al timore dei paesi produttori di perdere i loro margini competitivi, alla paura dei lavoratori di perdere il posto di lavoro e alla repressione e alle minacce subite di chi ha avuto il coraggio di esporsi con denunce pubbliche, neutralizza il conflitto sociale, ostacola l’organizzazione collettiva e la formazione di sindacati liberi capaci di fare gli interessi dei lavoratori.
Si rende quindi sempre più urgente una revisione delle politiche pubbliche coerente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, a partire da una presa d’atto pubblica delle pessime condizioni di lavoro e di vita che affliggono più di 60 milioni di lavoratori, in particolare donne, nell’industria globale dell’abbigliamento e delle calzature. Dall’analisi condotta sul settore analizzato, l’obiettivo ambizioso di porre fine alla povertà attraverso la creazione di posti di lavoro sicuri e dignitosi è posto in forte discussione dalla realtà di una crescita economica sostenuta da politiche pubbliche a favore degli investitori, sganciata dal benessere delle comunità, tutt’altro che inclusiva e sostenibile. Crescita che lascia a terra i lavoratori più vulnerabili, in particolare le donne, abdicando al compito di ridurre le diseguaglianze di genere, semmai acuite quale elemento competitivo a favore delle imprese. Tra le cause della crescita delle diseguaglianze vi è il perseverare degli Stati e degli organismi internazionali a promuovere principi e raccomandazioni di carattere volontario per la difesa dei diritti umani mentre si rafforza una cornice globale fatta di leggi, regole, trattati e incentivi orientati ad assicurare politiche pubbliche favorevoli agli investitori e alle imprese, a scapito della capacità dei governi di proteggere i cittadini e le comunità.
Un quadro normativo vincolante per le imprese transnazionali a livello internazionale, europeo e nazionale, che superi l’approccio volontario, è oggi più che mai necessario. A tal proposito è fondamentale il sostegno esplicito dei Governi e dell’Ue al processo negoziale avviato dal Gruppo di lavoro intergovernativo delle Nazioni Unite per la definizione di un Trattato vincolante per le multinazionali in materia di diritti umani. Inoltre è necessario affermare una visione sistemica e coerente tra le politiche in materia di commercio, investimenti e lavoro, in modo da promuovere accordi, leggi e incentiviche riconoscano la supremazia dei diritti umani sugli interessi economici di stampo privatistico. Senza un deciso e radicale cambio di prospettiva, è difficile pensare ad una effettiva implementazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, costantemente minacciati o addirittura ostacolati da politiche di segno opposto molto più efficaci e cogenti.

giovedì 9 agosto 2018

La verità sulle stragi dei braccianti è negli scontrini

O non capiamo o facciamo finta di sapere come si fa. Cercherò di spiegarmi, proponendovi alcune domande. Chi sono i negrieri? Gli autisti dei pulmini coinvolti negli incidenti mortali o gli uffici acquisti delle imprese della Grande Distribuzione?

giovedì 2 agosto 2018

A #Bologna il tempo si fermò, #2agosto

Quando si scende da un treno,  si esce in piazza Medaglia D'Oro e si fissa quell'orologio. Non segna l'ora giusta, le lancette sono immobili. "Chissà da quanto tempo è rotto", si lamenta, senza immaginare che la vera vergogna è non sapere perché lì, a Bologna, quell'orologio, è fermo.

venerdì 13 luglio 2018

L'antimafia è un grosso business

In un mondo sempre più mercantilistico, anche nobili ideali come l'antimafia possono essere sfruttati e merceficati per creare ingenti profitti.

Il Procuratore Nicola Gratteri ha utilizzato parole tanto chiare e vere: ” Le associazioni antimafia stanno diventando un business e bisogna smetterla di erogare contribuiti in maniera così consistente, così come bisogna smetterla di far intervenire gli studenti ad incontri molto spesso inutili sulla legalità e sulla criminalità organizzata. Si potrebbero organizzare di pomeriggio in orari extrascolastici e non di mattina quando i ragazzi devono fare lezione. Basta insomma con l’antimafia di parola e di maniera”.

Una antimafia di parola che fa proclami, che riempie le piazze ma che concretamente si alimenta grazie ad un business milionario.

Sono circa 2000 le associazioni antimafia iscritte nei registri delle regioni e dei comuni.

Fondare una associazione antimafia è semplice: si utilizza il nome di un eroe antimafia per attirare l’attenzione, ci si costituisce in associazione onlus ambito regionale.

Associazioni che non vivono esclusivamente dei contributi dei propri iscritti, ma hanno la possibilità di accedere al 5 per mille. Grazie a progetti nelle scuole come ad acquisizioni di e si stila  uno statuto per poi iscriversi all’albo regionale delle organizzazioni di volontariato.  Anche per le fondazioni l’iter è semplice e  possono richiedere il riconoscimento alla prefettura operando a livello nazionale o in bandi nazionali o locali oppure tramite finanziamenti, si arriva a far circolare svariati milioni di euro nelle varie associazioni e comitati, inoltre la trasparenza non è di casa con bilanci spesso introvabili

Non solo finanziamenti, esiste infatti un modo lecito e semplice per ingrassare le casse delle associazioni antimafia, costituirsi parte civile nei vari procedimenti istruiti in tutte le procure italiane.

Alcune associazioni hanno sedi in tutta Italia proprio per potersi costituire nei vari processi sparsi da nord a sud..

In uno dei processi più importanti degli ultimi anni, Mafia Capitale,  le richieste delle associazioni per costituirsi parte civile sono state 64: 41 bocciate e 23 accolte.

L’associazione antimafia più nota “Libera” fondata da don Luigi Ciotti nel 1995, già fondatore del Gruppo Abele, nell’anno 2014 ha ottenuto un risarcimento di 500 mila euro nel processo “Meta” , proventi reimpiegati per l’assistenza legale dei familiari vittime di mafia o per i testimoni di giustizia.

Libera è iscritta dal 2002 nel registro nazionale delle Associazioni di promozione sociale, gode di una rete di oltre 1500 associazioni locali, comitati  e gruppi, 20 coordinamenti regionali, 82 provinciali e 278 presidi locali.

Una associazione presente su tutto il territorio nazionale che ha quindi la possibilità di costituirsi parte civile nei vari procedimenti penali istruiti per reati di mafia, da Nord a Sud. Solo nel 2016 Libera si è costituita parte civile in 23 procedimenti con annessi i vari stralci.

Al processo “Infinito” la Federazione Antiracket Italia è riuscita ad ottenere un risarcimento di 50 mila euro ed è molto attiva nei vari tribunali informandosi sui possibili procedimenti nei quali potrebbe costituirsi parte civile.

Non importa se l’imputato possa o meno risarcire perché in caso di inadempienza ed incapacità patrimoniale, interviene lo Stato pagando le associazioni attingendo al fondo vittime di mafia.

Altro business sono i beni confiscati nel quale campo Libera gode di una sorta di “monopolio”  grazie alle numerose associazioni satelliti che le gravitano intorno. Arriva a gestire circa 10 milioni di euro in beni confiscati.

Con un tale giro d’affari è inevitabile che la mafia si interessi all’antimafia e quanto dichiarato dal pentito  della ‘ndrangheta Luigi Bonaventura non fa altro che metterci il carico da novanta: “La ‘ndrangheta studia a tavolino la possibilità di avvicinare associazioni antimafia per continuare i propri affari”.

Non sono pochi i casi nei quali soggetti facenti parte di associazioni antimafia siano incappati nelle maglie della giustizia per una mala gestione dei beni a loro assegnati o per fondi spariti.

L’antimafia si fa business e così facendo, si rischia di snaturare il vero senso civico dell’antimafia, parrebbe che l’unico scopo sia cercare di ottenere la fetta più grossa disponibile sul mercato, così l’antimafia è diventata un mestiere.

mercoledì 11 luglio 2018

La “Guerra dei dazi”: enneesimo capolavoro di retorica che pagheremo caro

Negli ultimi tempi, si fa un gran parlare di “guerra dei dazi” tra Stati Uniti e Unione Europea. Si tratta, come cercheremo di argomentare, di un capolavoro di retorica che vale la pena analizzare, punto per punto, in tutte le sue sfaccettature.

Il cinema come testimone di un Paese violento e volgare

Credo che in tutta onestà dobbiamo riconoscere che Carlo Vanzina è stato un uomo sfortunato. Come è successo a tanti, ha scelto per sé – o forse la vita ha scelto per lui – di fare l’artigiano, come suo padre. E probabilmente era bravo a fare quel mestiere almeno quanto lo era stato suo padre e forse anche di più, perché aveva avuto l’opportunità di veder lavorare, oltre a suo padre, tanti altri bravissimi artigiani, di carpire da loro i segreti del mestiere. Ma il lavoro di un bravo falegname si misura anche con la qualità del materiale che ha a disposizione: per quanto sia bravo, se il legno che deve usare è scadente, quel mobile durerà poco. Certo un bravo falegname è capace di nascondere i difetti del legno, sa realizzare il meglio possibile con quello che ha, ma non può fare miracoli. A Steno era capitato Totò, a suo figlio Massimo Boldi e Jerry Calà e ha fatto quello che ha potuto.
Carlo Vanzina ha dovuto raccontare un’Italia che faceva schifo, ma che, non essendone consapevole, si voleva far bella di quella schifezza: inevitabilmente i suoi film sono quello che sono.
Certo Vanzina è anche colpevole, perché quello che fa il cinematografo, a differenza del falegname, non è solo un artigiano, è anche un operatore culturale, è uno che contribuisce a plasmare l’immaginario, a creare la cultura di un tempo. E i film di Carlo Vanzina sono stati a un tempo l’effetto e la causa: i film di Vanzina erano quello che erano perché l’Italia faceva schifo e l’Italia faceva schifo, anche perché i film di Vanzina – anche se non solo i suoi – la rendevano così.
L’Italia che raccontava Steno non era meno volgare di quella che descriveva suo figlio, ma le convenienze – e anche la vecchia e cara censura democristiana – imponevano che quella volgarità non fosse rappresentata. Quando i “soliti ignoti”, così fieramente popolari e popolani, dopo una notte di duro “lavoro”, scoprono che al di là del muro abbattuto non c’è il monte di pietà, pensate che non abbiano bestemmiato tutti i santi del paradiso? Ma nel film quelle imprecazioni non ci sono. In quei film ci sono attrici che sono più belle che brave, come capita sovente anche nei film di Vanzina. Ma siccome allora il massimo che si poteva vedere era una spalla o una coscia – e per un qualche fotogramma – anche quelle attrici meno bravi dovevano essere capaci di sfoderare la loro capacità di seduzione. Vanzina poteva spogliare le sue attrici, a cui non si richiedeva che di essere bellissime.
Poi capita di essere indulgenti quando si guardano i primi film di Carlo Vanzina. Certo gioca la sua parte anche la nostalgia, il ricordo di quando eravamo ragazzi, ma a volte dobbiamo ammettere che non erano poi così brutti, perché li confrontiamo con quelli di oggi. L’Italia di Sapore di mare e Vacanze di Natale ci rischia di apparire meno volgare e violenta di quella di oggi, per quanto facesse già abbastanza schifo. Anche nell’Italia raccontata dagli artigiani della generazione del padre di Carlo c’erano molti problemi, era un paese bigotto, maschilista, violento, ignorante, ma quei film dovevano anche offrire una qualche speranza, perché il cinema, anche quello di intrattenimento, voleva raccontare un paese che stava crescendo, seppur a fatica, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, verso cui quegli autori non erano certamente indulgenti. E insieme ai tantissimi artigiani, c’erano anche degli artisti, a volte quegli stessi artigiani erano artisti.
Vanzina è stato sfortunato anche perché si è trovato in un’Italia in cui gli artisti non c’erano più e in cui anche gli artigiani erano sempre meno considerati, perché per fare un mobile non serve perder tempo con un falegname, basta realizzare una struttura in serie, che costi poco e che sia di scarsa qualità, in modo che si rompa il prima possibile e che sia presto da sostituire. Gli artigiani perdono troppo tempo: cosa ci vuole a fare un film? un bel culo, un paio di rutti, parecchie volgarità e sei a posto. L’Italia di oggi fa più schifo di quella raccontata da Vanzina e ormai non serve neppure più raccontarla in un film, scriverci sopra una sceneggiatura: è tutto un reality, basta accendere la macchina da presa e comincia lo spettacolo. Non sai fare nulla, ma proprio nulla: sei perfetto. A noi non toccherà di rimpiangere Totò e Pasolini, temo finiremo per rimpiangere Boldi e Vanzina.

lunedì 9 luglio 2018

SOTTO IL VESTITO (I TWEET E POST FB). NIENTE

Dietro gli annunci fb e i tweet che i tizi del governo che stanno inondando l’opinione pubblica su temi più svariati riguardanti riforme di vario tipo, ordine, grado: reddito di cittadinanza, flax tax, decreto dignità, ecc, nob c'è niente di serio.  Soprattutto all’ordine del giorno il tema dei migranti elevato a questione epocale, anche per occultare temporaneamente la “mirabolanza” delle promesse avanzate in campagna elettorale.

E’ il caso però di ricordare che incombono sull’economia italiana e sulla vita di tutti i giorni questioni molto serie, vitali per il rapporto  tutto da ricostruire nel nostro paese tra lavoro e sviluppo .

Rapporto tra lavoro e sviluppo messo in un canto, è bene ricordarlo, da tutti i governi precedenti: centro – sinistra; centro – destra; tecnici; solidarietà nazionale, e via discorrendo, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi per non risalire a Prodi.

Romano Prodi che ricordiamlo sempre fu ministro dell’industria nel governo Andreotti e commissario all’IRI allorquando, anni ’80 – ’90 del XX secolo, si procedette allo smantellamento dell’Istituto per la ricostruzione industriale e a una serie di “mortali” privatizzazioni.

Proviamo allora ad affrontare un punto, di estrema attualità e importanza: lunedì mattina, 2 luglio, davanti ai portoni del Ministero dell’Industria in via Veneto ci saranno, infatti, i lavoratori dell’ILVA di Taranto che si sono autoconvocati dopo lo slittamento dei termini per la vendita della loro azienda al colosso Arcelor – Mittal, amministratore delegato indiano, sede in Lussemburgo, produzione annua di 97,03 milioni di tonnellate di acciaio.
La produzione dei più grandi gruppi italiani è ferma a 4,73 milioni di tonnellate l’ILVA e a 3,19 Arvedi.

Da ricordare come l’Italia sia importatrice di materiale. Nel primo semestre del 2017 l’import italiano ha raggiunto queste cifre: tubi (322.522 tonnellate), seguiti dalle materie prime (3,12 milioni di tonnellate), dai piani (5,36 milioni di tonnellate) e dai lunghi ( 1,21 milioni di tonnellate).  Acquisti di semilavorati a 1,69 milioni di tonnellate.

Per ciò che concerne la tipologia di acciai importati:  acciai al carbonio (6,49 milioni di tonnellate) e di acciai inox (669.660 tonnellate), gli acciai speciali ( 1,05 milioni di tonnellate).

Perché il tema è proprio quello dell’acciaio e dei suoi comparti limitrofi.

L’acciaio rimane il prodotto fondamentale per lo sviluppo industriale di un paese. Sarà il caso ricordare che serve per le strutture che reggono le case, per gli aerei, le automobili, i grandi impianti industriali e dell’energia.

Quello dell’acciaio è il settore al centro dello scontro sulla guerra globale dei dazi innestata dalla presidenza Trump.

In Italia il settore vale diverse decine di migliaia di posti di lavoro in una situazione complessiva nella quale sono presenti le più importanti emergenze ambientali, si verificano quotidianamente incidenti sul lavoro (che richiamo alla necessità della modernizzazione degli impianti e quindi all’esigenza di investimenti, coem del resto il rapporto con l’ambiente), mentre i lavoratori in molte situazioni stanno con il fiato sospeso per via del declino degli ammortizzatori sociali.

Lavoratori che ci auguriamo qualcuno non pensi di spedire a casa per poi disporre di una massa di assistiti costretti alla riconoscenza verso le elemosine della politica e quindi votanti obbligati per conservare la sopravvivenza: altro che clientelismo DC!

Il governo Lega – M5S dovrà quindi decidere se onorare l’accordo siglato dal precedente governo PD sull’Ilva di Taranto, oppure se dar seguito agli intenti elettoralistici di indefinita riconversione se non addirittura di chiusura.

E’ il caso di ricordare che da quella dello Stabilimento di Taranto dipenda anche la produzione di Genova e Novi .

Intanto sale la preoccupazione a Piombino perché sta procedendo a rilento la definizione dell’accordo di programma tra gli indiani di Jindal e il governo italiano: sono già stati rinviati diversi incontri.

Egualmente in fase di stallo la situazione dell’ex-Alcoa di Portovesme: il nuovo proprietario svizzero Sider Alloys dovrebbe far ripartire la fabbrica nell’aprile prossimo, ma a dicembre scadono gli ammortizzatori sociali e tutto appare quanto mai incerto, tanto più che il carrozzone Invitalia (quello della piò o meno fantomatica area di crisi industriale complessa a Savona) appare defilato.

Crisi anche per la Kme, settore rame proprietà tedesca, stabilimenti in Toscana con 150 esuberi su 1.000 dipendenti.

Ancora Terni, il gioiello degli acciai speciali che la Thyssen ha messo in vendita (si annuncia, tra l’altro, che Krupp si fonde con l’indiana Tata e lascia l’acciaio per l’hi – tech), ma gli acquirenti latitano e corrono voci addirittura di smembramento della fabbrica.

Sorgono, infine, problemi nel rapporto ambiente – lavoro anche a Trieste al riguardo della Ferriera di Servola (gruppo Arvedi) per la quale la Regione annuncia l’apertura di un dossier.

Siamo di fronte, in settori decisivi della prospettiva di sviluppo, a una vera e propria latitanza di iniziativa strategica (nelle nebbie anche la famosa industria 4.0 propugnata dall’ex ministro Calenda) anche da parte della stessa iniziativa sindacale che appare costantemente sulla difensiva.

In questo senso appaiono come centrali e assolutamente prioritarie le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione in atto nel nostro Paese che chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a un’iniziativa “di periodo”.

Il concetto di fondo che dovrebbe essere raccolto e rilanciato è, ancora una volta, quello della gestione e della programmazione economica pubblica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.

Però siamo bombardati dai messaggi pubblicitari e propagandistici sui temi più diversi che si pensa possano rendere voti, e non pare proprio che ci si accorga di questo drammatico stato di cose .

Uno stato di cose che non vale, è il caso di ripeterlo ancora una volta, soltanto per la sorte (importantissima) di decine di migliaia di posti di lavoro ma per il futuro stesso di un Paese di 60 milioni abitanti all’interno di un quadro internazionale in piena evoluzione.

Non ci possiamo permettere di abdicare totalmente dall’industria, nei suoi settori portanti e strategici e ridurci sotto questo aspetto alla totale marginalità come, invece, si sta progressivamente verificando ormai da tanto tempo.

Per quel che riguarda il Governo, non credo propria possa essere possibile aver richiesto la titolarità del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico assieme, soltanto per varare il fantomatico reddito di cittadinanza. Se fosse così non sarebbe soltanto illusorio, ma colpevole: un atto di vera e propria funesta disonestà intellettuale.

mercoledì 4 luglio 2018

Il decreto (non)dignità che conferma il Jobs Act

Ciò che viene presentato come la Waterloo del Jobsact ne è. in realtà, la sostanziale conferma; solo la sfacciataggine di imprese che si preparano ad incassare miliardi di bonifici fiscali e la dabbenaggine reazionaria dei renziani possono accreditare la versione di Di Maio.

L’intervento sui contratti a termine ne riduce la durata, costringe le imprese a qualche piccola bugia, che mai sarà verificata, sulle cosiddette “causali”, ma non cambia la sostanza. Oggi il il 78% dei contratti a termine sono sotto i 12 mesi, per questi non cambia nulla, si verrà assunti e scartati a go go, senza regole come prima. Per gli altri il contratto potrà essere prorogato fino a 24 e non più fino a 36 mesi e per 4 volte e non per 5. Sia chiaro questo vale solo se il contratto viene prorogato, se invece il padrone lascia a casa il precario e poi lo riassume dopo più di venti giorni, si può anche ricominciare da capo; e su questa clausola truffa della legge il decreto non dice nulla.

Il contratto precario è più corto, ma alla fine di esso che succede? Nulla. Se davvero si fosse voluto colpire l’uso distorto di questi contratti si sarebbe dovuto affermare il principio della conferma a tempo indeterminato almeno per una parte di essi. Ti prendi cento dipendenti a tempo determinato per 24 mesi? Bene dopo non puoi ricominciare da capo con altri lavoratori, ma almeno un buona percentuale di coloro che hai assunto li dovrai confermare a tempo indeterminato, non sostituire con altri. Di questo limite invece non c’è traccia nel decreto.

Come tutti sanno, il Jobsact ha come misura simbolo contro il lavoro l’abolizione della tutela dell’articolo 18 per i licenziamenti ingiusti.

Tutti i nuovi assunti, giovani al primo lavoro o anziani che il lavoro l’hanno perso, sono senza la tutela dell’articolo 18, cioè il loro contratto a tempo indeterminato in realtà è un contratto precario, possono essere licenziati in qualsiasi momento. Se si fosse ripristinato l’articolo 18, davvero il Jobsact e il suo autore Renzi sarebbero stati rovinosamante sconfitti. Ma la sola cosa che fa il governo é aumentare l’indennità di licenziamento ingiusto, fino a 36 mesi rispetto ai 24 attuali per chi ha 12 anni di anzianità. Anzianità che ovviamente non ha maturato nessuno dei lavoratori assunti da quando è in vigore il Jobsact e alla quale è difficile che molti di loro arrivino mai.

Il Jobsact ha cancellato la tutela reale contro i licenziamenti ingiusti, cioè la reintegra al lavoro, degradandola a tutela risarcitoria, cioè prendi un po’ di soldi e vai. Per questo è nella storia delle infamie contro il lavoro. Ora il governo consolida la tutela risarcitoria renziana, cioè fa suo proprio il nucleo ideologico centrale del Jobsact. Che per altro ha distrutto tanti altri diritti del lavoro, con i demansionamenti, il controllo a distanza, i voucher che verranno ripristinati, le 40 differenti forme di assunzioni precarie. Nulla di tutto questo viene toccato dal Decreto Dignità, e non vorrei che Di Maio, parlando di Waterloo del Jobsact, si sia ispirato a quel manager che credeva che in quella storica battaglia il vincitore fosse stato Napoleone.

L’altro tema centrale del decreto è la penalizzazione delle aziende che delocalizzano. Qui sarebbe davvero un cambiamento, ma la montagna ha partorito un topolino. Le aziende che trasferiscono gli impianti all’estero dovrebbero restituire gli aiuti di stato ricevuti, con l’aggiunta di una forte multa. A parte che il principio affermato è ingiusto, cioè paghi e te ne vai, senza alcun obbligo di restare o di trovare lavoro per chi finisce in mezzo ad una strada, c’è da chiarire: ma di quali aiuti di stato si parla?

Come si sa, l’Unione Europea ha proibito gli aiuti di stato alle imprese e in questo modo ha favorito le multinazionali contro le imprese pubbliche e ha distrutto le politiche industriali di paesi come il nostro. Ma naturalmente la proibizione è ipocrita. Ci sono fondi europei, esenzioni fiscali che non sono considerati aiuti di stato. Quindi il decreto colpisce gli aiuti pubblici permessi dalla UE, quelli e solo quelli. Ma chi li ha presi? Sarebbe interessante fare un incrocio tra la le penalizzazioni del decreto e le aziende reali che hanno trasferito gli impianti all’estero, la mia impressione è che su di loro l’effetto sarebbe nullo. Perché tante agevolazioni alle imprese non rientrano negli aiuti di stato ufficiali, anche se sono un bel po’ di aiuto ai loro profitti. Chi penalizza davvero il decreto tra i tanti che hanno fatto o stanno facendo decine di migliaia di licenziamenti? A me pare nessuno.

Il decreto chiede la restituzione dei soldi anche alle imprese che hanno ricevuto ingenti sconti fiscali per comprare macchinari ed impianti e poi se li sono rivenduti e hanno licenziato. Però qui si aggiunge che si dovrà tenere conto del danno che potrebbe arrecare, all’occupazione residua dell’impresa, la penalizzazione per aver trasferito i macchinari. Insomma i licenziamenti dovrebbero essere in modica quantità e si potrebbe scampare alla multa.

Ben più rilevanti sono i provvedimenti varati e promessi alle imprese e agli imprenditori, tutti riconducibili alle regalie fiscali. Si promette un bel bonus sul costo del lavoro e anche qui si è nella pura continuità con i miliardi donati alle imprese con il Jobsact, inoltre si riducono la pressione e soprattutto il controllo fiscale. È la flat tax fai da te: io non ti controllo, tu guadagni. Per altro la più scandalosa di queste misure è l’abolizione sostanziale del redditometro, con il quale se al fisco risulta che un imprenditore ha la villa a Portofino e quattro SUV Mercedes, allora non può più dichiarare 10.000 euro di reddito all’anno.

Infine si colpiscono le pubblicità ai giochi d’azzardo, giusto; ma la gente si rovinava anche quando non c’erano gli spot in tv. É contro le bische di stato, che producono ingenti entrate allo stato, che bisognerebbe agire.

Il Decreto Dignità è dunque sostanzialmente una operazione propagandistica che conferma e rafforza la sostanza del Jobsact, mentre proclama di distruggerlo in un certo senso gli conferisce dignità. Perché allora Confindustria ed imprese levano gli scudi? Intanto per la classica tattica di piangere danni sul nulla e così alzare il prezzo su regali ed agevolazioni. Che ora riceveranno sicuramente, povere imprese dopo tanto soffrire. E poi per dare un segnale inequivocabile al governo gialloverde: finché fate propaganda va bene, ma che davvero non vi venga in mente di stare col lavoro, occupatevi dei barconi e basta.

Oltre alla solita destra berlusconiana anche la Lega ha subito recepito il messaggio. Il partito dei padroni del Nord si darà da fare e vedrete che, se nei testi finali del decreto ci sarà qualcosa che davvero colpisca il potere delle imprese sul lavoro, beh il parlamento la cambierà. E i cinquestelle come sempre abbozzeranno.