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mercoledì 11 gennaio 2017

Capodanno sotto le mura

L’anno che si è appena concluso,doveva essere l’anno che consegnava alla memoria la violenza dell’attuale sistema penale e carcerario. Alte sono state le aspettative rispetto agli Stati generali dell’esecuzione penale voluti dal ministro della giustizia, migliaia di operatori coinvolti, tavoli tematici che hanno analizzato a fondo l’attuale sistema e i suoi meccanismi più perversi.

lunedì 31 ottobre 2016

Allarme Carcere minorile: Officine di criminalità

Dopo la protesta di alcuni giovani detenuti in un carcere minorile del sud Italia, chiamata (con fantasia) “rivolta”. Dati alla mano, iniaziamo con il dire che la popolazione detenuta è prevalentemente giovane.

giovedì 13 marzo 2014

Allarme carceri: picco di suicidi a inizio 2014



Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), ha sottolineato che nel 2013 la quota di suicidi era stata pari al 30%, contro il 40% del 2012 e oltre il 40% del 2009. «Nonostante un’aumentata umanizzazione nelle carceri», ha commentato durante una conferenza stampa alla Camera sulla questione del superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), «resta dunque ancora grave il problema dei suicidi. Per questo i fondi, che ci sono, devono essere maggiormente utilizzati per l’assistenza nelle carceri e sul territorio, e non solo per la realizzazione delle strutture residenziali che andranno a sostituire gli Ospedali psichiatrici giudiziari».

martedì 5 novembre 2013

Caso Ligresti. Cancellieri in Aula: “Nessuna pressione, solo vicinanza”


Caso Ligresti. Cancellieri riferisce in Aula: "Nessuna pressione, solo vicinanza"

Il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri ha avuto veramente un ruolo nella scarcerazione di Giulia Ligresti, arrestata nell'ambito dell'inchiesta FonSai lo scorso 17 luglio? E' una domanda che in queste ore, specialmente nei palazzi di poteri, in molti si pongono. E a cui ha tentato di rispondere la stessa Cancellieri, intervenuta nella giornata di martedì prima in  Senato e poi alla Camera

lunedì 24 dicembre 2012

la grazia a Sallusti sì, l’amnistia per i circa 70 mila detenuti no


amnistiaE' giudicato da molti uno schiaffo alle migliaia di detenuti ed una delle ennesime “schifezze” italiane la richiesta presentata da Ignazio La Russa al Ministro Paola Severino affinchè il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conceda la grazia ad Alessandro Sallusti, giornalista e direttore del Giornale.
 

lunedì 19 novembre 2012

Carceri. In Italia il sovraffollamento è al 142% e aumentano i suicidi


L'Italia si conferma – secondo il monitoraggio della situazione nelle carceri che l'associazione Antigone compie ogni anno,  all’ultimo posto in Europa.
 Il tasso di sovraffollamento delle carceri italiane e' 142,5%, dunque ci sono oltre 140 detenuti ogni 100 posti letto, mentre la media europea e' del 99,6%.
E ci sono casi limite, in cui il numero dei detenuti e' piu' che doppio rispetto ai posti regolamentari, come nel carcere messinese di Mistretta (269%), a Brescia (255%) e Busto Arsizio (251%). In questi due istituti, come in altre del Nord la presenza di stranieri e' superiore a quella degli italiani.

venerdì 28 settembre 2012

Piano Carceri: 3 anni tra “emergenza” e sprechi senza risultati


Qualche giorno f l’articolo a firma di Marco Ludovico, pubblicato su “Il Sole 24 Ore” del 10 settembre 2012, si occupava dell’accelerazione impressa dal Ministro Severino all’attuazione del “Piano carceri” e quindi della possibilità che entro la fine del 2013, inizi dell’anno 2014, grazie al Commissario delegato si rendano disponibili ulteriori 3.800 posti detentivi.
La notizia ha stimolato la mia curiosità, inducendomi ad effettuare sui siti istituzionali deputati ricerche documentali in esito alle quali sono sorti spontanei alcuni interrogativi in merito alla effettiva necessità del ricorso a procedure emergenziali per risolvere i problemi che affliggono il sistema penitenziario.

mercoledì 20 giugno 2012

Senato. Accantonato il taglio dei parlamentari


La richiesta è venuta dalla Lega e Pdl, che hanno proposto di trattare prima la riforma del Senato, con l’emendamento con il quale il Carroccio chiede il Senato federale.
 L'aula del Senato decide di accantonare l'articolo uno sulla riduzione del numero dei deputati e passa direttamente all'esame dell'articolo due del testo di riforma costituzionale, che riguarda la diminuzione dei senatori e, come auspicato dalla Lega nord, l'introduzione di un Senato federale. In sostanza a Palazzo Madama si ricostituisce la vecchia maggioranza Pdl, Lega e Coesione nazionale e le forze che erano all'opposizione del governo Berlusconi denunciano che si tratta di una decisione "molto grave" che rischia di far saltare l'accordo raggiunto da Abc sulle riforme.
 "E' veramente un peccato che considerazioni di politichetta entrino nella nostra discussione sulle riforme costituzionali", afferma in aula il vice presidente dei senatori Pd Luigi Zanda, spiegando che nella vecchia maggioranza "si sta barattando una nuova forma di governo con il Senato federale".

sabato 26 maggio 2012

Egitto: Shafiq, "indietro non si torna"

Nel ribadire che sara' lui a sfidare Mohammed Mursi dei Fratelli Musulmani nel ballottaggio presidenziale che in Egitto si terra' il 16 e il 17 giugno prossimi, il generale a riposo Ahmed Shafiq, ultimo premier del passato regime, ha avvertito che "indietro non si torna" e che, malgrado i vecchi rapporti con Hosni Mubarak, una sua elezione non comportera' alcuna restaurazione del passato. "Io, adesso, davanti a tutti gli egiziani", ha proclamato Shafiq nel corso di una conferenza stampa al Cairo, "garantisco che intraprenderemo una nuova era. Non ci sara' un ritorno al passato", ha ribadito, per poi rivolgersi idealmente ai giovani, punta di lancia dell'insurrezione generale che l'11 febbraio 2011 costrinse Mubarak alla resa e alla fuga. 
Egitto: Shafiq, indietro non si torna

giovedì 24 maggio 2012

Carceri USA: ecco la capitale mondiale delle galere/

infophoto_2012-05-21_173614341_low_p0000118621.jpgVi siete mai Chiesti quale sia la capitale mondiale delle carceri? Fermo restando che il Paese con il maggior numero di detenuti per abitante sono gli USA, la sua "capitale" è lo Stato della Louisiana
Lo Stato del Golfo vanta una percentuale di carcerati che è tre volte quella dell'Iran, sette volte quella della Cina e ben dieci volte la Germania.
Si tratta di oltre 1600 persone ogni 100 mila abitanti; 1 adulto ogni 86 è dietro le sbarre, e 1 persona di colore ogni 14.
Perché tale record? Qualcuno penserà che in Louisiana ci sono troppi delinquenti, che finiscono regolarmente in gattabuia; altri che si tratta di uno Stato repressivo e poliziesco che ingabbia la gente per ogni nonnulla.
Ebbene, entrambe le interpretazioni sono probabilmente sbagliate. RiportaNola.com:
Il motore nascosto dietro la ben oliata macchina penitenziaria è il denaro, il buon vecchio denaro. La maggior parte dei detenuti sono custoditi in carceri private, che devono costantemente essere rifornite di esseri umani o l'industria da 182 milioni di dollari va in bancarotta.
La follia del sistema comprende persino moltissimi sceriffi che contemporaneamente sono anche imprenditori carcerari e hanno compartecipazioni nei penitenziari - alla faccia dei conflitti d'interesse -, e per chiudere il cerchio la Polizia locale, è spesso finanziata dai proventi del business carcerario che rende quasi 25 dollari al giorno per ogni detenuto.Dollari pubblici che vengono sottratti a scuole ed ospedali per alimentare questa gigantesca mangiatoia.
Riuscite ad immaginare cosa significa finire in questo immane tritacarne, senza nessuna speranza di ottenere un giustizia degna di questo nome, visti i presupposti basati esclusivamente sul business?
Non commettete l'errore di considerare tutto ciò come lontanissimo da noi. Nel decreto liberalizzazioni, approvato dal governo italiano lo scorso gennaio,l'articolo 43 prevede il progetto di privatizzazione delle carceri italiane.(foto:infophoto)

Da Crisis

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venerdì 18 maggio 2012

Calabria/Regione: Nucera (Pdl), sistema careceri e' collassato

''Mi fa piacere che anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbia sollevato la necessita' di nuove e coraggiose soluzioni per l'ormai collassato sistema carcerario italiano''. E' quanto afferma il Segretario Questore del Consiglio regionale della Calabria, Giovanni Nucera, a commento dell'intervento del Capo dello Stato al 195* anniversario della fondazione del Corpo della Polizia Penitenziaria.

''Condivido ed apprezzo le parole di gratitudine che il Presidente Giorgio Napolitano ha rivolto agli uomini della Polizia Penitenziaria il cui impegno, sacrificio e dedizione rappresentano uno dei piu' alti esempi di attaccamento ai valori dello Stato, alle sue regole, ed alle sue istituzioni. Un giudizio espresso con affetto agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria per la loro opera a garanzia della sicurezza negli istituti e per l'attuazione del principio costituzionale della funzione rieducativa della pena. Conosciamo bene - prosegue Nucera - le condizioni in cui sono oggi costretti ad operare gli agenti della Polizia Penitenziaria all'interno del nostro sgangherato e sovraffollato sistema carcerario italiano. E' grazie a loro che vengono ancora superati e risolti quotidianamente problemi e difficolta' che riguardano la traduzione ed il trasferimento di detenuti, le criticita' nei turni di vigilanza''.

''Una situazione che personalmente, ma anche grazie alle ripetute denunce di uno dei massimi sindacati di categoria, il Sappe, il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, abbiamo piu' volte evidenziato all'opinione pubblica, alle istituzioni, alle forze politiche. In Calabria - ribadisce Nucera - il sistema carcerario sta vivendo una situazione ormai insostenibile. Al di la' del noto sovraffollamento, da considerare ormai oltre ogni limite, delle strutture carcerarie calabresi, c'e' la difficolta' della carenza di risorse, di uomini, di mezzi, cui si aggiungono i ritardi, le omissioni riguardanti la realizzazione ed il completamento di nuove strutture. A Reggio - in contrada Arghilla' e' pronta da tempo un'ala del nuovo carcere di sicurezza. Una struttura che una volta aperta allevierebbe le condizioni di affollamento in cui versano, la Casa circondariale di San Pietro, e le carceri di Locri e Palmi; il nuovo carcere darebbe maggiore dignita' a detenuti e operatori carcerari, a cominciare proprio dagli uomini della Polizia Penitenziaria.

Non si spiegano, pero', i ritardi con i quali si sta procedendo per la sua consegna, nonostante gli impegni assunti dal Governo lo scorso anno''.

''Spero proprio - e' l'augurio di Giovanni Nucera - che l'appello del Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano sia utile per l'adozione, come egli stesso ha detto - di nuove e coraggiose soluzioni strutturali e gestionali che coinvolgano tutti gli operatori del settore e in particolare la Polizia Penitenziaria''.

''Ringrazio infine il Capo dello Stato - conclude Nucera - per la certezza con cui ha espresso, nei confronti del Corpo della Polizia Penitenziaria italiana, riconoscimento per la capacita' ''di dimostrare professionalita', dedizione e spirito di sacrificio come sempre nell'affrontare le piu' gravi situazioni di disagio e tensione''.

mercoledì 4 aprile 2012

No Tav scrivono dal carcere: "Siamo solo indagati ma subiamo il 41 bis"

Siamo i detenuti della sezione “isolamento” del carcere di Saluzzo e vorremmo portarvi a conoscenza della situazione in cui siamo costretti a vivere.

Siamo tutti imputati in attesa di giudizio (quindi solamente indagati) e nonostante questo siamo rinchiusi in una sezione di isolamento.

La direzione del carcere sostiene che noi (siamo 12 detenuti) non siamo in regime di isolamento dal momento che in cella siamo in due (alcune volte anche tre). La stessa direzione si dimentica tuttavia di dire che questa situazione è dovuta solo al sovraffollamento.

mercoledì 2 novembre 2011

Carceri italiane, tra sovraffollamento e suicidi

Il rapporto ”Prigioni Malate” di Antigone Onlus parla di un tasso di sovraffollamento secondo solo alla Serbia e di un suicidio ogni cinque giorni
Sovraffollamento. Un suicidio ogni cinque giorni. Scarsità di misure alternative e di recupero. Parole che potrebbero far pensare ad un Paese dittatoriale del terzo Mondo e che invece parlano di una situazione tutta nostrana: quella delle pessime condizioni detentive nelle carceri del Belpaese. A tornare a denunciarlo è l’VIII Rapporto Nazionale “Prigioni Malate” sulle condizioni di detenzione redatto dall’associazione Antigone Onlus e presentato lo scorso 28 ottobre a Roma.

lunedì 31 ottobre 2011

Parla un detenuto del carcere di Asti


Parla Andrea Cirino, il carcerato che ha aperto lo scandalo del carcere di Asti, ribattezzato "Abu Ghraib all'italiana"

Era arrivato nel carcere di Asti da un paio di mesi, Andrea Cirino, 33 anni, di Torino, all'epoca dei fatti tossicodipendente. È uno dei due detenuti (insieme a Claudio Renne, di 29 anni) sulla base delle cui deposizioni la procura astigiana aveva chiesto il rinvio a giudizio di 12 poliziotti penitenziari. Sette sono stati prosciolti, cinque andranno a processo il 27 ottobre prossimo.
Cirino, nel dicembre 2004, era rinchiuso ad Asti nella sezione B2 per rapina con lesioni quando un giorno litigò con un agente e gli mise le mani addosso. "L'ho aggredito io, mentre Renne, mio compagno di cella, cercò di dividerci", racconta. Sorvolando su quella che lui descrive come una vera e proprio ritorsione immediata, con gli "agenti che mi prendono a calci e pugni mentre vengo accompagnato dal comandante", partiamo dal suo racconto di quei venti giorni passati da allora in cella di isolamento. Ovviamente, la sua testimonianza è per ora solo un atto di accusa. E gli agenti in questione sono innocenti, fino a condanna definitiva.

mercoledì 26 ottobre 2011

Ad Asti “l’Abu Ghraib italiana”. Al via il processo per gli agenti imputati


polizia penitenziaria carcere Ad Asti lAbu Ghraib italiana. Al via il processo per gli agenti imputatiIntercettazioni telefoniche, testimonianze dei carcerati e di alcuni agenti penitenziari hanno portato davanti al giudice cinque poliziotti accusati di maltrattamenti e violenze sui detenuti della casa circondale di Asti. All’interno della caserma, i malcapitati, avrebbero subito impulsi selvaggi da parte dei loro carcerieri.
Nell’inchiesta, erano comparsi dodici poliziotti, ma solo per i cinque, il giudice ha disposto il rinvio a giudizio. Oggi, per loro, inizierà il processo con l’accusa di maltrattamenti e violenze. Non stiamo parlando delle carceri più dure di chissà quale parte del mondo, siamo in Italia e l’Avvocato Angelo Ginisi definisce il carcere di Asti come “la piccola Abu Ghraib italiana”.

mercoledì 12 ottobre 2011

67mila detenuti vivono in celle sovraffollate

La legge non è uguale per tutti. Per averne la certezza basta guardare i dati dell'ultimo rapporto dell'amministrazione penitenziaria aggiornati al 30 settembre. Le carceri scoppiano e più di un terzo dei carcerati sono stranieri (senza contare gli stranieri rinchiusi nel Cie). Dietro le sbarre in Italia ci sono 67.428 detenuti. 21.611 di troppo visto che la capienza regolamentare dei 206 istituti di pena sulla carta è di 45.817 posti. La regione con più detenuti è la Lombardia (9.559 a fronte di 5.652 posti regolamentari in 17 istituti, segue la Campania (7.858 nonostante la capienza prevista si fermi a 5.734 posti divisi in 17 case circondariali), al terzo posto il Lazio (6.594 detenuti per una capienza regolamentare di 4.855 persone per 14 carceri). Gli stranieri in carceri sono 24.401. 4.934 sono originari del Marocco, 3.616 sono romeni, 3.197 tunisini, 2.721 albanesi, 1.210 provengono dalla Nigeria,

giovedì 6 ottobre 2011

Carceri: a Regina Coeli sovraffollamento oltre ogni limite



Costretti, per il sovraffollamento, a dormire in 6 o 8 in celle che dovrebbero contenerne la metà o su materassi gettati in terra in locali destinati alla socialità, con soli 20 minuti di aria al giorno a disposizione, qualche volta senza mangiare, e con il rischio di epidemie alle porte. E’ questa la drammatica situazione che stanno vivendo gli oltre 1.200 detenuti del carcere di Regina Coeli.
La denuncia è del Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni: «questa mattina - ha detto  - a Regina Coeli erano recluse 1.201 persone a fronte di una capienza di 724 posti che, però, non tiene conto del fatto che una sezione e mezza è chiusa per lavori di ristrutturazione. Numeri che fanno impallidire, e che superano anche quella capienza tollerabile che, spesso, viene usata come metro di misura dal Dap per minimizzare il dramma del sovraffollamento».

martedì 27 settembre 2011

IL DRAMMA DIMENTICATO



I detenuti in Italia sono oggi circa poco più di 70 mila, di cui il 50% circa in attesa di giudizio. La capienza dei nostri istituti di pena è pari a 43 mila posti, e il sovraffollamento medio del 150 per cento. Cosa è successo dall’innovativa legge Gozzini sul carcere del 1984 in poi? Negli ultimi anni due provvedimenti, la legge Fini-Giovanardi sugli stupefacenti e la Bossi-Fini sull’immigrazione, hanno causato circa il 60% delle detenzioni.
(Flickr – *Fatanera*)
Nel corso del 1982 alcuni giornalisti della Rai, redattori della rubrica televisiva “Cronaca”, nell’intento di far conoscere al grande pubblico la verità della realtà carceraria italiana, avevano deciso di dedicare una trasmissione al carcere di Rebibbia. Dopo un colloquio con l’allora Ministro di Grazia e Giustizia democristiano, avevano avuto l’autorizzazione a intervistare i detenuti e gli agenti di custodia di quel carcere. All’epoca, i carcerati di cui si parlava abitualmente nei servizi giornalistici, erano i detenuti “speciali”, cioè quelli appartenenti alla grande criminalità organizzata, dal terrorismo alla mafia, dalla camorra al traffico di droga. Quel servizio era, invece, un documento di eccezionale valore e interesse perché, per la prima volta, svelava dall’interno del carcere la tragica realtà quotidiana delle condizioni di vita dei detenuti comuni e degli stessi agenti di custodia, e perfino le violenze che alcuni di loro erano stati costretti a subire in silenzio. Ma quella trasmissione, programmata il novembre 1982, gli italiani non l’avevano potuta vedere, perché non era mai andata in onda. I più sospettosi avevano spiegato l’accaduto per un eccesso di autocensura da parte dell’allora direttore generale della Rai. Altri avevano ipotizzato sotterranee pressioni da parte del governo. Quando, qualche tempo dopo, venne fuori la polemica, si disse subito che la trasmissione conteneva violazioni del segreto istruttorio ed altri non meglio specificati reati, tanto che intervenne la Procura della Repubblica di Roma a sequestrare la pellicola. I giornalisti precisarono subito di aver avuto tutte le autorizzazioni del caso e di aver usato le doverose premure e regole sulla privacy, ma, in sintesi, neppure dopo l’intervento della magistratura la trasmissione venne dissequestrata e tanto meno trasmessa.
Si era trattato, con tutta evidenza, di una grave violazione del diritto costituzionale dei cittadini ad essere informati, oltre che di un’occasione perduta di far conoscere alla gente i veri motivi dell’ingovernabilità e della inciviltà delle istituzioni carcerarie. A fronte della tante dichiarazioni di buona volontà pronunciate, di volta in volta, da governi e ministri della Giustizia, per risolvere la questione giudiziaria, quella censura diceva più di mille parole.
I dati statistici, ancora nel 1983, erano allarmanti. In un’inchiesta sulle carceri italiane pubblicata sull’ “Avvenire” si parlava di un totale di 40 mila detenuti, prevalentemente giovani, stipati tra vecchi muri che ne potevano contenere 27 mila al massimo. Il numero, di per sè stesso, se comparato a quello di altri paesi, non era poi così elevato. Il problema era che solo il 30% scontava una condanna definitiva, il 60% era in attesa di giudizio (24 mila in primo grado, 6 mila in appello) e quindi in carcerazione preventiva (per al meno 2 anni), e addirittura il 30%, alla fine, era prosciolto. Di questi solo una sparuta minoranza si trovava in galera per reati gravi come rapine, sequestri di persona, omicidi, il resto per reati minori, soprattutto per furti. L’inchiesta ricordava inoltre che, in media, un detenuto costava ogni giorno allo Stato circa 60 mila lire, cioè a dire circa 22 milioni all’anno (oggi costa circa 400 euro mensili).
Un capitolo a parte era quello delle carceri di massima sicurezza, che andavano ricondotte entro i crismi della legalità, eliminando tutte quelle vessazioni disumane, arbitrarie che caratterizzavano le condizioni di vita dei detenuti negli istituti speciali. In questo genere di carceri, i detenuti erano spesso sottoposti a vessazioni e privazioni di diritti umani del tutto superflue rispetto alle esigenze di sicurezza. In alcuni casi le restrizioni comprendevano il divieto di leggere libri e giornali, in altri la permanenza all’aperto fuori dalla cella, in altri ancora i colloqui con i parenti venivano ostacolati dall’esistenza di vetri divisori e dalla possibilità di parlare solo attraverso i microfoni, sovente non funzionanti. Talvolta era anche proibito l’acquisto di generi alimentari e di conforto. Le donne recluse erano una percentuale limitata, molto al di sotto del 10% del totale. Nel carcere di massima sicurezza femminile di Voghera, ad esempio, le detenute vivevano in condizioni di totale isolamento. Più in generale, il carcere femminile era, se possibile, una sorta di carcere dentro al carcere, un ulteriore muro rispetto alla stessa società carceraria. Le regole carcerarie erano maschili, con la loro coazione e repressione. Le donne non potevano comunicare con il resto del carcere, oltre a non comunicare con l’esterno, non potevano comunicare con gli uomini. Un muro costruito sulla cultura sessuofobica che in carcere diventava paura e isteria.
Se negli anni Settanta, ospedali, istituti minorili, manicomi e scuole erano stati investiti da una ondata di apertura e il movimento di trasformazione aveva toccato quei luoghi un tempo chiusi per modificarli, nelle carceri continuava a manifestarsi un sistema autoritario e gerarchico, di angherie e vessazioni dei potenti sui subordinati. A chi stava fuori della società veniva chiesto, in poche parole, di non dare fastidio e al massimo di accontentarsi di una soluzione amministrativa o assistenziale ai suoi problemi.
Un importante spartiacque nella storia del sistema penitenziario italiano fu il giugno 1984. Nella casa di reclusione di Rebibbia si svolgeva, infatti, proprio quel giorno, il primo convegno all’interno di un carcere. L’idea era stata di un gruppo di detenuti che stavano preparando una rappresentazione dell’Antigone di Sofocle sotto la guida di quegli stessi giornalisti della Rai che, dopo aver conosciuto alcuni dei carcerati, avevano iniziato, volontariamente, a prestare la loro opera fra di loro. Quel giorno la commozione ebbe il sopravvento sulla gioia e sullo stesso orgoglio di aver realizzato davvero un evento epocale. Cancelli e porte blindate aperti, detenuti e liberi cittadini insieme senza distinguersi, magistrati, operatori, agenti, parlamentari a discutere una relazione elaborata dai detenuti stessi, di ammirevole serietà e ricca di proposte concrete.
L’articolo de L’Unità del 30 giugno 1984 che riprende il convegno a Rebibbia (L’Unità)
I carcerati chiedevano, in sostanza, un carcere più umano, misure alternative alla detenzione e la possibilità di lavorare in cooperative interne agli istituti di pena, per stabilire un collegamento organico fra carcere e territorio, in vista della cosiddetta risocializzazione. In quel momento la società politica superava, almeno nei buoni propositi, la visione chiusa del carcere come luogo di segregazione in cui i cittadini non potevano entrare.
C’era da aggiungere il problema degli operatori penitenziari, la cui “immagine” era poco avvertita presso l’opinione pubblica. Ben pochi si rendevano conto che dalle carceri, presto o tardi, i detenuti sarebbero usciti e che dipendeva anche dal modo in cui durante la detenzione erano stati trattati, dai rapporti che gli operatori erano riusciti a stabilire con loro, se al momento di riprendere la libertà avrebbero presentato più o meno alto di pericolosità sociale. La maggioranza dei cittadini manifestava la tendenza a considerare gli operatori penitenziari esclusivamente come i secondini dei vecchi tempi, chiamati a custodire i detenuti nel senso di tenerli ben chiusi e segregati, per non disturbare gli uomini liberi. Una visione totalmente antiquata e frutto di pregiudizi. Da qui la scarsa considerazione e il bassissimo prestigio sociale degli operatori penitenziari. C’era poi un problema concreto, cioè a dire l’organico basso, con circa 3300 agenti ausiliari, e quindi non effettivi, per un totale di 40 mila detenuti, da cui derivavano turni pesantissimi, nonché il problema dei bassi stipendi. In realtà, nelle carceri, esistevano figure molto differenziate. C’era, per esempio, quella del magistrato di sorveglianza, la cui funzione, spesso di carattere amministrativo e di controllo, era difficilmente conciliabile con la posizione di terzietà che avrebbe dovuto avere un giudice. Di solito la stampa si accorgeva della sua esistenza solo dopo episodi negativi come il mancato rientro di un detenuto da un permesso o dopo un’evasione. Nelle carceri non vi erano ancora le condizioni affinché i giudici di sorveglianza potessero effettivamente svolgere le proprie funzioni. Inoltre, la presenza degli operatori sociali (assistenti sociali, educatori, psichiatri, psicologi, criminologi, ecc) era una realtà diffusa pressoché in tutti i paesi occidentali, ma, in Italia, il loro ingresso nelle carceri era avvenuto, invece, con sensibile ritardo e con contraddizioni specifiche.
In materia di carcere, probabilmente, la società civile si rivelava più arretrata della società politica. Fino a quel momento, la gente si era sempre sentita estranea al problema della prevenzione alla criminalità, la riteneva una questione da politici, così come considerava la repressione compito esclusivo della polizia e della magistratura, e la rieducazione attribuibile soltanto ai tecnici della risocializzazione o, eventualmente, agli operatori del volontariato. Quando il paese era stato chiamato a pronunciarsi tramite referendum sull’abolizione dell’ergastolo, nel 1981, aveva risposto di no, a stragrande maggioranza. L’ergastolo, invece, grazie a una legge del Parlamento, approvata a larga maggioranza nell’ottobre 1986, qualche anno dopo, veniva abolito: i carcerati condannati all’ergastolo sarebbero usciti in libertà condizionale, dopo 26 anni di detenzione. Il nuovo regime carcerario italiano diventava, almeno in teoria, tra i più avanzati del mondo. Ma prima c’erano volute le rivolte carcerarie (le prime fin dal lontano 1969 a Torino, Milano e Genova, nel 1973 devastazioni e incendi a Regina Coeli, a San Vittore, ad Alessandria, con alcuni morti, poi ancora un’ottantina di focolai di protesta carceraria, tristi episodi di suicidi), e il problema era stato posto all’attenzione dell’opinione pubblica soltanto da alcune inchieste giornalistiche e dagli scritti sulle condizioni dei carcerati, superando l’aula parlamentare e le isolate denunce degli indipendenti, dei radicali e della sinistra socialista.
La riforma delle carceri del 1986, meglio nota come “legge Gozzini”, era una importante conquista di civiltà, un segnale di fiducia e di ottimismo riposto dalla società nella bontà della natura umana. I capisaldi di quella legge erano l’attribuzione alla pena detentiva di un carattere flessibile (discontinuità della pena), l’estensione dei permessi premio, semplificando le procedure per ottenerli, e delle cosiddette misure alternative alla detenzione: il lavoro all’esterno del carcere, l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare, la semilibertà, o anche la liberazione condizionale, ossia sorvegliata da controlli periodici di polizia, che il tribunale di sorveglianza poteva concedere quando la maggior parte della pena era stata scontata e il condannato presentava determinati requisiti.
A qualsiasi condannato (anche quelli per reati connessi alla criminalità organizzata, sia mafiosa che politica), veniva infatti riconosciuta la possibilità di cambiare, di essere recuperato e reinserito nella società anche prima di aver scontato l’intera pena, anche se si trattava di una condanna all’ergastolo. La sentenza pronunciata dal giudice del dibattimento non era più intangibile nella misura della pena, questa poteva essere ridotta durante l’esecuzione da un altro giudice, quello di sorveglianza, in relazione al comportamento in carcere del condannato. E la riduzione era pari a un quarto: 45 giorni ogni sei mesi di detenzione. Riguardo ai permessi: tornare per qualche giorno in famiglia, agli affetti, riprendere i rapporti più cari poteva costituire, da un lato, un mezzo prezioso perché la pena fosse accettata più serenamente, dall’altro, una preparazione pratica e morale al reinserimento quando la pena fosse stata espiata. A fronte del numero minimo di condannati che evadevano (circa il 2%) o commettevano altri delitti, c’era il numero grandissimo di altri condannati che andavano in permesso e regolarmente ritornavano. L’affidamento in prova al servizio sociale poteva essere applicato alle pene non superiori ai tre anni, ma una sentenza della corte costituzionale aveva ampliato questo limite. I centri di servizio sociale per adulti erano organismi dell’amministrazione penitenziaria, operanti fuori delle carceri.
Una particolare forma di affidamento era quella prevista per i condannati tossicodipendenti, allo scopo di favorirne l’inserimento in comunità terapeutiche. La detenzione a domicilio era analoga agli arresti domiciliari nel periodo della custodia cautelare antecedente alla condanna definitiva: a casa sua o in altro luogo privato o pubblico, ospedale, ospizio. Potevano essere ammessi alla detenzione domiciliare i condannati a non più di due anni o a cui due anni alla fine della pena. Non tutti però: solo le donne in maternità, gli ultra sessantacinquenni, se inabili anche parzialmente, i malati gravi, i minori di ventuno anni. La terza misura alternativa, la semilibertà, poteva essere concessa ai condannati che avessero scontato almeno metà della pena. Di giorno fuori, di notte in carcere.
Interno di un carcere
Sono passati ormai 25 anni da allora e negli ultimi tempi una vera e propria legislazione repressiva ha preso campo in Italia, che ha avuto come risultato il ritorno al passato: la ghettizzazione, la catalogazione e l’esclusione sociale del carcerato. Sono state soprattutto due le leggi che hanno causato circa il 60% delle detenzioni. La prima, Fini-Giovanardi, che agisce sull’equiparazione delle droghe leggere (cannabis e derivati) a quelle pesanti (oppiacei e droghe chimiche) e costruisce una equiparazione, non solo sociale, tra lo spacciatore ed il consumatore. Tutto ciò ha portato ad una quantità enorme di giovani in carcere, con successivi problemi di ordine psicologico derivati dal trauma della carcerazione e con problematiche dettate dall’esclusione dal contesto sociale. Circa 39 mila unità, il 44% di tutti gli ingressi del 2009. Il caso italiano è un unicum in Europa. Secondo i dati del Consiglio d’Europa, i detenuti per reati previsti dalla disciplina sugli stupefacenti rappresentano mediamente il 16%. La seconda, Bossi-Fini, con il peggiorativo pacchetto-sicurezza, che ha creato il “reato di immigrazione”, trasformando una sanzione amministrativa in un reato penale. Questa legge ha avuto un impatto di circa il 25% sul numero dei detenuti totali, portando in prigione uomini e donne che sopravvivono con lavori a margine, extra-legali o sommersi, che alimentano mercati economici gestiti dalle mafie. La presenza di persone straniere nei penitenziari italiani è più che raddoppiata negli ultimi venti anni: se nel 1991 c’erano il 15% di stranieri nelle patrie galere, nel 2010 erano diventati il 36% (addirittura in due carceri sarde la presenza di stranieri arriva al 70 e all’80%). La percentuale delle donne nelle carceri rimane invece stabile (passa in vent’anni dal 5,3% al 4,3%).
È tornata, in altre parole, l’esclusione sociale dei detenuti: dalla sistematica non applicazione dei diritti umani sanciti a livello europeo e internazionale (alla sanità, alla cultura, all’istruzione), ai processi di riqualificazione e reinserimento lavorativo con condizioni di lavoro interno pessime, sottopagate e senza tutele (nel 2010 il numero dei detenuti lavoratori era di 14 mila circa il 20% del totale, nei settori industriale e agricolo).
I detenuti in Italia sono oggi circa poco meno di 70 mila, di cui il 50% circa in attesa di giudizio (su scala internazionale, nel 2010, l’Italia si trova all’ottavo posto tra i paesi europei per la percentuale di persone in attesa di giudizio detenuto negli istituti di pena, dopo stati come Montenegro, Andorra, Liechtenstein, Turchia, Lussemburgo e Gibilterra). L’ambiente che si respira tra i detenuti si riassume facilmente con il numero di suicidi: 66 nel 2010. La capienza dei nostri istituti di pena è pari a 43 mila posti, con una capienza tollerabile di 48 mila, e con un sovraffollamento medio del 150%. Il primato negativo di sovraffollamento spetta all’Emilia Romagna, poi alla Puglia e al Veneto. Guardando all’Europa, secondo i dati forniti dal Centre for Prison Studies del King’s College di Londra, l’Italia è il terzo paese come sovrannumero di carcerati, solo dopo Bulgaria (155%) e Cipro (153%). Il 2011, inoltre, ha visto un ulteriore aggravarsi della crisi in cui versa il sistema penitenziario italiano, che peraltro, usufruisce di risorse sempre più esigue (i fondi sono diminuiti del 15%). È in crisi, soprattutto, il sistema delle misure alternative al carcere (nel 2010 le persone in misura alternativa erano circa 16 mila, il 19% del totale). Quanto, infine, ai tristi casi degli ospedali psichiatrici giudiziari, nei 6 istituti visitati di recente da una commissione di parlamentari (Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Napoli, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere) sono stati trovate condizioni fatiscenti, dotazione carente di attrezzature e personale medico, condizioni inaccettabili degli internati, abbandonati in stanze, senza alcun tipo di cure.
Nel 2010 il comitato per la Prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa ha definito incredibile la situazione riscontrata nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, dove alcuni detenuti vengono legati al letto seminudi, 24 ore su 24 anche per dieci giorni. Anche il sistema della giustizia minorile, pur essendo molto più funzionale ed efficiente rispetto a quello degli adulti, nonostante la Corte costituzionale abbia posto attenzione alla questione, per esempio abolendo l’ergastolo per i minori, ha fatto negli ultimi anni preoccupanti passi indietro.
Di recente la Corte costituzionale tedesca, con una sentenza storica, ha obbligato le autorità penitenziarie del paese a rilasciare un detenuto qualora non siano in grado di assicurare una prigionia rispettosa dei diritti umani fondamentali. La decisione tedesca apre la via alle liste di attesa penitenziarie che già sono state realizzare in altri paesi del nord Europa. Il governo norvegese ormai 25 anni fa intitolò il piano di edilizia penitenziaria “Ridurre le attese per scontare la pena”. Era ovvio per il governo scandinavo non incarcerare persone alle quali non potesse essere assicurato un posto letto dignitoso. Le liste di attesa per detenuto sono un’invenzione norvegese. Se non c’è posto in carcere si aspetta a casa che il posto si liberi. In Italia, pochi giorni fa, il Tribunale di Lecce ha sentenziato che il carcere di Borgo San Nicola dovrà risarcire con 220 euro un detenuto tunisino per danno esistenziale dovuto ad una cella troppo piccola (di circa 11 metri quadrati da condividere con altre 2 persone).
La civiltà di un paese si misura, non solo dal grado di sviluppo economico e culturale, e dalla situazione relativi ai diritti civili, ma, anche, dalle condizioni delle sue carceri. È forse il caso di tornare al passato e di aggiornarsi alle legislazioni europee più avanzate, come peraltro è già accaduto nella nostra storia.




mercoledì 3 novembre 2010

Le condizioni carcerarie in Italia


La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha recentemente condannato l’Italia per trattamenti disumani e degradanti a cui sono sottoposti i detenuti nel nostro Paese.
Tutti quelli che pensano che il carcere sia un male necessario, specialmente questo tipo di prigione che c’è in Italia, sono come coloro che pensavano che era il sole che girava intorno alla terra.
Il carcere, in qualsiasi parte del mondo, non dà risposte, il carcere è una non risposta.
Non si dovrebbe andare in carcere, ma se ci si va, non si dovrebbe trovare un luogo disumano e  fuorilegge,  come nelle patrie galere italiane.
Un luogo dove le persone vengono rinchiuse come in un canile e spesso abbandonate a se stesse.
La pena, in qualsiasi parte del mondo, non dovrebbe produrre vendetta, ma perseguire il fine di riparare e riconciliare.
Solo un carcere aperto e rispettoso della legalità potrebbe restituire alla società cittadini migliori.
Invece le prigioni in Italia, settimo paese più industriale e avanzato nel mondo, produce solo sofferenza, ingiustizia e nuovi detenuti.
Ed è il posto dei poveri, dei tossicodipendenti, degli extracomunitari e degli avanzi della società.
Inoltre, per i detenuti sottoposti al regime di tortura del 41 bis,  è anche il luogo dove gli esseri umani trascorrono anni e anni della loro vita senza vivere.
I prigionieri sottoposti a questo regime rimangono chiusi in cella nell’inattività, nella noia, nella mancanza di qualsiasi contatto con il mondo esterno,  ventidue ore su ventiquattro.
I detenuti sottoposti al “carcere duro” non possono abbracciare e toccare i propri familiari, alcuni anche da diciotto anni.
Vivono in un sostanziale isolamento e con una barriera di plastica nelle loro finestre per impedire loro di vedere il cielo, le stelle e la luna.
Il carcere nel nostro paese produce morte ed è  altissimo il numero dei detenuti che per non soffrire più, o perché amano troppo la vita,  se la tolgono, più di 50 dall’inizio di quest’anno.
E poi solo in Italia, non  in Europa e non nel resto del  mondo, esiste una pena che non finisce mai: “La Pena di Morte Viva”,  l’ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio,  se al tuo posto non metti un altro in galera
Niente è più crudele di una pena che non finirà mai,  perché questo tipo di ergastolo uccide una persona in maniera disumana.
L’ergastolano italiano ostativo ha solo la possibilità di soffrire, invecchiare  e morire.
E non avere più futuro è molto peggio di non avere vita,  perché nessuno può vivere senza avere la speranza di libertà.
Non può una persona essere colpevole per sempre.
È inumano che una persona continui a essere punita per un reato che ha commesso venti/trenta  anni prima
I sogni nei carceri muoiono. E spesso muoiono prima i prigionieri che riescono ancora a sognare, perché è l’unico modo che hanno per realizzare i loro sogni.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, novembre 2010