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venerdì 13 luglio 2018

L'antimafia è un grosso business

In un mondo sempre più mercantilistico, anche nobili ideali come l'antimafia possono essere sfruttati e merceficati per creare ingenti profitti.

Il Procuratore Nicola Gratteri ha utilizzato parole tanto chiare e vere: ” Le associazioni antimafia stanno diventando un business e bisogna smetterla di erogare contribuiti in maniera così consistente, così come bisogna smetterla di far intervenire gli studenti ad incontri molto spesso inutili sulla legalità e sulla criminalità organizzata. Si potrebbero organizzare di pomeriggio in orari extrascolastici e non di mattina quando i ragazzi devono fare lezione. Basta insomma con l’antimafia di parola e di maniera”.

Una antimafia di parola che fa proclami, che riempie le piazze ma che concretamente si alimenta grazie ad un business milionario.

Sono circa 2000 le associazioni antimafia iscritte nei registri delle regioni e dei comuni.

Fondare una associazione antimafia è semplice: si utilizza il nome di un eroe antimafia per attirare l’attenzione, ci si costituisce in associazione onlus ambito regionale.

Associazioni che non vivono esclusivamente dei contributi dei propri iscritti, ma hanno la possibilità di accedere al 5 per mille. Grazie a progetti nelle scuole come ad acquisizioni di e si stila  uno statuto per poi iscriversi all’albo regionale delle organizzazioni di volontariato.  Anche per le fondazioni l’iter è semplice e  possono richiedere il riconoscimento alla prefettura operando a livello nazionale o in bandi nazionali o locali oppure tramite finanziamenti, si arriva a far circolare svariati milioni di euro nelle varie associazioni e comitati, inoltre la trasparenza non è di casa con bilanci spesso introvabili

Non solo finanziamenti, esiste infatti un modo lecito e semplice per ingrassare le casse delle associazioni antimafia, costituirsi parte civile nei vari procedimenti istruiti in tutte le procure italiane.

Alcune associazioni hanno sedi in tutta Italia proprio per potersi costituire nei vari processi sparsi da nord a sud..

In uno dei processi più importanti degli ultimi anni, Mafia Capitale,  le richieste delle associazioni per costituirsi parte civile sono state 64: 41 bocciate e 23 accolte.

L’associazione antimafia più nota “Libera” fondata da don Luigi Ciotti nel 1995, già fondatore del Gruppo Abele, nell’anno 2014 ha ottenuto un risarcimento di 500 mila euro nel processo “Meta” , proventi reimpiegati per l’assistenza legale dei familiari vittime di mafia o per i testimoni di giustizia.

Libera è iscritta dal 2002 nel registro nazionale delle Associazioni di promozione sociale, gode di una rete di oltre 1500 associazioni locali, comitati  e gruppi, 20 coordinamenti regionali, 82 provinciali e 278 presidi locali.

Una associazione presente su tutto il territorio nazionale che ha quindi la possibilità di costituirsi parte civile nei vari procedimenti penali istruiti per reati di mafia, da Nord a Sud. Solo nel 2016 Libera si è costituita parte civile in 23 procedimenti con annessi i vari stralci.

Al processo “Infinito” la Federazione Antiracket Italia è riuscita ad ottenere un risarcimento di 50 mila euro ed è molto attiva nei vari tribunali informandosi sui possibili procedimenti nei quali potrebbe costituirsi parte civile.

Non importa se l’imputato possa o meno risarcire perché in caso di inadempienza ed incapacità patrimoniale, interviene lo Stato pagando le associazioni attingendo al fondo vittime di mafia.

Altro business sono i beni confiscati nel quale campo Libera gode di una sorta di “monopolio”  grazie alle numerose associazioni satelliti che le gravitano intorno. Arriva a gestire circa 10 milioni di euro in beni confiscati.

Con un tale giro d’affari è inevitabile che la mafia si interessi all’antimafia e quanto dichiarato dal pentito  della ‘ndrangheta Luigi Bonaventura non fa altro che metterci il carico da novanta: “La ‘ndrangheta studia a tavolino la possibilità di avvicinare associazioni antimafia per continuare i propri affari”.

Non sono pochi i casi nei quali soggetti facenti parte di associazioni antimafia siano incappati nelle maglie della giustizia per una mala gestione dei beni a loro assegnati o per fondi spariti.

L’antimafia si fa business e così facendo, si rischia di snaturare il vero senso civico dell’antimafia, parrebbe che l’unico scopo sia cercare di ottenere la fetta più grossa disponibile sul mercato, così l’antimafia è diventata un mestiere.

mercoledì 11 luglio 2018

La “Guerra dei dazi”: enneesimo capolavoro di retorica che pagheremo caro

Negli ultimi tempi, si fa un gran parlare di “guerra dei dazi” tra Stati Uniti e Unione Europea. Si tratta, come cercheremo di argomentare, di un capolavoro di retorica che vale la pena analizzare, punto per punto, in tutte le sue sfaccettature.

Il cinema come testimone di un Paese violento e volgare

Credo che in tutta onestà dobbiamo riconoscere che Carlo Vanzina è stato un uomo sfortunato. Come è successo a tanti, ha scelto per sé – o forse la vita ha scelto per lui – di fare l’artigiano, come suo padre. E probabilmente era bravo a fare quel mestiere almeno quanto lo era stato suo padre e forse anche di più, perché aveva avuto l’opportunità di veder lavorare, oltre a suo padre, tanti altri bravissimi artigiani, di carpire da loro i segreti del mestiere. Ma il lavoro di un bravo falegname si misura anche con la qualità del materiale che ha a disposizione: per quanto sia bravo, se il legno che deve usare è scadente, quel mobile durerà poco. Certo un bravo falegname è capace di nascondere i difetti del legno, sa realizzare il meglio possibile con quello che ha, ma non può fare miracoli. A Steno era capitato Totò, a suo figlio Massimo Boldi e Jerry Calà e ha fatto quello che ha potuto.
Carlo Vanzina ha dovuto raccontare un’Italia che faceva schifo, ma che, non essendone consapevole, si voleva far bella di quella schifezza: inevitabilmente i suoi film sono quello che sono.
Certo Vanzina è anche colpevole, perché quello che fa il cinematografo, a differenza del falegname, non è solo un artigiano, è anche un operatore culturale, è uno che contribuisce a plasmare l’immaginario, a creare la cultura di un tempo. E i film di Carlo Vanzina sono stati a un tempo l’effetto e la causa: i film di Vanzina erano quello che erano perché l’Italia faceva schifo e l’Italia faceva schifo, anche perché i film di Vanzina – anche se non solo i suoi – la rendevano così.
L’Italia che raccontava Steno non era meno volgare di quella che descriveva suo figlio, ma le convenienze – e anche la vecchia e cara censura democristiana – imponevano che quella volgarità non fosse rappresentata. Quando i “soliti ignoti”, così fieramente popolari e popolani, dopo una notte di duro “lavoro”, scoprono che al di là del muro abbattuto non c’è il monte di pietà, pensate che non abbiano bestemmiato tutti i santi del paradiso? Ma nel film quelle imprecazioni non ci sono. In quei film ci sono attrici che sono più belle che brave, come capita sovente anche nei film di Vanzina. Ma siccome allora il massimo che si poteva vedere era una spalla o una coscia – e per un qualche fotogramma – anche quelle attrici meno bravi dovevano essere capaci di sfoderare la loro capacità di seduzione. Vanzina poteva spogliare le sue attrici, a cui non si richiedeva che di essere bellissime.
Poi capita di essere indulgenti quando si guardano i primi film di Carlo Vanzina. Certo gioca la sua parte anche la nostalgia, il ricordo di quando eravamo ragazzi, ma a volte dobbiamo ammettere che non erano poi così brutti, perché li confrontiamo con quelli di oggi. L’Italia di Sapore di mare e Vacanze di Natale ci rischia di apparire meno volgare e violenta di quella di oggi, per quanto facesse già abbastanza schifo. Anche nell’Italia raccontata dagli artigiani della generazione del padre di Carlo c’erano molti problemi, era un paese bigotto, maschilista, violento, ignorante, ma quei film dovevano anche offrire una qualche speranza, perché il cinema, anche quello di intrattenimento, voleva raccontare un paese che stava crescendo, seppur a fatica, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, verso cui quegli autori non erano certamente indulgenti. E insieme ai tantissimi artigiani, c’erano anche degli artisti, a volte quegli stessi artigiani erano artisti.
Vanzina è stato sfortunato anche perché si è trovato in un’Italia in cui gli artisti non c’erano più e in cui anche gli artigiani erano sempre meno considerati, perché per fare un mobile non serve perder tempo con un falegname, basta realizzare una struttura in serie, che costi poco e che sia di scarsa qualità, in modo che si rompa il prima possibile e che sia presto da sostituire. Gli artigiani perdono troppo tempo: cosa ci vuole a fare un film? un bel culo, un paio di rutti, parecchie volgarità e sei a posto. L’Italia di oggi fa più schifo di quella raccontata da Vanzina e ormai non serve neppure più raccontarla in un film, scriverci sopra una sceneggiatura: è tutto un reality, basta accendere la macchina da presa e comincia lo spettacolo. Non sai fare nulla, ma proprio nulla: sei perfetto. A noi non toccherà di rimpiangere Totò e Pasolini, temo finiremo per rimpiangere Boldi e Vanzina.

lunedì 9 luglio 2018

SOTTO IL VESTITO (I TWEET E POST FB). NIENTE

Dietro gli annunci fb e i tweet che i tizi del governo che stanno inondando l’opinione pubblica su temi più svariati riguardanti riforme di vario tipo, ordine, grado: reddito di cittadinanza, flax tax, decreto dignità, ecc, nob c'è niente di serio.  Soprattutto all’ordine del giorno il tema dei migranti elevato a questione epocale, anche per occultare temporaneamente la “mirabolanza” delle promesse avanzate in campagna elettorale.

E’ il caso però di ricordare che incombono sull’economia italiana e sulla vita di tutti i giorni questioni molto serie, vitali per il rapporto  tutto da ricostruire nel nostro paese tra lavoro e sviluppo .

Rapporto tra lavoro e sviluppo messo in un canto, è bene ricordarlo, da tutti i governi precedenti: centro – sinistra; centro – destra; tecnici; solidarietà nazionale, e via discorrendo, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi per non risalire a Prodi.

Romano Prodi che ricordiamlo sempre fu ministro dell’industria nel governo Andreotti e commissario all’IRI allorquando, anni ’80 – ’90 del XX secolo, si procedette allo smantellamento dell’Istituto per la ricostruzione industriale e a una serie di “mortali” privatizzazioni.

Proviamo allora ad affrontare un punto, di estrema attualità e importanza: lunedì mattina, 2 luglio, davanti ai portoni del Ministero dell’Industria in via Veneto ci saranno, infatti, i lavoratori dell’ILVA di Taranto che si sono autoconvocati dopo lo slittamento dei termini per la vendita della loro azienda al colosso Arcelor – Mittal, amministratore delegato indiano, sede in Lussemburgo, produzione annua di 97,03 milioni di tonnellate di acciaio.
La produzione dei più grandi gruppi italiani è ferma a 4,73 milioni di tonnellate l’ILVA e a 3,19 Arvedi.

Da ricordare come l’Italia sia importatrice di materiale. Nel primo semestre del 2017 l’import italiano ha raggiunto queste cifre: tubi (322.522 tonnellate), seguiti dalle materie prime (3,12 milioni di tonnellate), dai piani (5,36 milioni di tonnellate) e dai lunghi ( 1,21 milioni di tonnellate).  Acquisti di semilavorati a 1,69 milioni di tonnellate.

Per ciò che concerne la tipologia di acciai importati:  acciai al carbonio (6,49 milioni di tonnellate) e di acciai inox (669.660 tonnellate), gli acciai speciali ( 1,05 milioni di tonnellate).

Perché il tema è proprio quello dell’acciaio e dei suoi comparti limitrofi.

L’acciaio rimane il prodotto fondamentale per lo sviluppo industriale di un paese. Sarà il caso ricordare che serve per le strutture che reggono le case, per gli aerei, le automobili, i grandi impianti industriali e dell’energia.

Quello dell’acciaio è il settore al centro dello scontro sulla guerra globale dei dazi innestata dalla presidenza Trump.

In Italia il settore vale diverse decine di migliaia di posti di lavoro in una situazione complessiva nella quale sono presenti le più importanti emergenze ambientali, si verificano quotidianamente incidenti sul lavoro (che richiamo alla necessità della modernizzazione degli impianti e quindi all’esigenza di investimenti, coem del resto il rapporto con l’ambiente), mentre i lavoratori in molte situazioni stanno con il fiato sospeso per via del declino degli ammortizzatori sociali.

Lavoratori che ci auguriamo qualcuno non pensi di spedire a casa per poi disporre di una massa di assistiti costretti alla riconoscenza verso le elemosine della politica e quindi votanti obbligati per conservare la sopravvivenza: altro che clientelismo DC!

Il governo Lega – M5S dovrà quindi decidere se onorare l’accordo siglato dal precedente governo PD sull’Ilva di Taranto, oppure se dar seguito agli intenti elettoralistici di indefinita riconversione se non addirittura di chiusura.

E’ il caso di ricordare che da quella dello Stabilimento di Taranto dipenda anche la produzione di Genova e Novi .

Intanto sale la preoccupazione a Piombino perché sta procedendo a rilento la definizione dell’accordo di programma tra gli indiani di Jindal e il governo italiano: sono già stati rinviati diversi incontri.

Egualmente in fase di stallo la situazione dell’ex-Alcoa di Portovesme: il nuovo proprietario svizzero Sider Alloys dovrebbe far ripartire la fabbrica nell’aprile prossimo, ma a dicembre scadono gli ammortizzatori sociali e tutto appare quanto mai incerto, tanto più che il carrozzone Invitalia (quello della piò o meno fantomatica area di crisi industriale complessa a Savona) appare defilato.

Crisi anche per la Kme, settore rame proprietà tedesca, stabilimenti in Toscana con 150 esuberi su 1.000 dipendenti.

Ancora Terni, il gioiello degli acciai speciali che la Thyssen ha messo in vendita (si annuncia, tra l’altro, che Krupp si fonde con l’indiana Tata e lascia l’acciaio per l’hi – tech), ma gli acquirenti latitano e corrono voci addirittura di smembramento della fabbrica.

Sorgono, infine, problemi nel rapporto ambiente – lavoro anche a Trieste al riguardo della Ferriera di Servola (gruppo Arvedi) per la quale la Regione annuncia l’apertura di un dossier.

Siamo di fronte, in settori decisivi della prospettiva di sviluppo, a una vera e propria latitanza di iniziativa strategica (nelle nebbie anche la famosa industria 4.0 propugnata dall’ex ministro Calenda) anche da parte della stessa iniziativa sindacale che appare costantemente sulla difensiva.

In questo senso appaiono come centrali e assolutamente prioritarie le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione in atto nel nostro Paese che chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a un’iniziativa “di periodo”.

Il concetto di fondo che dovrebbe essere raccolto e rilanciato è, ancora una volta, quello della gestione e della programmazione economica pubblica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.

Però siamo bombardati dai messaggi pubblicitari e propagandistici sui temi più diversi che si pensa possano rendere voti, e non pare proprio che ci si accorga di questo drammatico stato di cose .

Uno stato di cose che non vale, è il caso di ripeterlo ancora una volta, soltanto per la sorte (importantissima) di decine di migliaia di posti di lavoro ma per il futuro stesso di un Paese di 60 milioni abitanti all’interno di un quadro internazionale in piena evoluzione.

Non ci possiamo permettere di abdicare totalmente dall’industria, nei suoi settori portanti e strategici e ridurci sotto questo aspetto alla totale marginalità come, invece, si sta progressivamente verificando ormai da tanto tempo.

Per quel che riguarda il Governo, non credo propria possa essere possibile aver richiesto la titolarità del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico assieme, soltanto per varare il fantomatico reddito di cittadinanza. Se fosse così non sarebbe soltanto illusorio, ma colpevole: un atto di vera e propria funesta disonestà intellettuale.

mercoledì 4 luglio 2018

Il decreto (non)dignità che conferma il Jobs Act

Ciò che viene presentato come la Waterloo del Jobsact ne è. in realtà, la sostanziale conferma; solo la sfacciataggine di imprese che si preparano ad incassare miliardi di bonifici fiscali e la dabbenaggine reazionaria dei renziani possono accreditare la versione di Di Maio.

L’intervento sui contratti a termine ne riduce la durata, costringe le imprese a qualche piccola bugia, che mai sarà verificata, sulle cosiddette “causali”, ma non cambia la sostanza. Oggi il il 78% dei contratti a termine sono sotto i 12 mesi, per questi non cambia nulla, si verrà assunti e scartati a go go, senza regole come prima. Per gli altri il contratto potrà essere prorogato fino a 24 e non più fino a 36 mesi e per 4 volte e non per 5. Sia chiaro questo vale solo se il contratto viene prorogato, se invece il padrone lascia a casa il precario e poi lo riassume dopo più di venti giorni, si può anche ricominciare da capo; e su questa clausola truffa della legge il decreto non dice nulla.

Il contratto precario è più corto, ma alla fine di esso che succede? Nulla. Se davvero si fosse voluto colpire l’uso distorto di questi contratti si sarebbe dovuto affermare il principio della conferma a tempo indeterminato almeno per una parte di essi. Ti prendi cento dipendenti a tempo determinato per 24 mesi? Bene dopo non puoi ricominciare da capo con altri lavoratori, ma almeno un buona percentuale di coloro che hai assunto li dovrai confermare a tempo indeterminato, non sostituire con altri. Di questo limite invece non c’è traccia nel decreto.

Come tutti sanno, il Jobsact ha come misura simbolo contro il lavoro l’abolizione della tutela dell’articolo 18 per i licenziamenti ingiusti.

Tutti i nuovi assunti, giovani al primo lavoro o anziani che il lavoro l’hanno perso, sono senza la tutela dell’articolo 18, cioè il loro contratto a tempo indeterminato in realtà è un contratto precario, possono essere licenziati in qualsiasi momento. Se si fosse ripristinato l’articolo 18, davvero il Jobsact e il suo autore Renzi sarebbero stati rovinosamante sconfitti. Ma la sola cosa che fa il governo é aumentare l’indennità di licenziamento ingiusto, fino a 36 mesi rispetto ai 24 attuali per chi ha 12 anni di anzianità. Anzianità che ovviamente non ha maturato nessuno dei lavoratori assunti da quando è in vigore il Jobsact e alla quale è difficile che molti di loro arrivino mai.

Il Jobsact ha cancellato la tutela reale contro i licenziamenti ingiusti, cioè la reintegra al lavoro, degradandola a tutela risarcitoria, cioè prendi un po’ di soldi e vai. Per questo è nella storia delle infamie contro il lavoro. Ora il governo consolida la tutela risarcitoria renziana, cioè fa suo proprio il nucleo ideologico centrale del Jobsact. Che per altro ha distrutto tanti altri diritti del lavoro, con i demansionamenti, il controllo a distanza, i voucher che verranno ripristinati, le 40 differenti forme di assunzioni precarie. Nulla di tutto questo viene toccato dal Decreto Dignità, e non vorrei che Di Maio, parlando di Waterloo del Jobsact, si sia ispirato a quel manager che credeva che in quella storica battaglia il vincitore fosse stato Napoleone.

L’altro tema centrale del decreto è la penalizzazione delle aziende che delocalizzano. Qui sarebbe davvero un cambiamento, ma la montagna ha partorito un topolino. Le aziende che trasferiscono gli impianti all’estero dovrebbero restituire gli aiuti di stato ricevuti, con l’aggiunta di una forte multa. A parte che il principio affermato è ingiusto, cioè paghi e te ne vai, senza alcun obbligo di restare o di trovare lavoro per chi finisce in mezzo ad una strada, c’è da chiarire: ma di quali aiuti di stato si parla?

Come si sa, l’Unione Europea ha proibito gli aiuti di stato alle imprese e in questo modo ha favorito le multinazionali contro le imprese pubbliche e ha distrutto le politiche industriali di paesi come il nostro. Ma naturalmente la proibizione è ipocrita. Ci sono fondi europei, esenzioni fiscali che non sono considerati aiuti di stato. Quindi il decreto colpisce gli aiuti pubblici permessi dalla UE, quelli e solo quelli. Ma chi li ha presi? Sarebbe interessante fare un incrocio tra la le penalizzazioni del decreto e le aziende reali che hanno trasferito gli impianti all’estero, la mia impressione è che su di loro l’effetto sarebbe nullo. Perché tante agevolazioni alle imprese non rientrano negli aiuti di stato ufficiali, anche se sono un bel po’ di aiuto ai loro profitti. Chi penalizza davvero il decreto tra i tanti che hanno fatto o stanno facendo decine di migliaia di licenziamenti? A me pare nessuno.

Il decreto chiede la restituzione dei soldi anche alle imprese che hanno ricevuto ingenti sconti fiscali per comprare macchinari ed impianti e poi se li sono rivenduti e hanno licenziato. Però qui si aggiunge che si dovrà tenere conto del danno che potrebbe arrecare, all’occupazione residua dell’impresa, la penalizzazione per aver trasferito i macchinari. Insomma i licenziamenti dovrebbero essere in modica quantità e si potrebbe scampare alla multa.

Ben più rilevanti sono i provvedimenti varati e promessi alle imprese e agli imprenditori, tutti riconducibili alle regalie fiscali. Si promette un bel bonus sul costo del lavoro e anche qui si è nella pura continuità con i miliardi donati alle imprese con il Jobsact, inoltre si riducono la pressione e soprattutto il controllo fiscale. È la flat tax fai da te: io non ti controllo, tu guadagni. Per altro la più scandalosa di queste misure è l’abolizione sostanziale del redditometro, con il quale se al fisco risulta che un imprenditore ha la villa a Portofino e quattro SUV Mercedes, allora non può più dichiarare 10.000 euro di reddito all’anno.

Infine si colpiscono le pubblicità ai giochi d’azzardo, giusto; ma la gente si rovinava anche quando non c’erano gli spot in tv. É contro le bische di stato, che producono ingenti entrate allo stato, che bisognerebbe agire.

Il Decreto Dignità è dunque sostanzialmente una operazione propagandistica che conferma e rafforza la sostanza del Jobsact, mentre proclama di distruggerlo in un certo senso gli conferisce dignità. Perché allora Confindustria ed imprese levano gli scudi? Intanto per la classica tattica di piangere danni sul nulla e così alzare il prezzo su regali ed agevolazioni. Che ora riceveranno sicuramente, povere imprese dopo tanto soffrire. E poi per dare un segnale inequivocabile al governo gialloverde: finché fate propaganda va bene, ma che davvero non vi venga in mente di stare col lavoro, occupatevi dei barconi e basta.

Oltre alla solita destra berlusconiana anche la Lega ha subito recepito il messaggio. Il partito dei padroni del Nord si darà da fare e vedrete che, se nei testi finali del decreto ci sarà qualcosa che davvero colpisca il potere delle imprese sul lavoro, beh il parlamento la cambierà. E i cinquestelle come sempre abbozzeranno.

domenica 1 luglio 2018

Mafia e slot machine, binomio fortunato

Le slot machine rappresentano la classica gallina dalle uova d’oro per le mafie, infatti i proventi illeciti ricavati dal gioco d’azzardo, servono ai clan per finanziare i latitanti come per mantenere le famiglie degli affiliati rinchiusi in carcere al 41 bis.

Non esiste inchiesta contro le mafie che non includa il capitolo giochi d’azzardo con organizzazioni operanti su tutto il territorio nazionale.

Fra i primi a comprendere la potenzialità derivante dai giochi illeciti è Paolo di Lauro detto Ciruzzo o Milionario che già nel 2002, iniziò questo business emergente rivelatosi poi una vera e propria manna.

Oggi il giro d’affari illecito con le slot machine è secondo solo al traffico di droga e spesso i capimafia preferiscono spostare i loro affari proprio sul gioco d’azzardo essendo più redditizio e meno rischioso.

È il caso di Rocco Fermia boss arrivato in Emilia Romagna in soggiorno obbligato capace di controllare tutta la filiera del gioco dai produttori di macchine alla distribuzione, arrivando a piazzare più di 2500 slot machine truccate in tutta Italia.

Sono apparecchi del tutto simili a quelli legali ma non collegate alla rete informatica della Sogei,
 la società del Ministero dell’Economia che controlla ogni giocata.

Le mafie si buttano a capofitto dove c’è la possibilità di guadagni facili e , come è noto, gli italiani sono un popolo di giocatori e di scommettitori.

Tale mercato sempre di più crescente è passato dai 96 miliardi di euro del 2016 ai 101 miliardi del 2017, la metà di questo giro d’affari proviene dalle slot machine.

Dal 2004, anno in cui le slot vengono legalizzata, le mafie hanno creato in business utilizzando diversi canali: la gestione delle slot frutta circa 1000 euro la settimana per ogni macchina truccata, le mafie controllano le sala giochi e sono in grado di creare software clandestini grazie a programmatori prevalentemente provenienti dall’Est Europa formando una vera e propria rete a disposizione delle consorterie criminali

Tra  essi il re del poker on line Gino Tancredi che ha introdotto il poker on line in Italia con un fatturato di 18 miliardi di euro l’anno.

La mafie si affidano al gioco d’azzardo perché sanno che le slot machine illegali non sono facilmente individuabili poiché per stabilire se una macchinetta mangiasoldi è truccata o meno sono necessari controlli molto approfonditi.

Le schede clonate sono in grado di occultare il 20/30% delle giocate  reali ai Monopoli.

Sta tutta qui la difficoltà nell’arginare questo fenomeno ed il costante aumento delle slot rende impossibile un controllo capillare.

sabato 30 giugno 2018

A scuola.. di bugie

In questi ultimi giorni, tutte le principali testate giornalistiche, nonché i siti dei sindacati firmatari, danno l’annuncio :

 “È stata eliminata la chiamata diretta dei docenti da parte del Preside, un primo colpo contro la Buona Scuola”.

Niente di più falso!

LO status symbol dell’era Salvini?? una pistola

Dio ci scampi dal rischio del Far West. L’Italia non è l’America, dove i cittadini si armano con la stessa naturalezza con cui noi, al mattino, beviamo il caffè. Il diritto a sparare è cosa diversa dal diritto a difendersi.

mercoledì 27 giugno 2018

LA causa dell’aumento della povertà è il boom dei working poor

La povertà cresce ma non sembra essere una priorità dell’agenda politica. L’Istat ha pubblicato i dati sulla povertà nel nostro paese che confermano l’aumento assoluto e percentuale di poveri e persone a rischio. I dati sulla povertà assoluta (quelli maggiormente amplificati dai mass media) ci dicono che le persone che vivono in povertà assoluta in Italia superano i 5 milioni nel 2017. E’ il valore più alto registrato dall’Istat dall’inizio delle serie storiche, nel 2005. Le famiglie in povertà assoluta sono stimate in 1 milione e 778mila e vi vivono 5 milioni e 58 mila individui.

Ma dovrebbero essere i dati sull’aumento della povertà relativa a preoccupare ancora di più.

La povertà relativa è infatti un parametro che esprime la difficoltà nel reperire i beni e servizi, riferita a persone o ad aree geografiche, in rapporto al livello economico medio di vita dell’ambiente o della nazione. Questo livello è calcolato attraverso il consumo pro-capite o il reddito medio, cioè il valore medio del reddito per abitante, quindi, la quantità di denaro di cui ogni cittadino può disporre in media ogni anno e fa riferimento a una soglia convenzionale adottata internazionalmente che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello medio pro-capite nazionale. Per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel paese, che nel 2017 è risultata pari a 1.085,22 euro al mese.

La povertà relativa si distingue dal concetto di povertà assoluta, che indica invece “l’incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard ossia un livello di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza, cioè nell’ambiente di appartenenza”.

Nel 2010 le famiglie che in Italia si trovavano in situazione di povertà relativa erano circa 2 milioni e 734 mila, rappresentando l’11% di tutte le famiglie residenti. Nel 2017 la percentuale di queste famiglie in povertà relativa è salita a 3milioni 171mila, pari al 12,6% della popolazione.

In questi giorni sono stati pubblicati alcuni dati dell’Ocse sulla produttività, dai quali emerge che in Italia tra il 2010 e il 2016 le retribuzioni reali orarie sono diminuite al tasso medio annuo dello 0,38% a fronte di un valore aggiunto pari a +0,21%. Si tratta del quinto peggiore andamento sui 34 Paesi Ocse. Tra le motivazioni, c’è la crescita dell’occupazione ma solo in settori a bassa e bassissima retribuzione. In Italia tra il 2010 e il 2016 i tre settori con la maggiore creazione di occupazione sono stati infatti la ristorazione e servizi di alloggio (214mila posti di lavoro netti), le attività domestiche (cioè le famiglie come datori di lavoro con 135mila posti) e le attività di assistenza e lavoro sociale (88mila).

E’ l’indicatore del boom dei working poor, cioè dei lavoratori poveri, quelli per i quali non è sufficiente avere un lavoro per superare la soglia della povertà relativa.

Secondo i dati forniti dall’Eurostat i lavoratori poveri rappresentano l’11,7% della forza lavoro, ciò significa che 12 su 100 hanno un salario ma questo non è sufficiente per vivere. I cosiddetti working poor, sono lavoratori con un basso livello di reddito, divisi tra salari bassissimi e contratti a intermittenza. Solo tra i lavoratori dipendenti se ne contano oltre 2 milioni; gli autonomi sono invece 756mila. Si tratta per lo più di giovani all’ingresso del mondo del lavoro che non riescono a rendersi autonomi dalle famiglie, donne che devono fare i salti mortali tra un impiego spesso part time e la famiglia, lavoratori stranieri sottopagati

In Italia cresce....... la povertà

Nel 2017 in Italia sono state stimate in povertà assoluta 1 milione e 778mila famiglie residenti, composte da 5 milioni e 58mila individui. E’ quanto emerge dal report ‘La povertà in Italia’ diffuso oggi dall’Istat, secondo cui l’incidenza di poverta’ assoluta e’ pari al 6,9% per le famiglie (in crescita rispetto al 6,3 del 2016) e all’8,4% per gli individui (7,9% nell’anno precedente). L’incremento, spiegano dall’Istituto di statistica, e’ dovuto all’inflazione registrato nel 2017 ed entrambi i valori sono i più alti della serie storica che inizia nel 2005. L’incidenza della povertà assoluta aumenta prevalentemente al Sud sia per le famiglie che per gli individui, attestandosi rispettivamente al 10,3% (8,5% nel 2016) e all’11,4% (in crescita dal 9,8%). Ma e’ significativo anche l’aumento di poverta’ nei centri e nelle aree metropolitane del Nord, specialmente in Lombardia e Veneto. L’incidenza della poverta’ assoluta e’ calcolata sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile. Il report Istat ha misurato anche la poverta’ relativa, calcolandone l’incidenza sulla base di una soglia convenzionale che individua il valore di spesa per consumi. In Italia cresce anche questo dato: nel 2017 riguardava 3 milioni e 171mila famiglie residenti (12,3% contro il 10,6% del 2016) e 9 milioni e 368mila individui (15,6 contro 14%).
ISTAT: IN ITALIA 1,2 MLN MINORI IN POVERTA’ ASSOLUTA
Sono 1 milione e 208mila i minori che in Italia si trovano in condizioni di poverta’ assoluta, con una incidenza pari al 12,1%, in leggero calo nel 2017 rispetto al 12,5% dell’anno precedente. Il dato più alto riguarda la poverta’ diffusa nelle famiglie con tre o più figli minori, 20,9%, mentre si attesta al 10,5% nei nuclei con almeno un figlio minore. Tra gli individui in poverta’ assoluta si stima che le donne siano 2 milioni e 472mila (incidenza pari all’8%), mentre i giovani tra i 18 e i 34 anni sono 1 milione e 112mila (incidenza del 10,4%, il valore più alto dal 2005). Cresce anche l’incidenza di poverta’ assoluta tra gli anziani, stimati in 611mila, che passa dunque dal 3,8% del 2016 al 4,6% del 2017. Le condizioni dei minori restano dunque critiche, con un valore che dal 2014 non e’ più sceso sotto il 10%.

I ricchi sono sempre più ricchi, mentre una parte sempre più numerosa della popolazione s’impoverisce.  In Italia il numero è aumentato di circa il 9%, passando da 251.500 a 274.000 individui.

Tutto questo è conseguenza del tradimento dei valori socialdemocratici scritti nella costituzione: la difesa del mondo del lavoro, la difesa dei più deboli e poveri, fino a subire l’egemonia culturale del neoliberismo dove gli interessi dei cittadini sono subordinati a quelli degli azionisti, dove le lobby economico-finanziarie contano più della collettività e dei governi, dove l’interesse privato viene anteposto a quello pubblico.

Un mondo ingiusto, diviso in due, ma per i nostri politici e per la maggioranza degli elettori italiani il problema sono i migranti la cui unica colpa è quella di fuggire da guerre e carestie.

Allora dobbiamo rimetterci in gioco seriamente e riallacciarci a quel tessuto sociale confuso e smarrito.

lunedì 25 giugno 2018

#ballottaggi. vola LEGA, malissimo PD e M5S

Come da previsioni Lega e controdestra si prendono quasi tutti i comuni che andavano al ballottaggio. Con la conferma che non esistono più “roccaforti” dove il voto continua ad andare alle stesse forze anche a dispetto della storia e dei fatti.

Il voto, in questo paese, è diventato “liquido”, nel senso che di volta in volta la maggioranza dell’elettorato si sposta verso la proposta politica apparentemente meno lontana, più efficace, più pompata dai media.Come consumatori tra gli scaffali del supermercato…

Il fenomeno è molto più evidente nelle regioni un tempo “rosse”, dove per 70 anni era sembrato che l’egemonia della “sinistra” fosse intangibile e perenne. Dalla caduta del Muro ad oggi, il passaggio del Pci (poi Pds, Ds, Pd, ecc) al campo del liberismo assoluto ha bruciato rapidamente quel patrimonio di valori costruiti in un secolo di lotte, “liberando” gli elettori da qualsiasi vincolo di appartenenza. Ossia di partecipazione a un progetto.

Lo si vede dall’astensionismo, ormai superiore al 50%. Un fenomeno che non ha nulla a che vedere con le dinamiche anni ‘70 (quando era sensato dire “non votare, lotta”), ma segnala semplicemente una resa di fronte all’impossibilità di riconoscersi in qualcuna delle proposte politiche in campo.

Il quadro dei risultati è in larga misura chiarissimo.

Il “centrosinistra” targato Pd viene travolto in Toscana e in Emilia. I Cinque Stelle si affermano ad Avellino e Imola, ma perdono Ragusa. Avanzano Lega e centrodestra un po’ ovunque.

E’ un vero e proprio ribaltone quello avvenuto in Toscana dove Pisa, Siena e Massa passano in blocco al centrodestra. A Pisa il nuovo sindaco è Michele Conti candidato di Lega, FI e FdI, che ha battuto Andrea Serfogli. A Siena Luigi De Mossi, con il 50,8% batte di misura il sindaco uscente Bruno Valentini (Pd) fermo al 49,2%. A Massa Francesco Persiani è al 56,6% e batte senza problemi Alessandro Volpe, sindaco uscente, fermo al 43,4%.

Ammette la sconfitta anche Maurizio Perinetti, candidato sindaco del “centrosinistra” a Ivrea: qui la sinistra amministrava ininterrottamente dal Dopoguerra. Ad Ancona, unico capoluogo di Regione al voto, si riconferma la sindaca uscente, Valeria Mancinelli, di “centrosinistra”. Ad Avellino si impone a sorpresa Vincenzo Ciampi candidato M5S che strappa la cittadina campana finora guidata dal “centrosinistra”.

Il M5S espugna anche Imola, governata per oltre 70 anni dal “centrosinistra”. Dopo 20 anni passa al centrodestra Terni – finora guidata dal Commissario straordinario – con Leonardo Latini esponente della Lega che al ballottaggio ha nettamente superato Thomas De Luca, candidato del Movimento 5 stelle.

Da Brindisi arriva una delle poche consolazioni per il “centrosinistra”: è vincitore Riccardo Rossi, ribaltando i risultati del primo turno che vedevano favorito Roberto Cavalera del centrodestra. Brindisi era uno dei comuni guidati dal Commissario straordinario. A Imperia la lotta tutta interna al centrodestra, vede la vittoria dell’ex ministro Claudio Scajola, rappresentante di quattro liste civiche, che prevale sul candidato del centrodestra unito Luca Lanteri, ex delfino dello stesso Scajola e ora uomo sostenuto dal governatore Giovanni Toti.

Anche a Sondrio prevale il centrodestra con il candidato Marco Scaramellini che batte Nicola Giugni, sostenuto dal “centrosinistra”. A Teramo Gianguido D’Alberto del “centrosinistra” ha avuto la meglio su Giandonato Morra del centrodestra (il comune era guidato da un commissario straordinario). A Viterbo, città finora guidata dal “centrosinistra”, il nuovo sindaco è Giovanni Arena del centrodestra con il 51,1 che ha battuto Chiara Frontini, a guida di una lista civica. Sorprese dai ballottaggi in Sicilia.

A Ragusa, guidata finora dai Cinque Stelle, il candidato sindaco del M5s Antonio Tringali è stato battuto dal rivale Giuseppe Cassì, sostenuto da liste civiche e FdI. A Messina, Cateno De Luca (Udc) si impone su Dino Bramanti, sostenuto dal centrodestra. E a Siracusa vince Francesco Italia (Cs) che batte Paolo Ezechia Reale, appoggiato dal centrodestra. Al “centrosinistra”, infine, è andato il Terzo Municipio di Roma.

Che senso trarne? E’ finita l’epoca in cui – “ sinistra” – si poteva “far politica” guardando soltanto alle dinamiche istituzionali, contando sul fatto che il proprio “bacino elettorale” era tutto sommato stabile e fedele. In quell’epoca si giocava a scomporre e rimettere insieme pezzi di sigle e ceti politici all’unico scopo di “eleggere” alcuni consiglieri o parlamentari.

E’ insomma finito il tempo dei “comitati elettorali” più o meno stabili, con protagonisti fissi e sigle mobili, programmi vaghi e compromessi stipulati in segrete stanze; ossia il tempo in cui le strutture dei “partiti” venivano risvegliate dal sonno per raccogliere firme, presentare una lista, chiamare gli iscritti. telefonare agli affezionati elettori…

Non esiste ormai alcuna possibilità di “raccattare voti” a prescindere da una presenza sociale quotidiana sui territori. Si raccoglie quel che si è seminato, e se non hai seminato nulla – come “a sinistra” avviene ormai da tempo immemorabile – non puoi raccogliere altro.

domenica 24 giugno 2018

Fisionomia del “non sono razzisti ma” La paura al posto del welfare.

La nave ong Lifeline «batte abusivamente bandiera olandese e quindi è una nave fantasma. È una nave pirata come quella di capitan Uncino», ha detto il ministro Matteo Salvini nel comizio a Terni in vista del ballottaggio per le comunali. «Io le navi fantasma – ha sottolineato – nei porti italiani non le voglio. Vadano altrove, vadano a Malta che è più vicina. Se arrivano in Italia gli sequestriamo la nave e processiamo l’equipaggio per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Una manciata di voti vale questo fiume di perle di ferocia da parte del controverso personaggio che guida il governo dopo le elezioni del 4 marzo. Se l’Aquarius è stata ‘dirottata’ a Valencia, la Lifeline sbarcherà in Italia – si apprende nella tarda serata di ieri – ma per essere sequestrata, come annuncia Danilo Toninelli. In un porto tricolore solo senza i migranti soccorsi, che dovranno essere trasferiti a Malta o in Libia, precisa il collega Matteo Salvini. La guerra dichiarata dal Governo M5S-Lega alle navi umanitarie fa così un’altra vittima. La linea dura è annunciata dopo che la nave della ong tedesca ha preso a bordo 224 persone (compresi 14 donne e 4 bambini) da alcuni gommoni ma non ha voluto consegnarli alla Guardia costiera libica. Intanto, si continua a morire: 120 annegati in due giorni, rileva Unhcr dalla Libia. In tutto il 2018 le vittime sfiorano quota 1.000.

La versione gialloverde
Da circa una settimana attiva a ridosso delle acque libiche, la Lifeline era stata protagonista nei giorni scorsi di alcuni polemici botta e risposta via twitter con Salvini, con accuse di ‘fascismo’ rivolte al titolare del Viminale, che aveva ironizzato sull’aspetto di un membro dell’equipaggio. Ieri il primo intervento vero e proprio al largo delle coste libiche: «in acque internazionali», sostiene l’organizzazione. «In acque Sar (ricerca e soccorso) nostre», ribattono da Tripoli. Dalla capitale libica si muove una motovedetta che arriva in zona, soccorre un altro gommone in difficoltà e chiede la consegna dei 224. La Lifeline oppone un ‘nein’ e sollecita l’intervento alla Guardia costiera italiana: «vogliamo un porto sicuro». Che non può essere libico, secondo la ong. A questo punto sia Salvini che Toninelli si collegano in diretta facebook, ognuno dal proprio ufficio, per manifestare tutto il loro disappunto. «Questa nave – sottolinea il primo – contravvenendo a tutte le regole e leggi, ha caricato 224 clandestini su gommoni partiti dalla Libia in acque libiche. La Guardia costiera italiana ha scritto ‘non muovetevi, ci pensano le autorità libiche’; la Guardia costiera libica ha scritto ‘non muovetevi, ci pensiamo noi’. Ma questi disgraziati, anche mettendo a rischio la vita dei migranti su quei gommoni, non hanno ascoltato le autorità libiche e italiane e sono forzosamente intervenuti per caricare il prezioso quantitativo di carne umana a bordo». Bene, aggiunge, «questo carico di esseri umani ve lo portate in Olanda, fate il giro un po’ largo. Le navi di queste pseudo-ong non toccheranno più il suolo italiano». Nel pomeriggio la comunicazione ufficiale: la Lifeline non è registrata in Olanda. E Toninelli attacca: «è una nave apolide, ‘fantasma’, che non può navigare in acque internazionali»; dunque, «nonostante sia in mare libico, ci assumiamo noi la responsabilità di portare i migranti sulle navi della nostra Guardia costiera, la porteremo in Italia dove dovrà fermarsi perchè la sequestreremo». Ma sulla destinazione dei 224 rischia di ripetersi il caso Aquarius e tra i due ministri emergono differenze. «Il mio obiettivo – spiega Salvini – è mettere in salvo quelle 200 persone, possibilmente non Italia, ma per esempio a Malta». E l’equipaggio sarà «arrestato» con l’accusa di «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». I due ministri provano poi a smontare la «retorica» delle ong «buone» e dell’Italia «cattiva». La presenza di queste navi a meno di 30 miglia dalle coste libiche, osserva Toninelli, «sta incoraggiando le partenze dei barconi della morte e, non avendo caratteristiche tecniche per supportare salvataggi di massa, stanno mettendo a rischio la vita dei richiedenti asilo e degli stessi equipaggi». E mentre la minaccia del sequestro pende anche per un’altra nave umanitaria, la Seefuchs della ong Sea Eye, le imbarcazioni di altre 2 organizzazioni, l’Aquarius, ripartita da Valencia e la Open Arms, giungeranno nel giro di un paio di giorni nel Canale di Sicilia. Altre grane in arrivo.

Sembra un secolo ma sono passati solo una decina di giorni dall’assolata domenica di giugno in cui il ministro dell’Interno leghista ha blindato i porti italiani e la nave di una Ong, con 629 profughi a bordo, si è trovata a vagare nel Mediterraneo quasi senza scorte. Finché, il giorno appresso, il nuovo premier spagnolo Sanchez non si offrirà di accoglierla. De Magistris e Accorinti, sindaci di città di mare, hanno provato a sfidare Salvini in nome dei valori umanitari su cui si fonda la legge del mare. Anche il loro collega di Livorno, Nogarin, proverà a farlo ma in pochi minuti ritratta: «Nel momento in cui mi sono reso conto che oggettivamente questo poteva creare dei problemi al governo mi è sembrato corretto rimuovere il post». Salvini esulta, dice che «il primo obiettivo è stato raggiunto». E su twitter i due hastag, #chiudiamoiporti e #portiaperti si fronteggiano. La blindatura dei porti sembra piacere alla maggioranza degli italiani, una ricerca a caldo di Swg, ci spiega che il consenso viene, oltre che dagli elettori leghisti, dal 75% di chi ha votato M5S e da un quarto degli elettori Pd.

Due sfumature di razzismo e tre di ansia

Sapevamo già che il 32% della popolazione italiana è d’accordo sul fatto che l’Italia debba rispedire le imbarcazioni dei migranti nel Mediterraneo, anche se questo implica il rischio di morti. E la metà di “noi” è d’accordo sul fatto che i cittadini saranno costretti a proteggere di persona le coste e i confini qualora la crisi migratoria continuasse, e soltanto il 23% si dichiara in disaccordo. E’ la stessa gente che ritiene che le Ong non considerino l’impatto sul paese dei salvataggi di migranti. Ma che paese siamo diventati?

Il contesto è quello definito in tutta Europa da dieci anni di crisi economica ininterrotta e dall’irruzione sulla scena degli attentati terroristici. Un’insicurezza dirottata con sapienza sull’emergenza immigrazione: secondo i dati dell’Osservatorio di Pavia, nei mesi prima elezioni è cresciuta dell’8% la copertura giornalistica sugli sbarchi producendo una sorta di “effetto slavina”, secondo gli studiosi, che ha persuaso il governo uscente ad abbandonare il progetto di legge sullo ius soli perché, nei sondaggi, era precipitato dall’80% del 2014 al 57% di consensi alla fine del 2017.

Non sono razzista ma…” è un incipit in voga nel discorso pubblico. Bene, gli italiani – secondo la ricerca – sono proprio cosi: non-sono-razzisti-ma. “Ma” significa che sono spaventati, disorientati, resi ansiosi da «un uso sofisticato della tecnologia digitale e una narrativa semplificata che dipinge l’immigrazione come un’invasione.

«Tecnicamente si tratta della parte italiana di una ricerca di segmentazione finanziata da una fondazione con sede a Belfast, The social change initiative, nell’ambito di More in common, un “incubatore” di comunicazione per la promozione dei diritti sociali. Da un po’ circola nei tavoli degli addetti ai lavori ma ora è tempo di portarla fuori», spiega una coordinatrice per Ipsos delle rilevazioni in Italia dove sono stati individuati, appunto, sette segmenti sociali: due sono aperti e solidali (Italiani Cosmopoliti, 12% e Cattolici Umanitari, 16%), altri due incarnano valori di chiusura, i razzisti in senso stretto (li hanno chiamati, Nazionalisti Ostili, 7% e Difensori della Cultura, 17%), i tre restanti rappresentano il 48% del campione e vanno a comporre quella che Ferrari definisce «la maggioranza ansiosa»: il 19% sono stati definiti Moderati Impegnati (19%), poi ci sono i Trascurati (17%), infine i Preoccupati per la Sicurezza (12%). «Si tratta di settori sociali demograficamente diversi ma accomunati da uno stato d’ansia generato da diversi fattori». Il segmento più ampio è quello dei Moderati Disimpegnati, quelli che non si schierano, che restano neutrali, pur non mostrando atteggiamenti ostili verso i migranti, anzi sono preoccupati dall’escalation razzista, «sanno che l’immigrazione c’è sempre stata e ci sarà sempre». Un atteggiamento più radicato nella fascia tra i 18 e i 30 anni, istruiti ma precari, «sono i giovani, bloccati sull’oggi, le generazioni “no future” – continua Ferrari – perché mai dovrebbero preoccuparsi del futuro degli immigrati se loro stessi non posso comprare né casa, né trovare un lavoro decente? Sono i figli dei Trascurati, il segmento più anziano, molti di loro sono donne e vivono nel Nord Est. «Sono i “lasciati indietro”, persone che avevano un tenore di vita decente – precisa la ricercatrice che coordina il team di Ipsos per la “social opinion research” – divenuti pessimisti dopo che la crisi s’è mangiata, assieme ai risparmi, ogni aspettativa». Per gente così l’immigrazione è un «peso, una spesa per la previdenza sociale, costano troppo». In sintesi, non porterebbero nulla di buono e non ce li possiamo permettere anche perché ci farebbero concorrenza nell’accesso al welfare e nella ricerca di lavoro. Da qui scaturisce il loro “prima gli italiani”. I Preoccupati per la Sicurezza, uomini e donne di mezz’età, pensionati o persone con istruzione bassa, sono coloro che, più di tutti, ritengono che accogliere sia troppo pericoloso, «sono quelli che tendono ad essere facile preda delle narrazioni molto semplificate, che si fanno raccontare storie noir da certa televisione». Questi tre segmenti, però, non sono «graniticamente razzisti ma sono persone che si trovano a dover fare i conti con i propri problemi personali e con i propri limiti». Anzi, tra i Moderati Disimpegnati, i ricercatori hanno colto «dei tratti di «solidarietà fra pari, dicono “siamo noi stessi migranti, abbiamo dovuto cambiare città, dovremo farlo ancora”» quando hanno interpellato giovani che hanno avuto esperienze di lavoro all’estero. «E’ lì il segno di una potenziale evoluzione, il punto di contatto. E’ il segmento più promettente se solo non fosse paralizzato sull’oggi».

La maggioranza paurosa

La maggioranza ansiosa si annida nella classe media impoverita, dsgregata dal combinato disposto crisi-globalizzazione. E’ popolata di genitori di giovani disoccupati, di nonni che utilizzano la pensione per far studiare i nipoti, per pagare le bollette ai figli, percepisce chiunque come un competitor ed è bersaglio di un’iconografia molto distorcente. 9 su 10 hanno una dieta mediatica soprattutto televisiva, 4 ore al giorno di media di fronte al piccolo schermo. Di fronte a una «narrazione semplificata la contronarrazione cade nel vuoto perché non parla alla pancia, perché in Italia c’è un terzo di analfabeti funzionali che ha perso l’uso della lingua.

La specificità italiana è proprio la segmentazione, una polarizzazione ancora non definita. Là dove c’è un’immigrazione più radicata storicamente, sono più forti sia i segmenti ispirati al cosmopolitismo sia quelli più identitari, con connotazioni esplicitamente anti-islamiche come in Francia. In Italia non è così, forse non ancora. La crisi, più che razzismo, produce opposizione agli immigrati, gli italiani sono molto provinciali, appunto “non sono razzzista ma devi adattarti alle nostre regole”. L’immigrato ideale è quello silenzioso e grato per le opportunità concesse. Non c’è xenofobia, c’è paura del diverso, si fatica a comprendere il diverso perché non c’è mai stata davvero un’immigrazione massiccia come quella dei turchi in Germania o dei maghrebini in Francia. In Italia la migrazione è ultradiversificata. In questo momento gli immigrati sono un capro espiatorio artificiale, generato dalla narrazione politica, pensa anche ai pasticci del Pd con la Libia!. Un’altra ricerca di Ipsos, dal 2014, si occupa dei rischi della percezione: nessuno come gli italiani ritiene di essere invaso dagli stranieri. A fronte di un’incidenza del 7% di immigrati viene percepita una presenza del 30%. E’ il frutto avvelenato di una rappresentazione che simula l’invasione, di una paura generata dal modo con cui si racconta: Si fa leva sulle paure per presunte ingiustizie e sulla realtà di un’immigrazione non governata, come nel caso del blocco dei transitanti, della loro concentrazione.

L’ambivalenza delle radici cristiane
E poi c’è l’ambivalenza della matrice cattolica sugli atteggiamenti degli italiani. Da una parte, infatti, ci sono i Cattolici umanitari, in assoluto il gruppo più ottimista», più socievoli degli stessi Italiani Cosmopoliti perfino verso i musulmani, anche sulla scia del ruolo di Bergoglio, convinti di avere delle responsabilità verso il prossimo. Dall’altra, il richiamo alle radici cristiane d’Europa fomenta gli atteggiamenti dei Nazionalisti Ostili e, soprattutto, dei Difensori della Cultura, convinti che, per colpa degli immigrati l’identità italiana stia scomparendo. Il retroterra cattolico è uno dei temi di pretesto del ripiegamento difensivo dei segmenti oppositori.

E’ importante, leggendo questi dati, tenere a mente che «la ripresa non è atterrata nella percezione degli italiani, vent’anni di globalizzazione e dieci anni di crisi hanno stordito il paese. La crisi ha falciato la parte centrale della piramide. Se esiste un italiano medio è caratterizzato dalla sensazione di incertezza e dalla rottura del patto fiduciario con le istituzioni in un paese con livelli bassi di istruzione (14% soltanto di laureati) e un’età media sempre più alta. Questa maggioranza incerta viene attivata proprio su questa incertezza per il futuro e l’immigrato è il capro espiatorio perfetto. Perché nessuno nasce razzista. E’ che in questo momento la paura è il catalizzatore più facile. L’egemonia di chi governa si nutre di paura.

La guerra alle Ong
Dunque la paura è un sostitutivo del welfare? «Certo – conferma a Left, Guglielmo Micucci, direttore generale di Amref Italia – la conseguenza sulla vita delle persone è la guerra fra poveri, la soluzione consiste nel fare rete, rete di salvataggio, resistere alla spinta violenta, a tutti gli effetti di destra e oggi al potere: i nostri progetti, in Italia e in Africa, sono sempre più coinvolgenti. Una richiesta che arriva dai donatori ma che ha degli effetti moltiplicatori. Il no profit, in Italia, è ancora molto frammentato e, come abbiamo visto nella vicenda dei cosiddetti “taxi del mare” (la formula con cui l’attuale vicepremier Di Maio, nell’aprile 2017, ha inaugurato la guerra alle Ong, ndr)». Quell’attacco ha condizionato molto i donatori riducendo i margini di manovra per i progetti e le Ong non riuscirono a fare fronte comune. «Il tema di una risposta collettiva delle Ong è sul tavolo – continua Micucci – ma non è facile mettere insieme orientamenti diversi, soggetti che adotterebbero uno stile più “aggressivo” o soggetti che temono di esporsi per timore di rappresaglie». Per questo Amref si batte per mobilitare la società civile e disinnescare la mina antiuomo delle narrazioni tossiche: «E’ evidente che serva una contronarrazione, una sorta di fact checking puntuale. Ogni volta proviamo a replicare alle fake news sui medesimi canali ma la potenza di fuoco comunicativa non è la stessa, anche perché noi abbiamo uno stile diverso, non insultiamo».

«Le migrazioni sono tutti i giorni in prima pagina, quasi sempre come un problema di mero ordine pubblico, di sicurezza, e nei continui tentativi di criminalizzare le Ong – dice ancora il direttore di Amref – tutto ciò influisce sulle attitudini e i comportamenti dei singoli, aumentando le paure e i pregiudizi nell’opinione pubblica, di fronte alla complessità delle dinamiche legate alle disuguaglianze e alla crisi economica. Non a caso la ricerca di cui discutiamo ha dimostrato che solo il 18% degli italiani intervistati considera l’immigrazione una possibilità positiva, una ricchezza.

Noi vogliamo invertire questa tendenza, assumendoci la responsabilità di narrare le migrazioni, moltiplicando le voci e l’impatto delle esperienze dirette, delle “storie”, dei dati che possono rivelare il vero volto della migrazione e anche le opportunità che essa rappresenta. Servono cioè nuove narrazioni che rivelino come il tema della migrazione sia fortemente collegato alla possibilità di costruzione di comunità più forti, unite e resistenti alle crescenti minacce di divisione sociale, anche attraverso il contributo di persone di origine straniera allo sviluppo del Paese e dei territori di accoglienza. Questo dibattito (promosso col Comune di MIlano a ridosso della giornata del rifugiato, ndr) si inserisce in questo quadro. Vorremmo fosse un ulteriore passo verso una narrazione meno tossica e più corretta, per affrontare in modo costruttivo ed efficace un tema che riguarda i diritti, le vite delle persone, di chi migra e di chi accoglie, dei cittadini tutti, a prescindere dal loro status giuridico».

sabato 23 giugno 2018

Il robin hood..... che protegge ricchi ed evasori

Il ministro Matteo Salvini, in uno dei suoi tanti roboanti annunci che costituiscono la sua pressoché unica attività, ha promesso di annullare tutto il contenzioso fiscale sotto i 100.000 euro.

Lasciamo per un momento perdere l’indeterminatezza dell’annuncio che è elemento fondante della propaganda salviniana, e prendiamolo sul serio nella sua forma più radicale ed estesa: chiunque debba fino a 100.000 euro al fisco non pagherà più nulla.

Vi sembrano pochi soldi, vi pare una misura per i poveri? Quella cifra sono quasi quattro anni di salario di un operaio FIAT, per doverla al fisco vuol dire che il guadagno reale di chi l’ha maturata può anche essere stato di una cifra molto, molto superiore.

Senza neanche fare i conti su quanti soldi mancherebbero alle casse dello stato per questo condono generalizzato, vediamo la questione da un punto di vista totalmente estraneo a Salvini, quello della giustizia. Vi pare giusto che lo stato regali fino a 100.000 euro a chi l’ha derubato, facendo marameo ai poveri fessi che hanno pagato tutto?

Certo nei contenziosi con Equitalia e con l’Agenzia delle Entrate ve ne sono molti per poche centinaia di euro. Sono i disguidi di una liquidazione, di una cassa integrazione, di un salario o di una pensione che al fisco risultano differenti da come denunciati. Sicuramente qui sarebbe sacrosanta una sanatoria, anche perché chi ha un reddito fisso già paga tutto alla fonte.

Inoltre da tempo la nostra giustizia fiscale opera come un robin hood alla rovescia. Se un riccone o una multinazionale evadono il fisco, spesso lo stato considera un successo una transazione nella quale l’evasore paghi un terzo del dovuto. Questo se si tratta di milioni o miliardi di euro. Ma se un lavoratore o un pensionato devono al fisco centinaia o poche migliaia di euro, allora li pagano tutti con gli interessi. Il povero paga al fisco la sua evasione al 120% il ricco al 30% . È la progressività alla rovescia della lotta all’evasione fiscale da parte dello stato italiano.

Giustizia vorrebbe allora che una sanatoria fiscale dovrebbe riguardare solo le cifre basse, ad esempio da 5000 euro in giù. Così si aiuterebbe davvero chi ha un basso reddito. Ma una sanatoria di 100.000 euro a testa, quando la grande maggioranza del popolo italiano un cifra di questo genere la vede solo se può e riesce a fare un mutuo, beh questo é solo uno scandaloso regalo agli evasori. Che fa il paio con la flat tax, che compensa i più ricchi.

Quindi l’evasore fiscale medio-alto guadagnerebbe con il condono, quello più ricco non avrebbe il condono, ma si vedrebbe abbassare di milioni le tasse. In fondo Salvini è coerente nel voler dare più soldi a chi ne ha già di piu. Le sue idee sono solo un bel regalo al trenta per cento della società a danno del restante settanta, che pagherebbe tutto con ancor meno servizi e stato sociale.

Per questo il capo del governo circonda le sue scelte di classe con una martellante campagna fascistoide, xenofoba e poliziesca: solo così spera di convincere i poveri a farsi danno nel suo nome, mentre la cresce la pacchia dei ricchi.

Mettere fine alle guerre per fermare i rifugiati

L’Europa sta affrontando la più importante crisi di rifugiati fin dalla II Guerra mondiale. Tutti i tentativi di risolvere il problema sono falliti perché hanno ignorato le cause alla radice del problema.

L’11 giugno, il nuovo Ministro degli Interni italiano, Matteo Salvini, ha bloccato la nave di soccorso, Aquarius, che trasportava 629 rifugiati e migranti economici (coloro che emigrano per motivi economici) e le ha impedito di attraccare nei porti italiani.

venerdì 22 giugno 2018

La truffa della flat tax, ecco cos'è

Molti, abbagliati dalle cazzate salviniane, continuano a credere che la”flat tax” significhi meno tasse per tutti. Invece è una truffa che avvantaggia i più ricchi e impoverisce tutti gli altri.

La truffa è semplice, basta adoperare le parole con fraudolenta malizia, magari usando espressioni in inglese. Ciò che è “piatto” non è la tassa, ma la percentuale di prelievo sul reddito, cioè l’aliquota. Chi guadagna molto dovrebbe, in base alla nostra Costituzione, pagare una percentuale del proprio reddito molto più alta di chi guadagna meno, invece con la flat tax pagano una uguale percentuale del reddito sia chi guadagna 1000 al mese sia chi ne guadagna 10.000, 100mila o 1milione. 
FREE-ITALIA vi spiega cos'è e come funziona.
  

Che cos’è?

Nel gergo anglofilo delle tasse viene chiamata flat tax, significa tassa piatta, ma anche con la traduzione in mano non si capisce. “Piatta”, ma perché? L’aggettivo viene dal linguaggio degli economisti che parlano riferendosi ad un grafico con una curva dove sono rappresentati il reddito (ascisse) e il peso delle tasse (ordinate). Se la curva cresce al crescere del reddito, si parla di tasse progressive, se invece resta ferma al crescese del reddito appare piatta e dunque le tasse sono meramente proporzionali.

Detto questo dobbiamo spiegare che cosa sono le tasse progressive e quelle proporzionali. Il principio di progressività non è così intuitivo, perché prevede che chi guadagna di più paghi più che proporzionalmente, mentre nel sentire comune il termine “proporzionale” già sembra sinonimo di equità. Invece quando si parla di soldi non è così perché, come diceva Einaudi (un grande economista che è stato anche presidente della Repubblica) le stesse dieci lire non hanno lo stesso valore per il povero che ci compra la minestra e per il ricco che ci compra la poltrona al teatro, dunque il ricco può pagare di più.  Quello che diceva Einaudi è talmente vero che la nostra Costituzione all’articolo 53 impone che che le tasse siano ispirate al principio di progressività.

La flat tax è stata mai applicata?

Il 19 novembre del 2004 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di ritorno da una visita ufficiale nella giovane democrazia della Repubblica slovacca, dove aveva esaltato le ricette dell’economista, consigliere di Reagan, Arthur Laffer, rilanciò l’idea della flat tax che del rasto, fin dal programma del 2001 era stato uno dei suoi cavalli di battaglia. E’ vero che molti paesi dell’Est hanno adottato l’aliquota unica ma bisogna considerare che quei paesi, usciti dai regimi non di mercato, non avevano un sistema fiscale sviluppato, quindi la certezza di una aliquota al 15 o 16 per cento era giù un successo.

E gli americani?

Anche i falchi americani delle tasse non hanno mai avuto vita facile. Milton Friedman consigliò la flat tax a Reagan che tuttavia non la adottò e nel 1986 si limitò a tagliare l’aliquota massima con il celebre Tax Reform Act. Più tardi, lo specialista Alvin Rabushka, tentò di dare consigli a George W. Bush: ma persino George junior si limitò a limare l’aliquota più alta in vigore negli Usa di circa 5 punti portandola al 35 per cento e rifiutò di introdurre l’aliquota unica proposta dal miliardario Steve Forbes (che per questo lo attaccò duramente). Obama la riportò all’attuale 39,6 nel 2013. L’esercizio del taglio delle tasse non è facile. Da qualsiasi sponda dell’Atlantico si cerchi di attuarlo.

Ora veniamo all’Italia.

La flat tax contenuta nel programma gialloverde è un grosso cambiamento rispetto all’attuale sistema. I puristi possono dire che non si tratta di una vera e propria flat tax, perché non ha una sola aliquota ma ne ha due, ma se si guarda la curva della progressività ci si accorge che il risultato della “quasi flat tax” non cambia molto: invece di una linea retta c’è un piccolo scalino.

Come funziona?

Le due aliquote sono del 15 e del 20 per cento, invece delle cinque attuali. Sui redditi fino ad 80 mila euro lordi si pagherà il 15 per cento e sulla parte che eccede gli 80 mila euro si pagherà il 20 per cento. Per attenuare la rozzezza delle due aliquote e dare un po’ di progressività anche il progetto di flat tax gialloverde introduce delle deduzioni per i familiari (3.000 euro per ciascun familiare a carico) che diminuiscono fino ad azzerarsi al crescere del reddito oltre gli 80 mila euro. La novità fondamentale da tenere presente che la nuova flat tax, almeno nei progetti, si propone come familiare, cioè l’aliquota si calcola sulla somma del reddito dei coniugi, creando delle differenze con le coppie monoreddito tutte da valutare.

Chi ci guadagna e chi ci perde?

Il risultato della flat taax si verificherà un gigantesco trasferimento di ricchezza a favore dei più abbienti: così come è congegnata la riforma ci guadagneranno solo i redditi alti e i poveri resteranno a guardare.

La palazzina a cinque piani.

Immaginiamo che i contribuenti italiani abitino un palazzo a cinque piani: al primo i più modesti, nell’attico i più benestanti. Ebbene al primo piano c’è il nucleo che si affaccerà alla finestra con un po’ di irritazione ma anche con qualche brivido: solo grazie ad una pesante clausola di salvaguardia, in base alla quale non si può essere penalizzati, con un costo complessivo stimato in 8 miliardi, potrà pagare le stesse tasse che pagava prima. Senza clausola, con il puro calcolo del nuovo sistema, questa famiglia media, dove i due partner lavorano e portano a casa 15 mila euro di reddito lordo ciascuno, sarebbe costretta a sborsare 2490 euro in più.

Il paracadute?

Il rischio che i poveri debbano pagare più di oggi è così concreto, tanto che il progetto prevede un paracadute. Infatti la nuova deduzione sull’imponibile di 3.000 euro non compensa la prevista cancellazione delle due detrazioni da lavoro dipendente che spettano oggi ai due coniugi e l’azzeramento delle detrazioni per i due figli: infatti oggi la famiglia del primo piano paga tranquillamente solo 210 euro di Irpef. Necessaria dunque la «salvaguardia»: ma come funzionerà? E chi garantisce che il fisco non si presenti con un conto diverso e che il contribuente sia chiamato a dimostrare quanto pagava l’anno prima di Irpef?

I piani bassi

Anche al secondo piano, dove insieme al primo si affolla l’80 per cento delle famiglie italiane, cioè il grosso del ceto medio basso della Penisola, non c’è da stare allegri. Due coniugi che guadagnano 25 mila euro annui lordi ciascuno, dunque con un reddito familiare di 50 mila euro, rientrano nell’aliquota del 15 per cento. Con le deduzioni abbattono l’imponibile e alla fine risparmiano, rispetto ad oggi, 469 euro, con un guadagno sull’attuale reddito netto familiare di appena l’1 per cento.

I piani alti
Quando si arriva con l’ascensore fiscale al terzo piano della palazzina si comincia a scorgere qualche sorriso. Lì i due partner che guadagnano 40 mila euro ciascuno, e dunque hanno un imponibile familiare di 80 mila euro, pagheranno il 15 per cento ma risparmieranno 8.744 euro d’imposta e il loro reddito familiare aumenterà del 15 per cento. Al quarto piano, dove entrano 110 mila euro si stappano bottiglie di pregio: 15.866 euro di tasse in meno, pari al 21 per cento di aumento del reddito. Al quinto piano non si stappa perché magari è meglio non farsi sentire dai vicini: in casa entrano già 300 mila euro e il taglio delle tasse sarà, con il progetto gialloverde, quasi del 40 per cento. Euro più, euro meno, in casa ne arriveranno quasi 68 mila in più.

I costi

E’ l’aspetto più dolente, anche per i patiti della flat tax: ci vogliono 50 miliardi per applicare la flat tax in Italia- ndr].

lunedì 18 giugno 2018

Che affoghino tutti..??? noi stiamo già affogando..

Sondaggi d’opinione (ma basta ascoltare in strada) registrano approvazione di massa per porti chiusi alle navi cariche di migranti. Percentuali arie vengono fornite ma la dimensione è quella di circa il 70 per cento di favorevoli. Porti chiusi piace. E non solo all’elettorato leghista dove porti chiusi è plebiscito. Porti chiusi sfonda tra l’elettorato M5S, porti chiusi conquista un terzo dell’elettorato di sinistra.

Un*/ cuore 'ndraghetista batte in Lombardia

Cè un potente cuore mafioso che batte forte in Lombardia (governata dalla Lega) costrutto nel corso del tempo. In principio era Cosa Nostra la mafia più presente e potente, ma nel corso degli anni, la ‘ndrangheta si è radicata soppiantando Cosa Nostra sia sul territorio che negli affari.

La suoerpolizia di Salvini: impunità e pistola taser

Salvini rassicura la polizia: niente codice alfanumerico ma arrivano le pistole taser, armi non letali ma che fanno un mucchio di morti. «Il mio obiettivo – proclama Salvini – è non mettere il numero sui caschi dei poliziotti che sono già abbastanza facilmente bersagli dei delinquenti anche senza il numero in testa. Mi sembra che fossero disponibili ad avere una telecamera». Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, conversando con i giornalisti a Montecitorio, paga la cambiale con quei settori di polizia e forze dell’ordine che hanno votato per la Lega.

domenica 17 giugno 2018

Com’è che nessuno chiede le dimissioni di questo governo truffaldino e omertoso?? #uominieno

Il rapido smascheramento degli affari sporchi M5S-Lega. L’impostura del «grande cambiamento». E’ durata poco la credibilità del governo M5S-Lega i cui leader Di Maio e Salvini avevano promesso agli italiani il più grande cambiamento politico dal 1945. Hanno continuato e continuano a gridare gli slogan della campagna elettorale dicendo che spazzeranno via il marciume dei governi passati, la corruzione, tutti i meccanismi dei favori agli attori forti, che non avrebbero mai permesso l’accesso al potere alle persone sotto inchiesta e tantomeno condannati …

venerdì 15 giugno 2018

Le disuguaglianze Italiche crescono....

E l'Italia si scopre divisa in due tronconi, uno ricco e uno povero. Nelle città del Nord, in particolare del Nord-ovest, ci sono le più alte retribuzioni medie annue dei lavoratori dipendenti. Nel 2016 il reddito medio di un lavoratore dipendente nel Nord è stato di circa 24.400 euro, contro i 16.100 euro di un lavoratore del Meridione: una differenza di oltre 8mila euro annui che in qualche modo indica la diversa struttura dell’occupazione e delle retribuzioni, ma anche la maggiore continuità o discontinuità nella partecipazione all’occupazione dipendente che connota le due aree del Paese.

A documentarlo è l’Istat, sottolineando come l’attuale divario sia associato a dinamiche molto diverse nei territori. Se è vero che le retribuzioni medie annue risultano cresciute , esse sono cresciute con velocità notevolmente diverse: +11,4% al Nord, +3,4% nel Mezzogiorno. Ma il divario iniziale, che nel 2009 misurava 6.300 euro a vantaggio del Nord sul Meridione, si è quindi notevolmente accentuato, come tutti gli altri indicatori delle disuguaglianze nel nostro paese.

Oltre che ampia, la differenza tra le aree del paese è netta: le prime 22 province in termini di reddito da lavoro dipendente sono tutte del Nord, ad eccezione di Roma, che è terza in Italia con 23.300 euro circa, dopo Milano (29.600 euro circa) e Bologna (25.600 euro circa); nessuna provincia del Centro o del Nord occupa la coda della distribuzione, in cui invece si concentrano tutte le province della Calabria e della Campania tranne Napoli; Foggia, e Lecce per la Puglia; Matera in Basilicata; Trapani, Messina, Agrigento, Enna e Ragusa in Sicilia; le province sarde di Sassari e Nuoro. Differenze si osservano anche all’interno delle aree, in particolare nel Nord-ovest e al Sud della Penisola, con intervalli che vanno dai 29.600 euro di Milano ai 16.700 circa di Imperia, dai 19.600 di Chieti ai 12.100 di Vibo Valentia. Il reddito da lavoro dipendente nella provincia in maggiore vantaggio, Milano, è circa due volte e mezzo quello della provincia più svantaggiata in assoluto, Vibo Valentia.

Le differenze territoriali vengono invece mitigate dall’importo medio annuo delle pensioni, pari a circa 17.700 euro in Italia nel 2015, più elevato al Centro (18.800 euro circa) e più basso al Mezzogiorno (15.600 euro circa), rispetto ai salari la differenza scende quindi da 8mila a poco più di 3mila euro. La differenza si è accresciuta di poco negli ultimi anni, data la minore dinamicità di questa fonte di reddito che, rispetto al 2011, è cresciuta di appena l’1,1% sia in media nazionale che ripartizionale. La graduatoria delle province è compresa tra il massimo di Roma (21.500 euro circa) e il minimo di Crotone (13.500 euro circa). Il netto divario Nord-Sud è confermato dalla distribuzione provinciale: nella coda della distribuzione si trovano soltanto province del Mezzogiorno, ad eccezione di Fermo (14.600 euro circa), nella parte più alta soltanto province del Nord e del Centro. Tuttavia si riscontrano differenze particolarmente ampie tra le province del Nord-ovest, comprese tra il massimo di Milano (21.300 euro circa) e il minimo di Imperia (16mila euro circa).