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venerdì 24 agosto 2018

L’Ucraina e il problema del conflitto militare

Il conflitto militare in Ucraina dura già da quattro anni. Anche da più di quattro anni continuano le  discussioni in Occidente per mandare o non mandare le forze militari internazionali per una operazione di pace.

sabato 11 agosto 2018

La sporca guerra nello Yemen. Muoiono 39 bambini

Sono almeno 39 i bambini morti, mentre altre 50 persone sono rimaste ferite ieri nel nord dello Yemen in seguito a raid aerei sauditi che hanno colpito uno scuolabus e un affollato mercato nella provincia di Saada. La morte dei bambini sembra aver colpito l’attenzione dei mass media, ma purtroppo non sono i primi nella sporca guerra dello Yemen, solo che fino ad oggi in ben pochi avevano avuto il coraggio di accendervi sopra i riflettori. Troppi “amici” scomodi (Arabia Saudita), troppi interessi che coinvolgono anche l’Italia (la vendita di armi italiani all’Arabia Saudita).

mercoledì 18 aprile 2018

A CHI IMPORTA DEI BAMBINI SIRIANI?

A quanto pare la vita di bambini, civili e i diritti dei siriani tutti sono importanti solo quando gli ipotetici attacchi avvengono a casa loro.

Non importa a nessuno dei siriani che, da anni, muoiono di freddo, di fame in Europa, o di quelli che perdono la vita cercando di attraversare la Manica.
Non si occupa nessuno dei 10.000 bambini spariti nel nulla, bambini che non si sa in quali mani, quale orrendo mercato saranno andati a nutrire con le loro piccole vite.
Non interessa a nessuno delle migliaia di profughi che vivono nel fango ed in condizioni sanitarie disumane senza accesso a nessun tipo di servizio sociale, nei campi profughi sparsi in Europa. O di quelli che annegano in mare.



E non ha nessuna importanza se questa sofferenza la possiamo vedere in prima persona ed è sotto il nostro naso. Semplicemente perchè se certe immagini non vengono trasmesse in TV non hanno risonanza.

Peró le immagini non verificate e fatte girare abilmente sui social network ed i telegiornali ci fanno DAVVERO inorridire.


Perchè la sola verità che cerchiamo, meschini, la sola verità che muove i nostri animi catatonici e la nostra finta commiserazione e pietà, è la verità mediatica.

Assad, il “dittatore” PARE abbia lanciato armi chimiche.
Per il momento, l’unico ad aver data per vera, quindi ad aver confermato la notizia è il Presidente (definito di sinistra, di sinistra come Renzi) Macron.

E subito mezzo mondo si mobilita, pronto a bombardare un paese democratico e progressista. Intanto gli schieramenti mondiali si preparano.

Mi chiedo, quanti anni dovranno passare prima che i Capi di Stato si toglieranno questa maschera e dichiareranno apertamente e senza cercare pretesti che questa è una guerra imperialistA?

sabato 31 marzo 2018

Gaza, Israele spara sui palestinesi: 14 morti, oltre 1000 i feriti, FREE-ITALIA DICE BASTA

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno utilizzato droni equipaggiati con gas lacrimogeni per disperdere una manifestazione di palestinesi lungo il confine tra Israele e Gaza. Granate con gas lacrimogeni sono stati sparati dal lato israeliano del confine e anche lanciati dai droni.

sabato 24 marzo 2018

Dazi, si salvi chi può

Dazi sulle merci straniere che fanno bene al portafoglio nazionale: è una delle idee forti che vanno forte (non da oggi) tra la gente. Sono idee pilastro del senso comune, quella che sei fai costare di più le merci straniere tutti comprano e consumano italiano e si sta più felici e più protetti nel posto di lavoro. E quella che se mandi la gente in pensione prima, allora si liberano più posti di lavoro per i giovani. Come se i posti di lavoro fossero una quantità fissa, magari stabilita per decreto e per concorso. E come se le tasse che imponi sulle merci straniere (i dazi sono tasse) le pagassero…gli stranieri! Dazi, posti di lavoro che si aprono per i giovani se mandi in pensione presto chi lavora…sono idee radicate, forti. Sono dentro di noi. E sono…sbagliate!

Trump presidente americano i dazi li sta mettendo davvero. Sessanta miliardi almeno di tasse ulteriori sulle merci cinesi. Il primo effetto è una botta da orbi sulle Borse asiatiche. E a noi? Chi se ne frega delle Borse asiatiche. Cedono, perdono perché pensano che le economie asiatiche, con le loro imprese, perderanno affari e profitti. E chi se ne frega, di nuovo, delle economie e Borse asiatiche.

Il secondo effetto dei dazi di Trump sarà che quei 60 miliardi di tasse in più sulle merci cinesi comprate negli Usa li pagheranno i consumatori americani. Non proprio 60 miliardi perché una quota di acquisti in Usa verrà dirottata da merci cinesi a merci americane. Una quota, forse quella che servirà a tenere in piedi qualche migliaio di posti di lavoro nei settori sotto scacco concorrenza e che hanno chiesto protezione a Trump. Insomma Trump coi dazi sarà il benefattore di un po’ di suo elettorato. Un po’. Ma la diminuzione di traffici e commerci (e i simmetrici dazi cinesi anti Usa) si calcola bruceranno dieci posti di lavoro americani per ognuno salvato. Ma chi se ne frega di dei posti di lavoro americani e di quante tasse paga o non paga il consumatore americano quando acquista…

A noi, ad un numero sempre più consistente di italiani l’idea dei dazi piace. I dazi che potremmo mettere noi, dazi alle merci straniere. C’è però un piccolo problema che si profila all’orizzonte. Nonostante la temporanea (temporanea, quindi domani può cessare) esclusione dell’Unione Europea e quindi dell’Italia dal numero dei paesi cui Trump impone dazi su acciaio e alluminio, una cosa Trump ce l’ha chiara in testa. Ed è spezzare le reni commerciali alla Germania. E quanto piace a un sacco di gente italiana l’idea di Trump che bastona quell’antipaticona della Merkel. Trump giustiziere d’oltre oceano a punire la Merkel che ci tiene tutti a stecchetto di debito e deficit e che ci nega la piena libertà di spesa pubblica. Vai Trump, falle vedere alla Merkel. Falle vedere i sorci verdi. Non è da poco il tifo italiano per Trump il daziatore.

Accade però nel mondo reale che la Germania abbia un surplus commerciale pari niente meno che all’otto per cento del suo Pil. Questo vuol dire che la Germania è un grande paese esportatore, buona parte della sua economia esporta. Così tanto che ogni anno la differenza tra esportazioni e importazioni è pari in Germania all’otto per cento del Pil. Una quantità imponente. E allora, che ce ne frega della Germania e delle sue esportazioni? Trump le tagli se vuole e faccia piangere la Merkel.

Accade però nel mondo reale che molte, anzi moltissime delle merci che la Germania esporta siano la stazione finale di una catena-filiera di produzioni e imprese che ha il suo massimo radicamento geografico ed economico…indovinate dove? Sono i distretti industriali della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna che producono in catena con la Germania. Se Germania kaputt nelle sue esportazioni, subito e insieme la parte più produttiva d’Italia kaputt nella sua economia. Perché nel mondo reale non esportiamo solo formaggi e vini. L’Italia esporta macchinari e semi lavorati. Ed è a sua volta un paese esportatore.

Che astuzie si riserva la storia nel mondo reale: se Trump bastona di dazi la Germania, Trump bastona in testa terre, aziende e portafogli di chi ha votato alla grande Salvini. Quel Salvini che tifa per Trump e per i suoi dazi.

Un vecchio (di millenni) diciamo così adagio diceva più o meno: che gli dei non esaudiscano i tuoi desideri. Lo sapevano già nella Grecia classica che desiderare senza conoscere e ottenere senza riflettere può risultare molto doloroso. Lo sapevano nella Grecia classica ma Salvini il piccolo daziatore italiano e imprenditori e aziende-famiglia della per così dire padania non hanno avuto tempo e modo di leggerla quella frase di saggezza, quella piccola lezione, in fondo di economia. Se mai hanno davvero avuto tempo di leggere davvero qualcosa nelle pagine della storia. Storia economica s’intende, non affatichiamo oltre misura gli uomini del fare…

martedì 20 marzo 2018

E fu così che si scoprì che l’elezione di Trump non era stata “favorita da Putin”…

Che i social network non fossero un “regalo” per chi li usa era noto da tempo. Ma il caso esploso in queste ore pone domande un po’ più importanti del semplice scambio ineguale tra proprietari della piattaforma e “utenti-merce”.

Una società inglese, Cambridge Analytica, è accusata di aver piratato i profili Facebook di 51 milioni di cittadini statunitensi. Gli uomini di Zuckerberg se n’erano accorti, ma non hanno ritenuto necessario avvertire gli utenti. Un vero gesto di “amicizia”…

Fin qui la notizia non sarebbe sconvolgente, perché è noto che l’attività di “profilazione” è uno dei business principali di Facebook. I dati che noi stessi riversiamo ad ogni post o like vengono archiviati, vanno a comporre la nostra immagine di consumatori, e come tali venduti a qualsiasi società che sia disposti a comprarli. Servono per “mirare” gli annunci pubblicitari, di modo che l’offerta del marketing sia individualizzata, quindi con maggiori probabilità di raggiungere lo scopo (farci comprare qualcosa).

Un’attività legale, contrattualizzata, socialmente accettata che ci dice molto sulla capacità del capitale di estrarre sangue anche dalle rape, ma che non desta più scandalo.

Il “reato” commesso da Cambridge Analytica – impossessarsi a gratis di 51 milioni di profili – sarebbe dunque una semplice questione di “sottrazione indebita”, regolabile in pochi minuti con il versamento a Facebook di quanto dovuto.

Lo scandalo è esploso però sull’utilizzo di quei dati: Cambridge Analytica non se ne serviva per vendere dentifrici, ma per far vincere le elezioni al “partito” committente (quello disposto a pagare il servizio). Lo scopo commerciale si salda con quello politico, insomma.

Ma anche questa non è una novità. Da quando le ideologie politiche sono state dichiarate “morte” (rimane solo il neoliberismo, guardacaso l’ideologia del capitale finanziario) ogni competizione elettorale, in qualsiasi parte del mondo, è stata affrontata con il supporto sempre più decisivo dei “creativi” del marketing. Società o persone che vivono producendo campagne pubblicitarie, studiate su misura per la “merce da vendere”, avendo cura di individuare per bene il target e le vie per colpire la fantasia del potenziale acquirente-elettore. Berlusconi e Prodi-Veltroni vi hanno fatto ricorso per decenni, con ovvio vantaggio per il primo che già disponeva di una propria agenzia pubblicitaria (Publitalia, che è andata a costituire l’ossatura della prima Forza Italia), oltre a un impero televisivo alla pari con la Rai.

A far diventare Cambridge Analytica un mostro da prima pagina ci sono però due elementi in più: a) è di proprietà di un miliardario statunitense, Robert Mercer, sostenitore di campagne e candidati conservatori o di destra in tutto il mondo; b) ne aveva fatto parte Steve Bannon, l’ultra-reazionario protagonista della resistibile ascesa di Donald Trump.

Abbastanza per spaventare il borghesuccio che vive nelle redazioni, sempre pronto ad alzarsi indignato quando qualcuno mette in discussione la logica del “mercato”, ma altrettanto pronto a spaventarsi quando quella stessa logica seleziona un reazionario demente alla guida della principale superpotenza. Al borghesuccio non riesce di attivare il neurone mancante che consente di collegare le due cose.

Come nelle serie televisive di successo (House of Cards sembra scritta senza inventare letteralmente nulla, anzi…), non mancano né la figura del “pentito”, né i dettagli pruriginosi che faranno da acchiappa-click o like sulle versione online dei media principali.

Il canale tv inglese Channel Four News aveva infatti spedito negli uffici di Cambridge Analytica un giornalista camuffato da spicciafaccende di un politico asiatico che vole acquistare i servizi della società per vincere le elezioni nel suo paese. L’attuale capo della società, Alexander Nix, per conquistarsi il cliente, gli spiega in quanti modi può essergli utile. Dall’utilizzo dei profili Facebook fino ai “servizi” di prostitute di lusso per incastrare i suoi avversari. Il tutto in un’atmosfera molto internettiana, perché non è neanche necessario che la “vittima” cada completamente nella trappola, visto che il predominio dell’uso della Rete consente di far passare il sospetto di colpevolezza in molti modi.

Nix assicura di poter “mandare ragazze a casa del candidato” , lui preferisce le ragazze ucraine, “sono molto belle, funziona molto bene”. Oppure: “Offriremo al candidato una grossa somma di denaro, per finanziare la sua campagna, registreremo tutto, copriremo la faccia del nostro uomo e metteremo tutto su Internet“.

Insomma. La fabbrica della fake news politiche lavora a pieno regime, ma solo per chi può permettersi di pagare il prodotto; altro che regno dell’”eccessiva libertà”, da regolamentare consegnando le chavi alla polizia…

Non manca il “partito politico italiano” che si sarebbe rivolto a Cambridge Analytica per essere risollevato dal baratro in cui era precipitato nel 2006 e che soltanto ora – dopo “il servizio” di Cambridge – sarebbe risorto con percentuali tali da far aspirare alla presidenza del Consiglio (persino il prudente Enrico Mentana vi ha visto l’identikit della nuova Lega di Salvini, che in effetti è un partito abbastanza fasciorazzista da poter incontrare il consenso di Mercer).

Non c’è dunque nulla di interessante in questa notizia?

Al contrario, è una cannonata che dovrebbe cambiare radicalmente il modo in cui si guarda ai social network, al loro essere un pilastro fondamentale allo stesso tempo del business e del controllo sociale. Dipinti come il luogo dell’assoluta libertà individuale hanno non solo prodotto una mentalità iper-individualistica ostile a qualsiasi forma di aggregazione collettiva (leggere i post o i commenti di certi imbecilli che si definiscono “comunisti” aiuta a comprendere la vastità della devastazione cerebrale raggiunta), ma servono come ultimo o unico orientamento nel caos per una massa crescente di “individui” ormai manipolabili con pochi passaggi (il tempo di leggere un tweet…).

E’ una cannonata che toglie qualsiasi illusione sui meccanismi della democrazia nel terzo millennio. Il presupposto logico e costituzionale di ogni processo elettivo democratico è infatti che ogni singolo cittadino-elettore sia in grado di formarsi da solo un’opinione e quindi scegliere i propri rappresentanti con cognizione di causa. Un po’ come avviene nel “mercato”, dove si presume – si presume, ma non è mai vero – che tutti i soggetti contraenti che firmano un accordo dispongano esattamente della stessa quantità e qualità di informazioni.

Il caso Cambridge Analytica-Facebook ci dimostra l’esatto opposto. Tutti siamo manipolabili, in diversa misura. Anche “noi” che riteniamo di aver mantenuto una consistente capacità critica (e ciascun individuo, anche il più cretino, ritiene di essere il creatore autonomo delle sciocchezze che pensa).

Fin quando la manipolazione mediatizzata mira a farci preferire una merce o un marchio, ognuno di noi è persino disposto a riconoscere che un po’ viene condizionato, quando si distrae. Se invece il condizionamento – pesantissimo e invalidante – mira direttamente all’atto della produzione dell’”opinione”, allora diventa inaccettabile, anzi un’offesa. Sarebbe come darsi del coglione da solo (l’indimenticabile Altan de “Vorrei sapere chi è il mandante delle cazzate che faccio”).

Ma è proprio questa massa di “diversamente condizionati” a formare ovunque “l’elettorato”. E spesso vince chi ha più soldi per comprarsi il “pacchetto elettorale più efficace”. Ma guarda un po’…

Altre e infinite considerazioni sarebbero possibili, in particolare ripensando a quanti – “a sinistra” – avevano pensato di poter competere elettoralmente sul piano del marketing che andava a sostituire il legame diretto con i ceti sociali, i territori, le reti associative… Insomma, ai praticoni che avevano ritenuto il “partito leggero” quasi una genialata. Ma non siamo qui per infierire.

lunedì 19 marzo 2018

Esercito turco e milizie jihadiste entrano ad Afrin

Anche chi è scappato dalla città è a rischio. Fonti locali hanno riportato che un grosso convoglio di civili che stava tornando nella città di Jindiresse è stato colpito dalle bombe degli aerei turchi. Testimoni oculari parlano di 250 morti, ma è tutto molto difficile da verificare al momento.

I pochi contatti rimasti invitano a non dichiarare caduta la città. Combattenti YPG e YPJ sono ancora presenti e continuano a resistere all’invasione in molti quartieri, con attacchi e azioni di sabotaggio.

In un comunicato congiunto, i portavoce di YPG e YPJ e della Amministrazione civile di Afrin hanno dichiarato che sono stati messi in salvo gran parte dei civili ma la resistenza nella città continua.

I responsabili di questo massacro, di questa ingiustizia senza limiti hanno nomi precisi, si chiamano Unione Europea e Stati Uniti che non hanno mosso un dito, non hanno esercitato la minima pressione diplomatica perché il tiranno Erdoğan si fermasse.


Sono questi stessi responsabili di oggi, quelli che parleranno spudoratamente di difesa della democrazia, di lotta al terrorismo in occasione del prossimo attentato in Europa. Loro, oggi, hanno permesso che un esercito loro alleato, assieme a milizie jihadiste, distruggesse una città simbolo della più straordinaria esperienza di democrazia e convivenza plurietnica del Medioriente.

Sono proprio questi responsabili e le élìtes economiche che li sostengono che continueranno a fare affari con Erdoğan, continueranno a pagarlo perché impedisca ai migranti in fuga di raggiungere l’Europa, continueranno a pagare per avere accesso a risorse e per far crescere i propri mercati in Oriente.

Non dimentichiamolo mai.

giovedì 15 marzo 2018

Anche i sovranisti rubano, Slovacchia docet

Slovacchia, premier Fico si dimette. Il motivo? Il motivo è quel che sta scuotendo il paese dopo il duplice omicidio di Jan Kuciak e della sua fidanzata.  Kuciak era un giovane giornalista e aveva ficcato il naso negli affari sporchi. Gli affari sporchi, sporchi e grossi, della criminalità organizzata. Talmente organizzata da avere legami e contatti con la politica, anzi con il governo stesso. Per dirla molto in breve, il traffico di Fondi europei, di soldi dell’Unione europea. Finivano in finte aziende e iniziative. Un traffico impossibile senza che dalla politica e dal governo non ci fossero…facilitatori.

L’obiettivo delle dimissioni di Fico da premier? L’obiettivo è quello di impedire che il paese vada a nuove elezioni e quindi di fare in modo che il potere resti per così dire in casa e in famiglia. Certo, prima del premier erano stati di fatto costretti alle dimissioni il ministro degli Interni e quello della Cultura. Certo, per le forze politiche che governano la Slovacchia la botta è stata grossa. Ma se non si va ad elezioni anticipate, pensano i partiti al potere, si salva il salvabile.

Slovacchia…piccolo cuore mitteleuropeo sovranista. Slovacchia, uno dei paesi del blocco Visegrad, quelli che neanche un migrante a casa nostra ma a casa nostra i soldi dei Fondi europei tanti e subito. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia appunto. Quasi tutto il blocco dei paesi dell’ex Est europeo del Patto di Varsavia filosovietico (manca Germania Est che Ddr non c’è più e mancano Bulgaria e Romania in altre faccende affaccendate). Paesi che dalla Ue e più in generale dal sistema delle democrazie occidentali prendono e vogliono prendere à la carte, su ordinazione: quel che piace sì, quel che non piace no.

Paesi che hanno con Orban in Ungheria teorizzato e vantato la meravigliosa superiorità della democrazia illiberale. Paesi come la Polonia che hanno legiferato in modo che sia il governo a scegliere e a comandare e controllare i magistrati e dove si stabilisce per legge come si scrive la storia e galera a chi sgarra. Paesi come la Slovacchia di Fico appassionatamente sovranisti e gelosi custodi della sovranità appunto contro i globalisti di Bruxelles e di tutto il mondo. Paesi attenti e vigili sulla rigidità e non permeabilità delle loro frontiere.

Non però chiusi ai soldi europei. Tutt’altro, frontiere apertissime ai soldi. Ai soldi in bianco. E soprattutto in nero. In Slovacchia quando vedevano euro in arriva dalla Ue diventavano apertissimi. I soldi europei in Slovacchia li accoglievano che era una festa. E per accrescere la festa in Slovacchia i soldi europei festosamente se li fregavano, li rubavano all’Europa. Con l’assistenza e la collaborazione di professionisti ed esperti del ramo: la criminalità organizzata. Dalla Slovacchia con tristezza: anche i sovranisti rubano.

lunedì 5 marzo 2018

I media CENSURANO i bimbi uccisi dai ribelli siriani

Ci sono bambini di serie A e di serie B. La differenza? Quelli di serie B muoiono nel silenzio più assoluto. Per raccontare l’inferno dei bimbi della Ghouta è stata giustamente lanciata una campagna social chiamata #IAmStillAlive, ovvero “sono ancora vivo”. L’obiettivo, secondo quanto si legge nelle agenzie che diffondono la notizia, è quello di raccontare l’assedio che le truppe governative stanno sferrando contro le forze ribelli che si trovano alle porte di Damasco. Un’iniziativa sacrosanta che però racconta solamente una parte della realtà.

Già perché anche dall’altra parte, quella governativa, ci sono bambini che muoiono e per i quali andrebbe lanciata una campagna di sensibilizzazione. Ma quei morti non fanno notizia. O, meglio, non interessano a nessuno in occidente.

Quasi che siano meno innocenti e meno civili degli altri, come il piccolo Omar Oasheh Bashi , colpito da un missile dei ribelli la scorsa settimana. Mille frammenti incandescenti lo hanno colpito mentre giocava con i suoi amici a calcio nel quartiere di Rukn al-Din. È successo tutto in pochi secondi. Il boato, la polvere e il caldo. Il piccolo è stato investito dalla violenza dell’esplosione e il suo volto, sorridente fino a pochi secondi prima, è diventato di cera.

Omar, però, non è stato l’unico bambino che si trovava a Damasco e che è stato colpito dai missili sparati dalla Ghouta orientale. Don Mounir, sacerdote salesiano, ci aveva raccontato: “Cercano di colpirci negli orari in cui i ragazzi escono da scuola e in cui le persone vanno al lavoro per fare più morti possibili. La città è paralizzata. E questo è il loro obiettivo: rendere tutto triste”.

E gli obiettivi dei ribelli sembrano essere proprio i civili, in particolare i giovani. Solamente nella giornata del 22 gennaio, i colpi partiti dalla Ghouta orientale hanno ucciso “una ragazza di 17 anni di nome Rita, altri due adolescenti e un bambino di tre anni”, come riporta Asianews. Un mese dopo è stata la volta di Darin Malla, che non avrà avuto più di cinque anni. E l’elenco potrebbe proseguire a lungo…

venerdì 2 marzo 2018

La guerra economica contro il Venezuela è una SPORCA realtà

Se vogliamo analizzare cosa succede in Venezuela, un paese in cui poche persone sono state, ma tutti sembrano conoscere e commentare ciò che accade lì. Qualsiasi analisi sul Venezuela deve partire da una premessa, quella di essere il paese con le maggiori riserve di petrolio certificate al mondo (circa 300.000 milioni di barili). A quella quantità di oro nero deve essere aggiunto l’essere tra le prime 10 principali riserve di gas, biodiversità e minerali e “terre rare”, come il coltan.

Come se non bastasse, una petroliera impiega meno di una settimana per attraversare i Caraibi e arrivare dal Venezuela ai principali porti della costa orientale degli Stati Uniti, rispetto al mese e mezzo che la stessa nave impiega per arrivare dal Golfo Persico attraversando il canale di Suez.

Solo da questa base geopolitica minima possiamo provare ad analizzare cosa succede in Venezuela e se c’è davvero una guerra economica.

Possiamo determinare 3 coordinate fondamentali per poter parlare di guerra economica: accaparramento dei prodotti di consumo di base; inflazione indotta attraverso la manipolazione artificiale del tasso di cambio; ed embargo finanziario.

Esaminiamo il primo dei 3 indicatori. Perché è facile in Venezuela trovare prodotti della campagna, come frutta e verdura, ma invece è estremamente difficile trovare determinati farmaci o prodotti per l’igiene? Perché questi ultimi appartengono a 2 aziende statunitensi, Procter & Gamble e Johnson & Johnson, che detengono il monopolio del 90% del mercato e controllano quando e quali prodotti vengono immessi sul mercato. È una decisione politica, e non economica, trovare alcuni prodotti e altri non nei negozi e nei supermercati del Venezuela.

In secondo luogo, l’inflazione, che dal Cile di Allende è sempre stata un’arma politica in cui chi controlla l’offerta di prodotti controlla il prezzo di questi. Il concetto di inflazione è diverso dall’aumento dei prezzi e non ha nemmeno a che fare con l’economia, ma con decisioni politiche. Un altro economista, in questo caso spagnolo, Alfredo Serrano, spiega come il valore del tasso di cambio in Venezuela si sia moltiplicato da metà 2014 di 1410 volte, mentre il numero di banconote moltiplicato per 43, la liquidità per 64 e il tipo di cambio implicito per 141.

Questo può essere compreso solo a partire da decisioni politiche, come la manipolazione del tasso di cambio diretta dal sito web Dólar Today, ospitato su server a Miami, negli Stati Uniti; o che l’agenzia di rating Standard & Poor’s dichiari il Venezuela in default selettivo pur avendo onorato tutti i 5 debiti e interessi con i suoi creditori, pagando fino ad oggi 70.000 milioni di debiti.

In terzo luogo, il blocco economico degli Stati Uniti è una realtà che si nasconde dietro il decreto esecutivo firmato dal premio Nobel per la pace Barack Obama, che dichiara il Venezuela un pericolo per la sicurezza nazionale. Al di là delle dichiarazioni pompose, questa misura ha conseguenze molto reali. Ad esempio, nel mese di novembre 2017, sono state annullate 23 operazioni nel sistema finanziario internazionale del valore di 39 milioni di dollari per l’acquisto di generi alimentari, beni di prima necessità e medicinali.

Per completare questa breve analisi e se ripassiamo un po’ la storia, possiamo trovare molte somiglianze tra quanto accade oggi in Venezuela e ciò che è accaduto nel Cile di Salvador Allende o nella Cuba di Fidel Castro. Attacchi all’economia che sono in realtà contro un intero popolo nella misura in cui i meccanismi di produzione e distribuzione dei prodotti di base sono alterati; manipolazione dei media nazionali e internazionali contro questi governi; presenza diretta o indiretta dell’imperialismo USA attraverso i suoi diversi meccanismi di interferenza; dalla CIA alla DEA, attraverso l’USAID e il finanziamento con decine di milioni di dollari dell’opposizione politica.

Per tutto questo, possiamo affermare che sì, il Venezuela subisce una guerra economica contro un intero popolo e tracciare una linea di demarcazione se vogliamo discutere sul Venezuela: il dibattito non è sinistra o destra, socialismo o capitalismo, ma democrazia contro terrorismo politico, economico e mediatico.

Il Venezuela, sì, ha molti problemi che vanno dall’insicurezza fino all’inefficienza o alla corruzione. Ma questi problemi deve risolverli il popolo venezuelano in maniera sovrana. Nessun altro.

domenica 25 febbraio 2018

Quello che i media non ti dicono su Ghouta

Il sobborgo orientale di Ghouta, a est della capitale siriana, ha occupato le prime pagine, quando l'esercito arabo siriano ha lanciato un'offensiva militare denominata Acciaio di Damasco, nel tentativo di ripulire la regione da gruppi islamisti, principalmente Yeish al Islam, ma anche da Frente al Nusra, Ahrar al Sham e Failaq al Rahman.



La situazione umanitaria e socio-economica di Ghouta Orientale diviene quindi critica. Gli appelli del Centro Russo per la Riconciliazione rivolti ai gruppi armati illegali per porre fine alla resistenza e consegnare le armi non hanno sortito effetto. “I negoziati per una soluzione pacifica del conflitto a Guta Oriental sono stati fatti deragliare", ha dichiarato Yuri Evtushenko, portavoce del centro.



Nel frattempo, la situazione umanitaria nella regione è drasticamente peggiorata, il che ha portato l'ambasciatore russo all'ONU, Vasili Nebenzia, a convocare una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza in modo che tutte le parti coinvolte "presentino la propria visione e comprensione della situazione e trovare modi per giungere a una risoluzione”.



Campagna per screditare Assad



I media accusano nuovamente Assad di crimini contro l'umanità e diffondono la posizione dei paesi occidentali, rifiutandosi di prendere in considerazione gli argomenti del governo siriano stesso e di riconoscere la complessità della situazione.



"Ci sono dei terroristi là contro i quali l'esercito siriano sta combattendo e i terroristi stanno bombardando Damasco, e questo è stato occultato. Si tratta una situazione complessa", ha spiegato l'ambasciatore russo.



A Damasco è stato finora imputato di aver bombardato civili nella regione e ucciso circa 300 persone. Tuttavia, i dati delle accuse provengono dai rapporti dei White Helmets, che hanno ripetutamente falsificato informazioni e organizzato provocazioni cosiddette "false flag".



I media occidentali e Al Jazeera, con sede in Qatar, hanno lanciato una nuova campagna di disinformazione contro Bashar Assad in un ultimo tentativo di screditare gli sforzi del suo governo per riportare la pace nel paese.



The New York Times: "Forze barbariche" il contro terrorismo



Nell'articolo del New York Times (NYT) intitolato “Il bombardamento siriano causa il maggior numero di morti da anni" gli autori citano il capo delle Forze Tigre del governo, il generale Suheil Hasan, che ha annunciato i piani per eliminare i ribelli nella regione.



"Prometto che gli darò una lezione, in combattimento e col fuoco”, ha dichiarato Hasan in un video condiviso da account pro-governativi sui social media.



Dopo aver evidenziato la "barbarie" delle forze pro-Assad, il quotidiano non ha spiegato che i militari non erano lì per combattere contro i civili, ma per espellere ed eliminare i terroristi sempre più attivi nella regione, e che utilizzano l'enclave come piattaforma per bombardare Damasco.



Di fatto, il NYT si affida ai dati forniti dall'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, che il quotidiano ha precedentemente elogiato per il suo contributo al riconteggio delle vittime. Ma cosa si sa dell'osservatorio? La sua sede si trova nel Regno Unito e il suo fondatore, Osama Suleiman (il cui pseudonimo è Rami Abdulrahman), vive a Coventry e dirige le attività dell'osservatorio dalla sua casa praticamente da solo. I dati forniti dal suo "progetto preferito" sono piuttosto discutibili, data la sua chiara tendenza anti-Assad.



Il NYT cita anche un residente locale il quale avrebbe affermato che "ai civili non è mai stato permesso di andarsene". Questo scredita tutti gli sforzi diplomatici compiuti dalla Siria e dalla Russia a questo scopo che, nonostante in questo caso non siano andati a buon fine, hanno dimostrato efficacia ad Aleppo.



The Guardian: ‘Un’altra Srebrenica’



Il mezzo di comunicazione britannico ha scelto un modo più sofisticato per trattare la situazione a Ghouta Orientale: l’ha paragonata al genocidio di Srebrenica in Bosnia Erzegovina.



Nel suo articolo, il The Guardian fa sembrare che le forze siriane e gli “alleati russi" abbiano attaccato deliberatamente i civili dopo il fallimento dei colloqui di pace, ma non scrivea che mentre Damasco e Mosca spingono per un accordo di pace, simile ad Aleppo, con evacuazioni di persone e un massiccio esodo di terroristi dalla città, gli islamisti hanno bombardato la capitale da Ghouta Orientale. L'articolo dà l'impressione che le parti non abbiano fatto nulla per proteggere la popolazione.



Il "bombardamento implacabile" di Al Jazeera



L’emittente del Qatar ha aderito alla campagna di disinformazione, affermando che le forze siriane sostenute da caccia russi hanno attaccato l'enclave, uccidendo centinaia di persone. Mentre il NYT faceva affidamento sui dati ottenuti dall'osservatorio, Al Jazeera ha optato per i "più affidabili" Elmetti Bianchi, esperti nella falsificazione delle informazioni.



In precedenza, i volontari della Difesa Civile siriana sono stati accusati di inscenare operazioni di salvataggio, oltre a pianificare un falso attacco chimico a Ghouta Orientale. Secondo un residente locale, il gruppo ha distribuito maschere antigas nella regione per proteggere i civili da un attacco chimico.



Processo di pace?



I diplomatici russi hanno mediato per il processo di pace durante tutto il conflitto, lavorando duramente per evitare che il caos si diffondesse ulteriormente. Tuttavia, i loro sforzi sono stati costantemente indeboliti dal doppio standard degli Stati Uniti nei confronti della Siria.



Recentemente, il viceministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov ha evidenziato di fronte alla comunità internazionale come Washington tratti le questioni "in modo selettivo".



Secondo il Dipartimento di Stato statunitense, l'Aviazione di Damasco ha condotto attacchi indiscriminati contro la Ghouta Orientale, attaccando ospedali e centri medici e uccidendo 100 civili nelle prime 48 ore dell'operazione Acciaio di Damasco. A seguito di questa dichiarazione, rilasciata dalla portavoce Heather Nauert, il Dipartimento di Stato ha chiesto alla Russia di smettere di sostenere il presidente Assad vista “l’escalation di violenza a Ghouta Orientale”.



In risposta, il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha respinto le accuse contro la Russia e ha osservato che le notizie sulla morte di civili negli attentati sono "infondate".



"Queste sono accuse infondate, non è chiaro su cosa si basano, non vengono forniti dati specifici, ed è così che valutiamo tali accuse, non siamo d'accordo con loro", ha detto Peskov.



Sia la Siria che la Russia hanno esortato a una soluzione pacifica della crisi nella zona smilitarizzata creata durante i colloqui di Astana sulla riconciliazione siriana. Tuttavia, i ribelli hanno ignorato le richieste di fermare la resistenza e di iniziare l'evacuazione dei civili, così come il ritiro dei terroristi dalla zona.

giovedì 22 febbraio 2018

La mappa delle violazioni dei diritti umani in Africa

C’è tanta Africa nel Rapporto 2017-2018 presentato da Amnesty International il 21 febbraio a Roma nell’Istituto della Enciclopedia Italiana. Il dossier analizza le sistematiche violazioni dei diritti umani in 159 paesi, ponendo quest’anno particolare attenzione su un fenomeno in particolare. Si tratta dell’odio sempre più diffuso nei confronti di minoranze e diversità, un sentimento su cui soffiano molti governanti nel tentativo di manipolare a loro favore le opinione pubbliche, servendosi anche di fake news. È una tendenza che interessa anche l’Italia e, nella fattispecie, le forze politiche di centro-destra come dimostra un’indagine realizzata da Amnesty International in cui è stata monitorata la frequenza di toni e slogan contro migranti, musulmani, rom ed LGBTI durante questa campagna elettorale.

Se l’Occidente registra degli evidenti passi indietro sul piano politico e culturale, l’Africa continua a fare i conti con i suoi annosi problemi: regimi dittatoriali che non lasciano alcuno spazio alla libertà di stampa ed espressione, paesi in guerra, presenza capillare di gruppi jihadisti, flussi migratori incontrollati, traffici di uomini, droga e armi, torture e privazioni dei basilari diritti umani.

Nord Africa: maglie nere per Egitto e Libia

Tra i paesi del Nord Africa, l’Egitto si conferma quello attraversato da più contraddizioni. Il suo presidente, Abdel Fattah Al Sisi, è considerato un alleato solido dai leader europei così come da Russia e paesi del Golfo. Eppure, da quando l’ex generale è salito al potere con un colpo di Stato nel luglio del 2013, la situazione dei diritti umani in Egitto è gradualmente peggiorata. Secondo il rapporto di Amnesty International, il Paese si conferma infatti come il “carcere” più grande per i giornalisti insieme a Turchia e Cina. Nel 2017 i giornalisti condannati a pene carcerarie sono stati 15, mentre 400 siti web sono stati oscurati per aver diffuso “informazioni false” stando a quello che dicono le autorità egiziane. Negli ultimi dodici mesi si è inoltre stretta la morsa attorno agli attivisti per la tutela dei diritti umani, alle ong, ai sindacalisti, agli LGBTI e a chiunque si sia esposto per ottenere la verità sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni.

Riferendosi alla Libia, Amnesty International parla invece di “totale assenza di legalità” e punta l’indice contro chi, come il nostro paese, sta puntando su errate strategie di contenimento dei flussi migratori che attraversano il Mediterraneo. “Fino a 20mila rifugiati e migranti - si legge nel rapporto - erano arbitrariamente trattenuti a tempo indeterminato in strutture di detenzione in condizioni di sovraffollamento e totale mancanza d’igiene, esposti al rischio di tortura, lavoro forzato e uccisioni illegali, per mano delle autorità e delle milizie che gestivano queste strutture. Nel fornire assistenza alla guardia costiera libica e alle strutture di detenzione, gli Stati dell’UE, e in particolare l’Italia, si sono resi complici degli abusi”.

È convinto di questa posizione il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi. “L’Italia - spiega - dice che si deve puntare prima alla stabilizzazione in Libia, ma finora o risultati ottenuti sono stati pochissimi. Non è stato riconosciuto un ruolo significativo all’UNHCR, la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra, non è venuto meno l’automatismo della detenzione degli irregolari. Tutto questo approccio basato sull’institution building ha dei costi umani inaccettabili. Ci sono persone che rischiano ogni giorno torture, subiscono estorsioni e violenze inaudite. L’unica soluzione è aumentare in modo molto significativo l’accoglienza di circa 40mila persone molto vulnerabili che hanno urgente bisogno di assistenza ed esercitare una pressione diversa sulle autorità libiche”.

Africa subsahariana

Passando all’Africa subsahariana la situazione non cambia e, anzi, in diversi casi peggiora. “Da Lomé a Freetown, da Khartoum a Kampala, da Kinshasa a Luanda - prosegue il rapporto di Amnesty International - si sono verificati arresti di massa contro manifestanti non violenti, così come percosse, uso eccessivo della forza e, in alcuni casi, uccisioni. L’immobilità politica e i fallimenti degli organismi regionali e internazionali nell’affrontare gli annosi conflitti e le loro cause hanno rischiato di diventare la normalità e di causare ulteriori violazioni, nell’impunità”.

Nella regione sono oltre 20 i paesi in cui le autorità hanno negato alle persone il diritto di protestare pacificamente. Lo hanno fatto nei migliori dei casi imponendo divieti illegali, oppure con l’uso eccessivo della forza, con vessazioni e arresti arbitrari. È accaduto soprattutto in Angola, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Sudan, Togo, nelle regioni anglofone del Camerun, in Kenya, Sierra Leone e Uganda.

Alcuni governi hanno adottato nuove leggi con l’obiettivo di limitare le attività dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti e dei loro oppositori. I casi più evidenti sono stati quelli dell’Angola, della Costa d’Avorio e della Nigeria. Sempre in Angola, così come in Kenya, Rwanda e Burundi, le ultime tornate elettorali sono servite ai governanti per regolamenti di conti interni.

Vittime di discriminazioni e abusi sono poi donne e ragazze, albini (specie in Malawi e Mozambico) ed LGBTI (Senegal, Ghana, Malawi e Nigeria). Non sono esenti da colpe nemmeno le società straniere che operano nel cuore dell’Africa. Vale per le compagnie occidentali così come per quelle turche o cinesi che non si fanno scrupoli a offrire solo un dollaro al giorno a chi rischia la vita nelle miniere di cobalto, nei cantieri dove si realizzano grandi infrastrutture, nei giacimenti di petrolio e gas.

Jihadisti e conflitti armati
A incidere enormemente sull’instabilità perenne di buona parte dell’Africa subsahariana sono la presenza ramificata di gruppi jihadisti - in primis i nigeriani di Boko Haram e i somali di al-Shabaab - e i conflitti armati in corso. Il caso più critico ad oggi è quello del Sud Sudan. Amnesty International segnala che nella regione dell’Alto Nilo “decine di migliaia di civili sono stati sfollati con la violenza, mentre le forze governative bruciavano, bombardavano e saccheggiavano sistematicamente le loro abitazioni e proseguivano i continui episodi di violenza sessuale”. In Sudan resta elevata l’emergenza umanitaria negli Stati del Darfur, del Nilo Blu e del Kordofan del Sud.

In Repubblica Centrafricana gruppi armati imperversano sino alle porte della capitale Bangui e nel Paese si segnalano anche casi di sfruttamento e di abusi sessuali da parte delle truppe di peacekeeping dell’ONU. Si contano migliaia di morti e oltre un milione di sfollati interni nella Repubblica democratica del Congo. Di questi ultimi, 35.000 si sono riversati nel vicino Angola. Gli eserciti di Camerun e Nigeria, nel rispondere alla minaccia di Boko Haram, si stanno macchiando di violazioni dei diritti umani e crimini di diritto internazionale: esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, arresti arbitrari, detenzioni in incommunicado, torture. In Niger, paese in cui l’Italia si appresta ad avviare una discussa missione militare e dove è in vigore lo stato d’emergenza nelle aree occidentali al confine con il Mali e nella regione di Diffa, è iniziato il processo di oltre 700 persone sospettate di essere affiliate al gruppo jihadista nigeriano.

Sfollati interni

Nel complesso questi elementi di instabilità hanno portato a un netto aumento di sfollati interni. È il caso della Somalia (in totale 2,1 milioni di sfollati interni), della Nigeria (almeno 1,7 milioni di persone che hanno lasciato le proprie case negli Stati nordorientali di Borno, Yobe e Adamawa, dove è più forte la presenza di Boko Haram), del Ciad (più di 408.000 rifugiati provenienti da Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Nigeria e Sudan), e dell’Eritrea (dove sono in migliaia a tentare di fuggire per non subire l’oppressione del governo o per evitare la leva obbligatoria a tempo indeterminato). Anche in questa triste classifica, il primato spetta però al Sud Sudan: dall’inizio del conflitto nel dicembre del 2013 gli sfollati sono stati più di 3,9 milioni di persone (un terzo della popolazione) con picchi nel 2017 nella regione meridionale dell’Equatoria (340.000 persone).

Speranze per il futuro

Non tutto in Africa è però offuscato da violenze. Qualcosa, seppur lentamente, si sta muovendo nella giusta direzione. Il Gambia, ad esempio, ha revocato la decisione di ritirarsi dalla giurisdizione dell’International Criminal Court, ha liberato diversi prigionieri politici e promesso l’abolizione della pena di morte. L’Alta corte del Kenya ha fermato la chiusura di Dadaab, il più grande campo profughi del mondo. In Nigeria sono stati impediti sgomberi forzati ad Abuja. In Angola la Corte Costituzionale ha sancito l’incostituzionalità della legislazione che si proponeva di ostacolare il lavoro delle organizzazioni della società civile. L’Unione Africana ha avviato un ambizioso programma per “far tacere le armi” entro il 2020.

venerdì 5 gennaio 2018

La prima superpotenza economica e militare in mano agli imbecilli

Si dice spesso che “i politici” siano lo specchio del loro paese. Lo sappiamo bene noi, abitanti della Penisola, costretti a fare i conti da secoli con ominidi senza visione politica più grande della loro misera carriera. Governati, insomma, dai peggiori campioni dei difetti nazionali.

Il sistema anglosassone sembrava invece capace di selezionare personaggi certo non moralmente migliori, ma almeno costretti a “pensare in grande” – se non per virtù propria – almeno per dare risposte a un sistema produttivo dalle dimensioni enormi, con responsabilità politico-diplomatico-militari altrettanto gigantesche.

La decadenza di un impero, dunque, è misurabile anche dal livello dei governanti che si sceglie.

Se è così, gli Stati Uniti stanno messi veramente male. L’elezione di Donald Trump – al netto degli squittii dei liberal de noantri – è stata non tanto una sorpresa quanto una rivelazione: Il sistema Usa è diventato incapace di selezionare un quadro dirigente all’altezza dei compiti.

Una generazione di estremisti improvvisatori ha così scalato la Casa Bianca basandosi sulla propria capacità di prendere a pugni la pancia del paese, i suoi settori sociali destabilizzati dalla più lunga crisi economica della storia (il Pil statunitense sembra aver resistito meglio di altri, ma solo grazie ai profitti mostruosi del settore finanziario, che non generano “benessere sociale diffuso”, ma il suo contrario) e più su un’immaginario western che non su una strategia ben ponderata. Make America great again è stato uno slogan efficace per rastrellare voti, ma anche un boomerang che comincia a tornare indietro se il massimo che riescia fare è litigare con chi ce l’ha più grande (il tasto nucleare) con la leadership di uno dei paesi più poveri del mondo.

Questo scenario desolante è esploso nelle ultime ora con la pubblicazione del libro Fire and fury: Inside the Trump White House, scritto dal giornalista Michael Wolff che si è messo a spremere i ricordi di Steve Bannon, fondatore del sito iper conservatore Breitbart, teorico del “movimentismo permanente” dell’ultradestra americana. Un suprematista bianco prima osannato come geniale stratega della rapidissima ascesa politica di Trump, quindi suo primo e più ascoltato consigliere una volta entrato alla Casa Bianca, poi rapidamente defenestrato a beneficio di vari generali, preoccupati di ritrovarsi a gestire “ordini” dalle conseguenze impreviste.

Il ricordo più pericoloso è quello su cui si concentrerà presto l’attenzione del super-procuratore Mueller, che sta indagando sul cosiddetto Russiagate. Bannon rivela infatti che il 9 giugno del 2016 (in piena campagna elettorale), nella Trump Tower, è avvenuto un incontro tra Donald jr con Natalia Veselnitskaya, un’avvocata russa che si diceva in possesso di«materiale compromettente» su Hillary Clinton. In quella stanza c’erano anche Paul Manafort, direttore della campagna elettorale, e Jared Kushner, genero di Trump.

Il commento di Bannon, affidato al libro ora uscito, è feroce: «Le tre figure guida della campagna pensarono che fosse una buona idea vedersi con una rappresentante di un governo straniero, così, senza l’assistenza di un legale. Ma anche se qualcuno pensasse che tutto ciò non fosse un atto da traditori, o anti patriottico o semplicemente una “grossa stronzata”, e io, invece, penso che fosse tutte e tre le cose messe insieme, ebbene, costui avrebbe dovuto avvisare immediatamente l’Fbi».

La vendetta di Bannon per l’avvenuto licenziamento non potrebbe essere più velenosa, visto che andrà a ingrossare il dossier che potrebbe portare anche all’impeachment del presidente. Che ha reagito con l’elevata intelligenza che lo contraddistingue: Steve Bannon non ha nulla a che fare con me o con la presidenza. Quando fu licenziato, non solo ha perso il potere, ma anche il cervello».

Fine del gossip. Ma che l’iperpotenza militare del mondo sia guidata da gentucola del genere è un problema del mondo, non soltanto degli Stati Uniti.

mercoledì 3 gennaio 2018

Il silenzio dei colpevoli

In un mondo intimorito dalle fake news, oramai si fa fatica a fidarsi dei giornali, e si tende a dar retta solo a testate di una certa fama e statura. In pochi, per esempio, mettono in dubbio le notizie riportate dal New York Times. Lo storico giornale non è nuovo a pubblicare inchieste scomode – per fortuna qualcuno ancora fa inchiesta, o dovremmo rassegnarci ad essere informati soltanto su quando iniziano i saldi, quanto abbiamo speso per i cenoni e quante sono le scissioni del PD – riguardanti i teatri di guerra e, per augurarci buon anno, ne ha esternata una in data 29 dicembre nella quale ci comunicava che, tra le armi utilizzate nella vile e sanguinosa guerra in Yemen, di cui i mass media italiani si occupano davvero di rado per non dire mai, si utilizzano anche bombe di produzione italiana.

La notizia non è nuova, il Fatto Quotidiano la ha prontamente riportata e se ne è parlato anche su questo blog qualche giorno fa, ma i meno attenti non saranno stati raggiunti da questa informazione, tanta è stata la velocità con cui l’informazione di massa ha chiuso entrambi gli occhi su questo fatto, dando pochissimo spazio ad una notizia raccapricciante, avvilente e che ci fa anche davvero arrabbiare, per non utilizzare altri termini che sarebbero molto poco eleganti, seppur decisamente più efficaci per descrivere lo stato d’animo di chi scrive e, probabilmente, anche di molti tra quelli che leggono.

Semplifichiamo un pò il concetto per essere sicuri che tutti capiscano di cosa si sta parlando, e chi ne sa poco possa reperire in rete gli articoli integrali: in Sardegna si producono bombe – non pistole, non carabine, non moschetti: bombe, di quelle che gli aerei sganciano in città per distruggere case abitate da anziani, donne e bambini – che il nostro governo vende al maggior acquirente mondiale di armi, l’Arabia Saudita, la quale senza troppi patemi le riversa sui centri abitati dello Yemen. Mi piacerebbe pensassimo a questo quando ascoltiamo Renzi e Gentiloni vantarsi di essere riusciti ad aumentare il PIL del nostro Paese; mi piacerebbe sapessimo che trucidiamo persone in nome di un bilancio in attivo; mi piacerebbe fossimo coscienti di come a nessuno di quelli che stanno nei palazzi interessi nulla dell’articolo 11 della nostra Costituzione, quello dove si ripudia la guerra, e di come tutti i politici abbiano comunque festeggiato l’anniversario della redazione del documento del ’48, non più tardi di una settimana fa; mi piacerebbe che tutti i lettori di questo articolo prendessero coscienza una volta in più di quanto ipocriti siano i nostri rappresentanti, quelli che stanno per inscenare l’ennesimo teatrino che chiamiamo campagna elettorale; e mi piacerebbe anche sapere dai miei connazionali come facciano a svegliarsi ogni giorno sapendo di vivere in un Paese il quale, pur di ridurre gli sbarchi di profughi, preferisce lasciare dei disperati nelle carceri libiche, in pasto a persone che non possono nemmeno essere chiamate con questo nome, e che si rende complice, anzi addirittura causa, fornendo gli ordigni, di eccidi e massacri come quello che sta avvenendo nel dimenticato stato yemenita, palcoscenico di un conflitto di cui si parla troppo poco, vista la catastrofe che in realtà è. Personalmente faccio molta difficoltà a tollerare sia le decisioni del nostro scellerato governo, sia l’atteggiamento di una nazione che queste notizie le  trascura, tanto da una parte – quella di chi le notizie dovrebbe diffonderle, come tv e giornali – quanto dall’altra – quella di chi dovrebbe recepirle, dunque l’intera popolazione.

sabato 9 settembre 2017

Ecco Il nostro «aiuto a casa loro», la vendita di armamenti

Nel distorto e dibattito italiano e non solo sul fenomeno migratorio il fine della politica è quello di allontanare dalla vista dell’elettorato i problemi e le LORO responsabilità. Nelle poche occasioni in cui si è allargato lo sguardo verso i luoghi di provenienza delle migrazioni (in particolare all’Africa) lo si fa richiamando un ipocrita e qualunquista «aiutiamoli a casa loro» che non ha nulla di concreto.

giovedì 7 settembre 2017

Davvero siamo all'alba di una guerra nucleare??

La vicenda politica, il dissidio fra Corea del Nord e Stati Uniti, sta lentamente venendo alla luce: in un quadro di sessant’anni di guerra fredda ai suoi confini, la Corea del Nord ha deciso di non fare la fine dell’Iraq e della Libia (che, ricordiamo, erano insieme nel “Asse del Male”).

Per non finire a gambe all’aria, decise in anni lontani di promuovere la ricerca in campo missilistico e nucleare ad uso proprio, mentre i vettori erano, ovviamente, sul mercato internazionale: la Libia, ad esempio, acquistò missili coreani verso gli anni 2000, per poi distruggere tutto e consegnarsi, mani e piedi legati, agli USA & Co.

A ben vedere, la Corea del Nord ha seguito le orme di un altro “Stato del Male”, ossia l’Iran. Evidentemente, conviene essere “Stati del Male”, perché gli altri finiscono come sono finiti. Fagocitati dagli appetiti americani.

Quando Trump ha avvertito Pyongyang che uno Stato nucleare ha degli obblighi (la non proliferazione, il mercato controllato, ecc) ha sfondato una porta aperta, giacché i coreani non hanno mai venduto bombe atomiche, bensì missili. Ci sarebbe da chiedersi da dove sono arrivate le atomiche pakistane, indiane ed israeliane, ma su questo tutti tacciono: il “club” nucleare è a numero chiuso, e se non hai la tessera giusta non puoi entrare.

In altre parole, Pyongyang ha falsificato i documenti ed è entrata dalla porta di servizio. E vuole giocare al tavolo buono, perché è lì che fioccano i soldini e non si deve parlare di sanzioni.

Dobbiamo aggiungere, perché la stampa ufficiale non lo dice mai, che sorvolare con un missile il territorio di un’altra nazione non viene considerato un atto ostile, giacché gli apici di traiettoria sono ben al di sopra dei rituali 60.000 piedi, la quota più alta raggiunta dai velivoli militari.

Anche sull’efficacia dei sistemi anti-missile ci sono molti dubbi: i missili raggiungono gli apici di traiettoria in pochissimi minuti (5-10), e dunque manca il tempo per organizzare una credibile controffensiva.

I famosi “Patriot” non riuscirono ad intercettare gli SCUD iracheni, che uccisero circa 150 cittadini israeliani e nemmeno i successivi tentativi americani di una credibile intercettazione hanno convinto: molti fallimenti, ed una frettolosa certificazione positiva alla prima intercettazione. Non mi ha stupito che il Giappone lasciò passare il missile coreano senza nemmeno provarci. A che pro, poi? La traiettoria era quella di un missile destinato a finire nell’oceano.

Il punto da chiarire è se i coreani hanno veramente quel che dicono di avere, oppure se bluffano.

Il programma missilistico iniziò in anni lontani, quando l’URSS consegnava qualche vecchio SCUD ai suoi alleati, tanto perché si sentissero “affratellati” nel grande universo socialista dove Mosca, ovviamente, dominava. Fin qui, nulla d’eccezionale.

Ma il nonno dell’attuale premier “ciuffetto” – Kim-Il-Sung – era un politico di razza della leva di Mao e di Ho-Chi-Minh, e seppe mettere a frutto quei piccoli, farraginosi, vecchi SCUD. Questo accadeva fra gli anni ’70 ed ’80.

Da quei primi missili nacque il Rodong1, che era uno SCUD migliorato con una gittata di 1000-1500 km, mentre gli SCUD iracheni non raggiungevano certo quelle distanze. Ma siamo negli anni ’90, tempo al tempo.

I coreani mutano strategia: hanno compreso che, se continuano solamente a raffazzonare qualcosa acquistato all’estero, non andranno da nessuna parte: ciò distingue la Corea del Nord e l’Iran dall’Iraq e dalla Libia. In sostanza: capacità interne in termini ingegneristici, elettronici e (poi) nucleari.

Il grande salto avviene col progetto del Taepodong1, un missile bi-stadio in grado di raggiungere gittate fra i 2000 ed i 6000 km, in funzione del carico assegnato. Per questa ragione i coreani hanno puntato molto sulla miniaturizzazione delle testate, e i risultati degli ultimi lanci sembrano confermare questo successo tecnologico.

Curioso, poi, il metodo usato per costruire i vari stadi dei missili, i primi a combustibile liquido (più difficile da trattare) e gli ultimi con stadi già a propellenti solidi, più sicuri e maneggevoli.

Hanno “composto” – un po’ come giocare con il Lego – i missili utilizzando come singoli stadi missili più vecchi, con motori più affidabili: difatti, i lanci falliti sono tutti da attribuire al “flop” dei sistemi d’accensione automatica dei vari stadi.

Anni 2000, compare un nuovo missile, il Taepodong2, missile tri-stadio, e i giochi si fanno più seri, perché il missile ha una gittata di 4500-9000(?) km, sempre in funzione del carico assegnato.

E’ probabilmente un missile di questo tipo ad aver attraversato l’isola di Hokkaido (Giappone) per poi cadere in mare, ed è con questo tipo di missile che le minacce all’isola di Guam hanno preso corpo. Ma non finisce qui.

Tutti s’aspettavano il Taepodong3, un vero ICBM in grado di raggiungere i 13000 km di gittata, ma tutto tacque su questo nuovo progetto.

Con gran furbizia, i coreani decisero di spostare l’obiettivo dei missili, da missili balistici a vettori spaziali, e sono riusciti con due lanci – nel 2012 e nel 2016 – a mettere in orbita qualcosa.

Ma, ai coreani, importava poco mettere in orbita qualsiasi cosa (attività considerata lecita): semplicemente, lavorando sul nuovo missile – definito Unha – hanno acquisito il know-how per costruire i grandi ICBM, necessari per raggiungere il rango di vera potenza nucleare.

Oggi, qual è dunque la situazione?

Premettendo che i coreani stendono molte cortine fumogene su nomi e dati dei loro missili, con i missili Rodong potrebbero colpire agevolmente la Corea del Sud, e con i Taepodong1 il Giappone. Con il Taepodong2 possono, probabilmente, raggiungere Guam, dove sono stanziati migliaia di soldati statunitensi.

Ma anche senza un attacco a Guam, un attacco nucleare sulla Corea del Sud e sul Giappone (dove gli USA hanno grandi basi militari) sarebbe disastroso. E gli USA lo sanno: difatti, i consiglieri militari di Trump hanno cercato in tutti i modi di fargli capire che sì, “tutte le opzioni sono sul tavolo, ma non sono praticabili”.

Putin ha affermato grosso modo la stessa cosa, ed anche i cinesi chiedono che la vicenda confluisca in una trattativa, fermo restando che il rango di potenza nucleare, oramai, alla Corea del Nord va riconosciuto.

Spero vivamente che i coreani lancino il loro missile Unha in versione ICBM con un lancio di prova nell’oceano: questo metterebbe fine ai dubbi (se possono oppure no raggiungere il continente americano), anche se la prospettiva di una guerra nucleare “lampo” – che, comunque, lascerebbe milioni di persone uccise, ferite, a vivere in un ambiente non più ospitale – dovrebbe bastare per scendere a patti.

Nella visione statunitense, la Corea del Sud sta lentamente scivolando verso la figura del vecchio Vietnam del Sud, ossia di una propaggine americana nel continente asiatico. E’ una visione vecchia, da Risiko, di un uomo vecchio come Trump, che non considera il nuovo mondo multipolare che, invece, sia la Russia e sia la Cina ben capiscono.

L’Europa? Quando si è materializzata la paura d’essere anche noi sotto “l’ombrello” nucleare coreano, la Francia ha avuto un ritorno di fiamma d’antica “grandeur”. Ma tutto è finito lì.

Scatenare una guerra nucleare senza che vi sia una ragione di tipo economico o geopolitico –e per quanto mi sforzi non riesco a trovarne di coerenti con i rischi che si correrebbero – mi sembra una follia: ma forse stiamo solo parlando di bulli di paese, che hanno l’arma nucleare al posto del coltello. Pronti, entrambi, a richiudere la lama al primo sguardo ammiccante: così andrà a finire.


Fonte: http://carlobertani.blogspot.it

martedì 5 settembre 2017

Quello che non vi dicono sulle prove missilistiche della Corea del Nord

Lunedì scorso, la RPDC ha lanciato un missile balistico Hwasong-12 su Hokkaido. Il missile è atterrato nelle acque oltre l’isola, non provocando danni.  I media hanno immediatamente condannato la prova come un “atto audace e provocatorio”, una prova del disprezzo del Nord contro le risoluzioni ONU e contro “i suoi vicini”. Trump ha duramente criticato i test dicendo:

“Azioni minacciose e destabilizzanti non fanno altro che aumentare l’isolamento del regime nordcoreano, nella regione e nel mondo. A questo punto, tutte le opzioni sono sul tavolo”.

Quel che i media non hanno menzionato è che nelle ultime tre settimane Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti hanno compiuto grandi esercitazioni militari ad Hokkaido ed in Corea del Sud. Questi giochi di guerra, inutilmente provocatori, vogliono simulare un’invasione della Corea del Nord ed un conseguente regime change (leggi: uccidere). Kim Jong-un ha ripetutamente chiesto agli americani di porre fine a questi esercizi militari, ma gli altri hanno rifiutato. Gli Stati Uniti si riservano il diritto di minacciare chiunque, in qualunque momento ed in qualsiasi luogo, anche in casa altrui. È quel che li rende eccezionali. Leggete questo estratto da un articolo di Fox News:

“Più di 3.500 truppe americane e giapponesi hanno dato inizio ad un esercizio militare congiunto contro l’eventualità di una Nord Corea ancor più minacciosa. L’esercitazione, nota come Northern Viper 17, avrà luogo ad Hokkaido, la principale isola settentrionale del Giappone, e durerà fino al 28 agosto…”.

“Stiamo migliorando la nostra preparazione non solo in àmbito aereo, ma anche come team di supporto logistico”, ha dichiarato in un comunicato il colonnello R. Scott Jobe, comandante della 35esima Fighter Wing. “Siamo in posizione privilegiata in caso di bisogno e questo esercizio ci preparerà nel caso in cui si verifichi effettivamente uno scenario di conflitto” (“Truppe giapponesi ed americane iniziano un’esercitazione militare congiunta stante la minaccia della Corea del Nord”, Fox News).

Il test missilistico di lunedì (che ha sorvolato l’isola di Hokkaido) è stato condotto poche ore dopo la fine dei giochi di guerra. Il messaggio era chiaro: il Nord non verrà pubblicamente umiliato senza risposta. Invece di mostrare debolezza, la Corea ha dimostrato di esser pronta a difendersi contro l’aggressione straniera. In altre parole, il test NON è stato un “atto audace e provocatorio” (come i media hanno affermato), ma una risposta modesta e ben ponderata da parte di un paese che ha vissuto 64 anni di prepotenze, sanzioni, demonizzazioni e sconvolgimenti da Washington. Il Nord ha risposto perché le azioni del governo americano richiedevano una risposta. Fine della storia.

E lo stesso vale per i tre missili balistici a corto raggio che il Nord ha testato la scorsa settimana (due dei quali apparentemente sono scomparsi poco dopo il lancio). Questi test sono stati una risposta alle tre settimane di esercitazioni militari in Sud Corea che hanno coinvolto 75.000 truppe di combattimento, accompagnate da centinaia di carri armati, mezzi da sbarco, una flottiglia navale al completo e sorvoli di squadroni di combattenti e bombardieri strategici. Il Nord avrebbe dovuto restare con le mani in mano mentre questa mostruosa esibizione di forza bruta militare avveniva proprio sotto il suo naso???

Ovviamente no. Immaginate se la Russia avesse intrapreso un’operazione simile al di là del confine in Messico, e la sua flotta avesse condotto esercizi “live fire” 5 km fuori della baia di San Francisco. Quale pensate sarebbe stata la reazione di Trump?

Avrebbe spazzato via quelle navi in un battibaleno, no?

Perché dunque il doppio standard quando si tratta di Corea del Nord?

La NK dovrebbe essere applaudita per aver dimostrato di non esser intimidita. Kim sa che qualsiasi scontro con gli Stati Uniti finirebbe male, ma ciononostante non si è fatto mettere all’angolo dai bulli della Casa Bianca. Bravo, Kim.

A proposito, la risposta di Trump ai test missilistici di lunedì è stata a malapena riportata dai media mainstream. Ecco cos’è successo due giorni dopo:

Mercoledì, un gruppo americano di fighter F-35B ed F-15 e di bombardieri B-1B ha condotto operazioni militari su un campo d’esercitazioni ad est di Seoul. I B-1B, che sono bombardieri nucleari a bassa quota, hanno sganciato le loro bombe sul sito e poi sono ritornate alla loro base. Lo spettacolino era un messaggio per Pyongyang: Washington non è contenta dei test dei suoi missili balistici ed è disposta ad usare armi nucleari in caso di bisogno.

D.C. è dunque disposta a bombardare il Nord se non riga dritto?

Sembra proprio così, ma chi lo sa davvero? In ogni caso Kim non ha altra scelta che restare sulle proprie posizioni. Se mostra qualche segno di debolezza, sa che finirà come Saddam e Gheddafi. E questo, naturalmente, è ciò che guida la retorica aggressiva del dittatore; il Nord vuole evitare lo scenario di Gheddafi a tutti i costi. E comunque, il motivo per cui Kim ha minacciato di lanciare missili nelle acque che circondano Guam è perché Guam è la casa della base aerea militare di Anderson, il punto di origine dei bombardieri con capacità nucleare B-1B che da qualche tempo compiono pericolosi sorvoli della penisola coreana. Il Nord sente di dover rispondere a quella minaccia.

Non sarebbe d’aiuto se i media accennassero a questo fatto? Oppure si confa maggiormente alla loro agenda far sembrare che Kim stia dando di matto, abbaiando ai “totalmente innocenti” Stati Uniti, un paese che cerca solo di preservare la pace ovunque va?

Ma per favore!

È così difficile trovare qualcosa nei media che non rifletta la parzialità e l’ostilità di Washington. A sorpresa, c’era un articolo abbastanza decente su CBS News la scorsa settimana, scritto da un ex agente dell’intelligence occidentale con decenni di esperienza in Asia. È l’unico articolo che ho trovato che spiega con precisione cosa stia realmente accadendo aldilà della propaganda. Ecco qua:

“Prima dell’inaugurazione di Trump, la Corea ha fatto sapere di essere disposta a dare alla nuova amministrazione americana il tempo per rivedere la propria politica e fare meglio di Obama. L’unica cosa era che se gli Stati Uniti fossero andati avanti con i loro esercizi congiunti con la Corea del Sud, il Nord avrebbe fortemente reagito.

Gli americani li hanno fatti e quindi i nordcoreani hanno reagito.

Ci sono stati degli abboccamenti nel dietro le quinte, ma non si è riusciti a farli decollare. In aprile, Kim ha lanciato nuovi missili come avvertimento, senza alcun effetto. Il regime ha lanciato i nuovi sistemi, uno dopo l’altro. L’approccio di Washington non è tuttavia cambiato”. (“Analisi: il punto di vista di Pyongyang sulla crisi Corea del Nord-U.S.A.”, CBS News).

Okay, quindi adesso sappiamo la verità: il Nord ha fatto del proprio meglio ma senza risultati, soprattutto perché Washington non vuole negoziare, preferirebbe minacciare (Russia e Cina), aumentare l’embargo e minacciare la guerra. Questa è la soluzione di Trump. Ecco di più dallo stesso pezzo:

“Il 4 luglio, dopo il primo lancio di ICBM della Corea andato a buon fine, Kim ha fatto sapere che il Nord è disposto a mettere “da parte” i programmi nucleari e missilistici se gli americani cambiassero il proprio approccio.

Gli Stati Uniti non l’hanno fatto, quindi il Nord ha lanciato un altro ICBM, un palese segnale. Tuttavia, altri bombardieri B-1 hanno sorvolato la penisola ed il Consiglio di Sicurezza ONU ha approvato nuove sanzioni” (CBS News).

Quindi il Nord era pronto a negoziare, ma gli U.S.A. no. Kim probabilmente ha sentito dire che Trump era un buon negoziatore ed ha pensato di poterci trovare qualche accordo. Ma non è accaduto. Trump si è rivelato una bufala più grande di Obama, il che non è cosa da poco. Non solo si rifiuta di negoziare, ma fa anche minacce bellicose quasi ogni giorno. Questo non è ciò che il Nord si aspettava. Loro si aspettavano un leader “non interventista”, aperto ad un compromesso.

La situazione attuale ha lasciato Kim senza molte opzioni. Può terminare il proprio programma missilistico, o aumentare la frequenza dei test e sperare che questi aprano la strada ai negoziati. Evidentemente ha scelto quest’ultima opzione.

Ha fatto una cattiva scelta?

SI

È una scelta razionale?

Sì.

Il Nord sta scommettendo che i propri programmi nucleari saranno preziose carte da giocare nei futuri negoziati con gli Stati Uniti. Non vuole bombardare la west coast. Sarebbe ridicolo! Non farebbe raggiungere alcun obiettivo. Quel che vogliono è salvaguardare il regime, procurarsi garanzie di sicurezza da Washington, sollevare l’embargo, normalizzare i rapporti con il Sud, cacciare gli americani dagli affari politici della penisola e (speriamo) porre fine all’irritante invasione yankee che dura da 64 anni.

In pratica: il Nord è pronto. Vuole negoziati. Vuole porre fine alla guerra. Vuole mettersi alle spalle tutto questo incubo e continuare con la propria vita. Ma Washington non glielo permette perché a lei lo status quo piace. Vuole essere permanententemente presente in Corea del Sud, per poter circondare Russia e Cina con i sistemi missilistici ed ampliare la propria presa geopolitica portando il mondo più vicino all’armageddon nucleare.

Questo è ciò che vuole e per questo continuerà ad esserci crisi nella penisola.

Fonte: www.counterpunch.org

domenica 3 settembre 2017

Le tragedie invisibili

In questo mondo dove si professa l'universalità della comunicazione e l'unicità di ogni vita, scopriamo sempre più divisioni e menefreghismo. Abbiamo tutti visto e tutti pianto i morti per catastrofi naturali e non (terrorismo) in UsA o in Europa,  abbiamo considerato quelle tragedie parte di noi e del nostro intimo. Ci sono tuttavia stragi ancora più colossali ma che non vogliamo vedere o sentire, non per lontananza fisica, ma semplicemente perchè quei morti non hanno peso 'politico' degno da essere ricordati. Ecco quali..

giovedì 31 agosto 2017

AIUTIAMOLI A CASA LORO DEPREDANDO LE LORO RISORSE

Negli ultimi si è diffuso il motto "aiutiamoli a casa loro", si parla della lotta in corso in Africa contro il terrorismo, ma come farlo se i nostri stessi stati sono in guerra perenne imperialista per accappararsi le loro ultime risorse?

sabato 1 luglio 2017

Con il Venezuela bolivariano, contro ogni restaurazione liberista

La storia la scrivono i vincitori. E’ una massima ormai consolidata ma non corrisponde sempre al vero. Oggi i “vinti” o quelli che potrebbero essere tali hanno mezzi eguali a quelli dei vincitori per poter dirigere le coscienze popolari e, quindi, cambiare l’etica prevalente, il comune modo di sentire, la terribile e impalpabile figura dell’”opinione pubblica”.
In queste ore in Venezuela, ad esempio, si stanno vivendo momenti drammatici: militari lanciano appelli via Internet incitando alla rivolta contro il legittimo governo di Maduro e lo fanno dopo mesi di martellamento mediatico in cui molti morti per vicende altre, spesso del tutto private e non legate a manifestazioni antigovernative, sono stati mostrati come martiri di una repressione che non è mai avvenuta.
Quando la discordanza delle versioni esiste e quando questa riguarda un paese che ha una impronta di riforme socialiste e comunque popolari e proletarie, allora la grande macchina dell’informazione si mette in moto per distruggere la verità fattuale e per mostrare “quei comunisti del Venezuela” come i soliti sovvertitori del benessere mondialmente stabilito.
Sono d’accordo con chi sostiene che il Venezuela non è un paese che si piega con facilità alla volontà dell’imperialismo. Nemmeno il Cile di Allende era disposto ad accettare le influenze americane quando intraprese, con una certa audacia, la via della nazionalizzazione delle industrie, un programma di redistribuzione della ricchezza a favore delle lavoratrici e dei lavoratori.
I tempi sono diversi, si potrà dire. Ed in effetti è così, ma le reazioni delle grandi centrali del potere economico contro un popolo che tenta di autogovernarsi senza intromissioni capitalistiche sono sempre reazioni incontrollabili, ingestibili se non con una generale rivolta che appoggi il governo e che lo sostenga.
Nel 1871 la Comune di Parigi, primo esperimento di governo proletario, venne soffocata nel sangue proprio dagli antesignani di coloro che oggi dicono, come allora sostenevano Thiers e i suoi referenti borghesi, che l’ordine andava ristabilito per il bene della nazione, per la Francia intera.
C’è sempre, al centro di tutta questa propaganda mediatico-politica, il tema del bene comune, del benessere collettivo che è l’espediente dei veri “buonisti” di sempre: coloro che spacciano per comunità l’interesse esclusivamente privato ed utilizzano istituzioni, governi locali e centrali per sostenere i loro affari.
Del resto l’analisi marxiana su struttura e sovrastruttura è lì nei testi del Moro, a disposizione dell’acquisizione mentale di ciascuno. E sarebbe bene ritornare ad analizzare la società di oggi con le categorie scientifiche nate con lo studio meticoloso contenuto ne “Il Capitale”: si comprenderebbero non solo i meccanismi che fanno muovere l’economia di mercato e l’accumulazione profittuale ma anche i motivi per cui non si sfugge alla complessità del sistema e ognuno deve necessariamente svolgere la sua parte.
Ciò non è un alibi per i padroni e non è una colpa per i proletari. E’ la semplicissima constatazione che viviamo in un regime in cui non è possibile l’obiettività in merito al bene comune e al suo sviluppo nella società medesima se questo viene da chi ha interesse a non capovolgere lo stato di cose presente.
Proprio oggi, leggevo tra le notizie del mattino, di un padrone che si lamenta perché non può entrare in possesso di un terreno che, a suo dire, sarebbe stato indebitamente utilizzato da un comune di questa Repubblica.
Il padroncino edile si lamenta, piagnucola e si è rivolto alla magistratura perché vuole poter far fruttare il suo terreno che, attualmente, è adibito a parcheggio e quindi svolge una funzione, se vogliamo, di “bene comune”.
E, nel lagnarsi, esprime un concetto perfetto, chiaro, esemplare nella sua sintesi di ciò che è il capitalismo in ogni suo ambito: “Noi siamo imprenditori. Il nostro interesse è fare impresa e non curare gli interessi pubblici.“.
In questa frase c’è tutto. Senza ipocrisie, con grande franchezza e anche grande cinismo – che è una necessaria derivata di molti “imprenditori” (scusate, ma io preferisco chiamare le cose e le persone col loro nome e questi sono e restano dei “padroni”) – questo signore ha detto la verità oggettiva dei fatti: tanto in Italia quanto in Venezuela chi sostiene politiche per il “bene comune” e non è un comunista (la parola non a caso questo vuol dire: rendere tutto comune, far sì che tutto sia pubblico e fruibile liberamente senza la mediazione fittizia del denaro, eliminando la trasformazione d’ogni cosa e persona in “merce” sfruttabile economicamente), mente necessariamente.
Un padrone che vuole rovesciare il governo Maduro per “il bene comune” non lo fa per il popolo ma perché ritiene che le politiche socialisteggianti dei rivoluzionari bolivariani siano un danno per la sua di economia, per le sue tasche.
Per questo bisogna reagire ovunque e smetterla di credere che la parola “sinistra” possa adattarsi a partiti che sono i più diretti interpreti delle politiche del liberismo moderno.

E nemmeno la categoria del “centrosinistra” è restaurabile oggi: ha portato, per la maggiore, a depotenziare i valori di solidarietà, civismo, uguaglianza e giustizia sociale, nel complesso, che si erano formati in decenni di conquiste del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori.
Riconoscere il proprio nemico è fondamentale per recuperare una chiara distinzione tra chi sfrutta e chi è sfruttato.
Chi ha assaltato la Corte suprema venezuelana con un elicottero e vi ha sganciato sopra delle granate non è dalla parte del popolo ma dalla parte dell’imperialismo, del grande potere economico, di ogni padrone che vuole veder terminare l’esperienza di riscatto popolare che Chavez aveva portato avanti con durezza, indubbiamente, ma con la volontà di capovolgere una società misera in cui versava il suo paese.
Sostenere il venezuela bolivariano vuol dire aiutare la causa della liberazione dell’uomo dalla schiavitù del capitale. Sono tutti piccoli passi, magari per noi. Ma per i venezuelani sono la possibilità di non precipitare, come accadde al Cile del 1973, in un vortice di paura e miseria.