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giovedì 30 agosto 2018

L’Internazionale dei nazionalisti

Forse la parola ossimoro fa troppo élite, troppo acculturato. Facciamo allora che contraddizione in termini è formula più adatta a descrivere l’annunciato fronte dei diversi sovranismi che rivendica la missione storica di restituire l’Europa ai popoli e sottrarla alle odiate élite, appunto: l’Internazionale dei nazionalisti.

mercoledì 11 luglio 2018

La “Guerra dei dazi”: enneesimo capolavoro di retorica che pagheremo caro

Negli ultimi tempi, si fa un gran parlare di “guerra dei dazi” tra Stati Uniti e Unione Europea. Si tratta, come cercheremo di argomentare, di un capolavoro di retorica che vale la pena analizzare, punto per punto, in tutte le sue sfaccettature.

sabato 23 giugno 2018

Mettere fine alle guerre per fermare i rifugiati

L’Europa sta affrontando la più importante crisi di rifugiati fin dalla II Guerra mondiale. Tutti i tentativi di risolvere il problema sono falliti perché hanno ignorato le cause alla radice del problema.

L’11 giugno, il nuovo Ministro degli Interni italiano, Matteo Salvini, ha bloccato la nave di soccorso, Aquarius, che trasportava 629 rifugiati e migranti economici (coloro che emigrano per motivi economici) e le ha impedito di attraccare nei porti italiani.

mercoledì 9 maggio 2018

#9maggio #EuropeDay #FestadellEuropa Essere DAVVERO cittadini d’Europa per salvarci dalla crisi

Oggi. il 9 maggio ricorre l'anniversario della storica dichiarazione di Schuman del 19/50, considerata l'atto di nascita dell'Ue. In quel discorso, pronunciato a Parigi dall'allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman, si è palesato l’embrione ideologico di un modello di cooperazione politica per l'Europa. Secondo Schuman, infatti, la collaborazione tra gli Stati del Vecchio Continente poteva essere l’unico strumento per impedire nuove guerre tra le nazioni europee. Nello specifico la sua ambizione era creare un'istituzione europea in grado di mettere in comune la gestione e la produzione del carbone e dell'acciaio. Un anno più tardi nacque la Ceca (Comunità europea del carbone e dell'acciaio) a cui presero parte Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Da lì, la cooperazione si estese gradualmente ad altri settori della vita politica ed economica dei Paesi coinvolti (e di quelli che si aggiunsero successivamente), fino a formare l'Unione europea come la conosciamo oggi.

mercoledì 2 maggio 2018

Le mafie italiane conquistano l’Est Europeo

E’ sempre più complicato monitorare i percorsi criminali delle mafie transnazionali, cioè di quelle mafie originarie di una tal nazione che mettono radici in un’altra; alle storiche mafie cinesi presenti in Italia ed a quella russa che spopola nel Regno Unito si aggiungono recentemente le mafie di altri paesi quali Bulgaria, Estonia, Lituania ed ovviamente Italia, ma la novità sono le mafie nigeriane, pakistane, e perfino vietnamite.

giovedì 26 aprile 2018

Bassi redditi e alta pressione fiscale: l’Italia è una trincea di povertà.

In Italia i redditi sono più bassi del 24,6% rispetto alla media europea. Sono circa 755 euro in meno che entrano in casa. A dirlo è un’indagine dell’Adoc. L’associazione sottolinea che “le spese mensili di una famiglia italiana raggiungono la cifra media di 1.615 euro, pari al 52,6% del reddito netto disponibile. Un impatto sul reddito più alto del 2,3% rispetto alla media della UE-15, nonostante le spese complessive siano, di media, inferiori del 19,2%, pari ad una differenza di 310 euro”. Prosegue l’Adoc: “A fare la differenza è la minore capacità reddituale della famiglia italiana, inferiore del 24,6% alla media europea, pari a circa 755 euro in meno, per cui ogni singola voce di spesa ha un peso maggiore sul reddito disponibile. In Italia una famiglia dispone, in media, di 3.067 euro mensili, contro i 3.822 euro della media europea”. La famiglia-tipo esaminata è composta da due genitori entrambi lavoratori e da un figlio in età scolare e i dati vengono da elaborazioni di dati Istat, Eurostat e dei principali operatori dei relativi settori (energia, telecomunicazioni).

“Ogni euro speso da una famiglia italiana pesa molto di più sul reddito rispetto a quello di una famiglia tedesca o francese. La combinazione di bassi redditi e alta pressione fiscale rende complicato sostenere le spese quotidiane – dichiara Roberto Tascini, presidente dell’Adoc – Solo le famiglie greche, portoghesi e spagnole, e queste ultime ancora per poco, si trovano in condizioni peggiori di quelle italiane. Se l’Italia vuole avere un maggiore peso in Europa deve prima sostenere i suoi cittadini, le sue famiglie. Abbassare la pressione fiscale, tagliare le spese improduttive, contrastare seriamente l’evasione fiscale, prevedere maggiori agevolazioni e detrazioni, incrementare la capacità reddituale sono tutti interventi imperativi”.

Se si guarda all’alimentazione, la famiglia italiana spende circa 516 euro mensili per la spesa alimentare, a cui vanno aggiunti circa 60 euro per la ristorazione, equivalenti a due uscite a cena fuori casa al mese, prevalentemente in pizzeria. Una spesa complessiva, a livello di costi, inferiore del 10% rispetto alla media europea, ma che impatta per il 18,7% sul reddito, contro il 14,8% della media UE. Le famiglie italiane sostengono una spesa inferiore alla media Ue per il trasporto pubblico (35 euro al mese contro i 56 euro Ue) mentre pesa decisamente di più il trasporto privato: la spesa per la benzina è superiore dell’8% alla media europea. Dal punto di vista assicurativo, rispetto alla media UE-15, il costo sostenuto è in linea (50 euro contro i 52 euro di media). A livello di impatto sul reddito, ad ogni modo, le spese sostenute dagli italiani il trasporto sono maggiori di circa il 2% rispetto alla media europea. L’Adoc ha esaminato anche i costi sostenuti dalle famiglie per l’affitto o rata del mutuo, le bollette (di luce, acqua, gas e rifiuti), le spese per telefonia e connessione a internet e i costi del canone TV. Per affitto e mutuo, la media italiana è inferiore del 30% alla media europea. La spesa è mediamente pari a 580 euro mensili contro i 759 euro della media europea. L’incidenza sul reddito è pari al 18,9%, poco meno della media UE (19,8%). In merito alle spese per la telefonia fissa e internet (Adsl) la famiglia italiana ha una spesa in linea con la media UE, anzi di 4 euro più bassa. Così come per le spese per l’abbonamento alla telefonia mobile (considerando 2 schede), in Italia la spesa si attesta sui 18 euro, la media europea è 31 euro. In linea con la media europea è anche la spesa per le bollette. Complessivamente una famiglia italiana, per le spese di casa e le utenze, investe il 25,3% del proprio reddito, di poco inferiore al 25,7% della media UE. Più su va invece la spesa per il tempo libero. L’Adoc ha stimato la spesa di una serata al cinema e due abbonamenti alla palestra o per un corso di nuoto: in Italia si spendono complessivamente 135 euro mensili, contro i 114 euro della media europea.

domenica 18 marzo 2018

L'ipocrisia della lotta all evasione delle multinazionali

Sulla carta sono tutti d’accordo a mettere fuori legge l’elusione fiscale chiudendo per sempre la porta ai tax ruling; nella pratica, invece, la politica preferisce scendere a patti con le grandi multinazionali. Tre anni dopo lo scandalo LuxLeaks che mise a nudo i rapporti fiscali segreti tra governi e colossi industriali, il numero di accordi in essere continua ad aumentare: secondo l’ultimo rapporto della Commissione europea sono cresciuti dai 1.252 del 2015 ai 2.053 del 2016. A nulla, dunque, è servita la maxi multa comminata all’Irlanda per aver favorito Apple. D’altra parte anche l’Unione europea ha le mani legate: può intervenire – ex post – solo quando le intese fiscali segrete si rivelano aiuti di Stato tali da condizionare la libera concorrenza.

giovedì 15 marzo 2018

Anche i sovranisti rubano, Slovacchia docet

Slovacchia, premier Fico si dimette. Il motivo? Il motivo è quel che sta scuotendo il paese dopo il duplice omicidio di Jan Kuciak e della sua fidanzata.  Kuciak era un giovane giornalista e aveva ficcato il naso negli affari sporchi. Gli affari sporchi, sporchi e grossi, della criminalità organizzata. Talmente organizzata da avere legami e contatti con la politica, anzi con il governo stesso. Per dirla molto in breve, il traffico di Fondi europei, di soldi dell’Unione europea. Finivano in finte aziende e iniziative. Un traffico impossibile senza che dalla politica e dal governo non ci fossero…facilitatori.

L’obiettivo delle dimissioni di Fico da premier? L’obiettivo è quello di impedire che il paese vada a nuove elezioni e quindi di fare in modo che il potere resti per così dire in casa e in famiglia. Certo, prima del premier erano stati di fatto costretti alle dimissioni il ministro degli Interni e quello della Cultura. Certo, per le forze politiche che governano la Slovacchia la botta è stata grossa. Ma se non si va ad elezioni anticipate, pensano i partiti al potere, si salva il salvabile.

Slovacchia…piccolo cuore mitteleuropeo sovranista. Slovacchia, uno dei paesi del blocco Visegrad, quelli che neanche un migrante a casa nostra ma a casa nostra i soldi dei Fondi europei tanti e subito. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia appunto. Quasi tutto il blocco dei paesi dell’ex Est europeo del Patto di Varsavia filosovietico (manca Germania Est che Ddr non c’è più e mancano Bulgaria e Romania in altre faccende affaccendate). Paesi che dalla Ue e più in generale dal sistema delle democrazie occidentali prendono e vogliono prendere à la carte, su ordinazione: quel che piace sì, quel che non piace no.

Paesi che hanno con Orban in Ungheria teorizzato e vantato la meravigliosa superiorità della democrazia illiberale. Paesi come la Polonia che hanno legiferato in modo che sia il governo a scegliere e a comandare e controllare i magistrati e dove si stabilisce per legge come si scrive la storia e galera a chi sgarra. Paesi come la Slovacchia di Fico appassionatamente sovranisti e gelosi custodi della sovranità appunto contro i globalisti di Bruxelles e di tutto il mondo. Paesi attenti e vigili sulla rigidità e non permeabilità delle loro frontiere.

Non però chiusi ai soldi europei. Tutt’altro, frontiere apertissime ai soldi. Ai soldi in bianco. E soprattutto in nero. In Slovacchia quando vedevano euro in arriva dalla Ue diventavano apertissimi. I soldi europei in Slovacchia li accoglievano che era una festa. E per accrescere la festa in Slovacchia i soldi europei festosamente se li fregavano, li rubavano all’Europa. Con l’assistenza e la collaborazione di professionisti ed esperti del ramo: la criminalità organizzata. Dalla Slovacchia con tristezza: anche i sovranisti rubano.

sabato 10 febbraio 2018

il “Giorno del Ricordo” per le vittime delle #foibe

Ricorre oggi il “Giorno del Ricordo”, il cui scopo è quello di commemorare e celebrare la memoria di tutte le vittime dei massacri delle foibe. 
Una tragedia, questa, spesso sottovalutata e purtroppo riscritta: se ne parla sempre troppo poco di quelle persone (occupanti invasori fascisti) sterminati dal generale Tito, perché colpevoli di essere fascisti e di occupare e opprimere i territori della Venezia Giulia e della  Dalmazia, durante e appena dopo la Seconda Guerra Mondiale.

venerdì 1 settembre 2017

Ecco Le “nuove” politiche UE sui migranti: lager in Niger e Ciad, soldi alle mafie

Non però attraverso politiche di cancellazione del debito o di aiuto allo sviluppo, ma in bieco stile neo-coloniale: sembra questa la strategia e la logica di cui parla Gentiloni quando a “soluzione europea” affianca “presenza di militari sul campo”.

mercoledì 30 agosto 2017

Quella di Parigi è un’Europa più razzista, feroce e più egoista,

A Parigi i paesi che contano nell’Unione Europea hanno segnato un ulteriore passo verso l’estensione al continente africano delle mire egemoniche di quello che si configura sempre più come un progetto imperialista, militarista e guerrafondaio.
L’Ue sposta di fatto le proprie frontiere nei paesi del Nord e del Centro Africa nei quali irrompe politicamente, economicamente e militarmente a man bassa con la scusa del necessario controllo dei flussi migratori.
A suon di miliardi, regalati a pioggia ai regimi locali, ai vari ras, ai boss e ai capi militari e tribali, l’Ue ottiene di fatto l’esternalizzazione del gravoso e impopolare compito del ‘contenimento dei flussi migratori’.
A fare il lavoro sporco nei campi di concentramento, lontano dai confini meridionali dell’Europa – e quindi delle telecamere, dei giornalisti troppo curiosi, da quel poco di opinione pubblica solidale e sensibile a certe cose che ancora rimane – ci penseranno le milizie locali, che selezioneranno chi potrà entrare all’interno dei confini dell’Ue – la mano d’opera in Europa serve, altroché – rispedendo al mittente i non funzionali.
I diritti umani? Roba per ‘buonisti’…
A dare una mano ai regimi locali e a ricordargli gli impegni presi in caso di dubbi o ripensamenti, ovviamente, ci penseranno i militari ed i consiglieri di paesi europei che del resto non hanno mai disdegnato le scorribande nel continente africano, a partire dai francesi (ma ormai l’esercito europeo avanza e Berlino non vuole mica rimanere alla finestra).
Per non parlare dei lauti affari che le grandi imprese europee potranno fare gestendo la realizzazione di quelle opere grandi e piccole che i regimi africani pretendono in cambio della scelta di spalancare le porte all’imperialismo europeo. Lauti affari privati sostenuti in buona parte da fondi pubblici – cioè dei contribuenti europei – messi a disposizione dai singoli stati del continente e dall’Unione Europea in quanto tale nell’ambito del progetto di sostegno ai paesi che si votano alla ‘accoglienza’ dei migranti e dei profughi. Che non si dica che non li aiutiamo a casa loro!
I migranti continueranno a morire come mosche, ma meno nel Mediterraneo e più nel deserto africano e nei lager che verranno costruiti con i fondi europei. Come si dice: occhio non vede, cuore non duole…
Gentiloni è contento, perché sembra aver obbligato Parigi e l’UE tutta a prendere in considerazione i richiami di Roma a non essere lasciata sola contro la presunta “invasione”.
Macron è contento, perché ha facilmente sottratto a Roma il breve e appena ritrovato protagonismo italiano in Libia, dove gli appetiti sulla spartizione del gas e del petrolio rendono la contesa assai feroce anche tra paesi amici e alleati.
Pure Minniti è contento, perché ha ottenuto prima gli elogi per aver obbligato quegli ingrati dei libici a bloccare le partenze dei migranti verso le coste italiane e poi perché ha ottenuto una insperata ribalta internazionale quando di fatto l’Ue nel suo complesso ha deciso di adottare il suo modello – “soldi contro contenimento” – già peraltro sperimentato in Turchia da Frau Merkel senza grandissimo successo.
Anche la Germania è contenta, perché intestando il piano all’Unione Europea ha evitato che Parigi facesse da ‘asso pigliatutto’ e la scavalcasse.
Ovviamente che in Europa arriveranno meno migranti rispetto al passato è tutto da vedere. Le migrazioni di massa alle quali assistiamo da qualche anno non sono dei fenomeni congiunturali, e tantomeno il frutto delle manovre complottiste di qualche “miliardario mondialista”. Fuori dalla fortezza europea e dall’Occidente in declino c’è un intero e sconfinato mondo in subbuglio, scosso da cambiamenti climatici, guerre, carestie, sommovimenti di vario tipo.
Sicuramente, se il progetto andrà in porto e terrà – interessi e contromisure statunitensi, cinesi e saudite permettendo – il carattere imperialista, guerrafondaio e militarista dell’Unione Europea ne uscirà nettamente rafforzato. Di fronte ad una diminuzione della pressione migratoria anche i recalcitranti paesi aderenti al Patto di Visegrad dovranno tirare i remi in barca come del resto hanno già fatto per quanto riguarda la formazione a tappe forzate di un esercito europeo da affiancare (e contrapporre, se necessario) alla Nato.

Mentre i partiti xenofobi e populisti/ utilizzano l’immigrazione per guadagnare credibilità e consensi spargendo bufale e allarmismi, le forze politiche europeiste –
altrettanto razziste ma più compassate – hanno dimostrato di essere assai più lungimiranti, tentando di trasformare il problema, cioè i flussi migratori, in una risorsa. L’ennesima crisi è stata di fatto rivoltata e trasformata in una nuova opportunità di rilancio e di coesione per l’Unione Europea, da una classe dirigente continentale che ha appetiti sempre più voraci e a lungo raggio.
Sempre che il gioco funzioni, ovviamente. E non è detto.

fonte: contropiano
autore. Marco Santopadre

giovedì 24 agosto 2017

Benvenuti nella nuova Shoah


Dalla Francia all’Ungheria, dall’Olanda all’Italia alla UK, e persino in Germania, l’Europa di oggi è costellata da nazionalismi estremi, xenofobi e neofascisti. Tra criminalizzazione degli stranieri e soggetti politici che cavalcano l’onda anti-islamica, il razzismo è tornato a occupare la vita quotidiana. Ciò che è accaduto al tempo del nazismo potrebbe succedere ancora, ammoniva Primo Levi, e già abbiamo i primi odiosi vagiti in un’Europa non è più “immunizzata” dalla tragedia dei lager e pronta a costruirne di nuovi. 

sabato 19 agosto 2017

LA IL-LOGICA DEL'ISIS, Decine di foreign fighters rientrati ma il Terrore lo affida a 12 ragazzini

NOn si vedeva un preapismo belligerante e anti-islamico di questo genere dai tempi di George W. Bush. D’altronde, come dar loro torto: dopo aver visto le loro brillanti tesi da cavernicoli smentite dai fatti oltre che dalla Storia, dopo aver incassato la figura di merda dell’avventura siriana anti-Assad, ecco che i nostri Rambo in grisaglia hanno una nuova battaglia da combattere: quella contro il jihad in Europa, il secondo tempo del film di quell’Isis creato ad arte da loro eroi, come il senatore John McCain, che ora tenterebbe lo european tour come una rock band in cerca di affermazione.

venerdì 18 agosto 2017

ANCHE A #Barcellona LA FARSA è al completo.

C’è una sola cosa che ci sentiamo di dirvi senza timore di smentita: anche dopo la peggior notte di bisboccia, il mattino dopo si fornisce versioni dell’accaduto più lineari e credibili di quelle degli inquirenti spagnoli. Sempre. Magari sbiascicando ma mai inondando di cazzate l'interlocutore come il fiume in piena di non-sense che arriva a getto continuo dalla Catalogna. Riassumiamo, per sommi capi. Attorno alle 5 del pomeriggio di ieri, un furgone entra nella rambla all’altezza di Plaza de Catalunya e falcia 13 persone, lasciandone ferite sul selciato oltre un centinaio. Schiantatosi contro un chiosco, dal van esce una persona con una camicia bianca a righe azzurre, qualcuno dice che stia ridendo e si dilegua.

sabato 24 giugno 2017

Albania, un esempio di tolleranza

L’Albania è un paese multireligioso. Secondo l’ultimo censimento, svoltosi nel 2011, vi convivono: musulmani (57%), bektashi (2,5%), cristiani cattolici (10%), cristiani ortodossi (7%), cristiani evangelici (0,11%), atei (2,5%). Nonostante la presenza di differenti confessioni, il popolo albanese non ha mai, in nessun momento della sua storia, vissuto episodi di conflitto religioso. ‘Non guardate chiese e moschee. La fede degli albanesi è l’albanesità affermava Pashko Vasa, scrittore albanese vissuto nell’Ottocento. E in effetti, il clima di tolleranza e cooperazione esistente tra le diverse religioni in Albania, sembrerebbe confermarlo.

Per molti anni si è pensato che la tolleranza religiosa dipendesse in qualche modo da un alto tasso di atei presenti in Albania, dovuto alla lotta contro ogni religione intrapresa della dittatura comunista. In realtà, il numero di atei albanesi è esiguo e numerosi studi hanno dimostrato che, proprio durante gli anni di totalitarismo, le comunità religiose si sono rafforzate, quasi per reazione all’imposizione statale, e hanno cooperato insieme. La tolleranza religiosa albanese sembra piuttosto prendere vita dall’idea degli albanesi di una Albania multireligiosa, all’interno della quale il valore più importante risiede nel patriottismo. Le differenze religiose non vengono viste come qualcosa di negativo; l’appartenenza a una confessione piuttosto che ad un’altra non è, per gli albanesi, motivo di discriminazione e violenza. Anche per questo motivo l’Albania è un paese con un alto tasso di matrimoni interreligiosi. Inoltre è opinione comune tra gli albanesi che lo Stato abbia sempre mantenuto un atteggiamento imparziale nei rari casi di problemi legati alla religione.

L’appartenenza religiosa è per molti albanesi un fattore secondario e questo disinteresse è dimostrato dagli scarsi investimenti locali dedicati alla costruzione di luoghi di culto. La maggior parte di chiese e moschee in Albania sono state costruite grazie a fondi provenienti dall’estero; molte chiese cattoliche sono state finanziate dal Vaticano, mentre molte moschee dall’Arabia Saudita. Questo ha portato spesso a costruzioni slegate dal contesto di riferimento. Ad esempio, a Koplik, un piccolo villaggio nel nord dell’Albania, è stata costruita nel 1992 dai sauditi una grande moschea gialla; ma quel villaggio è popolato quasi interamente da cattolici. Mentre nella città di Fier, nel sud del Paese, è stata eretta una grande chiesa cattolica, in una zona dove non vive quasi nessun cattolico. Sparse per il paese, inoltre, sono state edificate in zone scarsamente abitate anche numerose chiese ortodosse.

Nonostante il clima di rispetto reciproco tra diverse confessioni religiose che caratterizza da sempre l’Albania, nel 1998 vennero scoperte per la prima volta delle cellule jihadiste a Tirana e ad Elbasan. È da quell’anno che tutte le fondazioni e associazioni islamiche albanesi sono sottoposte a un più rigido e continuo controllo. È stato anche istituito un Consiglio Interreligioso in cui gli esponenti delle maggiori religioni si confrontano e collaborano. La paura di una eventuale avanzata dell’islam fondamentalista sembra arrivare, più che dall’interno del paese, dal fenomeno migratorio. Molti giovani che hanno studiato in paesi in cui vige una forma di Islam più radicale, una volta rientrati in patria importano un credo più ortodosso, entrando a volte in conflitto con gli anziani, che sostengono un Islam più liberale. Un pericolo in da tenere sotto controllo, ma che al momento non scalfisce l’immagine multireligiosa del paese.

mercoledì 21 giugno 2017

C'è Il capitalismo dietro il disastro in Portogallo

Il cielo è nero sopra Coimbra, no, queste nubi non portano pioggia. Sono il risultato del terribile incendio scoppiato nel primo pomeriggio di sabato, nella località di Escalos Fundeiros, estesosi per due giorni nella regione centrale del Portogallo e ancora attivo su quattro fronti, nonostante la pioggia. Si tratta del più mortale incendio della storia portoghese, che ha provocato finora 62 vittime, altrettanti feriti e centinaia di sfollati. Come accade anche per gli incendi italiani, le prime spiegazioni sono state cercate nell’ondata di caldo, nel clima mediterraneo, o in un “temporale secco” che avrebbe fulminato gli alberi in assenza di pioggia. Ma sia nelle strade che nei social si sono diffuse in fretta interpretazioni più complete, che attribuiscono responsabilità ben precise ai gestori delle aree forestali. Il termine “foresta” sembra riferisti a qualcosa di antico e incontaminato, ma nel caso portoghese (comune a tante parti del mondo) si tratta piuttosto di silvicoltura e di sistemi agro-forestali, cioè della produzione di alberi su larga scala, combinato con altre produzioni agricole e di allevamento in un contesto in cui l’ecologia è regolata da interessi e flussi economici, il cui risultato è spesso la creazione di paesaggi monoculturali[i].

Questo è particolarmente evidente in un contesto in cui l’87% delle foreste appartiene a privati, capaci solo di sfruttarne (ed esaurirne) le risorse con una visione di corto periodo. La monocultura portoghese, infatti, ha preso la forma di enormi distese di eucalipto, albero australiano e “colonialista” che occupa ormai 812mila ettari, il 26% delle foreste e l’8,8% del territorio nazionale, togliendo spazio alle specie locali e all’agricoltura[ii]. Questo albero cresce particolarmente bene nella penisola iberica, dove serve gli interessi dell’industria della carta come materia prima per la cellulosa. I vantaggi economici della sua monocultura derivano dalla velocità della sua crescita, che garantisce un rapido ritorno per gli investimenti, al prezzo di un grande consumo di acqua e nutrienti del suolo, che non tornano alla terra dopo il taglio dei tronchi. Oltretutto, l’eucalipto brucia rapidamente, lanciando scintille a centinaia di metri di distanza. Le sue foglie sono un’ulteriore fonte di rischio per l’ambiente: contengono terpeni e acidi che bloccano la crescita dell’erba, dei semi e delle radici di altre specie e inibiscono lo sviluppo di microrganismi nel suolo. Si accumulano senza venire consumate, fornendo il terreno ideale per la propagazione degli incendi. Si tratta quindi di una monocultura pericolosa e desertificatrice, dannosa al punto da essere definita come causa di ecocidio[iii]. Ciononostante, le associazioni di industriali ritengono che il Portogallo debba andare fiero di questa coltivazione, estenderla e intensificarne la produttività[iv].

La minaccia del fuoco è cresciuta insieme alla monocoltura dell’eucalipto anche per cause più dirette: il legno di quest’albero, infatti, può essere trasformato in carta anche dopo il passaggio degli incendi, con perdite minime in termini di qualità ma con risparmi per gli acquirenti di due terzi del prezzo. Per anni le autorità hanno negato gli interessi economici dietro gli incendi, nonostante l’arresto di boscaioli intermediari accusati di averne appicati[v]. Fra la gente, invece, la conoscenza dei meccanismi del negocio do fogo (“affare del fuoco”) è diffusa da tempo.

Il cielo è nero sopra Coimbra, ma i volti della gente sono ancora più scuri. La rabbia è tanta per una tragedia che, come nel recente caso di Londra, poteva dirsi annunciata: i boschi portoghesi erano da tempo una polveriera a causa delle politiche di gestione adottate negli ultimi anni. Già nel 2006, il governo socialista aveva sciolto il Corpo das Guardas Florestais, integrandolo nei ranghi della polizia criminale, seguendo lo slogan neoliberale “meno stato, miglior stato”. In Portogallo le guardie forestali non erano semplice polizia ma attori fondamentali nella vigilanza e nella pulizia dei boschi, con il potere legale di ordinare ai proprietari di adottare misure di sicurezza nelle aree verdi. Il corpo è stato messo sotto il comando di ufficiali non competenti in questioni ambientali, mentre il governo successivo (di socialdemocratici e centristi) ha proseguito sulla strada dei tagli e degli accorpamenti.[vi]

Ma la storia delle responsabilità istituzionali è ben più lunga, e assume caratteri grotteschi per i modi in cui lo stato ha incoraggiato il negocio do fogo. I pompieri non dispongono di aerei o elicotteri per combattere gli incendi dall’alto, ma fino al 1997 potevano avvalersi dell’uso di bombardieri e altri mezzi militari per il trasporto e il lancio dell’acqua. Ma a partire da quella data ciò non è stato più possibile, a causa di un provvedimento del governo Guterres che escludeva gli interventi contro il fuoco dalle competenze delle forze armate. Si trattava di fatto di una privatizzazione, dal momento che mezzi aerei continuano ovviamente ad essere necessari, ma possono essere usati solo se forniti da aziende private, dietro debito pagamento[vii], fornendo così un nuovo (milionario) incentivo economico alla diffusione degli incendi. E’ interessante notare che il promotore di questo provvedimento, l’allora segretario di stato Armando Vara, è stato coinvolto in diverse vicende giudiziarie con accuse di negligenza di fronte a illeciti, irregolarità nei trasferimenti di milioni di euro di denaro pubblico, corruzione e traffico di influenze[viii]. Nell’aprile di quest’anno il politico e manager bancario è stato nuovamente condannato a cinque anni di carcere effettivo. Ma al di là delle responsabilità personali, combattere contro chi specula sugli incendi non sembra una priorità per i politici portoghesi: già l’anno passato si era sviluppato un intenso dibattito sul tema, all’interno del quale personale del governo aveva serenamente ammesso che “l’industria del fuoco dà soldi a molta gente”[ix], mentre esponenti delle forze armate avevano denunciato il mancato uso di mezzi dell’aeronautica come “un crimine di lesa patria”[x]. L’attuale governo, tuttavia, non ha ad oggi preso misure sull’uso degli aerei, non ha dotato il corpo dei pompieri di nuovo personale, non ha regolato la vendita di materiali bruciati né dei terreni, non ha imposto nuovi obblighi di pulizia dal fogliame nelle aree boschive.

Il cielo è nero sopra Coimbra, ma la solidarietà si muove più rapida del fuoco. Gli abitanti paesi limitrofi alle zone colpite si sono subito organizzati per ospitare gli sfollati[xi]. Nel pomeriggio di ieri, in centinaia in città avevano risposto all’appello dei pompieri, che avevano richiesto bevande e frutta da fornire ai volontari impegnati sul campo e medicine per i feriti. Associazioni di quartiere e studentati autogestiti hanno partecipato agli aiuti e stanno attrezzando centri di raccolta. Questi ultimi sono gli spazi in cui si muovono le attività di mutualismo e politica dal basso qui a Coimbra, in un momento in cui queste due espressioni sembrano significare la stessa cosa.

Spesso si dice che si può nascere nei panni di rivoluzionari incendiari, ma che si rischia poi di morire pompieri, dando un senso metaforicamente dispregiativo al ruolo di questi ultimi. Ma in questo torrido finale di primavera è il capitalismo a mostrarci il suo lato incendiario. Immagini come quella del rogo nella Grenfell Tower e del disastro portoghese valgono più dei migliori testi sulla contraddizione fra capitale e natura o sulla rottura metabolica fra economia e cicli vitali. Queste morti, queste ferite aperte nei quartieri popolari e nelle zone rurali (che ci riportano alla mente le vittime dei terremoti italiani o, meglio, le vittime di speculatori senza scrupoli e di governanti sordi alle voci delle zone a rischio) ci indicano che la strada da seguire è fare il lavoro dei pompieri: salvare le vite dagli incendi, più reali che metaforici. Stato e mercato hanno dimostrato il loro disinteresse per questo compito, quindi dobbiamo essere noi a occuparcene. Condurre una politica popolare della vita in cui partecipare significhi riconnettersi con i luoghi fisici in cui ci troviamo, usare le conoscenze locali per prenderci cura delle nostre città e dei nostri territori, rivendicando su di essi una capacità autonoma di controllo e pianificazione, unendo le pratiche della democrazia municipale e della riproduzione sociale. Fare politica deve significare riformulare le relazioni sociali nel senso della cura e della protezione comune contro la speculazione, la gentrificazione e tutti i modelli estrattivi che considerano lo spazio come luogo di consumo e mero contenitore di risorse. Fare militanza attiva significherà sempre di più praticare un’autodifesa collettiva contro il disastro ambientale e gli “incidenti” causati da quelli che le lotte ecologiste ci hanno da tempo insegnato a riconoscere come “assassini in giacca e cravatta”.



Note
[i] Felipe Nunes, A floresta que nos resta, Mapa

http://www.jornalmapa.pt/2015/07/01/a-floresta-que-nos-resta/

[ii] Z. T., Da denominada floresta. O eucalipto colonialista
http://www.jornalmapa.pt/2013/04/02/da-denominada-floresta-o-eucalipto-colonialista/

[iii] João Camargo, Eucaliptugal, o ecocídio da floresta nacional
http://visao.sapo.pt/ambiente/opiniaoverde/joaocamargo/eucaliptugal-o-ecocidio-da-floresta-nacional=f752575

[iv] Alexandra Machado, Indústria pasta e papel: “Portugal devia estar orgulhoso de ter o eucalipto”
http://www.jornaldenegocios.pt/negocios-iniciativas/observatorio-sectores/observatorio-pasta-e-papel-e-moldes/detalhe/industria_pasta_e_papel_portugal_devia_estar_orgulhoso_de_ter_o_eucalipto

[v] Octopus, O negócio dos incêndios em Portugal

http://octopedia.blogspot.pt/2012/09/o-negocio-dos-incendios-em-portugal.html

[vi] Fernando Santos Pessoa, “Estás a ver no que dá terem acabado com os Serviços Florestais?”
https://www.publico.pt/2017/06/18/sociedade/noticia/estas-a-ver-no-que-da-terem-acabado-com-os-servicos-florestais-1776086

[vii][vii] Fernão Lopes, O negocio dos incendios em Portugal
http://www.lusopt.pt/portugal/699-o-negocio-dos-incendios-em-portugal#

[viii] Armando Vara, Wikipédia
https://pt.wikipedia.org/wiki/Armando_Vara

[ix] Maria Lopes, “A indústria do fogo dá dinheiro a muita gente”, admite secretário de Estado
https://www.publico.pt/2016/08/11/sociedade/noticia/a-industria-do-fogo-da-dinheiro-a-muita-gente-admite-secretario-de-estado-1741037

[x] Joana Almeida Silva, Oficiais das Forças Armadas criticam negócio aéreo do combate aos fogos

http://www.jn.pt/nacional/interior/oficiais-das-forcas-armadas-criticam-negocio-aereo-do-combate-aos-fogos-5333646.html

[xi] Avelar: Uma onda de solidariedade para ajudar a combater as chamas
http://www.tsf.pt/sociedade/interior/avelar-uma-onda-de-solidariedade-para-ajudar-a-combater-as-chamas-8571455.html

martedì 20 giugno 2017

Grenfell Tower: DI neoliberismo si MUORE


I demoni del neoliberismo ci perseguitano, ma non evaporano facilmente, anche perché la loro origine attinge agli stessi elementi costitutivi della società capitalistica. Vestono di nebbia e giocano ad un gioco mortale con le nostre vite, immemori di pietà e compassione.
Uno dei peggiori disastri urbani nella storia recente ha colpito Londra, il rogo che ha bruciato il  grattacielo della Grenfell Tower, grattacielo di edilizia popolare della zona di Hammersmith. Almeno 100 morti nel rogo, la polizia spera non siano di più.

lunedì 12 giugno 2017

Francia vs Italia, mondi a confronto

Francia vs Italia, no, non è una finale di calcio (Potente oppio di un popolo, il nostro), ma paesi alle urne nello stesso giorno. Le legislative in Francia, Comunali in Italia. Elettorati che parlano lingue e conoscono linguaggi assai diversi tra loro. Si capisce che Francia e Italia, nonostante ci siano solo le alpi a separarci, sono politicamente e socialmente lontanissime. La distanza è quella che separa una nazione che rinasce da uno che attende di morire. Lì con Macron una totale scomposizione e rinascita del sistema politico (di quello sociale si vedrà). Qui una morte terminale del sistema politico cui nessuno, elettorato compreso, si sottrae e di cui sono tutti complici.

venerdì 9 giugno 2017

Regno DisUnito nonostante maggioritario puro

Il risultato delle elezioni britanniche si è rivelato peggiore di una sconfitta di uno o dell’altro dei due schieramenti. Con i dati emersi dalle urne non sarà possibile formare una governo stabile. Un pò come è accaduto in Spagna o accade spesso in Italia. Solo che la Gran Bretagna per anni è stata considerata come un modello di stabilità e governabilità perchè è in vigore il sistema elettorale più antidemocratico che esista: ossia il maggioritario “puro”.

Voto uk, Prime considerazioni

Chiara sconfitta della May e del Partito Conservatore. La cinica chiamata alle armi per ottenere un forte mandato nelle negoziazioni per la Brexit, da parte di un primo ministro che, originariamente, aveva sostenuto il fronte del Remain, e aveva negato la necessità di elezioni anticipate, non funziona. In primis, a causa di una campagna elettorale imbarazzante e priva di contenuti, di cui si ricorderanno esclusivamente le molteplici e spregiudicate giravolte.
– Grande prova del vecchio leone socialista Jeremy Corbyn, e delle energie giovanili che è riuscito a mobilitare (su tutte, il raggruppamento “Momentum” che è stata la vera anima di questa campagna). Il Labour sfonda il 40% in termini di voto aggregato (livelli mai più raggiunti dopo l’era-Blair), e recupera seggi rispetto alla tornata del 2015. Paga, dunque, il programma elettorale incentrato su massicci investimenti in educazione, sanità e welfare, e sulla possibilità di una ripresa dell’intervento pubblico in settori strategici. In particolare, il Labour riesce nell’impresa di ricementare il proprio blocco di riferimento, pericolosamente frammentato dall’affare-Brexit, guadagnando posizioni sia nella cosmopolita Londra (che, nel referendum si espresse in massa per il Remain) che nel Nord post-industriale e proletario (in cui il vento del Leave riuscì a fare particolarmente breccia). Certo, buona parte del gruppo parlamentare laburista che approda a Westminster resta quello, assolutamente allineato ad impostazioni culturali liberali e centriste, che ha mosso una guerra continua, per due anni, al proprio leader. Il risultato rafforza la posizione di Corbyn; ma il rischio “imboscate” è tutt’altro che finito. Quanto durerà la Pax Elettorale, che, potere della necessità di confermare la cadrega, ha costretto i centristi del partito a mettere da parte, per un attimo, i propri istinti, è materia di dibattito.
– Morte definitiva di UKIP, che, raggiunto il proprio fine ultimo (la vittoria nel referendum), non riesce a reinventarsi, vedendo il proprio bacino elettorale prosciugato, prevalentemente dai Tories, ma con un significativo drenaggio anche da parte del Labour.
– Difficoltà estrema dei Liberal-Democratici. Ancora pesa la scellerata scelta di formare una coalizione coi Tories nel 2010, e la susseguente complicità nell’implementazione delle draconiane misure di austerità promosse dall’esecutivo di David Cameron. La formazione di Farron, la più euro-entusiasta del lotto, non riesce neppure nell’impresa di capitalizzare il voto dei Remainers; emblematico il caso di Nick Clegg, ex segretario del partito e vice-premier, che non riesce a confermare il proprio seggio nel collegio di Sheffield Hallam (sconfitto dai Laburisti).
– Sostanziale ritorno ad una dinamica fortemente bipartitica, in cui le uniche variazioni sul tema, dato l’infame sistema elettorale uninominale maggioritario di collegio, sono rappresentate dalle formazioni nazionaliste, tra le quali, comunque, si segnalano le difficoltà del Partito Nazionale Scozzese (che riporta un calo di venti seggi) e del Partito del Galles (che fa i conti con una inaspettata, fino a qualche mese fa, tenuta laburista). A questo punto, lo scenario più probabile appare quello di una coalizione tra i Conservatori ed il partito della destra protestante dell’Irlanda del Nord (Partito Democratico Unionista, DUP), che, con i suoi 10 seggi, potrebbe consentire alla May di tirare a campare con un governicchio che, alle nostre latitudini, non esiteremmo a definire “balneare”. Una configurazione che, tuttavia, già provoca i primi mal di pancia eccellenti nelle fila conservatrici.