BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA
Visualizzazione post con etichetta Governo lega-m5s. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Governo lega-m5s. Mostra tutti i post

martedì 30 ottobre 2018

I gialloverdi non cambiano la legge Fornero, nonostante i proclami

Come tanti sanno un provvedimento dettagliato del governo sulle pensioni non c’è, sul documento di bilancio la voce pensioni è vuota, c’è solo lo stanziamento di circa 6,7 miliardi di euro. Pare che entro il 31 ottobre il governo dovrebbe uscire con il dettaglio del suo intervento sul sistema pensionistico. Allora avremo sicuramente delle sorprese, come abbiamo visto sul decreto fiscale, che tuttora Di Maio disconosce per il persistere di forme di scudo penale agli evasori; e come abbiamo visto sul decreto Genova che sana le case abusive di Ischia e lo sversamento di fanghi petroliferi nei campi.

Tuttavia annuncio dopo annuncio, indiscrezione dopo indiscrezione, il quadro fondamentale delle misure si delinea e chiarisce che il governo, al di là delle opposte propagande di chi esalta l’abolizione della legge Fornero e di chi si straccia le vesti per questo, non supera affatto la controriforma delle pensioni del governo Monti, ma solo la ammorbidisce e rallenta per alcuni ben precisi gruppi di lavoratrici e lavoratori.

La legge Fornero ha due capisaldi, la pensione di vecchiaia a 67 anni di età per donne e uomini, quella di anzianità per chi, pur essendo più giovane, abbia accumulato 43 anni di contributi. Per capirci, un operaio che abbia cominciato a lavorare a 16 anni e abbia avuto sempre un rapporto di lavoro, oggi con le legge Fornero può andare in pensione cosiddetta di anzianità a 59 anni di età e per lui non cambierà nulla. Una lavoratrice che tra pause familiari e disoccupazione abbia maturato complessivamente 30 anni di contributi sarà costretta ad andare in pensione a 67 anni di età. Anche per lei non cambierà niente. Così come non cambia niente per chi, soprattutto donne e ora anche migranti, non abbia raccolto almeno 20 anni di contributi.

Tutte e tutti costoro lasceranno integralmente il versato nelle casse dell’INPS e potranno solo chiedere la pensione sociale, 448 euro al mese, a 67 anni se poveri ai sensi dell’Isee. Va detto che la Fornero ha ereditato questa porcata dal governo di Giuliano Amato che la varò nel 1992 di fronte ad una tempesta monetaria che preparava l’euro. La Fornero ha semplicemente inserito quella norma nel balzo da essa imposto all’eta pensionabile. Lo stesso ha fatto con un’altra norma che spesso invece le viene attribuita: il meccanismo di innalzamento automatico dell’età della pensione in proporzione all’incremento della cosiddetta aspettativa di vita: più speri di vivere, più devi lavorare.

Fu Sacconi, ministro del lavoro del governo Berlusconi nel 2009, a stabilire questa norma stupida e feroce che cancella la fatica del lavoro e trasforma i successi della medicina e della società, di cui usufruiscono prima di tutto i più ricchi, in condanna per i poveri. Naturalmente la Lega di Bossi, Maroni e Salvini votò a favore.

Anche questo meccanismo non viene abolito, ma solo bloccato per alcuni anni; poi riprenderà a fare danni, innalzando sia l’età della pensione di vecchiaia sia i contributi necessari per quella di anzianità. Intanto però saranno passate le prossime elezioni.

Il governo dichiara inoltre di voler mantenere la cosiddetta “opzione donna”. Anche questa è una misura già decisa dai governi precedenti, per stemperare gli eccessi di ferocia della legge Fornero. Le lavoratrici con 58 anni di età se dipendenti, 59 se autonome, se avranno maturato 35 anni di contributi potranno andare in pensione a circa 60 anni. Naturalmente con un pesante taglio alla rendita. Anche questo provvedimento micragnoso e sessista viene confermato, presentandolo come un grande cambiamento, ma allora cosa cambia davvero?

Come si sa il governo chiama abolizione della legge Fornero l’istituzione della cosiddetta “quota 100”. Chi ha 62 anni di età e 38 anni di contributi potrà andare in pensione, ma con alcune avvertenze.

La prima è che non c’è in realtà alcuna quota 100: chi ha 60 anni di età e 40 di contributi non andrà in pensione prima, così pure chi ha 63 anni e 37 di contributi. I due requisiti sono entrambi necessari, se uno dei due manca non si va in pensione. Inoltre tornano le famigerate “finestre”; cioè non si va in pensione quando si maturano i requisiti, ma un po’ dopo. Da un minimo di 4-5 mesi per un lavoratore del privato, ad oltre un anno per un insegnante.

Ora sulla base di tutti questi e di altri piccoli trucchi che si stanno elaborando, il governo prevede di far andare in pensione, prima di quando avrebbero dovuto andarci con la Fornero, circa 350.000 persone, che già sono molte meno di coloro interessate ad una vera quota 100. Anche qui c’è la complicità delle opposte propagande: il governo dice che “cambia tutto”, Boeri e PD che lamentano lo scasso dei conti pubblici. La realtà è molto diversa.

Per andare in pensione nel 2019 a 62 anni di età con 38 anni di contributi bisogna essere nati attorno alla metà degli anni 50, essere andati a lavorare attorno ai 24-25 anni e aver mantenuto un impiego stabile fino al 2018. Chi sono costoro? In grandissima parte impiegati delle grandi aziende private e del settore pubblico. Che effettivamente potranno andare prima via dal lavoro… o dovranno?

Sì perché stranamente questo provvedimento coincide largamente con i bisogni delle grandi aziende e della pubblica amministrazione di procedere allo svecchiamento del personale. Via impiegati anziani e costosi, dentro giovani pagati molto meno e, ricordiamolo sempre, nel privato senza articolo 18. Del resto quando fu varata la legge Fornero fu proprio Boeri a lamentare che essa avrebbe “ingessato” il mercato del lavoro. Per questo la Confindustria è concorde, al di là di qualche ipocrisia di facciata.

Quello che il governo sta varando non è l’abolizione della legge Fornero, che resta in tutti i suoi meccanismi più feroci e ingiusti, ma un prepensionamento per alcune categorie di impiegati del sistema pubblico e privato. Naturalmente molti di loro saranno contenti di uscire da posti di lavoro sempre peggiori, ma, ripeto, questo non elimina la controriforma del sistema pensionistico.

Per fare davvero una riforma giusta si dovrebbe abbassare per tutte e tutti, e non solo per alcuni, l’età della pensione. Si dovrebbe garantire una pensione dignitosa ai giovani e ai precari. Si dovrebbe rilanciare il sistema pubblico con adeguata contribuzione, invece che colpirlo con i condoni o con le agevolazioni per le pensioni private, anche sindacali.

Non è vero che il sistema pensionistico pubblico sia al collasso, come affermano mentendo tutti i liberisti, di governo e di opposizione. Al contrario il sistema pubblico è in attivo, tolte le spese di assistenza che dovrebbero riguardare la fiscalità generale, recuperati i mancati contributi dello stato per i suoi dipendenti, recuperata la gigantesca evasione contributiva agevolata nel nome delle “imprese”; e soprattutto messi nel conto i 50-60 miliardi annui di tasse che versano i pensionati.

Se tutti questi conti venissero onestamente fatti, verrebbe smentita la propaganda liberista su un sistema pensionistico pubblico insostenibile. E verrebbe fuori invece la brutale realtà di governi che hanno sempre usato le pensioni come bancomat pronta cassa.

Tutto l’impianto della legge Fornero rimane, come quello di tutte la controriforme precedenti, a partire da quel sistema contributivo introdotto dalla legge Dini, che, nell’epoca della precarizzazione del lavoro, ha distrutto la solidarietà tra generazioni nel sistema pubblico.

Il governo gialloverde in realtà copia ciò che fece l’ultimo governo Prodi nel 2007. Allora era in vigore il cosiddetto “scalone Maroni”. Un innalzamento dell’età della pensione attuato dal governo di destra precedente, a cui il ministro leghista del lavoro di allora aveva dato il sui nome. Prodi aveva preso in campagna elettorale il solenne impegno di abolire lo scalone Maroni; e alla fine lo mantenne, mandando in pensione prima alcune classi di età, allora si parlava di quota 95. Ma senza toccare nulla della struttura del sistema pensionistico, anzi facendo pagare alla maggioranza dei lavoratori il miglioramento per alcuni.

Salvini e Di Maio mandano in pensione prima una piccola minoranza di lavoratori e accettano e mantengono che la grande maggioranza di essi vada in quiescenza sempre più tardi.

La lotta per un sistema pensionistico pubblico giusto e umano è ancora tutta da fare.

sabato 27 ottobre 2018

Genova, beffa a 5 stelle, Terzo Valico cancellato, oltre 2.500 operai rischiano licenziamento

Erano il fronte avanzato del 2.890 operai che scavano il Terzo Valico ferroviario e dei 5.000 che lavorano direttamente e indirettamente a questa grande opera pubblica, la più impegnativa che si stia costruendo in Italia oggi, primo anno dell’era giallo-verde. E sono andati loro, probabilmente in rappresentanza di qualche milione di italiani, a urlare in faccia al Movimento 5 Stelle, o almeno ai suoi rappresentanti liguri, che loro non vogliono il “reddito di cittadinanza”, ma vogliono “lavorare”, “lavorare”, “lavorare”.

Manovra porcata: maxi tagli di detrazioni tra sanità, mutui e spese universitarie

Per far tornare i conti della manovra servono fino a 13 miliardi di euro, tra nuove entrate o tagli alla spesa. Lega e Movimento 5 Stelle riflettono sulla possibilità di un taglio lineare delle detrazioni fiscali per trovare i fondi per reddito di cittadinanza e flat tax.

venerdì 26 ottobre 2018

Contrastare e le disuguaglianze in Sanità

Tempi di attesa, gestione delle cronicità, accesso ai farmaci innovativi, coperture vaccinali e screening oncologici: è in questi settori che si registrano disuguaglianze sempre più nette fra le varie aree del Paese . E non sempre al Nord va meglio che al Sud.

sabato 25 agosto 2018

BUONI A NULLA

Il punto più basso dicevamo, non solo perché evidenzia un’impreparazione politica disarmante, un’ignoranza (voluta) delle più elementari norme del diritto interno ed internazionale, ma perché mostra in maniera plastica la disperazione di un governo che, schiacciato dalle promesse elettorali su cui le due componenti (Lega e M5S) hanno costruito il consenso nel paese, si trova oggi con margini di manovra quasi nulli.

martedì 21 agosto 2018

La commissione nominata da Toninelli si deve (auto)indagare

Tre dei sei membri della commissione d'inchiesta sul crollo del Ponte Morandi nominata dal ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, hanno ricoperto in passato incarichi che, di fatto, li mettono ora nelle condizioni di dover indagare anche sul loro stesso operato. E uno di loro addirittura aveva lavorato per Autostrade, accusata dal governo di avere responsabilità del disastro costato la vita a 43 persone.
Si tratta dell'ingegnere Bruno Santoro, dirigente del ministero "pagato fino al 2013 per prestazioni professionali dalla società di gestione", dell'architetto Roberto Ferrazza, provveditore per le opere pubbliche di Piemonte-Valle d'Aosta-Liguria e del professore associato della facoltà di ingegneria dell'Università di Genova, Antonio Brencich.
La singolarità è che dal 2015, cioè appena due anni dopo la fine del rapporto con Autostrade, al 2018 Santoro è anche direttore della 'Divisione 3 – Qualità del servizio autostradale' nella Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali, cioè il massimo organismo di sorveglianza. E dal marzo di quest'anno è direttore della 'Divisione 1 – Vigilanza tecnica e operativa della rete autostradale in concessione', nella stessa Direzione generale del ministero. La Divisione 1, secondo quanto ha precisato il ministero, non avrebbe però "alcuna competenza sui progetti di manutenzione straordinaria" in oggetto.
L'incarico di Santoro per Autostrade riguardava una prestazione professionale per 'Direzione e coordinamento lavori, collaudo e manutenzione opere pubbliche, l'incarico, iniziato il 30 ottobre 2009 e terminato il 30 ottobre 2012, è stato retribuito al dirigente da Autostrade per l'Italia con un importo di cinquantamila euro; a questo si aggiunge un secondo conferimento che appare nella lista delle autorizzazioni del ministero per il 2010. Si tratta di un incarico analogo per direzione e collaudo dal 13 gennaio 2010 al 13 gennaio 2013 per un ulteriore compenso di ventimila euro. Un totale di settantamila euro in quattro anni".​
Ferrazza e Brencich, da parte loro, il primo febbraio scorso, rispettivamente da presidente e da relatore esperto, hanno firmato il verbale del comitato tecnico amministrativo che ha approvato il progetto di ristrutturazione deL Morandi. "Pur consapevoli della 'riduzione d'area totale dei cavi dal 10 al 20 per cento' e rilevando 'alcuni aspetti discutibili per quanto riguarda la stima della resistenza del calcestruzzo', né loro due né altri componenti del comitato hanno ritenuto di dover prescrivere misure di sicurezza come la deviazione del traffico pesante e la riduzione delle corsie di marcia in attesa del completamento dei lavori, esattamente come era invece accaduto prima delle opere di rinforzo realizzate circa vent'anni fa.

giovedì 12 luglio 2018

TRUFFALDINI ALLO SBARAGLIO, ABOLISCONO le pensioni, non la Fornero

“Aboliremo la Fornero!”. Il grido di battaglia elettorale di Lega e Cinque Stelle, una volta arrivati al governo si va “leggermente” stemperando.

A guardare bene lo si potrebbe declinare in un più minaccioso “aboliremo le pensioni!”. Un po’ alla volta, non in un colpo solo, ma la via sembra tracciata. Non è nuova: si chiama “emergenza” e col tempo diventa “strutturale”, come con le leggi di polizia.

lunedì 9 luglio 2018

SOTTO IL VESTITO (I TWEET E POST FB). NIENTE

Dietro gli annunci fb e i tweet che i tizi del governo che stanno inondando l’opinione pubblica su temi più svariati riguardanti riforme di vario tipo, ordine, grado: reddito di cittadinanza, flax tax, decreto dignità, ecc, nob c'è niente di serio.  Soprattutto all’ordine del giorno il tema dei migranti elevato a questione epocale, anche per occultare temporaneamente la “mirabolanza” delle promesse avanzate in campagna elettorale.

E’ il caso però di ricordare che incombono sull’economia italiana e sulla vita di tutti i giorni questioni molto serie, vitali per il rapporto  tutto da ricostruire nel nostro paese tra lavoro e sviluppo .

Rapporto tra lavoro e sviluppo messo in un canto, è bene ricordarlo, da tutti i governi precedenti: centro – sinistra; centro – destra; tecnici; solidarietà nazionale, e via discorrendo, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi per non risalire a Prodi.

Romano Prodi che ricordiamlo sempre fu ministro dell’industria nel governo Andreotti e commissario all’IRI allorquando, anni ’80 – ’90 del XX secolo, si procedette allo smantellamento dell’Istituto per la ricostruzione industriale e a una serie di “mortali” privatizzazioni.

Proviamo allora ad affrontare un punto, di estrema attualità e importanza: lunedì mattina, 2 luglio, davanti ai portoni del Ministero dell’Industria in via Veneto ci saranno, infatti, i lavoratori dell’ILVA di Taranto che si sono autoconvocati dopo lo slittamento dei termini per la vendita della loro azienda al colosso Arcelor – Mittal, amministratore delegato indiano, sede in Lussemburgo, produzione annua di 97,03 milioni di tonnellate di acciaio.
La produzione dei più grandi gruppi italiani è ferma a 4,73 milioni di tonnellate l’ILVA e a 3,19 Arvedi.

Da ricordare come l’Italia sia importatrice di materiale. Nel primo semestre del 2017 l’import italiano ha raggiunto queste cifre: tubi (322.522 tonnellate), seguiti dalle materie prime (3,12 milioni di tonnellate), dai piani (5,36 milioni di tonnellate) e dai lunghi ( 1,21 milioni di tonnellate).  Acquisti di semilavorati a 1,69 milioni di tonnellate.

Per ciò che concerne la tipologia di acciai importati:  acciai al carbonio (6,49 milioni di tonnellate) e di acciai inox (669.660 tonnellate), gli acciai speciali ( 1,05 milioni di tonnellate).

Perché il tema è proprio quello dell’acciaio e dei suoi comparti limitrofi.

L’acciaio rimane il prodotto fondamentale per lo sviluppo industriale di un paese. Sarà il caso ricordare che serve per le strutture che reggono le case, per gli aerei, le automobili, i grandi impianti industriali e dell’energia.

Quello dell’acciaio è il settore al centro dello scontro sulla guerra globale dei dazi innestata dalla presidenza Trump.

In Italia il settore vale diverse decine di migliaia di posti di lavoro in una situazione complessiva nella quale sono presenti le più importanti emergenze ambientali, si verificano quotidianamente incidenti sul lavoro (che richiamo alla necessità della modernizzazione degli impianti e quindi all’esigenza di investimenti, coem del resto il rapporto con l’ambiente), mentre i lavoratori in molte situazioni stanno con il fiato sospeso per via del declino degli ammortizzatori sociali.

Lavoratori che ci auguriamo qualcuno non pensi di spedire a casa per poi disporre di una massa di assistiti costretti alla riconoscenza verso le elemosine della politica e quindi votanti obbligati per conservare la sopravvivenza: altro che clientelismo DC!

Il governo Lega – M5S dovrà quindi decidere se onorare l’accordo siglato dal precedente governo PD sull’Ilva di Taranto, oppure se dar seguito agli intenti elettoralistici di indefinita riconversione se non addirittura di chiusura.

E’ il caso di ricordare che da quella dello Stabilimento di Taranto dipenda anche la produzione di Genova e Novi .

Intanto sale la preoccupazione a Piombino perché sta procedendo a rilento la definizione dell’accordo di programma tra gli indiani di Jindal e il governo italiano: sono già stati rinviati diversi incontri.

Egualmente in fase di stallo la situazione dell’ex-Alcoa di Portovesme: il nuovo proprietario svizzero Sider Alloys dovrebbe far ripartire la fabbrica nell’aprile prossimo, ma a dicembre scadono gli ammortizzatori sociali e tutto appare quanto mai incerto, tanto più che il carrozzone Invitalia (quello della piò o meno fantomatica area di crisi industriale complessa a Savona) appare defilato.

Crisi anche per la Kme, settore rame proprietà tedesca, stabilimenti in Toscana con 150 esuberi su 1.000 dipendenti.

Ancora Terni, il gioiello degli acciai speciali che la Thyssen ha messo in vendita (si annuncia, tra l’altro, che Krupp si fonde con l’indiana Tata e lascia l’acciaio per l’hi – tech), ma gli acquirenti latitano e corrono voci addirittura di smembramento della fabbrica.

Sorgono, infine, problemi nel rapporto ambiente – lavoro anche a Trieste al riguardo della Ferriera di Servola (gruppo Arvedi) per la quale la Regione annuncia l’apertura di un dossier.

Siamo di fronte, in settori decisivi della prospettiva di sviluppo, a una vera e propria latitanza di iniziativa strategica (nelle nebbie anche la famosa industria 4.0 propugnata dall’ex ministro Calenda) anche da parte della stessa iniziativa sindacale che appare costantemente sulla difensiva.

In questo senso appaiono come centrali e assolutamente prioritarie le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione in atto nel nostro Paese che chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a un’iniziativa “di periodo”.

Il concetto di fondo che dovrebbe essere raccolto e rilanciato è, ancora una volta, quello della gestione e della programmazione economica pubblica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.

Però siamo bombardati dai messaggi pubblicitari e propagandistici sui temi più diversi che si pensa possano rendere voti, e non pare proprio che ci si accorga di questo drammatico stato di cose .

Uno stato di cose che non vale, è il caso di ripeterlo ancora una volta, soltanto per la sorte (importantissima) di decine di migliaia di posti di lavoro ma per il futuro stesso di un Paese di 60 milioni abitanti all’interno di un quadro internazionale in piena evoluzione.

Non ci possiamo permettere di abdicare totalmente dall’industria, nei suoi settori portanti e strategici e ridurci sotto questo aspetto alla totale marginalità come, invece, si sta progressivamente verificando ormai da tanto tempo.

Per quel che riguarda il Governo, non credo propria possa essere possibile aver richiesto la titolarità del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico assieme, soltanto per varare il fantomatico reddito di cittadinanza. Se fosse così non sarebbe soltanto illusorio, ma colpevole: un atto di vera e propria funesta disonestà intellettuale.

mercoledì 4 luglio 2018

Il decreto (non)dignità che conferma il Jobs Act

Ciò che viene presentato come la Waterloo del Jobsact ne è. in realtà, la sostanziale conferma; solo la sfacciataggine di imprese che si preparano ad incassare miliardi di bonifici fiscali e la dabbenaggine reazionaria dei renziani possono accreditare la versione di Di Maio.

L’intervento sui contratti a termine ne riduce la durata, costringe le imprese a qualche piccola bugia, che mai sarà verificata, sulle cosiddette “causali”, ma non cambia la sostanza. Oggi il il 78% dei contratti a termine sono sotto i 12 mesi, per questi non cambia nulla, si verrà assunti e scartati a go go, senza regole come prima. Per gli altri il contratto potrà essere prorogato fino a 24 e non più fino a 36 mesi e per 4 volte e non per 5. Sia chiaro questo vale solo se il contratto viene prorogato, se invece il padrone lascia a casa il precario e poi lo riassume dopo più di venti giorni, si può anche ricominciare da capo; e su questa clausola truffa della legge il decreto non dice nulla.

Il contratto precario è più corto, ma alla fine di esso che succede? Nulla. Se davvero si fosse voluto colpire l’uso distorto di questi contratti si sarebbe dovuto affermare il principio della conferma a tempo indeterminato almeno per una parte di essi. Ti prendi cento dipendenti a tempo determinato per 24 mesi? Bene dopo non puoi ricominciare da capo con altri lavoratori, ma almeno un buona percentuale di coloro che hai assunto li dovrai confermare a tempo indeterminato, non sostituire con altri. Di questo limite invece non c’è traccia nel decreto.

Come tutti sanno, il Jobsact ha come misura simbolo contro il lavoro l’abolizione della tutela dell’articolo 18 per i licenziamenti ingiusti.

Tutti i nuovi assunti, giovani al primo lavoro o anziani che il lavoro l’hanno perso, sono senza la tutela dell’articolo 18, cioè il loro contratto a tempo indeterminato in realtà è un contratto precario, possono essere licenziati in qualsiasi momento. Se si fosse ripristinato l’articolo 18, davvero il Jobsact e il suo autore Renzi sarebbero stati rovinosamante sconfitti. Ma la sola cosa che fa il governo é aumentare l’indennità di licenziamento ingiusto, fino a 36 mesi rispetto ai 24 attuali per chi ha 12 anni di anzianità. Anzianità che ovviamente non ha maturato nessuno dei lavoratori assunti da quando è in vigore il Jobsact e alla quale è difficile che molti di loro arrivino mai.

Il Jobsact ha cancellato la tutela reale contro i licenziamenti ingiusti, cioè la reintegra al lavoro, degradandola a tutela risarcitoria, cioè prendi un po’ di soldi e vai. Per questo è nella storia delle infamie contro il lavoro. Ora il governo consolida la tutela risarcitoria renziana, cioè fa suo proprio il nucleo ideologico centrale del Jobsact. Che per altro ha distrutto tanti altri diritti del lavoro, con i demansionamenti, il controllo a distanza, i voucher che verranno ripristinati, le 40 differenti forme di assunzioni precarie. Nulla di tutto questo viene toccato dal Decreto Dignità, e non vorrei che Di Maio, parlando di Waterloo del Jobsact, si sia ispirato a quel manager che credeva che in quella storica battaglia il vincitore fosse stato Napoleone.

L’altro tema centrale del decreto è la penalizzazione delle aziende che delocalizzano. Qui sarebbe davvero un cambiamento, ma la montagna ha partorito un topolino. Le aziende che trasferiscono gli impianti all’estero dovrebbero restituire gli aiuti di stato ricevuti, con l’aggiunta di una forte multa. A parte che il principio affermato è ingiusto, cioè paghi e te ne vai, senza alcun obbligo di restare o di trovare lavoro per chi finisce in mezzo ad una strada, c’è da chiarire: ma di quali aiuti di stato si parla?

Come si sa, l’Unione Europea ha proibito gli aiuti di stato alle imprese e in questo modo ha favorito le multinazionali contro le imprese pubbliche e ha distrutto le politiche industriali di paesi come il nostro. Ma naturalmente la proibizione è ipocrita. Ci sono fondi europei, esenzioni fiscali che non sono considerati aiuti di stato. Quindi il decreto colpisce gli aiuti pubblici permessi dalla UE, quelli e solo quelli. Ma chi li ha presi? Sarebbe interessante fare un incrocio tra la le penalizzazioni del decreto e le aziende reali che hanno trasferito gli impianti all’estero, la mia impressione è che su di loro l’effetto sarebbe nullo. Perché tante agevolazioni alle imprese non rientrano negli aiuti di stato ufficiali, anche se sono un bel po’ di aiuto ai loro profitti. Chi penalizza davvero il decreto tra i tanti che hanno fatto o stanno facendo decine di migliaia di licenziamenti? A me pare nessuno.

Il decreto chiede la restituzione dei soldi anche alle imprese che hanno ricevuto ingenti sconti fiscali per comprare macchinari ed impianti e poi se li sono rivenduti e hanno licenziato. Però qui si aggiunge che si dovrà tenere conto del danno che potrebbe arrecare, all’occupazione residua dell’impresa, la penalizzazione per aver trasferito i macchinari. Insomma i licenziamenti dovrebbero essere in modica quantità e si potrebbe scampare alla multa.

Ben più rilevanti sono i provvedimenti varati e promessi alle imprese e agli imprenditori, tutti riconducibili alle regalie fiscali. Si promette un bel bonus sul costo del lavoro e anche qui si è nella pura continuità con i miliardi donati alle imprese con il Jobsact, inoltre si riducono la pressione e soprattutto il controllo fiscale. È la flat tax fai da te: io non ti controllo, tu guadagni. Per altro la più scandalosa di queste misure è l’abolizione sostanziale del redditometro, con il quale se al fisco risulta che un imprenditore ha la villa a Portofino e quattro SUV Mercedes, allora non può più dichiarare 10.000 euro di reddito all’anno.

Infine si colpiscono le pubblicità ai giochi d’azzardo, giusto; ma la gente si rovinava anche quando non c’erano gli spot in tv. É contro le bische di stato, che producono ingenti entrate allo stato, che bisognerebbe agire.

Il Decreto Dignità è dunque sostanzialmente una operazione propagandistica che conferma e rafforza la sostanza del Jobsact, mentre proclama di distruggerlo in un certo senso gli conferisce dignità. Perché allora Confindustria ed imprese levano gli scudi? Intanto per la classica tattica di piangere danni sul nulla e così alzare il prezzo su regali ed agevolazioni. Che ora riceveranno sicuramente, povere imprese dopo tanto soffrire. E poi per dare un segnale inequivocabile al governo gialloverde: finché fate propaganda va bene, ma che davvero non vi venga in mente di stare col lavoro, occupatevi dei barconi e basta.

Oltre alla solita destra berlusconiana anche la Lega ha subito recepito il messaggio. Il partito dei padroni del Nord si darà da fare e vedrete che, se nei testi finali del decreto ci sarà qualcosa che davvero colpisca il potere delle imprese sul lavoro, beh il parlamento la cambierà. E i cinquestelle come sempre abbozzeranno.

sabato 30 giugno 2018

A scuola.. di bugie

In questi ultimi giorni, tutte le principali testate giornalistiche, nonché i siti dei sindacati firmatari, danno l’annuncio :

 “È stata eliminata la chiamata diretta dei docenti da parte del Preside, un primo colpo contro la Buona Scuola”.

Niente di più falso!

martedì 26 giugno 2018

Chi è il più infame nel Mediterraneo??

Il Mediterraneo è un mare conteso da sempre. Non era però mai avvenuto che la contesa avvenisse su chi avesse la migliore idea per trasformarlo in un muro o un cimitero.

Andiamo con ordine, perché le notizie da mettere in fila sono molte, tutte in qualche misura rivelatrici del caos totale che regna tra Unione Europea e Libia, dentro l’Unione Europea e persino dentro la filiera di comando italiana.

Partiamo dalla buona notizia. I 113 naufraghi raccolti in mare dalla Alexander Maersk, nave portacontainer della omonima multinazionale danese, primo armatore mondiale da almeno un secolo, sono finalmente sbarcati a Pozzallo, in Sicilia.

Da quattro giorni erano fermi in rada, bloccati dal rifiuto opposto dal ministero dell’interno italico. Evidentemente deve essere arrivata qualche telefonata pesante al Viminale per ricordare che un carico merci di quelle dimensioni – le navi di questo tipo trasportano centinaia di container – non può perdere tempo e valore per beghe elettoral-propagandistiche di qualche politicante. Il danno imputabile al comandante, per qualsiasi ritardo, si aggira infatti sui 200.000 dollari al giorno. Oltretutto, navi del genere non sono certamente imputabili di eccesso di “spirito umanitario”, vista la loro missione, ma debbono come tutte rispettare il codice globale del mare: si tirano su i naufraghi, senza neanche chiedersi chi siano.

Lo sbarco è avvenuto in piena notte, quasi senza telecamere, con l’aiuto di un rimorchiatore e di un pilota locale, dato che la nave misura oltre 100 metri e naturalmente non era mai attraccata in un piccolo porto come quello di Pozzallo.

Tutto il resto manda un nauseabondo odore di… scegliete voi il materiale.

Il caso della Lifeline, nave appartenente a una Ong olandese o tedesca (tanto per complicare le cose…), non è affatto risolto, dopo una settimana di rimpalli tra Italia, Francia, Malta e Spagna. Il portavoce del governo francese Benjamin Griveaux ha prospettato lo sbarco dei migranti a Malta e il loro immediato trasferimento in aereo nel paese o nei paesi europei che dovessero accettare di farsene carico. Solo che non si sa quali siano. Parigi, infatti, è disponibile soltanto a mandare una squadra di funzionari-agenti per esaminare le eventuali domande d’asilo, una per una, come se Madrid o La Valletta non ne fossero capaci.

Il responsabile della Ong, il tedesco Alex Steier, ha scritto una lettera al governo spagnolo, chiedendo di concedere un permesso ai 234 migranti a bordo. In caso di risposta positiva Malta concederebbe il permesso di sbarco e immediato trasferimento verso la Spagna. All’ultimo minuto anche Malta ha posto la sua condizione: la Lifeline potrà attraccare a La Valletta a patto che i migranti siano divisi tra i paesi dell’Unione europea. Il premier Joseph Muscat l’ha spiegata così: “Vogliamo evitare un’escalation della crisi umanitaria attraverso una condivisione di responsabilità da parte di alcuni stati volenterosi”. Ma anche di quelli senza buona volontà, sennò si sa già come finisce.

Precipitando nel melma della politica italiana, c’è solo l’imbarazzo della scelta su cosa sia più osceno.

Il ministro dell’interno, reduce dall’incontro con il suo omologo tripolino (la Libia, come stato, non esiste più da qualche anno, dopo l’attacco occidentale e l’uccisione di Gheddafi; l’uomo forte nel paese è semmai il padrone della Cirenaica, il generale Haftar), non potendo esibire alcun risultato concreto, ha deciso che i lager libici “sono all’avanguardia”, in barba a tutte le inchieste indipendenti e soprattutto al giudizio dell’Onu. “Ho chiesto di visitare un centro di accoglienza per migranti in costruzione, un centro all’avanguardia che potrà ospitare mille persone. Questo per smontare la retorica in base alla quale in Libia si tortura e non si rispettano i diritti umani“. Una scelta che ricorda, ai più dotati di memoria, una storica decisione di un governo democristiano di fronte ad analisi che certificavano livelli di atrazina nell’acqua potabile svariate volte superiori alla soglia di pericolo: fu alzata la soglia della “non pericolosità per l’uomo”, senza intervenire sulle cause dell’inquinamento.

Quanto ai cosiddetti “hospot chiusi”, ossia prigioni a cielo aperto, Salvini respinge l’ideuzza di Macron – farli in Sicilia – facendo sua in altro teatro. Ha infatti proposto al governo di Tripli di crearli lì, con una ovvia contropartita di soldi, armi e “consiglieri” (sul modello dell’accordo Ue con la Turchia, insomma), ricevendo un garbato rifiuto: “Rifiutiamo categoricamente” la proposta circolata in ambito europeo di realizzare “campi per migranti in Libia: non è consentito dalla legge libica”, ha detto il vicepresidente Ahmed Maitig. Chiudendo l’argomento.

Nessuna paura, però! C’è già una nuova proposta: farli a sud della Libia…

Di fronte a tanta chiacchiera senza costrutto o risultati, al ministro non restava altro che criminalizzare definitivamente le Ong: “Dobbiamo bloccare l’intervento dannoso da parte delle navi delle Ong, che sono complici dei trafficanti”. Un processo che abbiamo già individuato – l’archiviazione della breve epoca dell’”imperialismo umanitario” – e che prelude a comportamenti militari inumani, in mare, che è meglio non abbiano testimoni neutrali.

E’ qui che il povero ministro delle infrastrutture, il grillino ex carabiniere Toninelli, è riuscito a dare la misura del suo non essere.

“La Guardia Costiera opera in autonomia tecnico giuridica e non devo essere io a dire di rispondere oppure no, ma secondo noi, in continuità con il governo precedente che ha giustamente rafforzato la guardia costiera libica, se uno dei gommoni ci chiama ma è in zona libica rispondiamo che non possiamo intervenire perché è in un’area a responsabilità giuridica non nostra“.

Per essere più chiaro, nei limiti delle contorsioni logiche: “Negli ultimi anni – ha ricordato il ministro – per colpa anche di una politica sbagliata accadeva che chiunque, ong o richiedenti asilo direttamente, chiamasse la guardia costiera italiana“, ma “noi dobbiamo rispondere che non possiamo intervenire perché è area giuridica non nostra“. La Guardia costiera, insomma, “risponde al diritto del mare: se un gommone è in mare di responsabilità libica e sono presenti le motovedette libiche, noi non possiamo avere la responsabilità e il comando delle operazioni lo prende la guardia costiera libica“.

Traduciamo? Il “governo del cambiamento” opera consapevolmente in “perfetta continuità con il governo precedente” e soprattutto con i peggiori accordi siglati da Marco Minniti. Già quegli accordi, infatti, permettono di considerare come un “non problema” – per il governo italico – la strage in mare di naufraghi. Il “diritto del mare”, nel suo strologare, è ridotto a una pratica di condominio in cui l’unico obiettivo è poter affermare che “non sono Stato io”.

sabato 23 giugno 2018

Il robin hood..... che protegge ricchi ed evasori

Il ministro Matteo Salvini, in uno dei suoi tanti roboanti annunci che costituiscono la sua pressoché unica attività, ha promesso di annullare tutto il contenzioso fiscale sotto i 100.000 euro.

Lasciamo per un momento perdere l’indeterminatezza dell’annuncio che è elemento fondante della propaganda salviniana, e prendiamolo sul serio nella sua forma più radicale ed estesa: chiunque debba fino a 100.000 euro al fisco non pagherà più nulla.

Vi sembrano pochi soldi, vi pare una misura per i poveri? Quella cifra sono quasi quattro anni di salario di un operaio FIAT, per doverla al fisco vuol dire che il guadagno reale di chi l’ha maturata può anche essere stato di una cifra molto, molto superiore.

Senza neanche fare i conti su quanti soldi mancherebbero alle casse dello stato per questo condono generalizzato, vediamo la questione da un punto di vista totalmente estraneo a Salvini, quello della giustizia. Vi pare giusto che lo stato regali fino a 100.000 euro a chi l’ha derubato, facendo marameo ai poveri fessi che hanno pagato tutto?

Certo nei contenziosi con Equitalia e con l’Agenzia delle Entrate ve ne sono molti per poche centinaia di euro. Sono i disguidi di una liquidazione, di una cassa integrazione, di un salario o di una pensione che al fisco risultano differenti da come denunciati. Sicuramente qui sarebbe sacrosanta una sanatoria, anche perché chi ha un reddito fisso già paga tutto alla fonte.

Inoltre da tempo la nostra giustizia fiscale opera come un robin hood alla rovescia. Se un riccone o una multinazionale evadono il fisco, spesso lo stato considera un successo una transazione nella quale l’evasore paghi un terzo del dovuto. Questo se si tratta di milioni o miliardi di euro. Ma se un lavoratore o un pensionato devono al fisco centinaia o poche migliaia di euro, allora li pagano tutti con gli interessi. Il povero paga al fisco la sua evasione al 120% il ricco al 30% . È la progressività alla rovescia della lotta all’evasione fiscale da parte dello stato italiano.

Giustizia vorrebbe allora che una sanatoria fiscale dovrebbe riguardare solo le cifre basse, ad esempio da 5000 euro in giù. Così si aiuterebbe davvero chi ha un basso reddito. Ma una sanatoria di 100.000 euro a testa, quando la grande maggioranza del popolo italiano un cifra di questo genere la vede solo se può e riesce a fare un mutuo, beh questo é solo uno scandaloso regalo agli evasori. Che fa il paio con la flat tax, che compensa i più ricchi.

Quindi l’evasore fiscale medio-alto guadagnerebbe con il condono, quello più ricco non avrebbe il condono, ma si vedrebbe abbassare di milioni le tasse. In fondo Salvini è coerente nel voler dare più soldi a chi ne ha già di piu. Le sue idee sono solo un bel regalo al trenta per cento della società a danno del restante settanta, che pagherebbe tutto con ancor meno servizi e stato sociale.

Per questo il capo del governo circonda le sue scelte di classe con una martellante campagna fascistoide, xenofoba e poliziesca: solo così spera di convincere i poveri a farsi danno nel suo nome, mentre la cresce la pacchia dei ricchi.

venerdì 22 giugno 2018

La truffa della flat tax, ecco cos'è

Molti, abbagliati dalle cazzate salviniane, continuano a credere che la”flat tax” significhi meno tasse per tutti. Invece è una truffa che avvantaggia i più ricchi e impoverisce tutti gli altri.

La truffa è semplice, basta adoperare le parole con fraudolenta malizia, magari usando espressioni in inglese. Ciò che è “piatto” non è la tassa, ma la percentuale di prelievo sul reddito, cioè l’aliquota. Chi guadagna molto dovrebbe, in base alla nostra Costituzione, pagare una percentuale del proprio reddito molto più alta di chi guadagna meno, invece con la flat tax pagano una uguale percentuale del reddito sia chi guadagna 1000 al mese sia chi ne guadagna 10.000, 100mila o 1milione. 
FREE-ITALIA vi spiega cos'è e come funziona.
  

Che cos’è?

Nel gergo anglofilo delle tasse viene chiamata flat tax, significa tassa piatta, ma anche con la traduzione in mano non si capisce. “Piatta”, ma perché? L’aggettivo viene dal linguaggio degli economisti che parlano riferendosi ad un grafico con una curva dove sono rappresentati il reddito (ascisse) e il peso delle tasse (ordinate). Se la curva cresce al crescere del reddito, si parla di tasse progressive, se invece resta ferma al crescese del reddito appare piatta e dunque le tasse sono meramente proporzionali.

Detto questo dobbiamo spiegare che cosa sono le tasse progressive e quelle proporzionali. Il principio di progressività non è così intuitivo, perché prevede che chi guadagna di più paghi più che proporzionalmente, mentre nel sentire comune il termine “proporzionale” già sembra sinonimo di equità. Invece quando si parla di soldi non è così perché, come diceva Einaudi (un grande economista che è stato anche presidente della Repubblica) le stesse dieci lire non hanno lo stesso valore per il povero che ci compra la minestra e per il ricco che ci compra la poltrona al teatro, dunque il ricco può pagare di più.  Quello che diceva Einaudi è talmente vero che la nostra Costituzione all’articolo 53 impone che che le tasse siano ispirate al principio di progressività.

La flat tax è stata mai applicata?

Il 19 novembre del 2004 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di ritorno da una visita ufficiale nella giovane democrazia della Repubblica slovacca, dove aveva esaltato le ricette dell’economista, consigliere di Reagan, Arthur Laffer, rilanciò l’idea della flat tax che del rasto, fin dal programma del 2001 era stato uno dei suoi cavalli di battaglia. E’ vero che molti paesi dell’Est hanno adottato l’aliquota unica ma bisogna considerare che quei paesi, usciti dai regimi non di mercato, non avevano un sistema fiscale sviluppato, quindi la certezza di una aliquota al 15 o 16 per cento era giù un successo.

E gli americani?

Anche i falchi americani delle tasse non hanno mai avuto vita facile. Milton Friedman consigliò la flat tax a Reagan che tuttavia non la adottò e nel 1986 si limitò a tagliare l’aliquota massima con il celebre Tax Reform Act. Più tardi, lo specialista Alvin Rabushka, tentò di dare consigli a George W. Bush: ma persino George junior si limitò a limare l’aliquota più alta in vigore negli Usa di circa 5 punti portandola al 35 per cento e rifiutò di introdurre l’aliquota unica proposta dal miliardario Steve Forbes (che per questo lo attaccò duramente). Obama la riportò all’attuale 39,6 nel 2013. L’esercizio del taglio delle tasse non è facile. Da qualsiasi sponda dell’Atlantico si cerchi di attuarlo.

Ora veniamo all’Italia.

La flat tax contenuta nel programma gialloverde è un grosso cambiamento rispetto all’attuale sistema. I puristi possono dire che non si tratta di una vera e propria flat tax, perché non ha una sola aliquota ma ne ha due, ma se si guarda la curva della progressività ci si accorge che il risultato della “quasi flat tax” non cambia molto: invece di una linea retta c’è un piccolo scalino.

Come funziona?

Le due aliquote sono del 15 e del 20 per cento, invece delle cinque attuali. Sui redditi fino ad 80 mila euro lordi si pagherà il 15 per cento e sulla parte che eccede gli 80 mila euro si pagherà il 20 per cento. Per attenuare la rozzezza delle due aliquote e dare un po’ di progressività anche il progetto di flat tax gialloverde introduce delle deduzioni per i familiari (3.000 euro per ciascun familiare a carico) che diminuiscono fino ad azzerarsi al crescere del reddito oltre gli 80 mila euro. La novità fondamentale da tenere presente che la nuova flat tax, almeno nei progetti, si propone come familiare, cioè l’aliquota si calcola sulla somma del reddito dei coniugi, creando delle differenze con le coppie monoreddito tutte da valutare.

Chi ci guadagna e chi ci perde?

Il risultato della flat taax si verificherà un gigantesco trasferimento di ricchezza a favore dei più abbienti: così come è congegnata la riforma ci guadagneranno solo i redditi alti e i poveri resteranno a guardare.

La palazzina a cinque piani.

Immaginiamo che i contribuenti italiani abitino un palazzo a cinque piani: al primo i più modesti, nell’attico i più benestanti. Ebbene al primo piano c’è il nucleo che si affaccerà alla finestra con un po’ di irritazione ma anche con qualche brivido: solo grazie ad una pesante clausola di salvaguardia, in base alla quale non si può essere penalizzati, con un costo complessivo stimato in 8 miliardi, potrà pagare le stesse tasse che pagava prima. Senza clausola, con il puro calcolo del nuovo sistema, questa famiglia media, dove i due partner lavorano e portano a casa 15 mila euro di reddito lordo ciascuno, sarebbe costretta a sborsare 2490 euro in più.

Il paracadute?

Il rischio che i poveri debbano pagare più di oggi è così concreto, tanto che il progetto prevede un paracadute. Infatti la nuova deduzione sull’imponibile di 3.000 euro non compensa la prevista cancellazione delle due detrazioni da lavoro dipendente che spettano oggi ai due coniugi e l’azzeramento delle detrazioni per i due figli: infatti oggi la famiglia del primo piano paga tranquillamente solo 210 euro di Irpef. Necessaria dunque la «salvaguardia»: ma come funzionerà? E chi garantisce che il fisco non si presenti con un conto diverso e che il contribuente sia chiamato a dimostrare quanto pagava l’anno prima di Irpef?

I piani bassi

Anche al secondo piano, dove insieme al primo si affolla l’80 per cento delle famiglie italiane, cioè il grosso del ceto medio basso della Penisola, non c’è da stare allegri. Due coniugi che guadagnano 25 mila euro annui lordi ciascuno, dunque con un reddito familiare di 50 mila euro, rientrano nell’aliquota del 15 per cento. Con le deduzioni abbattono l’imponibile e alla fine risparmiano, rispetto ad oggi, 469 euro, con un guadagno sull’attuale reddito netto familiare di appena l’1 per cento.

I piani alti
Quando si arriva con l’ascensore fiscale al terzo piano della palazzina si comincia a scorgere qualche sorriso. Lì i due partner che guadagnano 40 mila euro ciascuno, e dunque hanno un imponibile familiare di 80 mila euro, pagheranno il 15 per cento ma risparmieranno 8.744 euro d’imposta e il loro reddito familiare aumenterà del 15 per cento. Al quarto piano, dove entrano 110 mila euro si stappano bottiglie di pregio: 15.866 euro di tasse in meno, pari al 21 per cento di aumento del reddito. Al quinto piano non si stappa perché magari è meglio non farsi sentire dai vicini: in casa entrano già 300 mila euro e il taglio delle tasse sarà, con il progetto gialloverde, quasi del 40 per cento. Euro più, euro meno, in casa ne arriveranno quasi 68 mila in più.

I costi

E’ l’aspetto più dolente, anche per i patiti della flat tax: ci vogliono 50 miliardi per applicare la flat tax in Italia- ndr].

domenica 17 giugno 2018

Com’è che nessuno chiede le dimissioni di questo governo truffaldino e omertoso?? #uominieno

Il rapido smascheramento degli affari sporchi M5S-Lega. L’impostura del «grande cambiamento». E’ durata poco la credibilità del governo M5S-Lega i cui leader Di Maio e Salvini avevano promesso agli italiani il più grande cambiamento politico dal 1945. Hanno continuato e continuano a gridare gli slogan della campagna elettorale dicendo che spazzeranno via il marciume dei governi passati, la corruzione, tutti i meccanismi dei favori agli attori forti, che non avrebbero mai permesso l’accesso al potere alle persone sotto inchiesta e tantomeno condannati …

martedì 12 giugno 2018

Salvini, Capitan Italia è lui: premier di fatto. Stile? Cafonal-pop

Salvini, cioè la vittoria politica sui migranti. Sì, vittoria politica e peggio per chi non capisce che di questo si tratta, di una vittoria politica netta. Eccola la vittoria politica, Salvini che dice: “Alzare la voce paga” e  gran parte d’Italia che annuisce.

venerdì 8 giugno 2018

La pacchia è roba SOLO per ricchi grazie a Salvini (e #M5S)

Nell’irrefrenabile bisogno di fare emergere il suo sentire profondo, contando sulla complicità della grande stampa e sull’ottundimento – dell’opinione pubblica, Matteo Salvini questa volta ha esaltato la riduzione delle tasse per i ricchi.
È giusto che chi ha tanti soldi ne versi meno allo stato, ha detto, perché così con quello che risparmia darà più lavoro ai poveri. Dopo aver dato sfogo sui migranti alla sua anima becera, ora Salvini libera il Reagan che è dentro di lui.

giovedì 7 giugno 2018

Cambiare tutto per non cambiare niente #ParoleOstili

La crisi di governo si è risolta in un governo Cinque Stelle – Lega. Nel giro di poche settimane è accaduto di tutto e non è accaduto nulla. Il teatrino a cui abbiamo assistito potrebbe essere riassunto in un titolo: storia di una normalizzazione. Le forze politiche intenzionate a formare un governo insieme avevano inserito nella lista dei ministri un nome, quello di Paolo Savona, in passato associato a un fantomatico “piano B”, un piano per l’uscita dell’Italia dall’Euro. Il piano B, più che essere applicato alla lettera, doveva servire, nelle intenzioni degli autori, come strumento di contrattazione per ottenere un ampliamento dei margini di manovra dei governi nazionali rispetto agli stringenti vincoli dei Trattati europei. Si è ben presto capito che anche la semplice minaccia dell’uscita dall’euro come strumento di leverage nei confronti della Commissione e delle altre istituzioni europee era ostativa alla formazione di un governo. Alla fine, pur di ottenere l’incarico, Cinque Stelle e Lega si sono piegati agli ordini di Mattarella, da B e dei mercati. Una manifestazione di forza dei guardiani dello status quo e di debolezza dei finti ribelli giallo-verdi, ma anche la conferma che la messa in discussione dei dogmi dell’austerità è ciò che i primi temono di più.

Al di là dei toni da farsa, la telenovela politica messa in scena nei giorni scorsi lascia emergere una serie di nodi sostanziali che vale la pena sciogliere per aver chiara la trama di quanto accaduto e di quanto potrà accadere da qui al futuro prossimo:

Cambiare tutto per non cambiare niente. Il vecchio adagio gattopardesco è sempre di estrema attualità, tanto che caratterizza anche il sedicente “governo del Cambiamento”. Il nuovo esecutivo, palesemente normalizzato e ufficialmente inchinato ai poteri forti, cercherà di apparire come un’effettiva novità per sedare gli animi di un elettorato inquieto. Allo stesso tempo è probabile che vengano adottate alcune misure compatibili con l’adesione ai dogmi europei. Molte di esse rappresenteranno una semplice variante dell’austerità che andrà a colpire alcuni anelli deboli anziché altri. La flat tax sostenuta dal liberista Tria, che ha dichiarato di volerla finanziare con un aumento dell’IVA e in generale delle imposte indirette, semmai sarà applicata (Dio ce ne scampi!), avrà un impatto gravemente regressivo a sfavore dei poveri e del ceto medio. Mentre qualche briciola verrà ridata ai subalterni con una possibile rivisitazione morbida della Fornero e l’elemosina del reddito di cittadinanza (peraltro pericoloso nel suo meccanismo condizionale). La Lega poi invoca tagli alla spesa pubblica, in particolare per l’accoglienza degli immigrati e per i servizi pubblici (asili, aiuti alle famiglie) per i non italiani, dimostrando che, sulla consueta base del mito della scarsità delle risorse, si può agevolmente scatenare una guerra tra poveri assai simile a quelle scatenate da anni tra soggetti subalterni da parte di tutti i governi che hanno gestito l’austerità: lavoratori garantiti contro precari, giovani disoccupati contro pensionati, ed ora autoctoni contro stranieri. La presunta lotta per l’accaparramento di risorse scarse da distribuire ai derelitti come briciole resta dunque il vero punto focale condiviso da tutti.

Emerge, quindi, con rinnovata nitidezza la grottesca inconsistenza delle false alternative politiche. Di fronte al veto presidenziale (vedi prossimo punto), Cinque Stelle e Lega hanno alzato un po’ di polvere per pochi giorni facendo apparentemente la voce grossa. Caduto l’incubo Cottarelli, sono tornati in scena proponendo una compagine governativa del tutto allineata ai diktat dell’austerità e al liberismo. Si è trattato di un crescendo, anzi di un decrescendo lampante. Progressivi smottamenti da posizioni che, seppur pienamente di sistema e a forte venatura liberista, contenevano tuttavia alcuni spunti critici verso l’austerità, leggibili nelle prime bozze di programma non ufficiali, verso posizioni via via sempre più allineate allo status quo: dapprima con la cancellazione di pezzi di programma meno ortodossi (proposte di sforamento dei vincoli sul deficit e critiche all’architettura istituzionale dell’UE), poi con il passaggio sostanziale e simbolico dal liberale moderato Savona, poco euro-entusiasta,  al liberista Tria. E così un programma pasticciato, confuso, di chiara ispirazione liberista, ma con blandi e incoerenti stralci di critica raffazzonata all’austerità finanziaria, si è trasformato in programma di piena adesione al dogma. Altro che populismo! Che 5stelle e Lega non avessero alcuna seria intenzione di scardinare la disciplina europea (anche con Savona) era evidente a tutti. Ciò era apparso chiaro dall’estremo tentativo fatto dallo stesso Savona, il quale, attraverso un comunicato, faceva sapere che, lungi dall’essere un pericolo per l’Europa, voleva semplicemente “un’Europa diversa: più forte, ma più equa” (un concetto rafforzato il giorno dopo, quando ha dichiarato che non avrebbe “mai messo in discussione l’euro, ma avrebbe chiesto all’Unione Europea di dare risposte alle esigenze di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i paesi-membri”). Pur tuttavia, la sola minaccia di poter assumere posizioni anche solo genericamente critiche sugli eccessi dell’austerità finanziaria, rappresentata dalla presenza del pacato Savona al dicastero economico, ha scatenato attacchi a ripetizione della grande stampa e la suddetta mossa istituzionale a futura memoria da parte del Presidente Mattarella.

Cambiano gli attori, abbiamo detto, ma non cambia la scena. Da qui ai prossimi mesi si farà di tutto per occultare questa sostanziale continuità. I giornali dell’austerità “progressista” urlano e sempre più urleranno al governo dei razzisti e alla nuova destra populista al potere. Tali grida di dolore sarebbero, peraltro, giustificate, in quanto certamente stiamo parlando di un governo razzista e retrivo. Il problema è che esse sono ipocrite, in quanto il loro obiettivo non è certamente quello di difendere i migranti (stiamo parlando degli stessi organi di stampa che tacevano quando Minniti stringeva accordi con i leader libici per creare veri e propri lager sulle coste nordafricane). La stampa e l’informazione dominante presenteranno i nuovi barbari, rozzi e “populisti”, come una minaccia per l’Europa. Contro di loro, dipingeranno il vecchio establishment come una rispettabile alternativa, che almeno difenderebbe (sic!) principi di democrazia, legalità e onore della Costituzione. I toni della recente manifestazione del PD in difesa della Carta calcano proprio la mano su questa apparente nuova spaccatura. Tutto funzionale a nascondere la sostanziale omogeneità dei cosiddetti nuovi barbari rispetto al vecchio corso della politica, espressione di una classe dirigente uscita a pezzi dalle elezioni del 4 marzo. Un’atmosfera che ricorda molto le grida antiberlusconiane del lontano 1994, poi riprodotte nel 2001 e nel 2008 per marcare distanze e differenze, laddove differenze vere non vi erano allora e non vi sono oggi. La tensione divisiva nel paese tra finti populisti e “istituzionalisti” sarà portata artificialmente alle stelle occultando l’unica vera contraddizione effettiva che esiste e che dovrebbe emergere ma non si vuole che emerga: quella tra chi difende lo status quo dei rapporti di forza e chi realmente lo mette in discussione.

L’ultima considerazione traccia una speranza. Il quadro politico mostra l’esistenza di uno spazio per un’alternativa forte e coerente. Sebbene le motivazioni di voto siano sempre un tema estremamente difficile da sondare, è innegabile che il voto di massa al Movimento Cinque Stelle e alla Lega sia stato di protesta, non soltanto generica, rabbiosa, razzista e “populista”. È stata anche una protesta, espressa come poteva esprimersi nel contesto attuale, contro la gestione delle politiche economiche degli ultimi anni, ovvero contro gli effetti drammatici dell’austerità, dei tagli alla spesa sociale, della disoccupazione di massa, del precariato e della sempre più evidente subordinazione del sistema economico italiano ai ricatti del grande capitale internazionale, che a suon di spread stabilisce il destino delle nostre vite. Non vedere questo grido di protesta popolare e attribuire la crescita esponenziale dei partiti populisti a rozzezza e razzismo sarebbe un errore gravissimo.

La domanda sociale di cambiamento sostanziale è stata enorme, forte e chiara. Il suo incanalamento drammaticamente sbagliato. Non certo per insipienza delle masse, ma per l’inesistenza di una forza politica di peso a difesa degli interessi dei subalterni in grado di assorbire tale domanda; di una forza politica capace di entrare in contatto, tramite un chiaro linguaggio popolare e visibili forme di rappresentanza oggettiva, con i bisogni effettivi di protezione e riscatto della stragrande maggioranza della popolazione, che in forme varie rappresenta oggi la classe subalterna. Da questa sfida occorre ripartire nel nuovo, ma essenzialmente immutato, contesto politico. La lotta all’austerità deve essere il perno attorno al quale sviluppare la vera alternativa allo stato attuale delle cose. Tocca a noi riappropriarcene. Tocca a noi evitare che l’opposizione alla macelleria sociale imposta dai mercati diventi il terreno fertile per forze politiche nazionaliste e reazionarie, che, alla prova dei fatti, si sono fatte docilmente ricondurre all’ovile.

martedì 5 giugno 2018

#fiduciaconte #5giugno #giornatamondialedellambiente, VENNE IL GIORNO....

Con la consapevolezza di conoscere il nemico per resistere, bisogna guardare al nuovo governo grillin-leghista, che di fatto azzera la vecchia “classe politica”. Una tentazione che va evitata come la peste è pensare che sia fatto solo di deficienti-ignoranti (che pure non scarseggiano…), incapaci di elaborare una strategia vincente. Intanto perché hanno vinto, fin qui. Dunque, nemici odiosi sì, ma proprio fessi non sono.

ANALISI SUL SUCCESSO #M5SLega E COME RESISTERE A #fiduciaconte

Dietro l’affermazione di Lega e Cinque Stelle c’è un’epocale ristrutturazione economica sulla forma di capitalismo. A livello macro, la globalizzazione ha perso molto del suo consenso sociale in seguito alla crisi economica. Non è dunque un caso che in questi anni riscuotano maggiore consenso le forze che investono sulla valorizzazione dei confini nazionali come meccanismo (illusorio) di sicurezza e garanzia del benessere (che resta).

lunedì 4 giugno 2018

Il circo italico è appena iniziato. buon divertimento

Proprio un bel “governo del cambiamento” ci ha regalato una compagine, il movimento 5 stelle, che era partita, col 32%, per essere il centro del sistema politico ed è arrivata, in poche settimane, a fare la ruota di scorta della Lega. Un partito che ha quasi la metà dei voti del movimento 5 stelle. Ma che, a differenza del M5S, ha le idee chiare su come muoversi e cosa fare.