BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA
Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post

domenica 12 agosto 2018

Quello turco è quello che potrebbe capitare all’Italia, fuori dall’Europa e dall’euro

Il crollo della lira turca, 30 per cento da inizio anno, 7 per cento solo negli ultimi giorni, è la peggiore e più dura lezione che potesse cadere in testa ai sovranisti nostrani. In un certo senso è una specie di visione anticipata di un possibile film italiano (se non avessimo l’Euro).

Il crollo della lira turca è un monito geopolitico

La crisi della Turchia, a un occhio distratto, è stata presentata come una “semplice” crisi valutaria – la moneta si è svalutata del 20% praticamente in un giorno, contagiando le banche europee che hanno maggiore esposizione verso quel paese – aggravata da un regime reazionario incapace risolvere i suoi molti conflitti interni (sia sociali che politici, a partire dallo storico indipendentismo curdo).

mercoledì 11 luglio 2018

La “Guerra dei dazi”: enneesimo capolavoro di retorica che pagheremo caro

Negli ultimi tempi, si fa un gran parlare di “guerra dei dazi” tra Stati Uniti e Unione Europea. Si tratta, come cercheremo di argomentare, di un capolavoro di retorica che vale la pena analizzare, punto per punto, in tutte le sue sfaccettature.

lunedì 9 luglio 2018

SOTTO IL VESTITO (I TWEET E POST FB). NIENTE

Dietro gli annunci fb e i tweet che i tizi del governo che stanno inondando l’opinione pubblica su temi più svariati riguardanti riforme di vario tipo, ordine, grado: reddito di cittadinanza, flax tax, decreto dignità, ecc, nob c'è niente di serio.  Soprattutto all’ordine del giorno il tema dei migranti elevato a questione epocale, anche per occultare temporaneamente la “mirabolanza” delle promesse avanzate in campagna elettorale.

E’ il caso però di ricordare che incombono sull’economia italiana e sulla vita di tutti i giorni questioni molto serie, vitali per il rapporto  tutto da ricostruire nel nostro paese tra lavoro e sviluppo .

Rapporto tra lavoro e sviluppo messo in un canto, è bene ricordarlo, da tutti i governi precedenti: centro – sinistra; centro – destra; tecnici; solidarietà nazionale, e via discorrendo, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi per non risalire a Prodi.

Romano Prodi che ricordiamlo sempre fu ministro dell’industria nel governo Andreotti e commissario all’IRI allorquando, anni ’80 – ’90 del XX secolo, si procedette allo smantellamento dell’Istituto per la ricostruzione industriale e a una serie di “mortali” privatizzazioni.

Proviamo allora ad affrontare un punto, di estrema attualità e importanza: lunedì mattina, 2 luglio, davanti ai portoni del Ministero dell’Industria in via Veneto ci saranno, infatti, i lavoratori dell’ILVA di Taranto che si sono autoconvocati dopo lo slittamento dei termini per la vendita della loro azienda al colosso Arcelor – Mittal, amministratore delegato indiano, sede in Lussemburgo, produzione annua di 97,03 milioni di tonnellate di acciaio.
La produzione dei più grandi gruppi italiani è ferma a 4,73 milioni di tonnellate l’ILVA e a 3,19 Arvedi.

Da ricordare come l’Italia sia importatrice di materiale. Nel primo semestre del 2017 l’import italiano ha raggiunto queste cifre: tubi (322.522 tonnellate), seguiti dalle materie prime (3,12 milioni di tonnellate), dai piani (5,36 milioni di tonnellate) e dai lunghi ( 1,21 milioni di tonnellate).  Acquisti di semilavorati a 1,69 milioni di tonnellate.

Per ciò che concerne la tipologia di acciai importati:  acciai al carbonio (6,49 milioni di tonnellate) e di acciai inox (669.660 tonnellate), gli acciai speciali ( 1,05 milioni di tonnellate).

Perché il tema è proprio quello dell’acciaio e dei suoi comparti limitrofi.

L’acciaio rimane il prodotto fondamentale per lo sviluppo industriale di un paese. Sarà il caso ricordare che serve per le strutture che reggono le case, per gli aerei, le automobili, i grandi impianti industriali e dell’energia.

Quello dell’acciaio è il settore al centro dello scontro sulla guerra globale dei dazi innestata dalla presidenza Trump.

In Italia il settore vale diverse decine di migliaia di posti di lavoro in una situazione complessiva nella quale sono presenti le più importanti emergenze ambientali, si verificano quotidianamente incidenti sul lavoro (che richiamo alla necessità della modernizzazione degli impianti e quindi all’esigenza di investimenti, coem del resto il rapporto con l’ambiente), mentre i lavoratori in molte situazioni stanno con il fiato sospeso per via del declino degli ammortizzatori sociali.

Lavoratori che ci auguriamo qualcuno non pensi di spedire a casa per poi disporre di una massa di assistiti costretti alla riconoscenza verso le elemosine della politica e quindi votanti obbligati per conservare la sopravvivenza: altro che clientelismo DC!

Il governo Lega – M5S dovrà quindi decidere se onorare l’accordo siglato dal precedente governo PD sull’Ilva di Taranto, oppure se dar seguito agli intenti elettoralistici di indefinita riconversione se non addirittura di chiusura.

E’ il caso di ricordare che da quella dello Stabilimento di Taranto dipenda anche la produzione di Genova e Novi .

Intanto sale la preoccupazione a Piombino perché sta procedendo a rilento la definizione dell’accordo di programma tra gli indiani di Jindal e il governo italiano: sono già stati rinviati diversi incontri.

Egualmente in fase di stallo la situazione dell’ex-Alcoa di Portovesme: il nuovo proprietario svizzero Sider Alloys dovrebbe far ripartire la fabbrica nell’aprile prossimo, ma a dicembre scadono gli ammortizzatori sociali e tutto appare quanto mai incerto, tanto più che il carrozzone Invitalia (quello della piò o meno fantomatica area di crisi industriale complessa a Savona) appare defilato.

Crisi anche per la Kme, settore rame proprietà tedesca, stabilimenti in Toscana con 150 esuberi su 1.000 dipendenti.

Ancora Terni, il gioiello degli acciai speciali che la Thyssen ha messo in vendita (si annuncia, tra l’altro, che Krupp si fonde con l’indiana Tata e lascia l’acciaio per l’hi – tech), ma gli acquirenti latitano e corrono voci addirittura di smembramento della fabbrica.

Sorgono, infine, problemi nel rapporto ambiente – lavoro anche a Trieste al riguardo della Ferriera di Servola (gruppo Arvedi) per la quale la Regione annuncia l’apertura di un dossier.

Siamo di fronte, in settori decisivi della prospettiva di sviluppo, a una vera e propria latitanza di iniziativa strategica (nelle nebbie anche la famosa industria 4.0 propugnata dall’ex ministro Calenda) anche da parte della stessa iniziativa sindacale che appare costantemente sulla difensiva.

In questo senso appaiono come centrali e assolutamente prioritarie le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione in atto nel nostro Paese che chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a un’iniziativa “di periodo”.

Il concetto di fondo che dovrebbe essere raccolto e rilanciato è, ancora una volta, quello della gestione e della programmazione economica pubblica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.

Però siamo bombardati dai messaggi pubblicitari e propagandistici sui temi più diversi che si pensa possano rendere voti, e non pare proprio che ci si accorga di questo drammatico stato di cose .

Uno stato di cose che non vale, è il caso di ripeterlo ancora una volta, soltanto per la sorte (importantissima) di decine di migliaia di posti di lavoro ma per il futuro stesso di un Paese di 60 milioni abitanti all’interno di un quadro internazionale in piena evoluzione.

Non ci possiamo permettere di abdicare totalmente dall’industria, nei suoi settori portanti e strategici e ridurci sotto questo aspetto alla totale marginalità come, invece, si sta progressivamente verificando ormai da tanto tempo.

Per quel che riguarda il Governo, non credo propria possa essere possibile aver richiesto la titolarità del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico assieme, soltanto per varare il fantomatico reddito di cittadinanza. Se fosse così non sarebbe soltanto illusorio, ma colpevole: un atto di vera e propria funesta disonestà intellettuale.

mercoledì 27 giugno 2018

LA causa dell’aumento della povertà è il boom dei working poor

La povertà cresce ma non sembra essere una priorità dell’agenda politica. L’Istat ha pubblicato i dati sulla povertà nel nostro paese che confermano l’aumento assoluto e percentuale di poveri e persone a rischio. I dati sulla povertà assoluta (quelli maggiormente amplificati dai mass media) ci dicono che le persone che vivono in povertà assoluta in Italia superano i 5 milioni nel 2017. E’ il valore più alto registrato dall’Istat dall’inizio delle serie storiche, nel 2005. Le famiglie in povertà assoluta sono stimate in 1 milione e 778mila e vi vivono 5 milioni e 58 mila individui.

Ma dovrebbero essere i dati sull’aumento della povertà relativa a preoccupare ancora di più.

La povertà relativa è infatti un parametro che esprime la difficoltà nel reperire i beni e servizi, riferita a persone o ad aree geografiche, in rapporto al livello economico medio di vita dell’ambiente o della nazione. Questo livello è calcolato attraverso il consumo pro-capite o il reddito medio, cioè il valore medio del reddito per abitante, quindi, la quantità di denaro di cui ogni cittadino può disporre in media ogni anno e fa riferimento a una soglia convenzionale adottata internazionalmente che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello medio pro-capite nazionale. Per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel paese, che nel 2017 è risultata pari a 1.085,22 euro al mese.

La povertà relativa si distingue dal concetto di povertà assoluta, che indica invece “l’incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard ossia un livello di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza, cioè nell’ambiente di appartenenza”.

Nel 2010 le famiglie che in Italia si trovavano in situazione di povertà relativa erano circa 2 milioni e 734 mila, rappresentando l’11% di tutte le famiglie residenti. Nel 2017 la percentuale di queste famiglie in povertà relativa è salita a 3milioni 171mila, pari al 12,6% della popolazione.

In questi giorni sono stati pubblicati alcuni dati dell’Ocse sulla produttività, dai quali emerge che in Italia tra il 2010 e il 2016 le retribuzioni reali orarie sono diminuite al tasso medio annuo dello 0,38% a fronte di un valore aggiunto pari a +0,21%. Si tratta del quinto peggiore andamento sui 34 Paesi Ocse. Tra le motivazioni, c’è la crescita dell’occupazione ma solo in settori a bassa e bassissima retribuzione. In Italia tra il 2010 e il 2016 i tre settori con la maggiore creazione di occupazione sono stati infatti la ristorazione e servizi di alloggio (214mila posti di lavoro netti), le attività domestiche (cioè le famiglie come datori di lavoro con 135mila posti) e le attività di assistenza e lavoro sociale (88mila).

E’ l’indicatore del boom dei working poor, cioè dei lavoratori poveri, quelli per i quali non è sufficiente avere un lavoro per superare la soglia della povertà relativa.

Secondo i dati forniti dall’Eurostat i lavoratori poveri rappresentano l’11,7% della forza lavoro, ciò significa che 12 su 100 hanno un salario ma questo non è sufficiente per vivere. I cosiddetti working poor, sono lavoratori con un basso livello di reddito, divisi tra salari bassissimi e contratti a intermittenza. Solo tra i lavoratori dipendenti se ne contano oltre 2 milioni; gli autonomi sono invece 756mila. Si tratta per lo più di giovani all’ingresso del mondo del lavoro che non riescono a rendersi autonomi dalle famiglie, donne che devono fare i salti mortali tra un impiego spesso part time e la famiglia, lavoratori stranieri sottopagati

martedì 26 giugno 2018

I ricchi ci stanno smutandando, ma per i politici e per la maggioranza degli italiani il problema sono i migranti

La ricchezza dei super paperoni cresce per il sesto anno consecutivo. Merito, sostiene il rapporto, anche delle cosiddette criptovalute.

In Italia il numero è aumentato di circa il 9%, passando da 251.500 a 274.000 individui. Nella classifica mondiale prima del nostro Paese ci sono gli Usa, il Giappone, la Germania, la Cina, la Francia, il Regno Unito, la Svizzera, il Canada e l’Australia. I dati Capgemini confermano la crescita delle disuguaglianze e delle differenze sociali tra aree geografiche e tra le classi sociali. I ricchi sono sempre più ricchi, mentre una parte sempre più numerosa della popolazione mondiale s’impoverisce.

Nel 2017, 68,5 milioni di persone sono fuggite da guerre, violenze e persecuzioni (rapporto annuale Global Trends, pubblicato da l’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Le persone costrette alla fuga ‘sono pari al numeri di abitanti della Thailandia’, cioè, nel mondo, una persona ogni 110. L’85% dei rifugiati risiede nei paesi in via di sviluppo e ‘quattro su cinque rimangono in paesi limitrofi ai loro’. Gli esodi di massa verso altri paesi sono piuttosto limitati (Turchia e Libano), due terzi sono sfollati all’interno del proprio paese.

Quindi, è venuta meno la sua ragione sociale: la difesa del mondo del lavoro, la difesa dei più deboli e poveri, fino a subire l’egemonia culturale del neoliberismo dove gli interessi dei cittadini sono subordinati a quelli degli azionisti, dove le lobby economico-finanziarie contano più della collettività e dei governi, dove l’interesse privato viene anteposto a quello pubblico.

In nome della governabilità, della mera riduzione del danno, larga parte della sinistra ha limitato il suo orizzonte concettuale, dimenticando il conflitto.

Come scriveva Machiavelli, il conflitto è sempre la dimensione originaria della politica. E’ grazie al conflitto che si è realizzata la modernità e la democrazia.

Dimenticando tutto ciò, ha anche ignorato quel blocco sociale che da sempre era stato il suo maggior punto di riferimento: il mondo del lavoro, degli svantaggiati, dei pensionati a basso reddito, degli artigiani e di tutti coloro che il lavoro non riescono più a trovarlo.

Ci sarà un motivo se blocchi sociali caratterizzati da lavoratori, precari, disoccupati, non incontrano più la sinistra e si consegnano alla destra o alla sterile protesta.


Un mondo ingiusto, diviso in due, ma per i nostri politici e per la maggioranza degli elettori italiani il problema sono i migranti la cui unica colpa è quella di fuggire da guerre e carestie.

Allora dobbiamo rimetterci in gioco seriamente e riallacciarci a quel tessuto sociale confuso e smarrito.


sabato 23 giugno 2018

Il robin hood..... che protegge ricchi ed evasori

Il ministro Matteo Salvini, in uno dei suoi tanti roboanti annunci che costituiscono la sua pressoché unica attività, ha promesso di annullare tutto il contenzioso fiscale sotto i 100.000 euro.

Lasciamo per un momento perdere l’indeterminatezza dell’annuncio che è elemento fondante della propaganda salviniana, e prendiamolo sul serio nella sua forma più radicale ed estesa: chiunque debba fino a 100.000 euro al fisco non pagherà più nulla.

Vi sembrano pochi soldi, vi pare una misura per i poveri? Quella cifra sono quasi quattro anni di salario di un operaio FIAT, per doverla al fisco vuol dire che il guadagno reale di chi l’ha maturata può anche essere stato di una cifra molto, molto superiore.

Senza neanche fare i conti su quanti soldi mancherebbero alle casse dello stato per questo condono generalizzato, vediamo la questione da un punto di vista totalmente estraneo a Salvini, quello della giustizia. Vi pare giusto che lo stato regali fino a 100.000 euro a chi l’ha derubato, facendo marameo ai poveri fessi che hanno pagato tutto?

Certo nei contenziosi con Equitalia e con l’Agenzia delle Entrate ve ne sono molti per poche centinaia di euro. Sono i disguidi di una liquidazione, di una cassa integrazione, di un salario o di una pensione che al fisco risultano differenti da come denunciati. Sicuramente qui sarebbe sacrosanta una sanatoria, anche perché chi ha un reddito fisso già paga tutto alla fonte.

Inoltre da tempo la nostra giustizia fiscale opera come un robin hood alla rovescia. Se un riccone o una multinazionale evadono il fisco, spesso lo stato considera un successo una transazione nella quale l’evasore paghi un terzo del dovuto. Questo se si tratta di milioni o miliardi di euro. Ma se un lavoratore o un pensionato devono al fisco centinaia o poche migliaia di euro, allora li pagano tutti con gli interessi. Il povero paga al fisco la sua evasione al 120% il ricco al 30% . È la progressività alla rovescia della lotta all’evasione fiscale da parte dello stato italiano.

Giustizia vorrebbe allora che una sanatoria fiscale dovrebbe riguardare solo le cifre basse, ad esempio da 5000 euro in giù. Così si aiuterebbe davvero chi ha un basso reddito. Ma una sanatoria di 100.000 euro a testa, quando la grande maggioranza del popolo italiano un cifra di questo genere la vede solo se può e riesce a fare un mutuo, beh questo é solo uno scandaloso regalo agli evasori. Che fa il paio con la flat tax, che compensa i più ricchi.

Quindi l’evasore fiscale medio-alto guadagnerebbe con il condono, quello più ricco non avrebbe il condono, ma si vedrebbe abbassare di milioni le tasse. In fondo Salvini è coerente nel voler dare più soldi a chi ne ha già di piu. Le sue idee sono solo un bel regalo al trenta per cento della società a danno del restante settanta, che pagherebbe tutto con ancor meno servizi e stato sociale.

Per questo il capo del governo circonda le sue scelte di classe con una martellante campagna fascistoide, xenofoba e poliziesca: solo così spera di convincere i poveri a farsi danno nel suo nome, mentre la cresce la pacchia dei ricchi.

venerdì 15 giugno 2018

Le disuguaglianze Italiche crescono....

E l'Italia si scopre divisa in due tronconi, uno ricco e uno povero. Nelle città del Nord, in particolare del Nord-ovest, ci sono le più alte retribuzioni medie annue dei lavoratori dipendenti. Nel 2016 il reddito medio di un lavoratore dipendente nel Nord è stato di circa 24.400 euro, contro i 16.100 euro di un lavoratore del Meridione: una differenza di oltre 8mila euro annui che in qualche modo indica la diversa struttura dell’occupazione e delle retribuzioni, ma anche la maggiore continuità o discontinuità nella partecipazione all’occupazione dipendente che connota le due aree del Paese.

A documentarlo è l’Istat, sottolineando come l’attuale divario sia associato a dinamiche molto diverse nei territori. Se è vero che le retribuzioni medie annue risultano cresciute , esse sono cresciute con velocità notevolmente diverse: +11,4% al Nord, +3,4% nel Mezzogiorno. Ma il divario iniziale, che nel 2009 misurava 6.300 euro a vantaggio del Nord sul Meridione, si è quindi notevolmente accentuato, come tutti gli altri indicatori delle disuguaglianze nel nostro paese.

Oltre che ampia, la differenza tra le aree del paese è netta: le prime 22 province in termini di reddito da lavoro dipendente sono tutte del Nord, ad eccezione di Roma, che è terza in Italia con 23.300 euro circa, dopo Milano (29.600 euro circa) e Bologna (25.600 euro circa); nessuna provincia del Centro o del Nord occupa la coda della distribuzione, in cui invece si concentrano tutte le province della Calabria e della Campania tranne Napoli; Foggia, e Lecce per la Puglia; Matera in Basilicata; Trapani, Messina, Agrigento, Enna e Ragusa in Sicilia; le province sarde di Sassari e Nuoro. Differenze si osservano anche all’interno delle aree, in particolare nel Nord-ovest e al Sud della Penisola, con intervalli che vanno dai 29.600 euro di Milano ai 16.700 circa di Imperia, dai 19.600 di Chieti ai 12.100 di Vibo Valentia. Il reddito da lavoro dipendente nella provincia in maggiore vantaggio, Milano, è circa due volte e mezzo quello della provincia più svantaggiata in assoluto, Vibo Valentia.

Le differenze territoriali vengono invece mitigate dall’importo medio annuo delle pensioni, pari a circa 17.700 euro in Italia nel 2015, più elevato al Centro (18.800 euro circa) e più basso al Mezzogiorno (15.600 euro circa), rispetto ai salari la differenza scende quindi da 8mila a poco più di 3mila euro. La differenza si è accresciuta di poco negli ultimi anni, data la minore dinamicità di questa fonte di reddito che, rispetto al 2011, è cresciuta di appena l’1,1% sia in media nazionale che ripartizionale. La graduatoria delle province è compresa tra il massimo di Roma (21.500 euro circa) e il minimo di Crotone (13.500 euro circa). Il netto divario Nord-Sud è confermato dalla distribuzione provinciale: nella coda della distribuzione si trovano soltanto province del Mezzogiorno, ad eccezione di Fermo (14.600 euro circa), nella parte più alta soltanto province del Nord e del Centro. Tuttavia si riscontrano differenze particolarmente ampie tra le province del Nord-ovest, comprese tra il massimo di Milano (21.300 euro circa) e il minimo di Imperia (16mila euro circa).

venerdì 8 giugno 2018

La pacchia è roba SOLO per ricchi grazie a Salvini (e #M5S)

Nell’irrefrenabile bisogno di fare emergere il suo sentire profondo, contando sulla complicità della grande stampa e sull’ottundimento – dell’opinione pubblica, Matteo Salvini questa volta ha esaltato la riduzione delle tasse per i ricchi.
È giusto che chi ha tanti soldi ne versi meno allo stato, ha detto, perché così con quello che risparmia darà più lavoro ai poveri. Dopo aver dato sfogo sui migranti alla sua anima becera, ora Salvini libera il Reagan che è dentro di lui.

giovedì 10 maggio 2018

Boom INTOLLERALABILE delle disuguaglianze sociali in Italia

Tutti i dati, nazionali o europei, confermano che negli ultimi dieci anni le disuguaglianze sociali in Italia sono bruscamente aumentate. La polarizzazione ha visto crescere in basso la platea di poveri assoluti e relativi (di cui si parla e su cui si indaga molto poco) e una “nicchia” di ricchi diventati più ricchi proprio altri si impoverivano.

Secondo le ultime informazioni diffuse in una audizione al Senato dal presidente dell’Istat, la povertà assoluta nel 2017 ha coinvolto quasi 1,8 milioni di famiglie, con un’incidenza del 6,9%, in crescita di sei decimi rispetto al 2016 (6,3%, era 4% nel 2008). Si tratta di circa 5 milioni di persone, cioè l’8,3% sul totale della popolazione residente in Italia e i sensibile aumento di anno: adesso è ‘8,3, era 7,9 nel 2016 e 3,9 nel 2008).

Ma la conferma del boom delle disuguaglianze sociali in Italia è venuta in questi giorni anche dall’ Eurostat, il quale ha reso noti i dati su quanto reddito è in mano al quinto della popolazione più ricca rispetto al quinto di quella più povera, in ogni paese europeo negli ultimi 10 anni. I dati confermano come in Italia il reddito del quinto dei cittadini più ricchi sia 6,3 volte superiore a quello del quinto dei più poveri. Siamo in questo senso nei primi posti della classifica per ampiezza della disuguaglianza sociale: in Europa in media i più ricchi guadagnano 5 volte più dei più poveri. In Germania 4,3 volte, in Francia il 4,6, in Gran Bretagna 5,1 e nei paesi del nord Europa meno di 4 volte tanto.

Non solo. Anche Eurostat conferma che in Italia la divaricazione è andata aumentando costantemente dal 2006 a oggi (nel 2006 i più ricchi guadagnavano 5,2 volte in più dei più poveri) mentre nella maggior parte degli altri paesi questo divario è rimasto stabile, come in Francia e Germania.

Un rapporto di Istat del dicembre scorso, confermava i dati di Eurostat: in Italia nel 2015 il quinto dei più benestanti deteneva il 37,8% del reddito, mentre il quinto dei più poveri solo il 7,2% del reddito. Anche mettendo insieme il primo e il secondo quinto dei meno abbienti non si supera il 19% del totale del reddito nel 2016 (dato Eurostat), in diminuzione di un punto percentuale rispetto al 2010. Una situazione di perfetta eguaglianza, dovrebbe vedere ogni quinto possedere una quota di reddito pari al 20% del totale.
L’ultimo rapporto annuale di Istat per il 2017 , tratteggia anche i contorni di quella che definisce “classe dirigente”. Stiamo parlando di 1,8 milioni di famiglie (il 7,2 per cento dei nuclei familiari) e di 4,6 milioni di persone, cioè solo il 7,5 per cento della popolazione totale, assai meno dei poveri assoluti. Questa classe di ricchi – è questa la vera casta da abbattere – è rappresentata da famiglie a maggiore reddito equivalente, ed è composta per il 40,9% da dirigenti o quadri (quasi dieci volte più rappresentati rispetto alla media nazionale), per il 29,1% da imprenditori (sette volte più della media) e per il 30%per cento da persone ritirate dal lavoro ma con pensioni elevate (facendo due conti si tratta di circa un milione di pensionati d’oro che assorbono ben 45 miliardi della spesa pensionistica sui 218 che riguardano complessivamente 16 milioni di pensionati).

Adesso faranno il governo e lo faranno due forze – Lega e M5S – che in campagna elettorale hanno affermato di voler mettere le mani a tale situazione. Andiamo a verificarne la coerenza o la fufferia nei fatti. 

lunedì 7 maggio 2018

La ricchezza dei pochi è il VERO problema del mondo

Il 10% più ricco della popolazione OCSE guadagna 9.5 volte il reddito del 10% più povero. Il rapporto negli anni ’80 era di 7 a 1.

I dati sulla crescita del reddito suggeriscono ulteriori aumenti di diseguaglianza. Piketty e Zucman hanno dimostrato che negli Stati Uniti tra 1980 e 2013 il reddito medio nazionale per adulto è cresciuto del 60% in termini reali, ma quello del 90% più povero è aumentato solo del 30% e per il 50% più povero non è cresciuto affatto: i redditi più alti crescono di più.

La ricchezza è ancor più iniquamente distribuita del reddito. In 18 paesi OCSE il 40% più svantaggiato detiene solo il 3% della ricchezza. Il 10% più in alto nella distribuzione detiene il 50% e l’1% più ricco ne detiene un quinto.

Sono i dati del rapporto OCSE “The role and Design of net wealth taxes in the OECD”(2018).

L’economia mainstream ha sempre sostenuto l’esistenza di un trade-off , una relazione inversa, tra crescita ed eguaglianza.

Per lasciar crescere l’economia bisognerebbe, almeno in un primo momento, accettare l’effetto collaterale dell’aumento della disparità per poi registrarne una diminuzione, grazie agli effetti positivi generalizzati dello sviluppo. Dopo un’effettiva riduzione tra gli anni ‘50 e ‘80, però, si registra un ritorno ai livelli di disuguaglianza di un secolo fa.

OCSE e FMI hanno a lungo raccomandato politiche di crescita affidate al ruolo dei mercati e alle “riforme strutturali” con una riduzione delle imposte e della spesa pubblica a sostegno della redistribuzione. Le politiche d’austerità adottate in risposta alla crisi del 2008 – limiti al deficit del bilancio pubblico, attenuazione della tassazione di attività finanziarie e ricchezza, privatizzazioni – hanno però ottenuto come risultato un aumento della disuguaglianza ed anche una stagnazione prolungata.

Secondo l’Economic Outlook dell’OCSE (2017) la crescita dell’economia mondiale sta aumentando leggermente ma resta sotto i livelli pre-crisi.

L’Italia in particolare, nonostante la riduzione di deficit e indebitamento e il rispetto dei vincoli strutturali, registra una crescita del PIL inchiodata al di sotto dell’1,5%, ben inferiore alla media europea.

D’altra parte, l’evidenza delle disparità distributive sta riacquistando centralità, dando spinta a un rinato interesse verso progressività e imposte patrimoniali.

L’OCSE stessa ha recentemente riconosciuto che la disuguaglianza risulta dannosa per la crescita di lungo periodo e che le politiche strutturali devono essere accompagnate da misure che distribuiscano in modo più equo i dividendi della crescita.

I principali fattori alla base della crescente iniquità indicati dal rapporto sono globalizzazione, liberalizzazione dei mercati, cambiamento tecnologico, concentrazione di impresa, declino delle occupazioni medio basse, innalzamento del potere contrattuale dei soggetti ad alto reddito, abbassamento dell’aliquota marginale sui redditi più elevati, sistema fiscale generalmente meno progressivo.

Secondo Piketty un fattore centrale è costituito da rendimenti del capitale superiori al tasso crescita del PIL e al conseguente aumento del rapporto capitale/lavoro. Fondamentale, quindi, il ruolo della ricchezza. Con il crescente ruolo assunto dalla finanza e le frequenti bolle speculative dei mercati finanziari e immobiliari, infatti, il valore della ricchezza è aumentato più velocemente della crescita del PIL favorendo l’aumento dei redditi più alti.

Nonostante i dati abbiano registrato una crescente diseguaglianza nelle distribuzioni del reddito e della ricchezza a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, tra gli anni ‘90 e ‘00 molti paesi hanno abrogato l’imposta patrimoniale sulla ricchezza netta e si è verificata una generale diminuzione dell’aliquota fiscale applicata alle fasce di reddito più elevate e ai redditi da capitale.

In particolare, secondo il rapporto, il valore medio non ponderato dell’aliquota dell’imposta sul reddito delle società è diminuita dal 47% al 24% tra il 1981 e il 2017. Quello dell’aliquota applicata ai dividendi dal 75 al 42%. Inoltre, nonostante i redditi crescano a un ritmo più elevato nella parte più alta della distribuzione rispetto a quanto accade nella parte bassa, si registra un abbassamento consistente dell’aliquota media IRPEF dei soggetti ad alto reddito: dal 65,7% nell’81 al 41,4% nel 2008.

Come dimostrato dal caso norvegese la tassazione della ricchezza può aumentare la progressività complessiva del sistema fiscale e, data la forte concentrazione nella parte più alta della distribuzione, anche un prelievo relativamente modesto potrebbe già risultare efficace.

Le sole tasse sui redditi da capitale non sembrano, invece, abbastanza per contrastare l’accumulazione della ricchezza, anche perché il rendimento residuo post tassazione generalmente non viene consumato dai contribuenti più ricchi, e viene invece reinvestito innescando un ulteriore processo di accumulazione della ricchezza.

Secondo il rapporto la ricchezza tende, quindi, ad auto-rigenerarsi. La propensione marginale al risparmio aumenta con il reddito. Maggiore risparmio consente maggiori investimenti, i cui rendimenti aumentano anch’essi all’aumentare della ricchezza. I contribuenti più ricchi hanno un assetto proprietario diversificato e possono più facilmente investire in attività maggiormente rischiose con tassi di rendimento più elevati. Inoltre, possono condurre una più appropriata gestione delle attività finanziarie e hanno maggiore accesso a servizi di pianificazione fiscale e a prestiti.

La ricchezza consolida il potere, e questo a sua volta consente di reinnescare il processo di accumulazione della ricchezza stessa. L’imposta sulla ricchezza netta è, però, la forma di tassazione meno ricorrente nei paesi OCSE. Vi fanno ricorso solo Canada, Francia, Lussemburgo, Norvegia, Spagna e Svizzera.

Più diffusa è l’imposta sulla proprietà immobiliare che ha un’ampia base imponibile, essendo la casa la principale forma di ricchezza nell’area OCSE. Molto diffuse anche le imposte su transazioni finanziarie, donazioni ed eredità – seppure l’Italia resta indietro su questo fronte, come spesso sottolineato da Sbilanciamoci!, sia in riferimento alla tassazione sulle transazioni finanziarie sia riguardo all’imposta sulle successioni.

Queste ultime, le imposte di successione, permettono di ridurre le disparità intergenerazionali e di aumentare l’eguaglianza di opportunità. Il rapporto riferisce che l’eredità cresce con reddito: gli anziani di oggi possiedono una maggiore ricchezza da lasciare in eredità rispetto ai loro predecessori. La ricchezza dei giovani dipende sempre di più dallo status dei genitori.

Differentemente dalle altre imposte sulla ricchezza personale, però, l’imposta sulla ricchezza netta colpisce la totalità dello stock di ricchezza – beni mobili, immobili, attività finanziarie – e riflette in modo più appropriato la capacità contributiva. Inoltre, risulta essere maggiormente progressiva di un’imposta applicata unicamente sugli immobili, poiché le attività finanziarie costituiscono una porzione molto ampia della ricchezza assorbita dalle fasce più alte di reddito.

L’imposta sulla ricchezza, diversamente dall’imposta sui redditi da capitale, viene determinata a prescindere dal rendimento effettivo ed equivale in linea teorica a tassare un presunto rendimento. In questo modo, dunque, si va implicitamente ad applicare un’imposta effettiva più bassa sulle attività ad alto rendimento rispetto a quella applicata alle attività basso rendimento che potrebbero essere dunque penalizzate.

E’ possibile, però, evitare effetti negativi sull’equità esentando alcune tipologie di depositi bancari, applicando soglie di esenzione che assicurino che solo le fasce più ricche della popolazione siano soggette all’imposizione, o modulando l’imposta con aliquote progressive.

In ogni caso vi sono due aspetti positivi legati alla tassazione degli asset anche in assenza di rendimento effettivo.

Il primo è l’incentivo ad una più produttiva gestione delle risorse, per cui la tassa patrimoniale sulla ricchezza netta potrebbe essere un efficiente sostituto della tassazione dei redditi da capitale. Il secondo è che la ricchezza procura dei vantaggi che vanno oltre al reddito derivante dalla ricchezza stessa. I contribuenti più ricchi hanno maggiori risorse a cui attingere e dovrebbero essere tassati con un’aliquota maggiore rispetto ai contribuenti con meno risorse, anche se guadagnano lo stesso reddito[1]. Infatti, oltre al reddito che genera senza sacrificio di tempo libero, la ricchezza può conferire status sociale, potere e maggiori opportunità.

Al di là degli aspetti più tecnici ciò che emerge dal rapporto è che, in assenza di un adeguato impianto impositivo a chiara vocazione redistributiva, la diseguaglianza tenderà a crescere pericolosamente. Questa è esattamente la tendenza a cui assistiamo da decenni nelle economie a capitalismo avanzato e in particolar modo a seguito dello scoppio della crisi del 2008. Emerge dunque la necessità di una patrimoniale strutturata che vada a contrastare e controbilanciare in modo deciso il processo di accumulazione della ricchezza.

lunedì 30 aprile 2018

Gli indicibili danni dell’economia mainstream

L’economia è una scienza sociale che consente di quantificare e valutare empiricamente numerose variabili che attengono alla sua analisi – variabili micro, meso e macroeconomiche. La valutazione dei fenomeni economici e delle loro determinanti è legata alla teoria economica sottostante e al modo di intendere il sistema economico in termini socialmente e storicamente determinati.

giovedì 26 aprile 2018

Bassi redditi e alta pressione fiscale: l’Italia è una trincea di povertà.

In Italia i redditi sono più bassi del 24,6% rispetto alla media europea. Sono circa 755 euro in meno che entrano in casa. A dirlo è un’indagine dell’Adoc. L’associazione sottolinea che “le spese mensili di una famiglia italiana raggiungono la cifra media di 1.615 euro, pari al 52,6% del reddito netto disponibile. Un impatto sul reddito più alto del 2,3% rispetto alla media della UE-15, nonostante le spese complessive siano, di media, inferiori del 19,2%, pari ad una differenza di 310 euro”. Prosegue l’Adoc: “A fare la differenza è la minore capacità reddituale della famiglia italiana, inferiore del 24,6% alla media europea, pari a circa 755 euro in meno, per cui ogni singola voce di spesa ha un peso maggiore sul reddito disponibile. In Italia una famiglia dispone, in media, di 3.067 euro mensili, contro i 3.822 euro della media europea”. La famiglia-tipo esaminata è composta da due genitori entrambi lavoratori e da un figlio in età scolare e i dati vengono da elaborazioni di dati Istat, Eurostat e dei principali operatori dei relativi settori (energia, telecomunicazioni).

“Ogni euro speso da una famiglia italiana pesa molto di più sul reddito rispetto a quello di una famiglia tedesca o francese. La combinazione di bassi redditi e alta pressione fiscale rende complicato sostenere le spese quotidiane – dichiara Roberto Tascini, presidente dell’Adoc – Solo le famiglie greche, portoghesi e spagnole, e queste ultime ancora per poco, si trovano in condizioni peggiori di quelle italiane. Se l’Italia vuole avere un maggiore peso in Europa deve prima sostenere i suoi cittadini, le sue famiglie. Abbassare la pressione fiscale, tagliare le spese improduttive, contrastare seriamente l’evasione fiscale, prevedere maggiori agevolazioni e detrazioni, incrementare la capacità reddituale sono tutti interventi imperativi”.

Se si guarda all’alimentazione, la famiglia italiana spende circa 516 euro mensili per la spesa alimentare, a cui vanno aggiunti circa 60 euro per la ristorazione, equivalenti a due uscite a cena fuori casa al mese, prevalentemente in pizzeria. Una spesa complessiva, a livello di costi, inferiore del 10% rispetto alla media europea, ma che impatta per il 18,7% sul reddito, contro il 14,8% della media UE. Le famiglie italiane sostengono una spesa inferiore alla media Ue per il trasporto pubblico (35 euro al mese contro i 56 euro Ue) mentre pesa decisamente di più il trasporto privato: la spesa per la benzina è superiore dell’8% alla media europea. Dal punto di vista assicurativo, rispetto alla media UE-15, il costo sostenuto è in linea (50 euro contro i 52 euro di media). A livello di impatto sul reddito, ad ogni modo, le spese sostenute dagli italiani il trasporto sono maggiori di circa il 2% rispetto alla media europea. L’Adoc ha esaminato anche i costi sostenuti dalle famiglie per l’affitto o rata del mutuo, le bollette (di luce, acqua, gas e rifiuti), le spese per telefonia e connessione a internet e i costi del canone TV. Per affitto e mutuo, la media italiana è inferiore del 30% alla media europea. La spesa è mediamente pari a 580 euro mensili contro i 759 euro della media europea. L’incidenza sul reddito è pari al 18,9%, poco meno della media UE (19,8%). In merito alle spese per la telefonia fissa e internet (Adsl) la famiglia italiana ha una spesa in linea con la media UE, anzi di 4 euro più bassa. Così come per le spese per l’abbonamento alla telefonia mobile (considerando 2 schede), in Italia la spesa si attesta sui 18 euro, la media europea è 31 euro. In linea con la media europea è anche la spesa per le bollette. Complessivamente una famiglia italiana, per le spese di casa e le utenze, investe il 25,3% del proprio reddito, di poco inferiore al 25,7% della media UE. Più su va invece la spesa per il tempo libero. L’Adoc ha stimato la spesa di una serata al cinema e due abbonamenti alla palestra o per un corso di nuoto: in Italia si spendono complessivamente 135 euro mensili, contro i 114 euro della media europea.

domenica 22 aprile 2018

Italia, paese di... debitori

Oggi, ogni italiano, neonati compresi, è debitore ‘inconsapevole’ di circa 37 mila euro. L’importo è il risultato della divisione tra l’ammontare del debito pubblico (circa 2.287 miliardi di euro) ed il numero di cittadini (circa 60 milioni). ‘L’accollo debitorio’ cosi calcolato non tiene conto del reddito o del patrimonio del singolo cittadino, non fa differenza, cioè, tra un benestante ed un disoccupato. Ed è evidente che un ipotetico rimborso per il ‘milionario’ costituirebbe una cifra irrisoria, mentre per il disoccupato sarebbe assai complicato adempiere all’obbligo che ne deriverebbe. Inoltre, è probabile che chi dispone di risorse finanziarie sia anche possessore di titoli di Stato (Bot, Cct, ecc.). In tal caso egli, in quanto creditore dell’Erario, percepisce una rendita finanziaria derivante dalla somma degli interessi e delle plusvalenze che su di essi maturano. E’ uno dei tanti paradossi italiani che consentono ad alcuni (ceti medio – alti) di approfittare di ogni situazione per arricchirsi ed ad altri (ceti medio – bassi) di pagarne le conseguenze.

Gli unici governi che dal 1945 ad oggi sono riusciti ad abbassare il debito, almeno in rapporto al Pil ed operando senza creare traumi finanziari e sociali, sono stati gli esecutivi di Romano Prodi e quello di Massino D’Alema. Tra il 1996 ed il 2001 il rapporto debito/Pil è sceso dal 120% al 101%. Quelle politiche economiche consentirono all’Italia di avere buoni tassi di crescita e di entrare nell’Euro, ma nelle elezioni regionali e, successivamente, in quelle politiche ad essere premiata è stata la coalizione di Centrodestra. La serietà ed il ‘buon governo’ non pagarono, ma questa non è una novità. Dal 2002 il debito è tornato a crescere. Anzi nel 2011 esso era fuori controllo ed il Paese, allora guidato da Silvio Berlusconi (che per questo fu costretto a dimettersi), era sull’orlo del default finanziario.

Negli ultimi diciotto anni i tentativi di risanamento hanno determinato tagli alla spesa pubblica (pensioni, sanità e scuola) ed incrementi delle entrate tributarie (Ici/Imu, Iva, ecc..), ma i deficit di bilancio sono cresciuti o sono rimasti pressoché invariati. L’introduzione dell’Ici, poi abolita dal governo di Silvio Berlusconi e, successivamente, reintrodotta dal governo di Mario Monti con la denominazione di Imu, non sono servite ad abbassare il debito, ma solo ad impedirne una crescita incontrollata. Le altre misure introdotte dai governi di ‘emergenza nazionale’ di Giuliano Amato (1992), Lamberto Dini (1993) e Mario Monti (2011) hanno riguardato le modalità di accesso e calcolo delle pensioni che hanno prodotto ingiustizie persino tra i pensionati.

A pagare il costo del ‘rigore finanziario’ sono stati soprattutto i lavoratori. Le statistiche pubblicate negli ultimi anni dai vari istituti di ricerca mostrano un aumento delle disuguaglianze tra le classi sociali e del divario economico tra il Centro – Nord ed il Sud del Paese. Anzi, i tentativi di risanamento dell’abnorme debito pubblico creato con decenni di politiche clientelari, con l’inefficienza della Pubblica Amministrazione e con una corruzione diffusa non solo non hanno intaccato i patrimoni dei ceti sociali più alti, ma sono stati occasioni per incrementare le loro ricchezze, mentre il debito pro-capite è di tutti, neonati compresi.

sabato 24 marzo 2018

Dazi, si salvi chi può

Dazi sulle merci straniere che fanno bene al portafoglio nazionale: è una delle idee forti che vanno forte (non da oggi) tra la gente. Sono idee pilastro del senso comune, quella che sei fai costare di più le merci straniere tutti comprano e consumano italiano e si sta più felici e più protetti nel posto di lavoro. E quella che se mandi la gente in pensione prima, allora si liberano più posti di lavoro per i giovani. Come se i posti di lavoro fossero una quantità fissa, magari stabilita per decreto e per concorso. E come se le tasse che imponi sulle merci straniere (i dazi sono tasse) le pagassero…gli stranieri! Dazi, posti di lavoro che si aprono per i giovani se mandi in pensione presto chi lavora…sono idee radicate, forti. Sono dentro di noi. E sono…sbagliate!

Trump presidente americano i dazi li sta mettendo davvero. Sessanta miliardi almeno di tasse ulteriori sulle merci cinesi. Il primo effetto è una botta da orbi sulle Borse asiatiche. E a noi? Chi se ne frega delle Borse asiatiche. Cedono, perdono perché pensano che le economie asiatiche, con le loro imprese, perderanno affari e profitti. E chi se ne frega, di nuovo, delle economie e Borse asiatiche.

Il secondo effetto dei dazi di Trump sarà che quei 60 miliardi di tasse in più sulle merci cinesi comprate negli Usa li pagheranno i consumatori americani. Non proprio 60 miliardi perché una quota di acquisti in Usa verrà dirottata da merci cinesi a merci americane. Una quota, forse quella che servirà a tenere in piedi qualche migliaio di posti di lavoro nei settori sotto scacco concorrenza e che hanno chiesto protezione a Trump. Insomma Trump coi dazi sarà il benefattore di un po’ di suo elettorato. Un po’. Ma la diminuzione di traffici e commerci (e i simmetrici dazi cinesi anti Usa) si calcola bruceranno dieci posti di lavoro americani per ognuno salvato. Ma chi se ne frega di dei posti di lavoro americani e di quante tasse paga o non paga il consumatore americano quando acquista…

A noi, ad un numero sempre più consistente di italiani l’idea dei dazi piace. I dazi che potremmo mettere noi, dazi alle merci straniere. C’è però un piccolo problema che si profila all’orizzonte. Nonostante la temporanea (temporanea, quindi domani può cessare) esclusione dell’Unione Europea e quindi dell’Italia dal numero dei paesi cui Trump impone dazi su acciaio e alluminio, una cosa Trump ce l’ha chiara in testa. Ed è spezzare le reni commerciali alla Germania. E quanto piace a un sacco di gente italiana l’idea di Trump che bastona quell’antipaticona della Merkel. Trump giustiziere d’oltre oceano a punire la Merkel che ci tiene tutti a stecchetto di debito e deficit e che ci nega la piena libertà di spesa pubblica. Vai Trump, falle vedere alla Merkel. Falle vedere i sorci verdi. Non è da poco il tifo italiano per Trump il daziatore.

Accade però nel mondo reale che la Germania abbia un surplus commerciale pari niente meno che all’otto per cento del suo Pil. Questo vuol dire che la Germania è un grande paese esportatore, buona parte della sua economia esporta. Così tanto che ogni anno la differenza tra esportazioni e importazioni è pari in Germania all’otto per cento del Pil. Una quantità imponente. E allora, che ce ne frega della Germania e delle sue esportazioni? Trump le tagli se vuole e faccia piangere la Merkel.

Accade però nel mondo reale che molte, anzi moltissime delle merci che la Germania esporta siano la stazione finale di una catena-filiera di produzioni e imprese che ha il suo massimo radicamento geografico ed economico…indovinate dove? Sono i distretti industriali della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna che producono in catena con la Germania. Se Germania kaputt nelle sue esportazioni, subito e insieme la parte più produttiva d’Italia kaputt nella sua economia. Perché nel mondo reale non esportiamo solo formaggi e vini. L’Italia esporta macchinari e semi lavorati. Ed è a sua volta un paese esportatore.

Che astuzie si riserva la storia nel mondo reale: se Trump bastona di dazi la Germania, Trump bastona in testa terre, aziende e portafogli di chi ha votato alla grande Salvini. Quel Salvini che tifa per Trump e per i suoi dazi.

Un vecchio (di millenni) diciamo così adagio diceva più o meno: che gli dei non esaudiscano i tuoi desideri. Lo sapevano già nella Grecia classica che desiderare senza conoscere e ottenere senza riflettere può risultare molto doloroso. Lo sapevano nella Grecia classica ma Salvini il piccolo daziatore italiano e imprenditori e aziende-famiglia della per così dire padania non hanno avuto tempo e modo di leggerla quella frase di saggezza, quella piccola lezione, in fondo di economia. Se mai hanno davvero avuto tempo di leggere davvero qualcosa nelle pagine della storia. Storia economica s’intende, non affatichiamo oltre misura gli uomini del fare…

venerdì 16 marzo 2018

Alla ricerca di un ordine che non c’è più nel mondo e in Italia

Due analisi su temi molto diversi tra loro – gli squilibri Nord-Sud in Italia e la guerra dei dazi scatenata da Trump – affrontano esattamente lo stesso problema “sistemico”: le diseguaglianze di sviluppo territoriale (dunque anche sociale) sono alla base di problemi politici e geopolitici di prima grandezza.


Il “libero scambio” non esiste, c’è solo la giungla darwiniana del mercato

La crescita della disuguaglianza di reddito e ricchezza ha un legame di causa-effetto con la globalizzazione e l’espansione della legge darwiniana del mercato nonché al flusso di capitali.

venerdì 2 marzo 2018

La guerra economica contro il Venezuela è una SPORCA realtà

Se vogliamo analizzare cosa succede in Venezuela, un paese in cui poche persone sono state, ma tutti sembrano conoscere e commentare ciò che accade lì. Qualsiasi analisi sul Venezuela deve partire da una premessa, quella di essere il paese con le maggiori riserve di petrolio certificate al mondo (circa 300.000 milioni di barili). A quella quantità di oro nero deve essere aggiunto l’essere tra le prime 10 principali riserve di gas, biodiversità e minerali e “terre rare”, come il coltan.

Come se non bastasse, una petroliera impiega meno di una settimana per attraversare i Caraibi e arrivare dal Venezuela ai principali porti della costa orientale degli Stati Uniti, rispetto al mese e mezzo che la stessa nave impiega per arrivare dal Golfo Persico attraversando il canale di Suez.

Solo da questa base geopolitica minima possiamo provare ad analizzare cosa succede in Venezuela e se c’è davvero una guerra economica.

Possiamo determinare 3 coordinate fondamentali per poter parlare di guerra economica: accaparramento dei prodotti di consumo di base; inflazione indotta attraverso la manipolazione artificiale del tasso di cambio; ed embargo finanziario.

Esaminiamo il primo dei 3 indicatori. Perché è facile in Venezuela trovare prodotti della campagna, come frutta e verdura, ma invece è estremamente difficile trovare determinati farmaci o prodotti per l’igiene? Perché questi ultimi appartengono a 2 aziende statunitensi, Procter & Gamble e Johnson & Johnson, che detengono il monopolio del 90% del mercato e controllano quando e quali prodotti vengono immessi sul mercato. È una decisione politica, e non economica, trovare alcuni prodotti e altri non nei negozi e nei supermercati del Venezuela.

In secondo luogo, l’inflazione, che dal Cile di Allende è sempre stata un’arma politica in cui chi controlla l’offerta di prodotti controlla il prezzo di questi. Il concetto di inflazione è diverso dall’aumento dei prezzi e non ha nemmeno a che fare con l’economia, ma con decisioni politiche. Un altro economista, in questo caso spagnolo, Alfredo Serrano, spiega come il valore del tasso di cambio in Venezuela si sia moltiplicato da metà 2014 di 1410 volte, mentre il numero di banconote moltiplicato per 43, la liquidità per 64 e il tipo di cambio implicito per 141.

Questo può essere compreso solo a partire da decisioni politiche, come la manipolazione del tasso di cambio diretta dal sito web Dólar Today, ospitato su server a Miami, negli Stati Uniti; o che l’agenzia di rating Standard & Poor’s dichiari il Venezuela in default selettivo pur avendo onorato tutti i 5 debiti e interessi con i suoi creditori, pagando fino ad oggi 70.000 milioni di debiti.

In terzo luogo, il blocco economico degli Stati Uniti è una realtà che si nasconde dietro il decreto esecutivo firmato dal premio Nobel per la pace Barack Obama, che dichiara il Venezuela un pericolo per la sicurezza nazionale. Al di là delle dichiarazioni pompose, questa misura ha conseguenze molto reali. Ad esempio, nel mese di novembre 2017, sono state annullate 23 operazioni nel sistema finanziario internazionale del valore di 39 milioni di dollari per l’acquisto di generi alimentari, beni di prima necessità e medicinali.

Per completare questa breve analisi e se ripassiamo un po’ la storia, possiamo trovare molte somiglianze tra quanto accade oggi in Venezuela e ciò che è accaduto nel Cile di Salvador Allende o nella Cuba di Fidel Castro. Attacchi all’economia che sono in realtà contro un intero popolo nella misura in cui i meccanismi di produzione e distribuzione dei prodotti di base sono alterati; manipolazione dei media nazionali e internazionali contro questi governi; presenza diretta o indiretta dell’imperialismo USA attraverso i suoi diversi meccanismi di interferenza; dalla CIA alla DEA, attraverso l’USAID e il finanziamento con decine di milioni di dollari dell’opposizione politica.

Per tutto questo, possiamo affermare che sì, il Venezuela subisce una guerra economica contro un intero popolo e tracciare una linea di demarcazione se vogliamo discutere sul Venezuela: il dibattito non è sinistra o destra, socialismo o capitalismo, ma democrazia contro terrorismo politico, economico e mediatico.

Il Venezuela, sì, ha molti problemi che vanno dall’insicurezza fino all’inefficienza o alla corruzione. Ma questi problemi deve risolverli il popolo venezuelano in maniera sovrana. Nessun altro.

mercoledì 21 febbraio 2018

Delocalizzazioni e intervento pubblico

Il caso Embraco dove 497 persone saranno licenziati, dunque buttate in mezzo alla strada (senza dimenticare quelli Asset, Kflex, Alstom, tanto per restare nel recente) ha messo a nudo il tema delle delocalizzazioni selvagge. Inutile spiegare il meccanismo ben noto a tutti, drammaticamente.

Il ministro Calenda (già molto cauto circa la risoluzione della vicenda Alcoa) è sbottato parlando di “gentaglia” con riferimento ai padroni e ha invocato l’intervento dell’Europa e proposto la costituzione di un fondo statale da utilizzarsi per affrontare, appunto, il fenomeno.

Fenomeno che ricordiamo devasta fa decenne il nostro panorama industriale, reso sempre più debole dalla progressiva assenza di una cultura manageriale (i nostri vogliono solo intascare soldoni pubblici), dall’incapacità di  competere, non speculare, con il mondo, scarsa voglia di affrontare il tema del rapporto tra industria e tecnologia, dal processo di dismissione dell’IRI e di privatizzazioni avviato fin dal pentapartito negli anni ’80, con Prodi Commissario della stessa IRI (1982 – 1989, con cessione di 29 aziende e liquidazione di Italsider, Italstat, Finsider) e, in precedenza, ministro dell’Industria con Andreotti presidente del consiglio (governo Andreotti IV, VII legislatura). Questo per la verità storica.

Ci sembra indispensabile per l’opposizione portare nel dibattito pubblico almeno tre punti fondamentali:

1)      Non si tratta di invocare l’Europa ma di rompere la gabbia del liberismo che l’Europa ha costruito e imposto;

2)      Il “fondo” invocato dal Ministro appare come un semplice palliativo. Il punto sta nella possibilità di programmazione pubblica dell’economia e di intervento diretto dello Stato all’interno di un processo complessivo di reindustrializzazione del Paese: processo di  ammodernamento tecnologico, recupero dei siti industriali uscendo dalla logica speculativa, ambientalizzazione delle produzioni. Insomma: un grande sforzo di investimenti programmati e finalizzati in luogo della miriade di bonus, incentivi, sgravi, ecc;

3)      La gestione pubblica di utilities energetiche e infrastrutture in funzione appunto di un piano industriale.

Ovviamente siamo di fronte ad ostacoli molto difficili da superare per attuare un piano del genere (attenzione, però: la globalizzazione sta cambiando verso, almeno nella forma considerata fin dagli anni’80) ma l’opposizione ha l’obbligo di impadronirsi di questi temi, farne oggetto di proposta politica in una logica di concreta alternativa di sistema.

domenica 11 febbraio 2018

I fascisti a cosa servono? a imporre il liberismo e farci morire di fame

Il killer nazifascista di Macerata ha ottenuto un successo travolgente. Il dibattito minimizza la  gravità del suo crimine, ignora le sue vittime e si concentra tutto sul “disagio sociale” provocato dai migranti. Le parole più inquietanti non le ha dette il fascista Salvini, ma il ministro Minniti. Egli infatti ha affermato che nessuno debba farsi giustizia da solo. Giustizia?  Sparare a persone individuate solo per il colore della pelle,  per il ministro degli interni sarebbe dunque una forma distorta di giustizia. Che magari dovrebbe essere lasciata allo stato. Minniti e tutti gli esponenti del governo non hanno mai usato la  parola razzismo, né tantomeno la parola fascismo,  per la tentata strage di Macerata. Lo stesso hanno fatto i mass media, che pure mostrano il Mein Kampf e i simboli nazifascisti dello sparatore e fanno cronaca del suo saluto romano, ma comunque mai usano la parola fascista. Bisogna andare sulla stampa estera per trovare questa parola, nei titoli che annunciano quanto accaduto da noi, che tra l’altro viene presentato come il primo atto di quel terrorismo che insanguina il resto d’Europa. Terrorismo fascista e razzista in Italia? Quando mai,  il problema sono i migranti dicono tutti, rinfacciandosi l’un l’altro di non saperlo affrontare. Traini ha già vinto.
Salvini e Casapound affermano che in Italia non c’è nessun rischio fascista e che chi usa questa parola lo fa solo per ragioni strumentali. Non è una novità, dal 1945 i fascisti si sono sempre mascherati in vario modo, spesso reagendo sdegnosamente a chi ricordava loro chi realmente fossero. Negli anni 70  mettevano le bombe e mai le rivendicavano. Ci pensava lo stato a coprirli e ad indirizzare altrove l’opinione pubblica. L’uccisione nella questura di Milano dell’anarchico Pinelli, assieme a Valpreda accusato innocente della bomba fascista di Piazza Fontana, aprì la via ad una lunga trama di stragi,  insabbiamenti e depistaggi di stato.
Il potere in Italia  ha sempre fatto leva sui  fascisti, li ha fatti crescere e  usati quando voleva diventare più autoritario, li ha colpiti quando voleva mostrarsi più democratico.  I mass media che indirizzano l’opinione pubblica verso i migranti, quando viene sfasciato lo stato sociale e dilagano disoccupazione e povertà, rinverdiscono quella caccia alle streghe che anche altre volte hanno scatenato. Non a caso oggi è stata creata la categoria dell’insicurezza “percepita”, quando tutti i dati statistici mostrano come delitti tremendi come quello di Macerata non possono portare ad alcuna generalizzazione,   anzi negano che la popolazione italiana sia oggetto di un’aggressione criminale generalizzata da parte dei migranti.
Non ci sono italiani che non trovano lavoro perché glielo hanno rubato i migranti, mentre tanti sono in mezzo ad una strada perché le multinazionali chiudono e migrano indisturbate a saccheggiare altrove. La popolazione residente sta calando, perché sono più gli italiani che emigrano perché non trovano un lavoro decente, rispetto a  coloro che vengono qui e che diventano schiavi sfruttati, da italiani naturalmente. Si dovrebbero combattere la disoccupazione, il degrado e lo sfruttamento del lavoro. Ma i razzisti parlano di sostituzione etnica addossando agli schiavi la colpa della schiavitù. Nulla di tutto ciò che è diventato senso comune è vero, ma è percepito così. Percepito come? Attraverso i mass media.

È il liberismo il male che ha fatto rinascere in Italia ed in Europa il fascismo. Anche di questo ne abbiamo già parlato, dopo la crisi del 1929 i governi democratici tedeschi adottarono la politica dell’austerità e del rigore di bilancio imposto dai trattati di pace e un insignificante gruppuscolo nazista sbeffeggiato da tutti conquistò il potere. Dopo la guerra lo stato sociale fu edificato come compromesso tra le classi, ma anche come garanzia di democrazia. La nostra Costituzione è antifascista perché promuove lo stato sociale contro la ferocia del mercato; ed è per i diritti sociali e del lavoro perché è antifascista. Decenni di politiche di smantellamento di quei diritti, nel nome dell’Europa e della globalizzazione, hanno divelto le basi materiali dell’antifascismo e  fatto risorgere i mostri.
È per questo  che il mondo PD non usa la parola fascismo, ma condanna genericamente e ipocritamente l’odio. Meglio condannare moralisticamente un sentimento,  che dover riconoscere i frutti marci della propria politica. E il M5S, che pure non è responsabile delle politiche economiche di questi anni, adotta ora lo stesso linguaggio del PD, evidentemente pensando che nessun partito che voglia governare, possa usare parole sconvenienti come fascismo e razzismo. Così da un lato ci sono quelli che  raccomandano di stare buoni, dall’altro coloro che giustificano il killer di Macerata.  La dialettica politica è tutta qui.
Certo i gruppuscoli fascisti non prenderanno mai il potere. Quando ci provarono nel 1970 con Junio Valerio Borghese, i loro protettori della Nato li convinsero a fermarsi e ad uscire dai ministeri dove erano entrati. I fascisti oggi non devono prendere il potere, ma aiutare il potere a fascistizzarsi. Cosa  che sta facendo benissimo, basti pensare alle leggi di polizia di Minniti. Il potere, italiano e UE,  per continuare con le politiche liberiste  di devastazione sociale, deve imporre un sistema sempre più autoritario ed intollerante. Se gli sfrattati si  organizzano, lottano, magari contrastano la polizia che li vuole sbattere fuori di casa, allora questa é inaccettabile violenza degli antagonisti e dei centri sociali. Invece se un fascista spara ai negri, questo è disagio sociale.  Se i poveri si ribellano vengono repressi, perché per il palazzo i poveri devono solo odiarsi tra loro. D’altra parte come farebbe il 1%,  che diviene sempre più ricco impoverendo il restante 99, come farebbe a comandare e a distogliere da sé l’indignazione popolare, se non volgendola verso i migranti oggi, domani verso chissa chi,

Non facciamoci illusioni, il guasto oramai è profondo. Anni ed anni di politiche liberiste e di diseguaglianza sociale, la resa della sinistra di governo al mercato, hanno diffuso una mentalità reazionaria di massa.  L’antifascismo non deve solo essere affermato , ma ricostruito. Non sarà semplice, ma soprattutto non sarà possibile se l’antifascismo non si rivolgerà contro il feroce potere degli affari che ci governa. Bisogna lottare duramente sia  contro le politiche di austerità liberiste, sia contro il risorgere del fascismo, chiamando ogni cosa con il suo nome, senza reticenze e senza paura. Ci vuole un antifascismo sociale, quello che ha  scritto la nostra Costituzione, finora ignorata e violata da tutti coloro che  hanno governato.