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sabato 25 agosto 2018

BUONI A NULLA

Il punto più basso dicevamo, non solo perché evidenzia un’impreparazione politica disarmante, un’ignoranza (voluta) delle più elementari norme del diritto interno ed internazionale, ma perché mostra in maniera plastica la disperazione di un governo che, schiacciato dalle promesse elettorali su cui le due componenti (Lega e M5S) hanno costruito il consenso nel paese, si trova oggi con margini di manovra quasi nulli.

martedì 21 agosto 2018

La commissione nominata da Toninelli si deve (auto)indagare

Tre dei sei membri della commissione d'inchiesta sul crollo del Ponte Morandi nominata dal ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, hanno ricoperto in passato incarichi che, di fatto, li mettono ora nelle condizioni di dover indagare anche sul loro stesso operato. E uno di loro addirittura aveva lavorato per Autostrade, accusata dal governo di avere responsabilità del disastro costato la vita a 43 persone.
Si tratta dell'ingegnere Bruno Santoro, dirigente del ministero "pagato fino al 2013 per prestazioni professionali dalla società di gestione", dell'architetto Roberto Ferrazza, provveditore per le opere pubbliche di Piemonte-Valle d'Aosta-Liguria e del professore associato della facoltà di ingegneria dell'Università di Genova, Antonio Brencich.
La singolarità è che dal 2015, cioè appena due anni dopo la fine del rapporto con Autostrade, al 2018 Santoro è anche direttore della 'Divisione 3 – Qualità del servizio autostradale' nella Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali, cioè il massimo organismo di sorveglianza. E dal marzo di quest'anno è direttore della 'Divisione 1 – Vigilanza tecnica e operativa della rete autostradale in concessione', nella stessa Direzione generale del ministero. La Divisione 1, secondo quanto ha precisato il ministero, non avrebbe però "alcuna competenza sui progetti di manutenzione straordinaria" in oggetto.
L'incarico di Santoro per Autostrade riguardava una prestazione professionale per 'Direzione e coordinamento lavori, collaudo e manutenzione opere pubbliche, l'incarico, iniziato il 30 ottobre 2009 e terminato il 30 ottobre 2012, è stato retribuito al dirigente da Autostrade per l'Italia con un importo di cinquantamila euro; a questo si aggiunge un secondo conferimento che appare nella lista delle autorizzazioni del ministero per il 2010. Si tratta di un incarico analogo per direzione e collaudo dal 13 gennaio 2010 al 13 gennaio 2013 per un ulteriore compenso di ventimila euro. Un totale di settantamila euro in quattro anni".​
Ferrazza e Brencich, da parte loro, il primo febbraio scorso, rispettivamente da presidente e da relatore esperto, hanno firmato il verbale del comitato tecnico amministrativo che ha approvato il progetto di ristrutturazione deL Morandi. "Pur consapevoli della 'riduzione d'area totale dei cavi dal 10 al 20 per cento' e rilevando 'alcuni aspetti discutibili per quanto riguarda la stima della resistenza del calcestruzzo', né loro due né altri componenti del comitato hanno ritenuto di dover prescrivere misure di sicurezza come la deviazione del traffico pesante e la riduzione delle corsie di marcia in attesa del completamento dei lavori, esattamente come era invece accaduto prima delle opere di rinforzo realizzate circa vent'anni fa.

giovedì 12 luglio 2018

TRUFFALDINI ALLO SBARAGLIO, ABOLISCONO le pensioni, non la Fornero

“Aboliremo la Fornero!”. Il grido di battaglia elettorale di Lega e Cinque Stelle, una volta arrivati al governo si va “leggermente” stemperando.

A guardare bene lo si potrebbe declinare in un più minaccioso “aboliremo le pensioni!”. Un po’ alla volta, non in un colpo solo, ma la via sembra tracciata. Non è nuova: si chiama “emergenza” e col tempo diventa “strutturale”, come con le leggi di polizia.

lunedì 9 luglio 2018

SOTTO IL VESTITO (I TWEET E POST FB). NIENTE

Dietro gli annunci fb e i tweet che i tizi del governo che stanno inondando l’opinione pubblica su temi più svariati riguardanti riforme di vario tipo, ordine, grado: reddito di cittadinanza, flax tax, decreto dignità, ecc, nob c'è niente di serio.  Soprattutto all’ordine del giorno il tema dei migranti elevato a questione epocale, anche per occultare temporaneamente la “mirabolanza” delle promesse avanzate in campagna elettorale.

E’ il caso però di ricordare che incombono sull’economia italiana e sulla vita di tutti i giorni questioni molto serie, vitali per il rapporto  tutto da ricostruire nel nostro paese tra lavoro e sviluppo .

Rapporto tra lavoro e sviluppo messo in un canto, è bene ricordarlo, da tutti i governi precedenti: centro – sinistra; centro – destra; tecnici; solidarietà nazionale, e via discorrendo, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi per non risalire a Prodi.

Romano Prodi che ricordiamlo sempre fu ministro dell’industria nel governo Andreotti e commissario all’IRI allorquando, anni ’80 – ’90 del XX secolo, si procedette allo smantellamento dell’Istituto per la ricostruzione industriale e a una serie di “mortali” privatizzazioni.

Proviamo allora ad affrontare un punto, di estrema attualità e importanza: lunedì mattina, 2 luglio, davanti ai portoni del Ministero dell’Industria in via Veneto ci saranno, infatti, i lavoratori dell’ILVA di Taranto che si sono autoconvocati dopo lo slittamento dei termini per la vendita della loro azienda al colosso Arcelor – Mittal, amministratore delegato indiano, sede in Lussemburgo, produzione annua di 97,03 milioni di tonnellate di acciaio.
La produzione dei più grandi gruppi italiani è ferma a 4,73 milioni di tonnellate l’ILVA e a 3,19 Arvedi.

Da ricordare come l’Italia sia importatrice di materiale. Nel primo semestre del 2017 l’import italiano ha raggiunto queste cifre: tubi (322.522 tonnellate), seguiti dalle materie prime (3,12 milioni di tonnellate), dai piani (5,36 milioni di tonnellate) e dai lunghi ( 1,21 milioni di tonnellate).  Acquisti di semilavorati a 1,69 milioni di tonnellate.

Per ciò che concerne la tipologia di acciai importati:  acciai al carbonio (6,49 milioni di tonnellate) e di acciai inox (669.660 tonnellate), gli acciai speciali ( 1,05 milioni di tonnellate).

Perché il tema è proprio quello dell’acciaio e dei suoi comparti limitrofi.

L’acciaio rimane il prodotto fondamentale per lo sviluppo industriale di un paese. Sarà il caso ricordare che serve per le strutture che reggono le case, per gli aerei, le automobili, i grandi impianti industriali e dell’energia.

Quello dell’acciaio è il settore al centro dello scontro sulla guerra globale dei dazi innestata dalla presidenza Trump.

In Italia il settore vale diverse decine di migliaia di posti di lavoro in una situazione complessiva nella quale sono presenti le più importanti emergenze ambientali, si verificano quotidianamente incidenti sul lavoro (che richiamo alla necessità della modernizzazione degli impianti e quindi all’esigenza di investimenti, coem del resto il rapporto con l’ambiente), mentre i lavoratori in molte situazioni stanno con il fiato sospeso per via del declino degli ammortizzatori sociali.

Lavoratori che ci auguriamo qualcuno non pensi di spedire a casa per poi disporre di una massa di assistiti costretti alla riconoscenza verso le elemosine della politica e quindi votanti obbligati per conservare la sopravvivenza: altro che clientelismo DC!

Il governo Lega – M5S dovrà quindi decidere se onorare l’accordo siglato dal precedente governo PD sull’Ilva di Taranto, oppure se dar seguito agli intenti elettoralistici di indefinita riconversione se non addirittura di chiusura.

E’ il caso di ricordare che da quella dello Stabilimento di Taranto dipenda anche la produzione di Genova e Novi .

Intanto sale la preoccupazione a Piombino perché sta procedendo a rilento la definizione dell’accordo di programma tra gli indiani di Jindal e il governo italiano: sono già stati rinviati diversi incontri.

Egualmente in fase di stallo la situazione dell’ex-Alcoa di Portovesme: il nuovo proprietario svizzero Sider Alloys dovrebbe far ripartire la fabbrica nell’aprile prossimo, ma a dicembre scadono gli ammortizzatori sociali e tutto appare quanto mai incerto, tanto più che il carrozzone Invitalia (quello della piò o meno fantomatica area di crisi industriale complessa a Savona) appare defilato.

Crisi anche per la Kme, settore rame proprietà tedesca, stabilimenti in Toscana con 150 esuberi su 1.000 dipendenti.

Ancora Terni, il gioiello degli acciai speciali che la Thyssen ha messo in vendita (si annuncia, tra l’altro, che Krupp si fonde con l’indiana Tata e lascia l’acciaio per l’hi – tech), ma gli acquirenti latitano e corrono voci addirittura di smembramento della fabbrica.

Sorgono, infine, problemi nel rapporto ambiente – lavoro anche a Trieste al riguardo della Ferriera di Servola (gruppo Arvedi) per la quale la Regione annuncia l’apertura di un dossier.

Siamo di fronte, in settori decisivi della prospettiva di sviluppo, a una vera e propria latitanza di iniziativa strategica (nelle nebbie anche la famosa industria 4.0 propugnata dall’ex ministro Calenda) anche da parte della stessa iniziativa sindacale che appare costantemente sulla difensiva.

In questo senso appaiono come centrali e assolutamente prioritarie le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione in atto nel nostro Paese che chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a un’iniziativa “di periodo”.

Il concetto di fondo che dovrebbe essere raccolto e rilanciato è, ancora una volta, quello della gestione e della programmazione economica pubblica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.

Però siamo bombardati dai messaggi pubblicitari e propagandistici sui temi più diversi che si pensa possano rendere voti, e non pare proprio che ci si accorga di questo drammatico stato di cose .

Uno stato di cose che non vale, è il caso di ripeterlo ancora una volta, soltanto per la sorte (importantissima) di decine di migliaia di posti di lavoro ma per il futuro stesso di un Paese di 60 milioni abitanti all’interno di un quadro internazionale in piena evoluzione.

Non ci possiamo permettere di abdicare totalmente dall’industria, nei suoi settori portanti e strategici e ridurci sotto questo aspetto alla totale marginalità come, invece, si sta progressivamente verificando ormai da tanto tempo.

Per quel che riguarda il Governo, non credo propria possa essere possibile aver richiesto la titolarità del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico assieme, soltanto per varare il fantomatico reddito di cittadinanza. Se fosse così non sarebbe soltanto illusorio, ma colpevole: un atto di vera e propria funesta disonestà intellettuale.

mercoledì 4 luglio 2018

Il decreto (non)dignità che conferma il Jobs Act

Ciò che viene presentato come la Waterloo del Jobsact ne è. in realtà, la sostanziale conferma; solo la sfacciataggine di imprese che si preparano ad incassare miliardi di bonifici fiscali e la dabbenaggine reazionaria dei renziani possono accreditare la versione di Di Maio.

L’intervento sui contratti a termine ne riduce la durata, costringe le imprese a qualche piccola bugia, che mai sarà verificata, sulle cosiddette “causali”, ma non cambia la sostanza. Oggi il il 78% dei contratti a termine sono sotto i 12 mesi, per questi non cambia nulla, si verrà assunti e scartati a go go, senza regole come prima. Per gli altri il contratto potrà essere prorogato fino a 24 e non più fino a 36 mesi e per 4 volte e non per 5. Sia chiaro questo vale solo se il contratto viene prorogato, se invece il padrone lascia a casa il precario e poi lo riassume dopo più di venti giorni, si può anche ricominciare da capo; e su questa clausola truffa della legge il decreto non dice nulla.

Il contratto precario è più corto, ma alla fine di esso che succede? Nulla. Se davvero si fosse voluto colpire l’uso distorto di questi contratti si sarebbe dovuto affermare il principio della conferma a tempo indeterminato almeno per una parte di essi. Ti prendi cento dipendenti a tempo determinato per 24 mesi? Bene dopo non puoi ricominciare da capo con altri lavoratori, ma almeno un buona percentuale di coloro che hai assunto li dovrai confermare a tempo indeterminato, non sostituire con altri. Di questo limite invece non c’è traccia nel decreto.

Come tutti sanno, il Jobsact ha come misura simbolo contro il lavoro l’abolizione della tutela dell’articolo 18 per i licenziamenti ingiusti.

Tutti i nuovi assunti, giovani al primo lavoro o anziani che il lavoro l’hanno perso, sono senza la tutela dell’articolo 18, cioè il loro contratto a tempo indeterminato in realtà è un contratto precario, possono essere licenziati in qualsiasi momento. Se si fosse ripristinato l’articolo 18, davvero il Jobsact e il suo autore Renzi sarebbero stati rovinosamante sconfitti. Ma la sola cosa che fa il governo é aumentare l’indennità di licenziamento ingiusto, fino a 36 mesi rispetto ai 24 attuali per chi ha 12 anni di anzianità. Anzianità che ovviamente non ha maturato nessuno dei lavoratori assunti da quando è in vigore il Jobsact e alla quale è difficile che molti di loro arrivino mai.

Il Jobsact ha cancellato la tutela reale contro i licenziamenti ingiusti, cioè la reintegra al lavoro, degradandola a tutela risarcitoria, cioè prendi un po’ di soldi e vai. Per questo è nella storia delle infamie contro il lavoro. Ora il governo consolida la tutela risarcitoria renziana, cioè fa suo proprio il nucleo ideologico centrale del Jobsact. Che per altro ha distrutto tanti altri diritti del lavoro, con i demansionamenti, il controllo a distanza, i voucher che verranno ripristinati, le 40 differenti forme di assunzioni precarie. Nulla di tutto questo viene toccato dal Decreto Dignità, e non vorrei che Di Maio, parlando di Waterloo del Jobsact, si sia ispirato a quel manager che credeva che in quella storica battaglia il vincitore fosse stato Napoleone.

L’altro tema centrale del decreto è la penalizzazione delle aziende che delocalizzano. Qui sarebbe davvero un cambiamento, ma la montagna ha partorito un topolino. Le aziende che trasferiscono gli impianti all’estero dovrebbero restituire gli aiuti di stato ricevuti, con l’aggiunta di una forte multa. A parte che il principio affermato è ingiusto, cioè paghi e te ne vai, senza alcun obbligo di restare o di trovare lavoro per chi finisce in mezzo ad una strada, c’è da chiarire: ma di quali aiuti di stato si parla?

Come si sa, l’Unione Europea ha proibito gli aiuti di stato alle imprese e in questo modo ha favorito le multinazionali contro le imprese pubbliche e ha distrutto le politiche industriali di paesi come il nostro. Ma naturalmente la proibizione è ipocrita. Ci sono fondi europei, esenzioni fiscali che non sono considerati aiuti di stato. Quindi il decreto colpisce gli aiuti pubblici permessi dalla UE, quelli e solo quelli. Ma chi li ha presi? Sarebbe interessante fare un incrocio tra la le penalizzazioni del decreto e le aziende reali che hanno trasferito gli impianti all’estero, la mia impressione è che su di loro l’effetto sarebbe nullo. Perché tante agevolazioni alle imprese non rientrano negli aiuti di stato ufficiali, anche se sono un bel po’ di aiuto ai loro profitti. Chi penalizza davvero il decreto tra i tanti che hanno fatto o stanno facendo decine di migliaia di licenziamenti? A me pare nessuno.

Il decreto chiede la restituzione dei soldi anche alle imprese che hanno ricevuto ingenti sconti fiscali per comprare macchinari ed impianti e poi se li sono rivenduti e hanno licenziato. Però qui si aggiunge che si dovrà tenere conto del danno che potrebbe arrecare, all’occupazione residua dell’impresa, la penalizzazione per aver trasferito i macchinari. Insomma i licenziamenti dovrebbero essere in modica quantità e si potrebbe scampare alla multa.

Ben più rilevanti sono i provvedimenti varati e promessi alle imprese e agli imprenditori, tutti riconducibili alle regalie fiscali. Si promette un bel bonus sul costo del lavoro e anche qui si è nella pura continuità con i miliardi donati alle imprese con il Jobsact, inoltre si riducono la pressione e soprattutto il controllo fiscale. È la flat tax fai da te: io non ti controllo, tu guadagni. Per altro la più scandalosa di queste misure è l’abolizione sostanziale del redditometro, con il quale se al fisco risulta che un imprenditore ha la villa a Portofino e quattro SUV Mercedes, allora non può più dichiarare 10.000 euro di reddito all’anno.

Infine si colpiscono le pubblicità ai giochi d’azzardo, giusto; ma la gente si rovinava anche quando non c’erano gli spot in tv. É contro le bische di stato, che producono ingenti entrate allo stato, che bisognerebbe agire.

Il Decreto Dignità è dunque sostanzialmente una operazione propagandistica che conferma e rafforza la sostanza del Jobsact, mentre proclama di distruggerlo in un certo senso gli conferisce dignità. Perché allora Confindustria ed imprese levano gli scudi? Intanto per la classica tattica di piangere danni sul nulla e così alzare il prezzo su regali ed agevolazioni. Che ora riceveranno sicuramente, povere imprese dopo tanto soffrire. E poi per dare un segnale inequivocabile al governo gialloverde: finché fate propaganda va bene, ma che davvero non vi venga in mente di stare col lavoro, occupatevi dei barconi e basta.

Oltre alla solita destra berlusconiana anche la Lega ha subito recepito il messaggio. Il partito dei padroni del Nord si darà da fare e vedrete che, se nei testi finali del decreto ci sarà qualcosa che davvero colpisca il potere delle imprese sul lavoro, beh il parlamento la cambierà. E i cinquestelle come sempre abbozzeranno.

sabato 30 giugno 2018

A scuola.. di bugie

In questi ultimi giorni, tutte le principali testate giornalistiche, nonché i siti dei sindacati firmatari, danno l’annuncio :

 “È stata eliminata la chiamata diretta dei docenti da parte del Preside, un primo colpo contro la Buona Scuola”.

Niente di più falso!

martedì 26 giugno 2018

Chi è il più infame nel Mediterraneo??

Il Mediterraneo è un mare conteso da sempre. Non era però mai avvenuto che la contesa avvenisse su chi avesse la migliore idea per trasformarlo in un muro o un cimitero.

Andiamo con ordine, perché le notizie da mettere in fila sono molte, tutte in qualche misura rivelatrici del caos totale che regna tra Unione Europea e Libia, dentro l’Unione Europea e persino dentro la filiera di comando italiana.

Partiamo dalla buona notizia. I 113 naufraghi raccolti in mare dalla Alexander Maersk, nave portacontainer della omonima multinazionale danese, primo armatore mondiale da almeno un secolo, sono finalmente sbarcati a Pozzallo, in Sicilia.

Da quattro giorni erano fermi in rada, bloccati dal rifiuto opposto dal ministero dell’interno italico. Evidentemente deve essere arrivata qualche telefonata pesante al Viminale per ricordare che un carico merci di quelle dimensioni – le navi di questo tipo trasportano centinaia di container – non può perdere tempo e valore per beghe elettoral-propagandistiche di qualche politicante. Il danno imputabile al comandante, per qualsiasi ritardo, si aggira infatti sui 200.000 dollari al giorno. Oltretutto, navi del genere non sono certamente imputabili di eccesso di “spirito umanitario”, vista la loro missione, ma debbono come tutte rispettare il codice globale del mare: si tirano su i naufraghi, senza neanche chiedersi chi siano.

Lo sbarco è avvenuto in piena notte, quasi senza telecamere, con l’aiuto di un rimorchiatore e di un pilota locale, dato che la nave misura oltre 100 metri e naturalmente non era mai attraccata in un piccolo porto come quello di Pozzallo.

Tutto il resto manda un nauseabondo odore di… scegliete voi il materiale.

Il caso della Lifeline, nave appartenente a una Ong olandese o tedesca (tanto per complicare le cose…), non è affatto risolto, dopo una settimana di rimpalli tra Italia, Francia, Malta e Spagna. Il portavoce del governo francese Benjamin Griveaux ha prospettato lo sbarco dei migranti a Malta e il loro immediato trasferimento in aereo nel paese o nei paesi europei che dovessero accettare di farsene carico. Solo che non si sa quali siano. Parigi, infatti, è disponibile soltanto a mandare una squadra di funzionari-agenti per esaminare le eventuali domande d’asilo, una per una, come se Madrid o La Valletta non ne fossero capaci.

Il responsabile della Ong, il tedesco Alex Steier, ha scritto una lettera al governo spagnolo, chiedendo di concedere un permesso ai 234 migranti a bordo. In caso di risposta positiva Malta concederebbe il permesso di sbarco e immediato trasferimento verso la Spagna. All’ultimo minuto anche Malta ha posto la sua condizione: la Lifeline potrà attraccare a La Valletta a patto che i migranti siano divisi tra i paesi dell’Unione europea. Il premier Joseph Muscat l’ha spiegata così: “Vogliamo evitare un’escalation della crisi umanitaria attraverso una condivisione di responsabilità da parte di alcuni stati volenterosi”. Ma anche di quelli senza buona volontà, sennò si sa già come finisce.

Precipitando nel melma della politica italiana, c’è solo l’imbarazzo della scelta su cosa sia più osceno.

Il ministro dell’interno, reduce dall’incontro con il suo omologo tripolino (la Libia, come stato, non esiste più da qualche anno, dopo l’attacco occidentale e l’uccisione di Gheddafi; l’uomo forte nel paese è semmai il padrone della Cirenaica, il generale Haftar), non potendo esibire alcun risultato concreto, ha deciso che i lager libici “sono all’avanguardia”, in barba a tutte le inchieste indipendenti e soprattutto al giudizio dell’Onu. “Ho chiesto di visitare un centro di accoglienza per migranti in costruzione, un centro all’avanguardia che potrà ospitare mille persone. Questo per smontare la retorica in base alla quale in Libia si tortura e non si rispettano i diritti umani“. Una scelta che ricorda, ai più dotati di memoria, una storica decisione di un governo democristiano di fronte ad analisi che certificavano livelli di atrazina nell’acqua potabile svariate volte superiori alla soglia di pericolo: fu alzata la soglia della “non pericolosità per l’uomo”, senza intervenire sulle cause dell’inquinamento.

Quanto ai cosiddetti “hospot chiusi”, ossia prigioni a cielo aperto, Salvini respinge l’ideuzza di Macron – farli in Sicilia – facendo sua in altro teatro. Ha infatti proposto al governo di Tripli di crearli lì, con una ovvia contropartita di soldi, armi e “consiglieri” (sul modello dell’accordo Ue con la Turchia, insomma), ricevendo un garbato rifiuto: “Rifiutiamo categoricamente” la proposta circolata in ambito europeo di realizzare “campi per migranti in Libia: non è consentito dalla legge libica”, ha detto il vicepresidente Ahmed Maitig. Chiudendo l’argomento.

Nessuna paura, però! C’è già una nuova proposta: farli a sud della Libia…

Di fronte a tanta chiacchiera senza costrutto o risultati, al ministro non restava altro che criminalizzare definitivamente le Ong: “Dobbiamo bloccare l’intervento dannoso da parte delle navi delle Ong, che sono complici dei trafficanti”. Un processo che abbiamo già individuato – l’archiviazione della breve epoca dell’”imperialismo umanitario” – e che prelude a comportamenti militari inumani, in mare, che è meglio non abbiano testimoni neutrali.

E’ qui che il povero ministro delle infrastrutture, il grillino ex carabiniere Toninelli, è riuscito a dare la misura del suo non essere.

“La Guardia Costiera opera in autonomia tecnico giuridica e non devo essere io a dire di rispondere oppure no, ma secondo noi, in continuità con il governo precedente che ha giustamente rafforzato la guardia costiera libica, se uno dei gommoni ci chiama ma è in zona libica rispondiamo che non possiamo intervenire perché è in un’area a responsabilità giuridica non nostra“.

Per essere più chiaro, nei limiti delle contorsioni logiche: “Negli ultimi anni – ha ricordato il ministro – per colpa anche di una politica sbagliata accadeva che chiunque, ong o richiedenti asilo direttamente, chiamasse la guardia costiera italiana“, ma “noi dobbiamo rispondere che non possiamo intervenire perché è area giuridica non nostra“. La Guardia costiera, insomma, “risponde al diritto del mare: se un gommone è in mare di responsabilità libica e sono presenti le motovedette libiche, noi non possiamo avere la responsabilità e il comando delle operazioni lo prende la guardia costiera libica“.

Traduciamo? Il “governo del cambiamento” opera consapevolmente in “perfetta continuità con il governo precedente” e soprattutto con i peggiori accordi siglati da Marco Minniti. Già quegli accordi, infatti, permettono di considerare come un “non problema” – per il governo italico – la strage in mare di naufraghi. Il “diritto del mare”, nel suo strologare, è ridotto a una pratica di condominio in cui l’unico obiettivo è poter affermare che “non sono Stato io”.

sabato 23 giugno 2018

Il robin hood..... che protegge ricchi ed evasori

Il ministro Matteo Salvini, in uno dei suoi tanti roboanti annunci che costituiscono la sua pressoché unica attività, ha promesso di annullare tutto il contenzioso fiscale sotto i 100.000 euro.

Lasciamo per un momento perdere l’indeterminatezza dell’annuncio che è elemento fondante della propaganda salviniana, e prendiamolo sul serio nella sua forma più radicale ed estesa: chiunque debba fino a 100.000 euro al fisco non pagherà più nulla.

Vi sembrano pochi soldi, vi pare una misura per i poveri? Quella cifra sono quasi quattro anni di salario di un operaio FIAT, per doverla al fisco vuol dire che il guadagno reale di chi l’ha maturata può anche essere stato di una cifra molto, molto superiore.

Senza neanche fare i conti su quanti soldi mancherebbero alle casse dello stato per questo condono generalizzato, vediamo la questione da un punto di vista totalmente estraneo a Salvini, quello della giustizia. Vi pare giusto che lo stato regali fino a 100.000 euro a chi l’ha derubato, facendo marameo ai poveri fessi che hanno pagato tutto?

Certo nei contenziosi con Equitalia e con l’Agenzia delle Entrate ve ne sono molti per poche centinaia di euro. Sono i disguidi di una liquidazione, di una cassa integrazione, di un salario o di una pensione che al fisco risultano differenti da come denunciati. Sicuramente qui sarebbe sacrosanta una sanatoria, anche perché chi ha un reddito fisso già paga tutto alla fonte.

Inoltre da tempo la nostra giustizia fiscale opera come un robin hood alla rovescia. Se un riccone o una multinazionale evadono il fisco, spesso lo stato considera un successo una transazione nella quale l’evasore paghi un terzo del dovuto. Questo se si tratta di milioni o miliardi di euro. Ma se un lavoratore o un pensionato devono al fisco centinaia o poche migliaia di euro, allora li pagano tutti con gli interessi. Il povero paga al fisco la sua evasione al 120% il ricco al 30% . È la progressività alla rovescia della lotta all’evasione fiscale da parte dello stato italiano.

Giustizia vorrebbe allora che una sanatoria fiscale dovrebbe riguardare solo le cifre basse, ad esempio da 5000 euro in giù. Così si aiuterebbe davvero chi ha un basso reddito. Ma una sanatoria di 100.000 euro a testa, quando la grande maggioranza del popolo italiano un cifra di questo genere la vede solo se può e riesce a fare un mutuo, beh questo é solo uno scandaloso regalo agli evasori. Che fa il paio con la flat tax, che compensa i più ricchi.

Quindi l’evasore fiscale medio-alto guadagnerebbe con il condono, quello più ricco non avrebbe il condono, ma si vedrebbe abbassare di milioni le tasse. In fondo Salvini è coerente nel voler dare più soldi a chi ne ha già di piu. Le sue idee sono solo un bel regalo al trenta per cento della società a danno del restante settanta, che pagherebbe tutto con ancor meno servizi e stato sociale.

Per questo il capo del governo circonda le sue scelte di classe con una martellante campagna fascistoide, xenofoba e poliziesca: solo così spera di convincere i poveri a farsi danno nel suo nome, mentre la cresce la pacchia dei ricchi.

venerdì 22 giugno 2018

La truffa della flat tax, ecco cos'è

Molti, abbagliati dalle cazzate salviniane, continuano a credere che la”flat tax” significhi meno tasse per tutti. Invece è una truffa che avvantaggia i più ricchi e impoverisce tutti gli altri.

La truffa è semplice, basta adoperare le parole con fraudolenta malizia, magari usando espressioni in inglese. Ciò che è “piatto” non è la tassa, ma la percentuale di prelievo sul reddito, cioè l’aliquota. Chi guadagna molto dovrebbe, in base alla nostra Costituzione, pagare una percentuale del proprio reddito molto più alta di chi guadagna meno, invece con la flat tax pagano una uguale percentuale del reddito sia chi guadagna 1000 al mese sia chi ne guadagna 10.000, 100mila o 1milione. 
FREE-ITALIA vi spiega cos'è e come funziona.
  

Che cos’è?

Nel gergo anglofilo delle tasse viene chiamata flat tax, significa tassa piatta, ma anche con la traduzione in mano non si capisce. “Piatta”, ma perché? L’aggettivo viene dal linguaggio degli economisti che parlano riferendosi ad un grafico con una curva dove sono rappresentati il reddito (ascisse) e il peso delle tasse (ordinate). Se la curva cresce al crescere del reddito, si parla di tasse progressive, se invece resta ferma al crescese del reddito appare piatta e dunque le tasse sono meramente proporzionali.

Detto questo dobbiamo spiegare che cosa sono le tasse progressive e quelle proporzionali. Il principio di progressività non è così intuitivo, perché prevede che chi guadagna di più paghi più che proporzionalmente, mentre nel sentire comune il termine “proporzionale” già sembra sinonimo di equità. Invece quando si parla di soldi non è così perché, come diceva Einaudi (un grande economista che è stato anche presidente della Repubblica) le stesse dieci lire non hanno lo stesso valore per il povero che ci compra la minestra e per il ricco che ci compra la poltrona al teatro, dunque il ricco può pagare di più.  Quello che diceva Einaudi è talmente vero che la nostra Costituzione all’articolo 53 impone che che le tasse siano ispirate al principio di progressività.

La flat tax è stata mai applicata?

Il 19 novembre del 2004 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di ritorno da una visita ufficiale nella giovane democrazia della Repubblica slovacca, dove aveva esaltato le ricette dell’economista, consigliere di Reagan, Arthur Laffer, rilanciò l’idea della flat tax che del rasto, fin dal programma del 2001 era stato uno dei suoi cavalli di battaglia. E’ vero che molti paesi dell’Est hanno adottato l’aliquota unica ma bisogna considerare che quei paesi, usciti dai regimi non di mercato, non avevano un sistema fiscale sviluppato, quindi la certezza di una aliquota al 15 o 16 per cento era giù un successo.

E gli americani?

Anche i falchi americani delle tasse non hanno mai avuto vita facile. Milton Friedman consigliò la flat tax a Reagan che tuttavia non la adottò e nel 1986 si limitò a tagliare l’aliquota massima con il celebre Tax Reform Act. Più tardi, lo specialista Alvin Rabushka, tentò di dare consigli a George W. Bush: ma persino George junior si limitò a limare l’aliquota più alta in vigore negli Usa di circa 5 punti portandola al 35 per cento e rifiutò di introdurre l’aliquota unica proposta dal miliardario Steve Forbes (che per questo lo attaccò duramente). Obama la riportò all’attuale 39,6 nel 2013. L’esercizio del taglio delle tasse non è facile. Da qualsiasi sponda dell’Atlantico si cerchi di attuarlo.

Ora veniamo all’Italia.

La flat tax contenuta nel programma gialloverde è un grosso cambiamento rispetto all’attuale sistema. I puristi possono dire che non si tratta di una vera e propria flat tax, perché non ha una sola aliquota ma ne ha due, ma se si guarda la curva della progressività ci si accorge che il risultato della “quasi flat tax” non cambia molto: invece di una linea retta c’è un piccolo scalino.

Come funziona?

Le due aliquote sono del 15 e del 20 per cento, invece delle cinque attuali. Sui redditi fino ad 80 mila euro lordi si pagherà il 15 per cento e sulla parte che eccede gli 80 mila euro si pagherà il 20 per cento. Per attenuare la rozzezza delle due aliquote e dare un po’ di progressività anche il progetto di flat tax gialloverde introduce delle deduzioni per i familiari (3.000 euro per ciascun familiare a carico) che diminuiscono fino ad azzerarsi al crescere del reddito oltre gli 80 mila euro. La novità fondamentale da tenere presente che la nuova flat tax, almeno nei progetti, si propone come familiare, cioè l’aliquota si calcola sulla somma del reddito dei coniugi, creando delle differenze con le coppie monoreddito tutte da valutare.

Chi ci guadagna e chi ci perde?

Il risultato della flat taax si verificherà un gigantesco trasferimento di ricchezza a favore dei più abbienti: così come è congegnata la riforma ci guadagneranno solo i redditi alti e i poveri resteranno a guardare.

La palazzina a cinque piani.

Immaginiamo che i contribuenti italiani abitino un palazzo a cinque piani: al primo i più modesti, nell’attico i più benestanti. Ebbene al primo piano c’è il nucleo che si affaccerà alla finestra con un po’ di irritazione ma anche con qualche brivido: solo grazie ad una pesante clausola di salvaguardia, in base alla quale non si può essere penalizzati, con un costo complessivo stimato in 8 miliardi, potrà pagare le stesse tasse che pagava prima. Senza clausola, con il puro calcolo del nuovo sistema, questa famiglia media, dove i due partner lavorano e portano a casa 15 mila euro di reddito lordo ciascuno, sarebbe costretta a sborsare 2490 euro in più.

Il paracadute?

Il rischio che i poveri debbano pagare più di oggi è così concreto, tanto che il progetto prevede un paracadute. Infatti la nuova deduzione sull’imponibile di 3.000 euro non compensa la prevista cancellazione delle due detrazioni da lavoro dipendente che spettano oggi ai due coniugi e l’azzeramento delle detrazioni per i due figli: infatti oggi la famiglia del primo piano paga tranquillamente solo 210 euro di Irpef. Necessaria dunque la «salvaguardia»: ma come funzionerà? E chi garantisce che il fisco non si presenti con un conto diverso e che il contribuente sia chiamato a dimostrare quanto pagava l’anno prima di Irpef?

I piani bassi

Anche al secondo piano, dove insieme al primo si affolla l’80 per cento delle famiglie italiane, cioè il grosso del ceto medio basso della Penisola, non c’è da stare allegri. Due coniugi che guadagnano 25 mila euro annui lordi ciascuno, dunque con un reddito familiare di 50 mila euro, rientrano nell’aliquota del 15 per cento. Con le deduzioni abbattono l’imponibile e alla fine risparmiano, rispetto ad oggi, 469 euro, con un guadagno sull’attuale reddito netto familiare di appena l’1 per cento.

I piani alti
Quando si arriva con l’ascensore fiscale al terzo piano della palazzina si comincia a scorgere qualche sorriso. Lì i due partner che guadagnano 40 mila euro ciascuno, e dunque hanno un imponibile familiare di 80 mila euro, pagheranno il 15 per cento ma risparmieranno 8.744 euro d’imposta e il loro reddito familiare aumenterà del 15 per cento. Al quarto piano, dove entrano 110 mila euro si stappano bottiglie di pregio: 15.866 euro di tasse in meno, pari al 21 per cento di aumento del reddito. Al quinto piano non si stappa perché magari è meglio non farsi sentire dai vicini: in casa entrano già 300 mila euro e il taglio delle tasse sarà, con il progetto gialloverde, quasi del 40 per cento. Euro più, euro meno, in casa ne arriveranno quasi 68 mila in più.

I costi

E’ l’aspetto più dolente, anche per i patiti della flat tax: ci vogliono 50 miliardi per applicare la flat tax in Italia- ndr].

domenica 17 giugno 2018

Com’è che nessuno chiede le dimissioni di questo governo truffaldino e omertoso?? #uominieno

Il rapido smascheramento degli affari sporchi M5S-Lega. L’impostura del «grande cambiamento». E’ durata poco la credibilità del governo M5S-Lega i cui leader Di Maio e Salvini avevano promesso agli italiani il più grande cambiamento politico dal 1945. Hanno continuato e continuano a gridare gli slogan della campagna elettorale dicendo che spazzeranno via il marciume dei governi passati, la corruzione, tutti i meccanismi dei favori agli attori forti, che non avrebbero mai permesso l’accesso al potere alle persone sotto inchiesta e tantomeno condannati …

martedì 12 giugno 2018

Salvini, Capitan Italia è lui: premier di fatto. Stile? Cafonal-pop

Salvini, cioè la vittoria politica sui migranti. Sì, vittoria politica e peggio per chi non capisce che di questo si tratta, di una vittoria politica netta. Eccola la vittoria politica, Salvini che dice: “Alzare la voce paga” e  gran parte d’Italia che annuisce.

venerdì 8 giugno 2018

La pacchia è roba SOLO per ricchi grazie a Salvini (e #M5S)

Nell’irrefrenabile bisogno di fare emergere il suo sentire profondo, contando sulla complicità della grande stampa e sull’ottundimento – dell’opinione pubblica, Matteo Salvini questa volta ha esaltato la riduzione delle tasse per i ricchi.
È giusto che chi ha tanti soldi ne versi meno allo stato, ha detto, perché così con quello che risparmia darà più lavoro ai poveri. Dopo aver dato sfogo sui migranti alla sua anima becera, ora Salvini libera il Reagan che è dentro di lui.

giovedì 7 giugno 2018

Cambiare tutto per non cambiare niente #ParoleOstili

La crisi di governo si è risolta in un governo Cinque Stelle – Lega. Nel giro di poche settimane è accaduto di tutto e non è accaduto nulla. Il teatrino a cui abbiamo assistito potrebbe essere riassunto in un titolo: storia di una normalizzazione. Le forze politiche intenzionate a formare un governo insieme avevano inserito nella lista dei ministri un nome, quello di Paolo Savona, in passato associato a un fantomatico “piano B”, un piano per l’uscita dell’Italia dall’Euro. Il piano B, più che essere applicato alla lettera, doveva servire, nelle intenzioni degli autori, come strumento di contrattazione per ottenere un ampliamento dei margini di manovra dei governi nazionali rispetto agli stringenti vincoli dei Trattati europei. Si è ben presto capito che anche la semplice minaccia dell’uscita dall’euro come strumento di leverage nei confronti della Commissione e delle altre istituzioni europee era ostativa alla formazione di un governo. Alla fine, pur di ottenere l’incarico, Cinque Stelle e Lega si sono piegati agli ordini di Mattarella, da B e dei mercati. Una manifestazione di forza dei guardiani dello status quo e di debolezza dei finti ribelli giallo-verdi, ma anche la conferma che la messa in discussione dei dogmi dell’austerità è ciò che i primi temono di più.

Al di là dei toni da farsa, la telenovela politica messa in scena nei giorni scorsi lascia emergere una serie di nodi sostanziali che vale la pena sciogliere per aver chiara la trama di quanto accaduto e di quanto potrà accadere da qui al futuro prossimo:

Cambiare tutto per non cambiare niente. Il vecchio adagio gattopardesco è sempre di estrema attualità, tanto che caratterizza anche il sedicente “governo del Cambiamento”. Il nuovo esecutivo, palesemente normalizzato e ufficialmente inchinato ai poteri forti, cercherà di apparire come un’effettiva novità per sedare gli animi di un elettorato inquieto. Allo stesso tempo è probabile che vengano adottate alcune misure compatibili con l’adesione ai dogmi europei. Molte di esse rappresenteranno una semplice variante dell’austerità che andrà a colpire alcuni anelli deboli anziché altri. La flat tax sostenuta dal liberista Tria, che ha dichiarato di volerla finanziare con un aumento dell’IVA e in generale delle imposte indirette, semmai sarà applicata (Dio ce ne scampi!), avrà un impatto gravemente regressivo a sfavore dei poveri e del ceto medio. Mentre qualche briciola verrà ridata ai subalterni con una possibile rivisitazione morbida della Fornero e l’elemosina del reddito di cittadinanza (peraltro pericoloso nel suo meccanismo condizionale). La Lega poi invoca tagli alla spesa pubblica, in particolare per l’accoglienza degli immigrati e per i servizi pubblici (asili, aiuti alle famiglie) per i non italiani, dimostrando che, sulla consueta base del mito della scarsità delle risorse, si può agevolmente scatenare una guerra tra poveri assai simile a quelle scatenate da anni tra soggetti subalterni da parte di tutti i governi che hanno gestito l’austerità: lavoratori garantiti contro precari, giovani disoccupati contro pensionati, ed ora autoctoni contro stranieri. La presunta lotta per l’accaparramento di risorse scarse da distribuire ai derelitti come briciole resta dunque il vero punto focale condiviso da tutti.

Emerge, quindi, con rinnovata nitidezza la grottesca inconsistenza delle false alternative politiche. Di fronte al veto presidenziale (vedi prossimo punto), Cinque Stelle e Lega hanno alzato un po’ di polvere per pochi giorni facendo apparentemente la voce grossa. Caduto l’incubo Cottarelli, sono tornati in scena proponendo una compagine governativa del tutto allineata ai diktat dell’austerità e al liberismo. Si è trattato di un crescendo, anzi di un decrescendo lampante. Progressivi smottamenti da posizioni che, seppur pienamente di sistema e a forte venatura liberista, contenevano tuttavia alcuni spunti critici verso l’austerità, leggibili nelle prime bozze di programma non ufficiali, verso posizioni via via sempre più allineate allo status quo: dapprima con la cancellazione di pezzi di programma meno ortodossi (proposte di sforamento dei vincoli sul deficit e critiche all’architettura istituzionale dell’UE), poi con il passaggio sostanziale e simbolico dal liberale moderato Savona, poco euro-entusiasta,  al liberista Tria. E così un programma pasticciato, confuso, di chiara ispirazione liberista, ma con blandi e incoerenti stralci di critica raffazzonata all’austerità finanziaria, si è trasformato in programma di piena adesione al dogma. Altro che populismo! Che 5stelle e Lega non avessero alcuna seria intenzione di scardinare la disciplina europea (anche con Savona) era evidente a tutti. Ciò era apparso chiaro dall’estremo tentativo fatto dallo stesso Savona, il quale, attraverso un comunicato, faceva sapere che, lungi dall’essere un pericolo per l’Europa, voleva semplicemente “un’Europa diversa: più forte, ma più equa” (un concetto rafforzato il giorno dopo, quando ha dichiarato che non avrebbe “mai messo in discussione l’euro, ma avrebbe chiesto all’Unione Europea di dare risposte alle esigenze di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i paesi-membri”). Pur tuttavia, la sola minaccia di poter assumere posizioni anche solo genericamente critiche sugli eccessi dell’austerità finanziaria, rappresentata dalla presenza del pacato Savona al dicastero economico, ha scatenato attacchi a ripetizione della grande stampa e la suddetta mossa istituzionale a futura memoria da parte del Presidente Mattarella.

Cambiano gli attori, abbiamo detto, ma non cambia la scena. Da qui ai prossimi mesi si farà di tutto per occultare questa sostanziale continuità. I giornali dell’austerità “progressista” urlano e sempre più urleranno al governo dei razzisti e alla nuova destra populista al potere. Tali grida di dolore sarebbero, peraltro, giustificate, in quanto certamente stiamo parlando di un governo razzista e retrivo. Il problema è che esse sono ipocrite, in quanto il loro obiettivo non è certamente quello di difendere i migranti (stiamo parlando degli stessi organi di stampa che tacevano quando Minniti stringeva accordi con i leader libici per creare veri e propri lager sulle coste nordafricane). La stampa e l’informazione dominante presenteranno i nuovi barbari, rozzi e “populisti”, come una minaccia per l’Europa. Contro di loro, dipingeranno il vecchio establishment come una rispettabile alternativa, che almeno difenderebbe (sic!) principi di democrazia, legalità e onore della Costituzione. I toni della recente manifestazione del PD in difesa della Carta calcano proprio la mano su questa apparente nuova spaccatura. Tutto funzionale a nascondere la sostanziale omogeneità dei cosiddetti nuovi barbari rispetto al vecchio corso della politica, espressione di una classe dirigente uscita a pezzi dalle elezioni del 4 marzo. Un’atmosfera che ricorda molto le grida antiberlusconiane del lontano 1994, poi riprodotte nel 2001 e nel 2008 per marcare distanze e differenze, laddove differenze vere non vi erano allora e non vi sono oggi. La tensione divisiva nel paese tra finti populisti e “istituzionalisti” sarà portata artificialmente alle stelle occultando l’unica vera contraddizione effettiva che esiste e che dovrebbe emergere ma non si vuole che emerga: quella tra chi difende lo status quo dei rapporti di forza e chi realmente lo mette in discussione.

L’ultima considerazione traccia una speranza. Il quadro politico mostra l’esistenza di uno spazio per un’alternativa forte e coerente. Sebbene le motivazioni di voto siano sempre un tema estremamente difficile da sondare, è innegabile che il voto di massa al Movimento Cinque Stelle e alla Lega sia stato di protesta, non soltanto generica, rabbiosa, razzista e “populista”. È stata anche una protesta, espressa come poteva esprimersi nel contesto attuale, contro la gestione delle politiche economiche degli ultimi anni, ovvero contro gli effetti drammatici dell’austerità, dei tagli alla spesa sociale, della disoccupazione di massa, del precariato e della sempre più evidente subordinazione del sistema economico italiano ai ricatti del grande capitale internazionale, che a suon di spread stabilisce il destino delle nostre vite. Non vedere questo grido di protesta popolare e attribuire la crescita esponenziale dei partiti populisti a rozzezza e razzismo sarebbe un errore gravissimo.

La domanda sociale di cambiamento sostanziale è stata enorme, forte e chiara. Il suo incanalamento drammaticamente sbagliato. Non certo per insipienza delle masse, ma per l’inesistenza di una forza politica di peso a difesa degli interessi dei subalterni in grado di assorbire tale domanda; di una forza politica capace di entrare in contatto, tramite un chiaro linguaggio popolare e visibili forme di rappresentanza oggettiva, con i bisogni effettivi di protezione e riscatto della stragrande maggioranza della popolazione, che in forme varie rappresenta oggi la classe subalterna. Da questa sfida occorre ripartire nel nuovo, ma essenzialmente immutato, contesto politico. La lotta all’austerità deve essere il perno attorno al quale sviluppare la vera alternativa allo stato attuale delle cose. Tocca a noi riappropriarcene. Tocca a noi evitare che l’opposizione alla macelleria sociale imposta dai mercati diventi il terreno fertile per forze politiche nazionaliste e reazionarie, che, alla prova dei fatti, si sono fatte docilmente ricondurre all’ovile.

martedì 5 giugno 2018

#fiduciaconte #5giugno #giornatamondialedellambiente, VENNE IL GIORNO....

Con la consapevolezza di conoscere il nemico per resistere, bisogna guardare al nuovo governo grillin-leghista, che di fatto azzera la vecchia “classe politica”. Una tentazione che va evitata come la peste è pensare che sia fatto solo di deficienti-ignoranti (che pure non scarseggiano…), incapaci di elaborare una strategia vincente. Intanto perché hanno vinto, fin qui. Dunque, nemici odiosi sì, ma proprio fessi non sono.

ANALISI SUL SUCCESSO #M5SLega E COME RESISTERE A #fiduciaconte

Dietro l’affermazione di Lega e Cinque Stelle c’è un’epocale ristrutturazione economica sulla forma di capitalismo. A livello macro, la globalizzazione ha perso molto del suo consenso sociale in seguito alla crisi economica. Non è dunque un caso che in questi anni riscuotano maggiore consenso le forze che investono sulla valorizzazione dei confini nazionali come meccanismo (illusorio) di sicurezza e garanzia del benessere (che resta).

lunedì 4 giugno 2018

Il circo italico è appena iniziato. buon divertimento

Proprio un bel “governo del cambiamento” ci ha regalato una compagine, il movimento 5 stelle, che era partita, col 32%, per essere il centro del sistema politico ed è arrivata, in poche settimane, a fare la ruota di scorta della Lega. Un partito che ha quasi la metà dei voti del movimento 5 stelle. Ma che, a differenza del M5S, ha le idee chiare su come muoversi e cosa fare.

domenica 3 giugno 2018

#Migranti, la dottrina Salvini fa i primi morti

“Per i clandestini è finita la pacchia”. Così ha detto il neo ministro di polizia Matteo Salvini. Cioè la condizione di chi dorme nelle stazioni o in case fatiscenti, raccoglie i pomodori per i caporali, viene sfruttato e depredato in tutti i modi dalla parte peggiore e malavitosa degli italiani, sarebbe un godimento.

La dottrina Salvini, ha fatto scorrere il primo sangue ieri sera in Calabria, il sangue di Soumaila Sacko, migrante maliano di 29 anni sempre in prima fila nelle lotte dell’Unione Sindacale di Base per i diritti sindacali e sociali dei braccianti. Soumaila è stato ucciso da una delle fucilate sparate da sconosciuti da una sessantina di metri di distanza. Un tiro al bersaglio – diversi i colpi esplosi –  contro “lo straniero”, il nero cattivo da rispedire nel paese d’origine. Il triste seguito delle parole pronunciate dal nuovo ministro di polizia.

Soumaila è stato colpito alla testa ieri sera intorno alle 20,30 nei pressi di una fabbrica abbandonata lungo la Statale 18, in contrada Calimera di San Calogero, vicino Rosarno, al confine tra la provincia di Vibo quella di Reggio Calabria, mentre cercava lamiere per la sua baracca.

Soccorso dal 118 e trasportato prima all’ospedale di Polistena e poi nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Reggio Calabria, Soumaila non ce l’ha fatta, mentre è andata meglio a due connazionali che erano con lui, uno colpito a una gamba e l’altro illeso.

Tutti e tre vivevano nell’area della tendopoli di San Ferdinando in cui soggiornano i braccianti impegnati nei campi nella piana di Gioia Tauro.

Nella zona sono oltre 4000 i braccianti tutti migranti durante la stagione di raccolta, distribuiti in vari insediamenti e utilizzati come manodopera nella raccolta degli agrumi a basso costo dai produttori di arance, clementine e kiwi. La maggior parte si concentra a San Ferdinando dove permangono gravi carenze igienico sanitarie a livello abitativo.

Due nuove tragedie oggi dei migranti nel Mediterraneo dalla Turchia alle coste della Tunisia. Nove #persone , tra cui sei bambini sono annegati in un tragico naufragio nel Mar #Egeo davanti alle coste turche.

Qui non è in discussione la politica verso i migranti, qui è in discussione l’umanità. Se uno afferma che i clandestini vivono nella pacchia, naturalmente per farli odiare dai tanti italiani che nella pacchia non vivono, è un mascalzone che sa di esserlo. Quella di clandestino, tra tutte le condizioni dei migranti è la più terribile. Per lo stato il clandestino non esiste, è una persona che non dovrebbe esserci e quindi non ha diritti sociali. Viceversa per lo sfruttatore, alla fine della catena sempre italiano, il clandestino è lo schiavo perfetto, perché dipende da lui per continuare a vivere. Prendersela con i clandestini, non con la clandestinità sia chiaro, è come perseguitare gli schiavi invece che combattere la schiavitù. 

Il disprezzo per i poveri, anzi il dileggio e il rancore verso di loro, che vivrebbero nella pacchia mentre gli altri sgobbano, è la quintessenza del razzismo sociale di oggi. La frase di Salvini è infame e disumana, indegna per una persona civile, scandalosa per un politico, terribile per un ministro di polizia.

Oggi il miinistro Salvini si reca in Sicilia e non ha speso una sola parola sulla  lotta contro la mafia, VERo problema che blocca lo sviluppo dell'isola.
Giusto per far vedere chi comanda.

Salvini è diventato ministro della Repubblica solo perché prima di lui i governi dell’austerità hanno distrutto quella solidarietà umana che lui ora si vanta di non possedere.

UN populismo ma senza popolo al potere

«Disordine nuovo».Questo connubio fotografa perfettamente il carattere del tutto inedito del caos istituzionale e politico andato in scena allora sull’ «irto colle» e diffusosi in un amen urbi et orbi.

Ma quell’espressione va al di là dell’istantanea, e non perde certo attualità per la nascita del governo Conte. Con la doppia allusione storica (all’ordinovismo neofascista ma anche all’originario Ordine Nuovo gramsciano) ci spinge anzi a riflettere da una parte sul potenziale dirompente del voto del 4 marzo, reso assai visibile ora che è esploso fin dentro il Palazzo provocandone una serie di crisi di nervi.

Dall’altra sul carattere anche questo «nuovo» del soggetto politico insediatosi nel cuore dello Stato: sta sotto la bandiera giallo-verde e che per ora è difficile qualificare se non in forma cromatica. Perché quello che è andato abbozzandosi «per fusione» nei quasi cento giorni di crisi seguita al terremoto del 4 di marzo, e infine è diventato «potere», forse è qualcosa di più di una semplice alleanza provvisoria. Forse è l’embrione di una nuova metamorfosi (potenziata) di quel «populismo del terzo millennio» su cui dalla Brexit e dalla vittoria di Trump in poi i politologi di mezzo mondo vanno interrogandosi. Forse addirittura è una sua inedita mutazione genetica che, fondendo in un unico conio vari ed eterogenei «populismi», farebbe ancora una volta del caso italiano un ben più ampio laboratorio della crisi democratica globale.

SBAGLIANO QUANTI liquidano l’asse 5Stelle-Lega con le etichette consuete: alleanza rosso-bruna, coalizione grillo-fascista, o fascio-grillina, o sfascio-leghista, e via ricombinando. Sbagliano per pigrizia mentale, e per rifiuto di vedere che quello che va emergendo è un fenomeno politico inedito, radicato più che nelle culture politiche nelle rotture epocali dell’ordine sociale. Altrimenti dovremmo concludere che (e spiegare perché) la maggioranza degli italiani – quasi il 60% – è diventata d’improvviso «fascista». E sarebbe assai difficile capire come e per quale occulta ragione l’elettorato identitario della Lega si è così facilmente rassegnato al connubio con la platea grillina, e viceversa come questa si sia pensata compatibile con i tombini di ghisa di Salvini…

È DUNQUE per molti versi un oggetto misterioso quello che disturba i nostri sonni. E in questi casi, quando si ha di fronte un’entità politica che non ci dice da sé «chi sia», è utile partire dall’indagine delle cause. Dalla «eziologia», direbbero i vecchi padri della scienza politica, prendendo a prestito il termine dalla medicina, come se appunto di malattia si trattasse. Da dove «nasce» – da quale sostrato, o «infezione», prende origine -, questa «cosa» che ha occupato il centro istituzionale del Paese, destabilizzandolo fino al limite dell’entropia?

UNA MANO, FORSE, ce la potrebbe dare Benjamin Arditi, un brillante politologo latino-americano che ha usato, per il populismo del «terzo millennio», la metafora dell’”invitado incomodo”, cioè dell’ospite indesiderato a un elegante dinner party, che beve oltre misura, non rispetta le buone maniere a tavola, è rozzo, alza la voce e tenta fastidiosamente di flirtare con le mogli degli altri ospiti… È sicuramente sgradevole, e «fuori posto», ma potrebbe anche farsi scappare di bocca «una qualche verità sulla democrazia liberale, per esempio che essa si è dimenticata del proprio ideale fondante, la sovranità popolare». È questo il primo tratto identificante del new populism: il suo trarre origine dal senso di espropriazione delle proprie prerogative democratiche da parte di un elettorato marginalizzato, ignorato, scavalcato da decisioni prese altrove… Son le furie del (popolo) Sovrano cui per sortilegio è stato sfilato lo scettro il denominatore comune delle pur diverse anime. E queste furie (confermate purtroppo dalle recenti improvvide esternazioni istituzionali) attraversano la società in tutte le sue componenti, sull’intero asse destra-sinistra.

IL SECONDO FATTORE è lo «scioglimento di tutti i popoli». Può sembrare paradossale, ma è così: questo cosiddetto populismo rampante è in realtà senza popolo. Anzi, è il prodotto della fine di tutte le precedenti aggregazioni socio-politiche. Nella marea che ha invaso le urne il 4 di marzo non c’è più il «popolo di sinistra» (lo si è visto e lo si è detto), ma neppure più il «popolo padano» (con la nazionalizzazione della Lega salviniana), e neanche il «popolo del vaffa» (con la transustanziazione di Di Maio in rassicurante uomo di governo): c’è il mélange di tutti insieme, sciolti nei loro atomi elementari e ricombinati. Così come ci sono ben visibili le tracce di tutti e tre i «populismi italiani» che nel mio Populismo 2.0 avevo descritto nella loro successione cronologica (il telepopulismo berlusconiano ante-crisi, il cyberpopulismo grillino post-Monti e il populismo di governo renziano pre-referendario), e che ora sembrano precipitare in un punto solo: in un unico calderone in ebollizione al fuoco di un «non popolo» altrimenti privo di un «Sé».

PER QUESTO CREDO di poter dire che siamo lontani dai vari fascismi e neofascismi novecenteschi, esasperatamente comunitari in nome dell’omogeneità del Volk. E nello stesso tempo che viviamo ormai in un mondo abissalmente altro rispetto a quello in cui Gramsci pensò il suo Ordine Nuovo fondando su quello l’egemonia di lunga durata della sinistra. Se quel modello di «ordine» era incentrato sul lavoro operaio (in quanto espressione della razionalità produttiva di fabbrica) come cellula elementare dello Stato Nuovo, l’attuale prevalente visione del mondo trae al contrario origine dalla dissoluzione del Lavoro come soggetto sociale (si fonda sulla sua sconfitta storica) e dall’emergere di un paradigma egemonico che fa del mercato e del denaro – di due entità per definizione «prive di forma» – i propri principii regolatori. È appunto, nel senso più proprio, un «disordine nuovo». Ovvero un’ipotesi di società che fa del disordine (e del suo correlato: la diseguaglianza selvaggia) la propria cifra prevalente.

A QUESTO MODELLO «insostenibile» il soggetto politico che sta emergendo dal caos sistemico che caratterizza la «maturità neoliberista» non si contrappone come antitesi, ma ne trasferisce piuttosto lo statuto «anarco-capitalista» nel cuore del «politico». Non è il corpo solido piantato nella società liquida. È a sua volta «liquido» e volatile. Continuerà a quotare alla propria borsa l’insoddisfazione del «popolo esautorato», ma non gli restituirà lo scettro smarrito. Continuerà a prestare ascolto alla sua angoscia da declino e da marginalizzazione, ma non ne arresterà la discesa sul piano inclinato sociale (scaricandone rabbia e frustrazione su migranti, rom e homeless secondo la tecnica consumata del capro espiatorio). Condurrà probabilmente una lotta senza quartiere contro le attuali «oligarchie» (per sostituirsi ad esse) ma non toccherà nessuno dei «fondamentali di sistema». È pericoloso proprio per questo: per la sua adattabilità ai flussi umorali che lavorano in basso e per la sua simmetrica collusione con le logiche di fondo che operano in alto. E proprio per questo personalmente non farei molto conto sull’ipotesi che a breve tempo il loro governo vada in crisi per le sue contraddizioni interne. O per un conflitto «mortale» con l’Europa, che non saranno loro ad affossare con un’azione deliberata e consapevole (sta già facendo molto da sola, con la sua tendenza suicida).

SE VORREMO combatterli dovremo prepararci ad avere davanti un avversario proteiforme, affrontabile solo da una forza e da una cultura politica che abbia saputo fare, a sua volta, il proprio esodo dalla terra d’origine: che sia preparata a cambiarsi con la stessa radicalità con cui è cambiato ciò che abbiamo di fronte. Non certo da un fantasmatico «fronte repubblicano», somma di tutte le sconfitte.

venerdì 1 giugno 2018

#GovernoLegaM5s, Guadagnati 5 mesi, conti veri a novembre

Governo M5S-Lega quando sembrava non fosse più possibile, quando Salvini aveva giurato (con il silenzio-assenso di Di Maio) che senza Paolo Savona al Tesoro non c’era governo, anzi c’era manovra anti democratica, anzi sgambetto e oltraggio al popolo. Di Maio aveva detto: inutile votare, i governi li fanno le agenzie di rating, i poteri della finanza, i mercati e non i cittadini elettori. Sempre Di Maio aveva pubblicamente manifestato l’intenzione di mettere Mattarella in stato di accusa per Alto Tradimento niente meno. Insomma il governo M5S-Lega non si poteva fare, dicevano Salvini e Di Maio, perché i poteri forti e occulti si erano messi di mezzo e l’avevano impedito. Insomma un golpe, una democrazia decapitata e insultata per dirla alla Grillo.

E invece il governo lo fanno proprio M5S e Lega. Ed è cosa giusta che siano loro a farlo, che nasca il governo di chi ha vinto le elezioni di marzo. Cosa giusta e in realtà da nessuno mai messa in discussione. A metterlo in forse il governo M5S-Lega se qualcuno c’è stato questo qualcuno è stato Matteo Salvini. Con la candidatura sfregio più che sfida all’euro, con i proclami o Savona o morte, con i comizi dal suo personale balcone-terrazza dell’edificio dei gruppi parlamentari di Montecitorio da cui annunciava: mai e poi mai ci piegheremo.

In realtà aveva poco o nulla a cui piegarsi se non alla difficoltà di governare davvero. Di Maio al contrario di Salvini pur di portare M5S al governo non faceva nessun ostacolo, fino al punto di diventare scudiero di Salvini nell’ultima e tragicomica fase della crisi di governo (a un certo punto c’è stato un giorno in cui i premier erano tra incaricati, possibili e in carica, quattro: Cottarelli, Conte, Salvini stesso e Gentiloni).

Cosa giusta che il governo sia governo M5S-Lega, cosa giusta secondo risultato elezioni. E cosa giusta che sia nato e si sia formato. Ma perché è ricomparso d’improvviso dopo che da Salvini passando per Di Maio e con il consenso praticamente di tutti si era gridato elezioni, elezioni? Per un motivo molto semplice e molto tosto: alle elezioni il 29 di luglio o il 5 di agosto l’Italia non ci arrivava viva.

E non perché votare col caldo si moriva di caldo (e di astensioni). L’Italia non ci arrivava viva per altri due mesi di soldi che dall’Italia scappavano o non arrivavano più. Il ritmo della sfiducia e dubbio verso un’Italia che pagava i suoi debiti e li pagava in euro è stato tale in due settimane che due mesi e avremmo chiuso bottega.

Amiamo moltissimo adontarci se un commissario Ue incautamente dice che i mercati spiegano come si deve votare. Giusto rilevare che i mercati non insegnano nulla agli elettori, gli elettori fanno da soli. Però i mercati non è che insegnano, spiegano moltissimi ai governi e alle forze politiche. E non perché si, come si dice, intromettono. No, perché se vuoi soldi e non dai garanzie allora i soldi non te li danno. Non solo i mercati ma anche zia e l’amico caro e nonno e il socio in azienda: se vuoi soldi e non dai garanzie i soldi non te li danno. Anzi i soldi scappano da te.

Quindi è stata cosa giusta e anche buona il governo M5S-Lega resuscitato. Ha fermato col il suo solo nascere la fuga dei soldi, il divorzio soldi-Italia. La nascita del governo M5S-Lega guidato da Conte con Di Maio e Salvini a dirgli dove andare è cosa buona e giusta perché fa guadagnare cinque mesi. L’Italia ha guadagnato tempo. Questo è sicuro, il resto…

I conti veri con il mondo e con la realtà si faranno a novembre. Conti molto facili da fare. Se governo M5S-Lega nella legge di bilancio 2019 mette il Contratto governo M5S-Lega (e cioè reddito cittadinanza, flat tax, pensioni a 64/65 anni di età più altre costose cosette) deve mettere a deficit circa quattro punti di Pil, almeno quattro. Il che significa un deficit che schizza dall’ 1,3 per cento del Pil (impegno preso con l’Europa) a sopra il 5 per cento del Pil. Il che è altro che Savona al Tesoro, il che è stampare euro a carico di tutti gli altri paesi e contribuenti ed elettori europei. Il che è fare non solo pernacchia e gesto dell’ombrello all’euro e alla Ue. Cinque e passa per cento di deficit 2019 è farsi mettere alla porta dall’euro, soprattutto è farsi mettere alla porta da chi finanzia il debito italiano e cioè paga in cambio di interessi gli stipendi, le pensioni, le scuole, gli ospedali…Quindi se nella legge Bilancio 2019 c’è il Contratto Governo Cambiamento, a novembre si torna alla fuga dei soldi.

Oppure nella legge Bilancio 2019 il Contratto Governo M5S-Lega c’è in dosi mignon. Un pezzetto di reddito di cittadinanza, un’aggiustatina alla Fornero, una limatura dell’Irpef…facciamo un punto di Pil, circa 18 miliardi e deficit 2019 che va al 2,5 per cento circa sul Pil. Un forzare la mano alla Ue, ma vedrai che forse alla fine sopportano e ci stanno. E allora niente fuga e divorzio soldi-Italia e viceversa.

Ma in quel caso potrebbero cominciare a fuggire elettori per M5S e Lega. Sì, certo Salvini potrà provare a trattenerli gli elettori allestendo cacciate di clandestini e Di Maio proverà a trattenere e intrattenere elettori allestendo falò di vitalizi parlamentari. Spettacoli di sicuro successo e di buon pubblico. Ma niente a che vedere con i 780 euro a casa a fine mese, l’Irpef dimezzata, la pensione tre anni prima delle legge che c’è.

Che faranno a novembre Di Maio e Salvini, che diranno a Conte di fare? Far fuggire i soldi dall’Italia o far scappare qualche elettore disilluso? I veri conti di novembre sono in fondo tutti semplicemente qua. Fino ad allora l’Italia del governo M5S-Lega sta e starà nel mondo di mezzo tra realtà e irrealtà.

#GovernoLegaM5s #1giugno, il “compromesso storico” tra fasciorazzismo e Capitalismo

Sei tecnici, sette grillini e sei leghisti. Il compromesso che regge la composizione del governo “politico” è trasparente fin dall’equilibrio delle componenti nella squadra. Solo che “i tecnici” occupano le caselle chiave – presidenza del consiglio, economia, politiche europee, esteri, difesa, più l’ambiente per altre ragioni
. Mentre grillini e leghisti si insediano in ministeri che dipenderanno, per poter funzionare, da risorse che sta ad altri erogare o mettere a disposizione.

Sbrigativamente, Enzo Moavero Milanesi agli esteri ha il compito di tranquillizzare il resto della Ue sul fatto che l’Italia non darà strattoni insopportabili alla struttura comunitaria. Può garantirlo come silenzioso ex ministro delle politiche comunitarie nei governi di Mario Monti ed Enrico Letta, i più eterodiretti degli ultimi otto anni.

Giovanni Tria all’economia copre la casella più sensibile in modo sufficientemente elastico. Nella sua produzione recente, infatti, sposa a volte le critiche alla moneta unica (e alle politiche della Germania) avanzate da Paolo Savona ma, pur ritenendo l’uscita dall’euro una possibilità teorica, ha sempre considerato questa eventualità un rischio troppo alto, con troppe variabili negative. Ha scritto libri insieme a Renato Brunetta, quindi è ben visto negli ambienti berlusconiani, tanto da sposare l’ipotesi flat tax fin da tempi insospettabili, finanziandola con aumenti dell’Iva che andrebbero a ridurre sensibilmente i consumi popolari.

Quest’ultimo rappresenta da solo la piccola vittoria di Salvini sul piano del rapporto con l’Ue, visto che si insedia nel ministero apposito. Che non ha poteri decisionali autonomi, ma consente di trattare con l’Unione da una posizione – certamente meno forte che non il ministero dell’economia – sufficientemente fastidiosa nel sollevare problemi quando si sceglie di farlo.

Del resto, la tensione internazionale innescata dai dazi introdotti da Donald Trump anche su acciaio e alluminio europei (con contromisure che stanno per partire da Bruxelles) illumina la nascita di questo governo anche da altri punti di vista. Più d’uno, per esempio, ha sottolineato come l’impennata dello spread, martedì 29, sia stata frenata da massicci acquisti di titoli di stato italiani da parte di fondi di investimento statunitensi. Un modo per contenere la pressione dei “mercati europei” su un paese membro che potrebbe mostrarsi, ancora una volta, più suddito degli Stati Uniti che non della Germania merkeliana.

“Tecnica” anche Elisabetta Trenta, ex ufficiale dell’esercito, vicedirettrice dei master in intelligence e sicurezza presso l’università privata Link Campus; ha partecipato ad attività militari e civili in Italia e all’estero su incarico del ministero della Difesa. Un funzionario esperto, insomma, a cavallo tra funzioni militari e da servizi segreti, che pur essendo “in quota Cinque Stelle” costituisce col suo curriculum una garanzia sul fatto che l’internità al sistema Nato non subirà scostamenti neppure millimetrici.

Sistemate la Ue e la Nato, cosa resta? Tutti gli altri ministeri hanno implicazioni sostanzialmente “interne”. Se avranno le risorse, potranno cercare di realizzare almeno parti del “contratto di programma”, altrimenti dovranno cercare di prendere iniziative sostanzialmente pubblicitarie, a basso costo, ma spendibili nella propaganda.

Da questo punto di vista, ancora una volta, quello che sta messo peggio è Luigi Di Maio. Si è messo alla testa di tre ministeri accorpati in uno – sviluppo economico, lavoro e politiche sociali – nella speranza di poter tracciare qualcosa che somigli almeno alla lontana al “reddito di cittadinanza” tanto atteso al Sud. Non ci addentriamo qui nei dettagli della proposta originale (lo abbiamo fatto già più volte), ma qualsiasi iniziativa su questo terreno è una sicura fonte di spesa, tanto più grande quanto maggiore è la platea interessata (oltre 10 milioni di persone, almeno) e l’entità del “sostegno” immaginato.

Non ci vuole molto a immaginare che su questo fronte il ministro dell’economia, pressato dai 26 “colleghi” in quel di Bruxelles, avrà spesso facile gioco nel far calare le iniziative verso lo zero. In ogni caso, c’è poi Sergio Mattarella con la penna rossa in mano, pronto a cassare le proposte di legge con copertura finanziaria nulla, incerta o insufficiente.

Chi sta in una botte di ferro, all’apparenza, è Matteo Salvini. La “sicurezza” si può fare con pochi soldi aggiuntivi (10.000 poliziotti in più, pagati magari riducendo drasticamente le spese per l’accoglienza di migranti e profughi, non sono un costo insopportabile). Ed è fin troppo facile attendersi da subito iniziative “clamorose”, tipo l’espulsione immediata dell’immigrato spenna-piccioni postato ieri sulla sua pagina Fb poco prima di chiudere il patto con Di Maio e Mattarella…

Scherzi a parte, i comportamenti pratici delle cosiddette “forze dell’ordine” rischiano rapidamente di andare fuori controllo, e la sentenza assolutoria nel processo d’appello per l’uccisione di Giuseppe Uva – giunta proprio ieri – puzza lontano un miglio di “nuova cultura giuridica”.

Lo stesso si potrebbe dire per le “politiche della famiglia”, con minacce non velate di metter mano – reazionaria – alla legge sull’aborto e altri diritti civili (anche questi gratuiti, sul piano delle risorse finanziarie).

Lo schema logico è sempre lo stesso, però. Il compromesso con l’Unione Europea e la Nato facilita la neutralità dei “mercati” rispetto al nostro paese, ma al prezzo di politiche di bilancio completamente in linea con Bruxelles. Ossia con zero o quasi risorse per realizzare il “contratto di programma”; anzi, con tagli e “riforme” che dovrebbero andare in direzione completamente opposta (a cominciare dalle pensioni – ci chiedono di tagliare quelle di reversibilità, ricalcolcare anche quelle in essere con il metodo “contributivo”, riducendole così di brutto, ecc).

Sorge immediata, insomma, la necessità di “compensare” questa impossibilità di effettuare il promesso “cambiamento” con misure di grande impatto mediatico e psicologico, ma dal costo irrilevante. Il fasciorazzismo leghista, su questo fronte, ha un arsenale ben più vasto e “populista” della stucchevole litania grillina sui “vitalizi” (da cui verranno ricavati, a conti fatti, quattro spiccioli).

Questo governo ha comunque un vantaggio enorme, mai avuto da nessun governo precedente: non ha un’opposizione parlamentare credibile come alternativa. Né nell’immediato, né in prospettiva. Pd e berlusconiani, infatti, non potranno contestare misure di politica economica concordate fin nei dettagli con la Commissione Europea (pena il farsi a loro volta una impensabile fama di euroscettici tardivi). I berlusconiani, oltretutto, non potranno neanche contestare le misure fasciorazziste e/o bigotte che hanno sempre sostenuto di voler realizzare. Per il Pd (in cui sta per riconfluire anche la finta “sinistra” di LeU, specie se ne esce – come sembra – Renzi) si apre invece un sottilissimo spazio critico, quasi soltanto sui “diritti civili”.

Ma non sarà facile neanche questo. L’ultimo baluardo immaginario all’ondata di destra era stato individuato in Sergio Mattarella, incensato per aver domenica sera sbarrato al strada alla prima versione del governo Conte. Qualche furbo ha fatto breccia nel cuore di qualche ingenuo chamando alla mobilitazione – oggi – in favore del Presidente della Repubblica. Chissà come saranno ridotti ora, nel vedere che le mosse di Mattarella non erano affatto motivate da un “rigurgito antifascista”, ma solo da un ferreo “comando europeista”. Ottenute le correzioni necessari a “rassicurare i mercati”, infatti, ha approvato con un sorriso l’ingresso di Salvini al Viminale. In tempi di lascrime e sangue, un fasciorazzista alla guida della polizia può far comodo anche “all’Europa”…

A noi sembra chiaro che questa situazione, infine, brucia definitivamente ogni residuo spazio per immaginari “contenitori larghissimi” dai contorni vaghissimi, tutti giocati su qualche nome noto e senza forze sociali dietro.

C’è invece uno spazio enorme per esercitare – ma sul serio, non nei talk show – una opposizione sociale e politica che non fa sconti a nessuno e prova a costruire ex novo il “blocco sociale” popolare, fatto di tutte le figure sfruttate – in qualsiasi modo e con qualsiasi contratto lo siano – e con qualche idea finalmente chiara sui veri nemici che si trova di fronte: il piccolo capitale perdente di questo paese, ridotto a scommettere sui fasciorazzisti come ultima spiaggia, e il grande capitale finanziario e multinazionale.

 Salvini e Di Maio si sono piegati, in realtà il secondo l’aveva già fatto, ai vincoli UE ( e NATO). E tutti assieme si sono piegati ai colpi dello spread usati squadristicamente da UE e Germania. A parole saranno tutti contro l’austerità, ma continueranno a praticarla nel nome del fiscal compact e dei trattati UE che non oseranno più mettere in discussione. In compenso potranno fascisteggiare con migranti, poveri, occupanti di case e conflitti sociali.  Anzi un governo che abbia il consenso degli elettori, non tecnico dunque, e che continui ad eseguire la politica delle banche mentre indirizza la rabbia popolare verso i migranti e gli esclusi.



E’ ora di rendersi indipendenti da questa melma e alzarsi in piedi per camminare.