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martedì 5 giugno 2018

#WorldEnvironmentDay #5giugno #giornatamondialedellambiente ZUPPA DI PLASTICA, è il mar Mediterraneo il più invaso dai rifiuti

Una “zuppa di plastica” l’hanno definita i ricercatori. E sarebbe il mar Mediterraneo ad essere la zona più colpita al mondo dalla presenza delle cosiddette microplastiche. Lo rivela un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports dall’Ismar Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche di Lerici) e realizzato in collaborazione con l’Università di Ancona, del Salento e dell’Algalita Foundation, in California.


“Per la prima volta sono stati individuati i polimeri che costituiscono la microplastica galleggiante in mare e la loro distribuzione”, spiega  Stefano Aliani dell’Ismar-Cnr in una nota stampa. Le microplastiche galleggiano in mare aperto in particolare nell’area costiera toscana.

Cosa sono le microplastiche
Con microplastiche vengono definite tutte quelle particelle praticamente invisibili ad occhio nudo, il cui diametro è al di sotto dei 5 millimetri. I polimeri riscontrati sono tra i più disparati, tutti realizzati dalla mano dell’uomo in poco più di un secolo e che utilizziamo quotidianamente. Si va dal polietilene, precursore utilizzato in vari settori degli imballaggi, dai flaconi ai tappi per bottiglie o il polipropilene, utilizzato spesso come materiale isolante o per realizzare i manufatti più disparati. Registrati anche frammenti più pesanti come poliammidi e vernici, oltre al policaprolactone,

E se “nel vortice subtropicale del Pacifico settentrionale nel 1999 sono stati stimati circa 335.000 frammenti di plastica per chilometro quadrato, nel Mediterraneo si parla di una media di circa 1.25 milioni”. Quasi 4 volte tanto. Solo nel tratto di mare tra la Toscana e la Corsica “è stata rilevata la presenza di circa 10 chilogrammi di microplastiche per chilometro quadrato, contro i circa 2 chilogrammi presenti a largo delle coste occidentali della Sardegna e della Sicilia e lungo il tratto nord della costa pugliese”, spiega Aliani.

Quanta plastica c’è negli oceani
Una vera invasione di plastica, che spesso mette a repentaglio interi ecosistemi ed entra prepotentemente nella catena alimentare, fino ad arrivare sulle nostre tavole. Si calcola che ogni anno vengano prodotti nel mondo circa 300 milioni di tonnellate di plastica, mentre sono circa 13 milioni di tonnellate a finire in mare.

Lo studio sottolinea inoltre come la domanda di materie plastiche sia in crescita continua, tanto che la produzione dovrebbe quadruplicare entro il 2050, occupando un quinto della produzione totale di petrolio. Solo in Europa gli imballaggi monouso rappresentano un 40 per cento della quota di mercato, mentre equivalgono al 10 per cento della produzione di rifiuti urbani.

Secondo Legambiente, con lo studio sui marine litter condotti da Goletta Verde, dei 2597 rifiuti galleggianti monitorati “ben il 95 per cento è costituito da plastica, soprattutto teli e buste di plastica, intere e frammentante. Seguono cassette di polistirolo e frammenti, bottiglie di plastica, reti e lenze, stoviglie di plastica”.

I ricercatori concludono specificando come questo tipo di informazioni “sono importanti per avere una stima precisa della dimensione del problema generato dai rifiuti di microplastica in mare e per attivare opportuni programmi di riduzione della presenza di questi inquinanti”.


giovedì 31 maggio 2018

Il climate change e il menefreghismo della politica

Perfino le società petrolifere riconoscono che devono fare di più per combattere il cambiamento climatico. Arrivando ad «assumere la responsabilità di tutte le emissioni» di gas serra, comprese quelle prodotte dall’impiego di combustibili fossili, come la benzina per le auto o il gas con cui scaldiamo le nostre case. A chiederlo è un gruppo di 60 grandi investitori – fondi, banche e assicurazioni, che insieme gestiscono più di 10.400 miliardi di dollari e che alzano la pressione sulle major a livelli senza precedenti proprio a pochi giorni dalle assemblee degli azionisti, in cui l’ambiente promette di essere un tema centrale.

La Royal Dutch Shell voterà una mozione che chiede un taglio più aggressivo delle emissioni di CO2 rispetto al dimezzamento a cui il management «ambisce» entro il 2050. Nonostante le riserve di A favore si sono schierati anche la Church of England e il fondo pensioni dell’Agenzia per l’ambiente britannica. Il testo afferma che «a prescindere dal risultato all’assemblea di Shell» tutte le compagnie del settore dovrebbero «chiarire come vedono il loro futuro in un mondo low-carbon».

La richiesta in particolar e è che le Major assumano «impegni concreti» per ridurre in modo significativo la CO2, per stimare l’impatto delle emissioni legate all’impiego dei combustibili che producono e per «spiegare come i loro investimenti siano compatibili con il percorso verso gli obiettivi di Parigi», che impegnano a contenere il riscaldamento globale almeno entro 2° C. Sono ormai diversi anni che il mondo della finanza ha preso coscienza dei rischi legati al cambiamento climatico: rischi non solo per l’ambiente, ma anche per gli investimenti stessi

Il 2018 è l’anno in cui dovrebbero essere realizzate le prime bozze dei Piani Energia e Clima, gli strumenti con cui i Paesi Membri dell’Unione Europea dovranno mostrare le politiche e le strategie per raggiungere gli obiettivi fossati per il 2030 e che, per l’Italia, rappresentano l’occasione per dare concretezza a quanto scritto nella Strategia Energetica Nazionale (SEN), predisposta oramai da quasi un anno.

Della SEN in verità, al di fuori degli addetti ai lavori e della stampa specializzata, se ne è parlato poco. Probabilmente non a torto perché si tratta di un documento che ha solo valore di indirizzo, approvato da un governo in scadenza, quasi un lascito a quello successivo per la sua messa in pratica. È comprensibile quindi che dopo la sua approvazione, l’ad di Enel Starace, rispondendo ai giornalisti abbia detto che “abbiamo la direzione ma non ci sono stati dati strumenti per arrivare agli obiettivi indicati”. (Vedi “Stop al carbone al 2025, Starace: vanno indicati gli strumenti”, Staffetta quotidiana del 22 novembre 2017).

Il tema di cui si era dibattuto era soprattutto quello della chiusura delle centrali a carbone entro il 2025, decisione che porrebbe qualche problema all’impianto di Torrevaldaliga nord, avviato nel 2009 e che quindi avrebbe bisogno di qualche anno ancora dopo il 2025 per ammortizzare l’investimento. La realtà però è che la politica si muove più lenta delle imprese perché il ministero ancora non ha dato l’ok a dismettere la centrale di umbra di Bastardo, che Enel ha deciso da tempo di non utilizzare più.

La SEN, ricordiamolo, prevede una decarbonizzazione completa (ossia chiusura di tutte le centrali a carbone) entro il 2025, produzione con fonti rinnovali del 55% dei consumi elettrici (quindi significa arrivare a generare 184 miliardi di chilowattora l’anno con le FER) e riduzione dei consumi finali di energia dell’1,5% annuo fra il 2021 e il 2030.

Qual è la realtà?

La realtà è che i consumi non scendono, nel 2017 i consumi di energia primaria sono aumentati dello 0,8% rispetto al 2016. Di positivo è da segnalare che sono aumentati della metà rispetto all’aumento del PIL, che nel 2017 è cresciuto dell’1,5%. I consumi finali di energia sono invece aumentati dell’1,3% circa, dunque in misura di poco inferiore all’aumento del PIL, per citare ENEA: “un segnale che nella forte contrazione dei consumi di energia dell’ultimo decennio l’auspicato disaccoppiamento tra crescita economica e consumi energetici ha avuto un ruolo meno rilevante di quello avuto dalla crisi economica” (http://www.enea.it/it/seguici/pubblicazioni/pdf-sistema-energetico-italiano/01-bollettino-trimestrale-2018.pdf).

Nel 2017 si è consolidato il ruolo del gas naturale come prima fonte primaria del sistema energetico italiano, coprendo il 36,5% del totale. Per il terzo anno consecutivo i consumi sono aumentati in modo significativo (+6%, dopo il +5% del 2016. I consumi di petrolio sono invece diminuiti di un punto percentuale, il carbone presenta per il secondo anno consecutivo un calo in doppia cifra (-12% dopo il -10% del 2016) e si riduce al 6% del mix.

E le fonti rinnovabili? Per il terzo anno consecutivo sono in calo! L’aumento del solare e dell’eolico non hanno compensato la perdita dell’idroelettrico. Più volte abbiamo sostenuto che un sistema basato su queste fonti deve prevedere un mix dimensionato in modo da rendere complementari le fonti, e in Italia solare ed eolico sono fortemente sottodimensionate se si vuole che siano in grado di supplire all’acqua negli anni di siccità. Il risultato è stato l’aumento della generazione termoelettrica: +4,6% (dopo il +4,3% del 2016 e il +9,4% del 2015), che ha raggiunto i massimi degli ultimi cinque anni.

Le FER hanno generato 103 TWh di elettricità (107 TWh del 2016, -3,4). È dunque scesa anche la quota di fonti rinnovabili sulla domanda, che ha perso due punti percentuali (dal 34,1% del 2016 al 32,3% del 2017). Anche la massima produzione da fonti rinnovabili su base mensile è rimasta lontana sia dal valore massimo raggiunto nel 2016 sia dai storici: nel 2017 il valore più elevato è stato raggiunto a maggio, con una quota pari al 39%, la più bassa degli ultimi cinque anni.

Questi pochi numeri mostrano come la rivoluzione energetica sia ferma, mostrano che gli obiettivi della SEN al momento sono delle chimere: dal 2015 al 2030 per raggiungerli la generazione da FER dovrebbe aumentare del 70% , dovremmo cioè raddoppiare la potenza fotovoltaica installata oggi, mettendo in opera 2,3 GW l’anno, ma nel 2017 (nonostante sia stato un anno di crescita) ne abbiamo installati solo 0,4 GW, come colmare il gap?

Fonte: Energystrategy.it

I dati delle istallazioni dei primi tre mesi 2018 sono impietosi: fotovoltaico, eolico e idro non hanno superato i 138 MW, con un calo del 5% rispetto al primo trimestre 2017. Nessuna accelerazione all’orizzonte quindi.

Fonte Anie Rinnovabili

Cosa scoveremo dal cilindro per implementare la SEN? Cosa scriverà il nuovo governo nel Piano per l’Energia e il clima? Il contratto di governo Di Maio – Salvini in ogni caso era  estremamente deludente, clima ed energia emergono (o meglio scompaiono) come problemi molto secondari.

La parola clima non è mai citata, compare il termine “cambiamento climatico” solo nella parte finale della sezione intitolata “Ambiente, green economy e rifiuti zero” (il che già stupisce), “In tema di contrasto al cambiamento climatico sono necessari interventi per accelerare la transizione alla produzione energetica rinnovabile e spingere sul risparmio e l’efficienza energetica in tutti i settori”; una frase così generica da essere perfetta forse per un programma elettorale non di certo per un programma di governo. E la parola “fonti rinnovabili” compare una sola volta in tutto il testo, sempre nelle righe finali di questa sezione: “È necessario avviare azioni mirate per aumentare l’efficienza energetica in tutti i settori e tornare ad incrementare la produzione da fonti rinnovabili, prevedendo una pianificazione nazionale che rafforzi le misure per il risparmio e l’efficienza energetica e che riduca i consumi attuali”. Impossibile commentare, manca qualsiasi elemento di concretezza.

Nessuna citazione sul decreto per le rinnovabili abbozzato dal ministero, nessun chiarimento se davvero per effetto della flex tax scompariranno tutte le detrazioni in vigore (senza le quali le installazioni casalinghe di pannelli fotovoltaici sparirebbero perché i tempi di payback praticamente raddoppierebbero), niente su come rinnovare il parco eolico, sul tema batterie, sulle comunità energetiche, sulla questione che si trascina da anni dello sblocco dei sistemi di distribuzione chiusa per dare la possibilità di fornire elettricità generata da un impianto rinnovabile, al altre utenze contigue. Niente su questa benedetta SEN o sul piano per il clima, quasi fossero affari che riguardano solo la povera e misera Europa.

Insomma al momento il piatto è davvero vuoto. Il clima invece non sta fermo, le centrali termoelettriche continuano a bruciare, così come i motori endotermici. Viviamo tempi esigenti, non frustriamo la nostra intelligenza: clima e ambiente sono uno dei nostri maggiori problemi, insieme alle diseguaglianze sociali.

mercoledì 30 maggio 2018

Quando si distrugge l’ambiente per profitto, si distrugge anche l’essere umano che ci vive

Abbiamo detto no al nucleare per i danni sull’ambiente e quindi alla salute umana, eppure ne siamo di fatto già vittime.

C’è un impianto nucleare in provincia di Matera. i chiama Itrec.
È dell’ENEA,  CHE è un ente pubblico di ricerca che opera nei settori dell’energia, dell’ambiente e delle nuove tecnologie a supporto delle politiche di competitività e di sviluppo sostenibile, vigilato dal Ministero dello sviluppo economico. 

lunedì 7 maggio 2018

Sarno, quando le tragedie e le frane le vogliamo noi

Sarno, la frana e i morti di un maggio di venti anni fa. Allora fu  detto e verificato che la frana era venuta giù dalla montagna anche perché sulla montagna erano state aperte strade sterrate che tagliavano il bosco, strade aperte senza in nulla tener conto di quanto si indeboliva la resistenza del terreno all’acqua e di quanto si favoriva lo scivolamento del fango. Tutti d’accordo venti anni fa: quelle strade sulla montagna avevano favorito frana e morti. Venti anni dopo quelle strade sono ancora là, più larghe e numerose di prima.

lunedì 19 marzo 2018

ITALIA-LIBERA.NET: LA GRANDE GUIDA AL RISPARMIO CONSAPEVOLE

In un'Italia massacrata dalla crisi, con seri dubbi per quanto riguarda il futuro lavorativo di moltissimi giovani, si capisce come l'unica via d'uscita per molti sia quella di massimizzare le possibilità di risparmio.
L'introduzione di comportamenti responsabili in tema di risparmio nella comune vita famigliare può contribuire a dare respiro in questi momenti Bui e fa benone anche all'ambiente. Ecco allora che noi di FREE-ITALIA proponiamo una guida sul risparmio consapevole.

martedì 13 febbraio 2018

NON serve un altro condono

Irrompe prepotentemente nella campagna elettorale la promessa di un ennesimo condono edilizio, pronto a sanare le tante costruzioni abusive sorte sul nostro territorio. Non tutte però, si dice chiaramente, solo quelle costruite abusivamente da chi si trovava in stato di necessità!
Il pensiero và a coloro costretti a dormire in baracche tirate su con materiali di risulta, a chi passa la notte sui cartoni in qualche angolo della città, agli sfrattati che non sanno dove andare a sbattere la testa, a chi ha occupato edifici a lungo abbandonati. Sono in stato di necessità e verrà loro condonato quel misero loco?  No.

mercoledì 3 gennaio 2018

scusi...una sportina?

Ci uccidono con i sacchetti e si lamentano.che dovremmo dire noi?
Posso esprimere un pensiero? Al di là che possa essere un favore o meno al PD…quindi a prescindere boicottare mi pare un pò “leggerino” e sciocco…visto che c’erano e ci sono cose ben più gravi che ci hanno fregato..comunque a parte questa inezia..il mio pensiero: i sacchettini che negli ipermercati reparto frutta e verdura, proveniente da mezzo mondo (e costa meno), rispetto alla nostra, (? km zero è cibo per ricchi) o limoni con buccia avvelenata…ci sono  appunto i sacchettini a rotolo, i guanti …bene, dato che siccome i sacchetti alle casse si pagano (quei sacchetti ecologici, pare…che riposti in macchina ti chiedi: ma è salita una puzzola?);  nei carrelli noti “tre pomodori” in un sacchetto, due arance un altro sacchetto, una lattuga…sacchetto e sotto nascosti circa 10 sacchettini…così alle casse….eh via!!! Saranno bio? questo è un dubbio…però certo è che cetacei, tartarughe …muoiono per i sacchetti nello stomaco…Forse criticare la decisione, non è corretto (questa volta!), la gente può recuperarli e tornare a fare la spesa utilizzando gli stessi..o no???
Molte, troppe imposizioni UE sono state devastanti..ma i nostri italici mangiapane a tradimento che gironzolano da quelle parti. che facevano? le belle statuine!!! belle?????…va beh…anch’io mi do della bella….Questa che non è UE stranamente non la trovo così “criticabile”..non è UE perchè forse nel resto dell’ Europa chi fa acquisti fa attenzione al riciclo, che non fa parte della nostra cultura…
Italia, Paese che inneggia il Sole che ride, ecologia….e poi?
Riccarda

martedì 12 settembre 2017

Italia-USA uniti dai morti in nome del profitto

Nove morti è il bilancio della bomba d’acqua che ha colpito Livorno due notti fà. Su Roma, poche ore dopo sono caduti cento litri d’acqua per metro quadrato in un’ora seminando il caos in una città già disatrata e cronicamente senza manutenzione. Dall’altra parte dell’Atlantico, a pochi giorni dal terribile ciclone Harvey che ha allagato e distrutto una intera contea del Texas, un’altra terribile calamità, il ciclone denominato Irma, sta seminando morte e distruzione nelle isole dei Caraibi, avanzando verso le coste della Florida e su Miami.

Gli effetti terrificanti dei cambiamenti climatici che portano all’estremo i fenomeni atmosferici si mostrano in tutta la loro drammaticità, mettendo sotto accusa governi e imprenditori miopi che per sete di profitto continuano a posporre nel tempo le misure indispensabili coordinate su scala internazionale per ridurre il riscaldamento terrestre.

Esempio eclatante la tragedia di Livorno, dove cinquant’anni fa, una inondazione aveva già colpito l’area dove quattro livornesi hanno tragicamente perso la vita. In questi cinquant’anni si sono riempite le colline e l’intero territorio da agglomerati di palazzi, ville e villini, con una speculazione spaventosa. Tutti gli anni si paga una tassa per la bonifica dail territorio, ma poco o niente si fa. Continuare a subire in silenzio, è il peggior delitto che una comunità possa compiere.


FREE-ITALIA rilancia questo dal sito belga “La Gauche” che esamina la natura e la dimensione dei cicloni, ma anche la logica distruttiva della speculazione immobiliare esemplificate in modo particolare nel caso di Harvey. 

La contea di Harris County, nel Texas, ha 4,5 milioni di abitanti. Un terzo della sua area è finito sotto l’acqua a causa del ciclone Harvey. La città di Houston assomiglia ad un arcipelago di isole in mezzo ad un’immensa palude di acqua fangosa. In alcuni quartieri le onde sono salite al primo piano delle case. Si contano decine di morti, ma questo numero non sarà definitivo finché le acque non si saranno ritirate. Decine di migliaia di persone sono senza tetto. Il danno è enorme, molte persone sono rovinate, soprattutto quelle dei settori sociali più poveri.

La violenza crescente dei cicloni

I cicloni si formano sull’oceano nelle regioni tropicali. La loro forza, la velocità con cui cresce questa forza nonché la quantità di acqua che trasportano sono tre variabili che dipendono dell’evaporazione sulla superficie del mare, quindi anche dalla temperatura dell’acqua. Nel Golfo del Messico, alla fine dell’estate, l’acqua oggi è di un grado Celsius più calda di quanto lo fosse 30 anni fa. I cicloni tendono quindi ad essere più violenti e si rafforzano più rapidamente. Tanto più sono violenti, tanto più sono in grado di “succhiare” grandi quantità di acqua e trasportarle nell’atmosfera (che è di per sé più umida a causa del riscaldamento).

Harvey purtroppo illustra la tendenza al rafforzamento dei cicloni. La velocità delle punte più alte del vento è aumentata almeno 55 km/h nel giro di 24 ore (Harvey è un ciclone di forza 4 ciclone secondo la scala Saffir-Simpson, che prevede 5 livelli). Venerdì 1 settembre la velocità è passata molto rapidamente da 96 a 193 km/h prima di raggiungere 210 km/h. La quantità di acqua riversata è stata spaventosa: più di 120 centimetri d’acqua sono caduti in pochi giorni sulla regione di Houston. E non è finita: la Louisiana è toccata a sua volta.

Una volta che un ciclone raggiunge la terraferma, la sua forza tende ad indebolirsi e si trasforma in tempesta tropicale. Nel caso di Harvey, la dimensione della catastrofe è stata ancora più grande perché la tempesta è rimasta praticamente immobile, bloccata tra due zone di alta pressione che la spingevano in direzioni opposte. (Alcuni scienziati del clima ritengono che tale situazione sia correlata anche al cambiamento climatico, ma è ancora un’ipotesi.) Quindi le cascate d’acqua sono precipitate sulla contea di Harris per giorni. A causa della stabilità della tempesta, si è prodotto anche un fenomeno di “feedback positivo”: a contatto con il terreno caldo, la pioggia evaporava e rialimentava il cielo di nuove riserve d’acqua.

E’ un effetto del cambiamento climatico

La gravità del disastro è perfettamente in linea con le proiezioni scientifiche sugli effetti del cambiamento climatico. Kerry Emanuel, professore di scienze atmosferiche presso il Massachusetts Institute of Technology, ha confrontato l’evoluzione di 6.000 tempeste simulate nelle condizioni del XX secolo e in quelle che si produrrebbero alla fine del XXI secolo se l’effetto serra continuasse ad aumentare. La sua conclusione: nello scorso secolo la probabilità che un ciclone guadagnasse più di 55 km / h nelle 24 ore che precedono il ​​suo arrivo sulla terraferma era una in cento anni; nei prossimi decenni questo fenomeno potrebbe invece essere osservato ogni 10 anni.

Un altro ricercatore, Michael Wehner, del Dipartimento dell’Energia, Laurence Berkeley National Laboratory, stima che l’aumento della temperatura a causa del cambiamento climatico antropico provochi almeno un aumento del 10-15% nelle precipitazioni a carattere ciclonico. Ma questo potrebbe essere molto maggiore se il riscaldamento antropico si dovesse combinare con altri fattori quali la variabilità naturale del clima. In questo caso, ha detto, le precipitazioni potrebbero aumentare del 50%, o addirittura di più (1).

Le proiezioni sulla frequenza dei cicloni violenti sono confermate dalle esperienze osservate. Secondo i criteri definiti dal Dipartimento di controllo delle alluvioni della contea di Harris, la regione, tra il 1998 e il 2016 ha conosciuto otto tempeste straordinarie. Cinque di queste sono state considerate avere una sola probabilità su cento di prodursi nel corso di un anno. Le altre tre erano considerate ancora meno probabili. Nel 2016, Houston ha sofferto l’inondazione due volte: da una tempesta del primo tipo a maggio e da una del secondo tipo ad aprile … (2).

Trump, un piromane sulla scena dell’incendio

Donald Trump ha cercato di approfittare di Harvey per distogliere l’attenzione dei cittadini dai suoi problemi: le ricadute dei fatti di Charlottesville, le sue pericolose rodomontate contro Kim Jung Un ed altro… Prima dell’arrivo del ciclone, dalla Casa Bianca, ha moltiplicato le dichiarazioni e le promesse di sostegno. Martedì 29 agosto, è andato con la moglie e almeno altri sei membri della sua amministrazione, (tra cui il generale Kelly, il suo capo di gabinetto), non a confortare le vittime che non ha nemmeno visitato, ma per mettersi in bella mostra.

Trump sulla scena di una catastrofe climatica, è un po’ come un piromane che viene a contemplare il suo incendio. Megalomane e narcisista il Presidente nazional-populista vuole entrare nella storia per la sua risposta esemplare (secondo lui!) alla catastrofe di Houston, che lui qualifica come “naturale”. “Vogliamo fare meglio che mai”, ha detto. “Vogliamo essere considerati tra cinque anni, tra dieci anni, come modello di quel che si deve fare”. (3)

Trump entrerà invece nella storia come il modello di quel che non si deve fare. In primo luogo, perché nega la realtà del cambiamento climatico. In secondo luogo perché ha denunciato l’accordo sul clima di Parigi (anche se totalmente inadeguato, questo accordo ha il vantaggio di fissare un obiettivo: massimo 2 ° C di riscaldamento e di “continuare gli sforzi per non superare l’1,5 ° C “). In terzo luogo perché fa di tutto per rilanciare l’estrazione del carbone e per sostenere quello delle sabbia bituminose del Canada (rilancio delle pipelines Keystone XL e Dakota). In quarto luogo perché vuole tagliare i finanziamenti pubblici ai ricercatori che lavorano sul riscaldamento globale. In quinto luogo perché si commuove davanti alla città di Houston, ma non si preoccupa dei disastri climatici altrettanto gravi nei paesi del Sud, come nelle Filippine (che non hanno quasi alcuna responsabilità per il riscaldamento). (4)

Non toccare il settore immobiliare

Ma la catastrofe di Houston mette in evidenza una seconda ragione per cui Trump è l’opposto di un modello: la sete di profitto dei padroni del settore immobiliare, di cui lui stesso fa parte.La speculazione e la cementificazione hanno raggiunto il loro massimo sviluppo nella contea di Harris, come nella maggior parte delle zone costiere. Si è costruito nel 30% delle zone umide tra il 1992 e il 2010. Le superfici impermeabilizzate a seguito dello sviluppo immobiliare sono aumentate del 25% tra il 1996 e il 2011 (2). I biotopi in grado di assorbire le precipitazioni sono ampiamente distrutti, le acque di dilavamento si gonfiano e traboccano la capacità dei sistemi di evacuazione inondando i quartieri.

Una regolamentazione rigorosa sarebbe necessaria per prevenire – per quanto possibile – che l’aggravamento delle catastrofi non si congiunga al peggioramento degli effetti – ancor più pericoloso che la regione sia zeppa di aziende petrolchimiche molto inquinanti! Ma il Dipartimento di controllo delle inondazioni della contea di Harris non vuole sentire: i suoi funzionari negano la tendenza al peggioramento dei cicloni. Essi denunciano l’agenda “anti-sviluppo” degli scienziati e delle associazioni per la difesa ambientale. E’ una ben strana cecità. Ma bisogna dire che le somme di denaro in gioco sono astronomiche e capaci, chissà, di corrompere molti funzionari …

Nel giugno 2001, la tempesta tropicale Allison aveva precipitato quasi un metro d’acqua su Houston in cinque giorni; 73.000 case erano state inondate. Più della metà si trovavano in aree dove la probabilità di inondazioni era inferiore a 1/100 all’anno. Erano morte 22 persone e i danni erano stati pari a 5 miliardi di dollari. Era un avvertimento. Non si è voluto intenderlo: i progetti immobiliari hanno continuato a crescere come i funghi … soprattutto nelle aree devastate da Allison. A beneficio dei vampiri alla Trump, che negano i cambiamenti climatici e protestano contro “regolamenti distruttivi dell’occupazione”.



Ogni disastro determina una caduta temporanea dei prezzi degli immobili nelle aree colpite. I Gli imprenditori si precipitano per fare affari buoni. Ovviamente contano sul fatto che il mercato ben presto tornerà in rialzo garantendo loro dei bei profitti.. È un ciclo infernale perché ognuna di queste ondate di investimenti immobiliari ha significato sia un aggravamento della segregazione sociale (contro i lavoratori, i Neri, le donne) sia un aumento delle superfici impermeabili, quindi una maggiore sensibilità della regione alla crescente violenza dei cicloni con una moltiplicazione delle catastrofi.

Prima o poi, tuttavia, questa concatenazione comporterà un crollo duraturo del mercato nelle zone costiere più esposte. Cosa faranno allora gli imprenditori e gli assicuratori? Cambieranno la loro area di intervento per soddisfare le richieste dei ricchi di vivere in sicurezza su zone più elevate … A Houston, questi sono quartieri come Little Haiti e Liberty City, abitati da lavoratori a basso reddito, con un’elevata percentuale di neri e donne (5). Come a New Orleans dopo Katrina, i poveri saranno i capri espiatori della farsa.

venerdì 8 settembre 2017

LA TERRA STA MORENDO (PER COLPA NOSTRA)

Carestia, disastri, collasso economico, un sole che ci cuoce: ecco cosa possono infliggerci i cambiamenti climatici (alla faccia di chi li nega). Quando? più presto di quello che pensiamo.  Il cambiamento climatico non è un evento ipotetico ma un fenomeno attualissimo e sfuggente con cui dobbiamo imparare a convivere. Dobbiamo essere impauriti dalle conseguenze materiali, qui e ora.

domenica 3 settembre 2017

Le tragedie invisibili

In questo mondo dove si professa l'universalità della comunicazione e l'unicità di ogni vita, scopriamo sempre più divisioni e menefreghismo. Abbiamo tutti visto e tutti pianto i morti per catastrofi naturali e non (terrorismo) in UsA o in Europa,  abbiamo considerato quelle tragedie parte di noi e del nostro intimo. Ci sono tuttavia stragi ancora più colossali ma che non vogliamo vedere o sentire, non per lontananza fisica, ma semplicemente perchè quei morti non hanno peso 'politico' degno da essere ricordati. Ecco quali..

giovedì 31 agosto 2017

#Harvey DEVE FARCI RIFLETTERE SUL CLIMA

È giunto il momento di parlare del cambiamento climatico  (solo noi lo facciamo sul serio) che rende disastri come Harvey catastrofi umane. Nei media ci dicono che questo tipo di precipitazioni non ha precedenti e che nessuno l’avesse previsto, e come quindi nessuno potesse prepararsi adeguatamente. Quel che non dicono è il motivo per cui eventi climatici del genere stiano avvenendo con tale regolarità.

lunedì 28 agosto 2017

Dovreste essere terrorizzati dai cambiamenti climatici, non dai migranti

Invece di sparlare sull'accoglienza migranti, invitiamo a fare il punto sul disastro ambientale in atto, c'è di che essere terrorizzati. Non è tanto il caldo, perché l’aumento della temperatura si sente ma non si vede. Ciò che colpisce l’immaginario collettivo è l’assenza di acqua lì dove c’è sempre stata. 

lunedì 3 luglio 2017

Emergenza idrica man-made

L'attuale cosiddetta “emergenza idrica” è in realtà un fenomeno che ha radici lontane. Provocata dalla cattiva gestione e dalla privatizzazione del servizio, si continua a far finta di nulla e a insistere su progetti che rischiano di devastare quanto rimane del residuo patrimonio idrico italiano. I dati che circolano in questi giorni (diminuzione della disponibilità d’acqua, crollo delle precipitazioni e delle portate di fiumi e sorgenti, aumento delle temperature medie) fanno emergere in tutta la sua drammatica realtà l’acuirsi di una crisi idrica.

Purtroppo, anche in questa occasione, il dibattito che si è sviluppato nel paese viene piegato agli interessi delle grandi lobby economico-finanziarie che provano così a rilanciare la strategia volta alla definitiva mercificazione del bene comune (acqua) e addirittura a mettere sul banco degli imputati i referendum del 2011.

Per l’ennesima volta si prova a a rimuovere dalla coscienza delle persone le reali cause di una crisi ecologica che ha cause commerciali ma non soluzioni di mercato. Addirittura si arriva a prospettare come cura esattamente la causa scatenante della malattia, ossia la sottomissione dell’acqua alle regole del mercato, del profitto e della concorrenza.

E’, altresì, evidente come la crisi idrica che si sta palesando in questi giorni in Italia sia il risultato del matrimonio tra il ciclo dell’acqua e il ciclo economico, essa è dovuta principalmente alla scarsità di questa risorsa. Scarsità “man-made”, cioè prodotta dall’uomo, tramite: sovrasfruttamento degli acquiferi, inquinamento delle falde e del reticolo fluviale superficiale, urbanizzazione, con conseguente diminuzione della disponibilità, divisione tra consumo agricolo, industriale, uso civile.

E allora l’onestà intellettuale imporrebbe di fare marcia indietro rispetto a una serie di opere e progetti che da una parte tendono a valorizzare economicamente l’acqua e dall’altra considerano il suo depauperamento come un effetto collaterale ineluttabile.
Ne elenchiamo solo dieci delle centinaia in cantiere in Italia:
  • pozzo di petrolio ENI di Carpignano Sesia, in area di ricarica della falda idropotabile di Novara, il Min.Ambiente ha appena approvato il progetto mettendo come prescrizione di “prevedere un approvvigionamento alternativo in caso di contaminazione”;
  • gasdotto Sulmona-Foligno della SNAM, con il tragitto su ben tre crateri sismici con un tunnel appena dietro la più grande sorgente dell’Italia Centrale, quella del Pescara a Popoli, dalla portata di 6000 litri al secondo;
  • Centro Oli di Viggianoche incombe sul Lago del Pertusillo, che disseta 4 milioni di italiani in Puglia e Basilicata, sequestrato nel 2016 e oggi protagonista di un ingente sversamento di petrolio;
  • Sorgente Pertuso: aumento delle captazioni presso la sorgente del Pertuso che alimenta il fiume Aniene nel Lazio;
  • aumento delle captazioni ACEA presso il lago di Bracciano;
  • costruzione delle gallerie dell’autostrada Roma-Pescara, un progetto faraonico da 6,5 miliardi di euro che andrebbe a ledere le falde acquifere presenti nelle montagne carbonatiche tra Lazio e Abruzzo;
  • l’inquinamento prodotto dalla SOLVAY sulla costa toscana tra Rosignano Marittimo e Vadache si configura come una vera e propria “bomba ecologica” visto che anche l’Agenzia Ambientale Onu ha classificato questo tratto costiero come uno dei 15 più inquinanti d’Italia;
  • progetti per uso idroelettrico nel bellunesecome sull’intero arco alpino che vanno ad impattare fortemente sugli ecosistemi fluviali;
  • costruzione di un impianto idroelettrico sul fiume Fridonel parco del Pollino con un devastante impatto sull’ecosistema fluviale;
  • l’inquinamento da PFAS(sostanze perfluoroalchiliche potenzialmente pericolose per la salute umana) delle falde ad uso idropotabile nel Veneto tra le province di Padova, Vicenza e Verona.


D’altra parte si prova ad accreditare la tesi per cui i due referendum per l’acqua pubblica del 2011 siano stati la causa della situazione attuale avendo determinato un crollo degli investimenti per cui non sarebbe stato possibile l’ammodernamento delle reti idriche da parte dei gestori.

Una bugia bella e buona. Infatti, gli investimenti sono in decisa flessione sin da fine anni novanta (quindi ben prima dei referendum) nonostante le tariffe dell’acqua siano aumentate più di ogni altro servizio pubblico.

Allora se le tariffe aumentano, gli investimenti diminuiscono e le perdite delle reti aumentano, appare evidente che c’è qualcosa che non torna.

La questione da porsi, che arbitrariamente viene elusa nel dibattito pubblico, è che il finanziamento del servizio idrico integrato ha dimostrato il suo fallimento dal momento in cui al principio del “full cost recovery”, ossia il costo totale del servizio deve essere interamente coperto dalla tariffa, si è associato l’affidamento a soggetti privati: entrate certe e anticipate a fronte di investimenti sempre più ridotti e dilazionati nel tempo. Con i risultati assolutamente inadeguati rispetto alle ingenti opere di cui il servizio idrico necessita.
Superato il concetto del “full cost recovery” ed esautorati i soggetti gestori di natura privatistica, per gli investimenti, occorre progettare, quindi, un sistema di finanziamento sia basato sul ruolo della leva tariffaria, anche su quello della finanza pubblica e della fiscalità generale.

Insomma, il giudizio di fallimento dell’attuale sistema di gestione dell’acqua in Italia è un dato di fatto ben difficilmente contestabile che dovrebbe portare ad un’inversione di rotta immediata soprattutto alla luce della pesante crisi idrica.

Urge un profondo cambiamento del sistema passando dalla pianificazione dell’offerta, alla gestione della domanda, rimettendo al centro la tutela e gestione partecipativa dell’acqua e dei beni comuni.

martedì 27 giugno 2017

La balena di Bergen..simbolo dello stato dei nostri mari

Continuo a inseguire una bellissima balena bianca, e là dove si immerge viene fuori l’arcobaleno. Il mio arcobaleno viene fuori non dalle pentole d’oro, ma da questa balena che si va spostando nel mio mare.
(Enzo Maiorca); 
Le balene conoscono tutto delle emozioni del mare perché sanno cantare.
(Alberto Casiraghy)
Balena di Bergen….e non solo…nel suo stomaco circa 7 kg di plastica, dai sacchetti di patatine, ai sacchetti per la spazzatura, della spesa, teli di plastica, la balena di Bergen..è il simbolo, perchè non è l’unico essere vivente che muore atrocemente per mano dell’uomo che ha la presunzione di essere civile. Al di là della caccia alle balene…e la grande volontà di fermarla rischiando da parte di green peace, forse è l’unica peace dettata dal cuore, per il resto mi pare che sia tutto una gran presa in giro. Torniamo alla balena “simbolo” del nostro degrado, del nostro grado di “inciviltà”…I fiordi norvegesi, sono un ammasso di plastica proveniente da tutto il mondo, la morte della balena ha spinto i norvegesi, incluso il ministro all’ambiente a fare una catena umana e ripulire le coste …La nostra politica per il rispetto all’ambiente è tutta una vera e propria “mangiatoia”…non si fa nulla a cominciare proprio dalle case produttrici di prodotti alimentari a non usare più plastica, nylon e similari porcherie…a Mondello, tanto per fare un piccolo esempio, sopratutto il fine settimana, quando gli ecologisti in barca si assiepano intorno alle boe, quasi una sopra l’altra, non è difficile vedere galleggiare…bottigliette di plastica,  famigerati involucri di merendine varie, saranno senza olio di palma, va beh…ma uccidono una balena…Se si cominciasse da qui? non più uso di plastica in maniera smodata? Perchè avvolgere un mouse (topo internauta), in gusci di plastica tre volte la sua dimensione? e che plastica ci vuole l’uso dell’accetta per tirarlo fuori da li. A parte l’insegnare alla gente a non buttare tutto dove capita…ma  sulla gente è un argomento che proprio non interessa, all’evoluzione tecnologica si contrappone un’involuzione del cervello….Ho già scritto dell’energia solare , che dovrebbe essere adottata intanto obbligatoriamente per le nuove costruzioni, dando nel contempo l’aiuto per le vecchie…altro piccolo passettino avanti, coperture dei posteggi? Pannelli solari…Quindi obbligare a non utilizzare più la plastica e derivati alle industrie alimentari…Impianti ad energia solare per le nuove abitazioni, incentivi veri per le vecchie…Poi lo so…certo i vetri…già dimenticavo che tra gli hobby degli internauti iphonizzati c’è quello di lasciare bottiglie ovunque, quando non si divertono a frantumarle….avete presente la carta? cartone, cartoncini, ecc. ecc.??? ecco sarebbe cosa buona…Odddddddiooooooooooooooooo!!! che è? e tutte le industrie produttrici di plasticaccia? produrranno meno plastica e più carta...la balena di Bergen  è più importante…perchè è un simbolo di cosa lasceremo ai nostri nipoti…i quali soffocheranno nella plastica, è inutile che vi sdilinquite con il vostro nipotino quando nel frattempo gli stiamo negando la possibilità di “conoscere” il mare perchè lo stiamo rendendo una discarica…i pesci e le balene saranno di plastica poichè nel frattempo li stiamo uccidendo tutti, cerchiamo batteri e vita su Marte ma stiamo sterminando le balene e non solo, forse anche i nostri nipoti.
Riccarda Balla (si porta fortuna dicendo “in culo alla balena”..mi sa che glielo stiamo mettendo a lei…)

mercoledì 21 giugno 2017

C'è Il capitalismo dietro il disastro in Portogallo

Il cielo è nero sopra Coimbra, no, queste nubi non portano pioggia. Sono il risultato del terribile incendio scoppiato nel primo pomeriggio di sabato, nella località di Escalos Fundeiros, estesosi per due giorni nella regione centrale del Portogallo e ancora attivo su quattro fronti, nonostante la pioggia. Si tratta del più mortale incendio della storia portoghese, che ha provocato finora 62 vittime, altrettanti feriti e centinaia di sfollati. Come accade anche per gli incendi italiani, le prime spiegazioni sono state cercate nell’ondata di caldo, nel clima mediterraneo, o in un “temporale secco” che avrebbe fulminato gli alberi in assenza di pioggia. Ma sia nelle strade che nei social si sono diffuse in fretta interpretazioni più complete, che attribuiscono responsabilità ben precise ai gestori delle aree forestali. Il termine “foresta” sembra riferisti a qualcosa di antico e incontaminato, ma nel caso portoghese (comune a tante parti del mondo) si tratta piuttosto di silvicoltura e di sistemi agro-forestali, cioè della produzione di alberi su larga scala, combinato con altre produzioni agricole e di allevamento in un contesto in cui l’ecologia è regolata da interessi e flussi economici, il cui risultato è spesso la creazione di paesaggi monoculturali[i].

Questo è particolarmente evidente in un contesto in cui l’87% delle foreste appartiene a privati, capaci solo di sfruttarne (ed esaurirne) le risorse con una visione di corto periodo. La monocultura portoghese, infatti, ha preso la forma di enormi distese di eucalipto, albero australiano e “colonialista” che occupa ormai 812mila ettari, il 26% delle foreste e l’8,8% del territorio nazionale, togliendo spazio alle specie locali e all’agricoltura[ii]. Questo albero cresce particolarmente bene nella penisola iberica, dove serve gli interessi dell’industria della carta come materia prima per la cellulosa. I vantaggi economici della sua monocultura derivano dalla velocità della sua crescita, che garantisce un rapido ritorno per gli investimenti, al prezzo di un grande consumo di acqua e nutrienti del suolo, che non tornano alla terra dopo il taglio dei tronchi. Oltretutto, l’eucalipto brucia rapidamente, lanciando scintille a centinaia di metri di distanza. Le sue foglie sono un’ulteriore fonte di rischio per l’ambiente: contengono terpeni e acidi che bloccano la crescita dell’erba, dei semi e delle radici di altre specie e inibiscono lo sviluppo di microrganismi nel suolo. Si accumulano senza venire consumate, fornendo il terreno ideale per la propagazione degli incendi. Si tratta quindi di una monocultura pericolosa e desertificatrice, dannosa al punto da essere definita come causa di ecocidio[iii]. Ciononostante, le associazioni di industriali ritengono che il Portogallo debba andare fiero di questa coltivazione, estenderla e intensificarne la produttività[iv].

La minaccia del fuoco è cresciuta insieme alla monocoltura dell’eucalipto anche per cause più dirette: il legno di quest’albero, infatti, può essere trasformato in carta anche dopo il passaggio degli incendi, con perdite minime in termini di qualità ma con risparmi per gli acquirenti di due terzi del prezzo. Per anni le autorità hanno negato gli interessi economici dietro gli incendi, nonostante l’arresto di boscaioli intermediari accusati di averne appicati[v]. Fra la gente, invece, la conoscenza dei meccanismi del negocio do fogo (“affare del fuoco”) è diffusa da tempo.

Il cielo è nero sopra Coimbra, ma i volti della gente sono ancora più scuri. La rabbia è tanta per una tragedia che, come nel recente caso di Londra, poteva dirsi annunciata: i boschi portoghesi erano da tempo una polveriera a causa delle politiche di gestione adottate negli ultimi anni. Già nel 2006, il governo socialista aveva sciolto il Corpo das Guardas Florestais, integrandolo nei ranghi della polizia criminale, seguendo lo slogan neoliberale “meno stato, miglior stato”. In Portogallo le guardie forestali non erano semplice polizia ma attori fondamentali nella vigilanza e nella pulizia dei boschi, con il potere legale di ordinare ai proprietari di adottare misure di sicurezza nelle aree verdi. Il corpo è stato messo sotto il comando di ufficiali non competenti in questioni ambientali, mentre il governo successivo (di socialdemocratici e centristi) ha proseguito sulla strada dei tagli e degli accorpamenti.[vi]

Ma la storia delle responsabilità istituzionali è ben più lunga, e assume caratteri grotteschi per i modi in cui lo stato ha incoraggiato il negocio do fogo. I pompieri non dispongono di aerei o elicotteri per combattere gli incendi dall’alto, ma fino al 1997 potevano avvalersi dell’uso di bombardieri e altri mezzi militari per il trasporto e il lancio dell’acqua. Ma a partire da quella data ciò non è stato più possibile, a causa di un provvedimento del governo Guterres che escludeva gli interventi contro il fuoco dalle competenze delle forze armate. Si trattava di fatto di una privatizzazione, dal momento che mezzi aerei continuano ovviamente ad essere necessari, ma possono essere usati solo se forniti da aziende private, dietro debito pagamento[vii], fornendo così un nuovo (milionario) incentivo economico alla diffusione degli incendi. E’ interessante notare che il promotore di questo provvedimento, l’allora segretario di stato Armando Vara, è stato coinvolto in diverse vicende giudiziarie con accuse di negligenza di fronte a illeciti, irregolarità nei trasferimenti di milioni di euro di denaro pubblico, corruzione e traffico di influenze[viii]. Nell’aprile di quest’anno il politico e manager bancario è stato nuovamente condannato a cinque anni di carcere effettivo. Ma al di là delle responsabilità personali, combattere contro chi specula sugli incendi non sembra una priorità per i politici portoghesi: già l’anno passato si era sviluppato un intenso dibattito sul tema, all’interno del quale personale del governo aveva serenamente ammesso che “l’industria del fuoco dà soldi a molta gente”[ix], mentre esponenti delle forze armate avevano denunciato il mancato uso di mezzi dell’aeronautica come “un crimine di lesa patria”[x]. L’attuale governo, tuttavia, non ha ad oggi preso misure sull’uso degli aerei, non ha dotato il corpo dei pompieri di nuovo personale, non ha regolato la vendita di materiali bruciati né dei terreni, non ha imposto nuovi obblighi di pulizia dal fogliame nelle aree boschive.

Il cielo è nero sopra Coimbra, ma la solidarietà si muove più rapida del fuoco. Gli abitanti paesi limitrofi alle zone colpite si sono subito organizzati per ospitare gli sfollati[xi]. Nel pomeriggio di ieri, in centinaia in città avevano risposto all’appello dei pompieri, che avevano richiesto bevande e frutta da fornire ai volontari impegnati sul campo e medicine per i feriti. Associazioni di quartiere e studentati autogestiti hanno partecipato agli aiuti e stanno attrezzando centri di raccolta. Questi ultimi sono gli spazi in cui si muovono le attività di mutualismo e politica dal basso qui a Coimbra, in un momento in cui queste due espressioni sembrano significare la stessa cosa.

Spesso si dice che si può nascere nei panni di rivoluzionari incendiari, ma che si rischia poi di morire pompieri, dando un senso metaforicamente dispregiativo al ruolo di questi ultimi. Ma in questo torrido finale di primavera è il capitalismo a mostrarci il suo lato incendiario. Immagini come quella del rogo nella Grenfell Tower e del disastro portoghese valgono più dei migliori testi sulla contraddizione fra capitale e natura o sulla rottura metabolica fra economia e cicli vitali. Queste morti, queste ferite aperte nei quartieri popolari e nelle zone rurali (che ci riportano alla mente le vittime dei terremoti italiani o, meglio, le vittime di speculatori senza scrupoli e di governanti sordi alle voci delle zone a rischio) ci indicano che la strada da seguire è fare il lavoro dei pompieri: salvare le vite dagli incendi, più reali che metaforici. Stato e mercato hanno dimostrato il loro disinteresse per questo compito, quindi dobbiamo essere noi a occuparcene. Condurre una politica popolare della vita in cui partecipare significhi riconnettersi con i luoghi fisici in cui ci troviamo, usare le conoscenze locali per prenderci cura delle nostre città e dei nostri territori, rivendicando su di essi una capacità autonoma di controllo e pianificazione, unendo le pratiche della democrazia municipale e della riproduzione sociale. Fare politica deve significare riformulare le relazioni sociali nel senso della cura e della protezione comune contro la speculazione, la gentrificazione e tutti i modelli estrattivi che considerano lo spazio come luogo di consumo e mero contenitore di risorse. Fare militanza attiva significherà sempre di più praticare un’autodifesa collettiva contro il disastro ambientale e gli “incidenti” causati da quelli che le lotte ecologiste ci hanno da tempo insegnato a riconoscere come “assassini in giacca e cravatta”.



Note
[i] Felipe Nunes, A floresta que nos resta, Mapa

http://www.jornalmapa.pt/2015/07/01/a-floresta-que-nos-resta/

[ii] Z. T., Da denominada floresta. O eucalipto colonialista
http://www.jornalmapa.pt/2013/04/02/da-denominada-floresta-o-eucalipto-colonialista/

[iii] João Camargo, Eucaliptugal, o ecocídio da floresta nacional
http://visao.sapo.pt/ambiente/opiniaoverde/joaocamargo/eucaliptugal-o-ecocidio-da-floresta-nacional=f752575

[iv] Alexandra Machado, Indústria pasta e papel: “Portugal devia estar orgulhoso de ter o eucalipto”
http://www.jornaldenegocios.pt/negocios-iniciativas/observatorio-sectores/observatorio-pasta-e-papel-e-moldes/detalhe/industria_pasta_e_papel_portugal_devia_estar_orgulhoso_de_ter_o_eucalipto

[v] Octopus, O negócio dos incêndios em Portugal

http://octopedia.blogspot.pt/2012/09/o-negocio-dos-incendios-em-portugal.html

[vi] Fernando Santos Pessoa, “Estás a ver no que dá terem acabado com os Serviços Florestais?”
https://www.publico.pt/2017/06/18/sociedade/noticia/estas-a-ver-no-que-da-terem-acabado-com-os-servicos-florestais-1776086

[vii][vii] Fernão Lopes, O negocio dos incendios em Portugal
http://www.lusopt.pt/portugal/699-o-negocio-dos-incendios-em-portugal#

[viii] Armando Vara, Wikipédia
https://pt.wikipedia.org/wiki/Armando_Vara

[ix] Maria Lopes, “A indústria do fogo dá dinheiro a muita gente”, admite secretário de Estado
https://www.publico.pt/2016/08/11/sociedade/noticia/a-industria-do-fogo-da-dinheiro-a-muita-gente-admite-secretario-de-estado-1741037

[x] Joana Almeida Silva, Oficiais das Forças Armadas criticam negócio aéreo do combate aos fogos

http://www.jn.pt/nacional/interior/oficiais-das-forcas-armadas-criticam-negocio-aereo-do-combate-aos-fogos-5333646.html

[xi] Avelar: Uma onda de solidariedade para ajudar a combater as chamas
http://www.tsf.pt/sociedade/interior/avelar-uma-onda-de-solidariedade-para-ajudar-a-combater-as-chamas-8571455.html

giovedì 8 giugno 2017

La drammatica situazione del Mediterraneo

Il nostro caro Mediterraneo è non soltanto una delle aree più ricche di biodiversità al mondo, ma sopratutto risulta anche essere tra le sei zone di maggior accumulo di rifiuti galleggianti del Pianeta (le altre sono nell’oceano Pacifico del nord e del sud, nell’oceano Atlantico, del nord e del sud e nell’oceano Indiano), con evidenti rischi per l’ambiente, la nostra salute e l’economia.

lunedì 5 giugno 2017

12 COSE DA FARE PER SALVARE L'AMBIENTE

Il 5 giugno, come ogni anno, si celebra la Giornata Mondiale dell'Ambiente (istituita nel 1972 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite a memoria della Conferenza di Stoccolma sull'Ambiente Umano durante la quale prese forma l'Unep, il Programma Ambiente delle Nazioni Unite.). ITALIA-LIBERA.NET vi illustra cosa possiamo fare per salvaguardare la Terra non soltanto in questa occasione speciale, ma ogni giorno. Sono davvero tante le piccole azioni concrete che possiamo mettere in campo per un maggior rispetto dell'ambiente in cui viviamo.

sabato 3 giugno 2017

Il ritorno ad un SPORCO passato degli USA

Donald Trump ha annunciato dal prato davanti alla Casa Bianca il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima. Non c’erano molti dubbi su questa decisione, ma vedersela sbattuta in faccia è un altro segno di forte ritorno ad un passato anacronistico.

mercoledì 26 aprile 2017

Chernobyl. per non dimenticare

Chernobyl e PripyatNelle prime ore del mattino del 26 aprile 1986, la centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina (ai tempi ancora parte dell’Unione Sovietica) è esplosa, creando quello che è stato descritto come il peggior disastro nucleare che il mondo abbia mai visto.
L’esplosione ha rilasciato una ricaduta 400 volte più radioattiva della bomba di Hiroshima, contaminando più di 200.000 km quadrati d’Europa.

martedì 4 aprile 2017

Le ragioni del nostro NO al TAP

Noi di Italia-libera, gruppo FREE-ITALIA, siamo vicini al Comitato NO TAP, alla popolazione di Melendugno e al Salento intero, contro la realizzazione di questa grande opera che riteniamo inutile, imposta, e che arrecherà un danno permanente al territorio dove queste comunità vivono, oltre che a tutti i cittadini italiani e europei chiamati a finanziarla. Oggi vogliamo esporre tutti gli aspetti negativi di questa opera e le lacune profonde nella sua sostenibilità economica e finanziaria, pensiamo sia giusto ribadire il nostro NO a questo eco-mostro.