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giovedì 8 novembre 2012

Schifani. La ‘Sicula Brokers’ ed i “rapporti ambigui”


Ricordiamo il clamore suscitato qualche anno fa dalle esternazioni di Marco Travaglio su Renato Schifani e la reazione dell'opinione pubblica ad una trasmissione televisiva.
Minacce di querele e contro querele approdate a nulla. Travaglio paragona Renato Schifani ad un lombrico, raccontando trascorsi poco edificanti e qualche incidente di percorso dell’attuale presidente del Senato.
Una cosa va detta con chiarezzaquanto affermato da Travaglio era assolutamente vero, l’oggetto era la Sicula Brokers e i soci di Schifani, quantomeno imbarazzanti.

Uno di questi era Giuseppe Lombardo, amministratore di alcune società dei cugini Nino ed Ignazio Salvo, condannati per reati mafiosi. Ignazio viene ucciso nel settembre del 1992 da un commando mafioso capitanato da Leoluca Bagarella. Ancora un socio, Benny D'Agostino, ammise di essere amico del boss Michele Greco, detto il Papa.
Nino Mandalà, invece era mafioso in prima persona, essendo capo del mandamento di Villabate e risultato in seguito uno dei principali favoreggiatori della latitanza di Bernardo Provenzano.
Un pentito, Francesco Campanella, tira in ballo Renato Schifani per un'altra storia, una consulenza urbanistica in favore del Presidente del Senato, relativa al comune di Villabate.  Due cose vanno puntualizzate: Schifani ha querelato Campanella per queste affermazioni ed il consiglio comunale di Villabate è stato sciolto nel 1999 per infiltrazioni mafiose.
Mai comunque Renato Schifani è stato ufficialmente coinvolto in vicende giudiziarie relative alla Sicula Brokers.  E' vero che alcuni tra i suoi vecchi soci sono stati dichiarati colpevoli di reati di mafia solo diciotto anni dopo quegli eventi, è però altrettanto vero che questo è un Paese che tende a rimuovere la memoria.
Del resto lo stesso Schifani azzarda una giustificazione “Ero un giovane avvocato appena assunto in uno studio importante. Fu il mio dominus a consigliarmi di acquisire quote societarie della Sicula Brokers”.
Mentre per un’altra vicenda il presidente del Senato è stato indagato con un nome di fantasia: Schioperatu. Tutto ha avuto inizio nel 2010, precisamente in estate, un’inchiesta nata dalle le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza.
 L’ex braccio destro dei boss di Brancaccio Giuseppe Filippo Graviano riferisce di visite che Schifani, all’epoca avvocato amministrativista, avrebbe fatto al suo cliente, l’imprenditore Pippo Cosenza, incontri che avvenivano presso i capannoni di quest’ultimo.
Negli stessi capannoni sarebbe stato presente anche Filippo Graviano, che allora non era latitante.
Alle accuse di Spatuzza si sono aggiunte quelle dei collaboratori di giustizia Francesco Campanella e Stefano Lo Verso, entrambi vicini al clan mafioso dei Mandalà.
Lo Verso in particolare, testimonia di aver appreso dal boss Nicola Mandalà che “avevano nelle mani Renato Schifani, Marcello Dell’Utri, Totò Cuffaro e Saverio Romano”.
Una  vicenda  che comunque ha  legato  il nome di Graviano a quello di Schifani, Gaspare Spatuzza aveva già parlato con i pm di Firenze: gli investigatori della Dia l'avevano sintetizzata in una nota, depositata dalla procura generale nel processo d'appello in cui Marcello Dell'Utri è stato condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. 
E’  Spatuzza a spiegare  ai pm che il suo compito era proteggere Filippo Graviano e per questo, ogni volta che il boss si trovava nel capannone messogli a disposizione dall'imprenditore Cosenza (fino al 1992), sorvegliava l'ingresso per evitare o prevenire "brutte sorprese" al boss.
E in molte di queste occasioni il dichiarante ammette davanti ai pm di Palermo di aver visto entrare Schifani, ma aggiunge di non aver partecipato ai colloqui del suo capo. Il volto di Schifani – racconta il dichiarante – gli diviene però familiare proprio per le numerose visite che l'avvocato palermitano faceva al capannone, e sempre in coincidenza con la presenza di Graviano
 E gli inquirenti si sono chiesti: perché l'avvocato preferisce recarsi nella sede di lavoro del cliente (Pippo Cosenza.) anziché riceverlo nel proprio studio?
Comunque il pool antimafia guidato da Antonio Ingroia ha presentato al Gip di Palermo un’istanza di archiviazione in merito a questa vicenda giudiziaria.
Un’ultima cosa, Renato Schifani nel 2003, quando è ancora presidente dei senatori di Forza Italia, si dice “disgustato e amareggiato» per le critiche rivolte al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi da Maria Falcone e Rita Borsellino (sorelle dei magistrati uccisi dalla mafia).
“La signora Rita Borsellino – spiega Schifani -, nella sua dichiarazione che è stata ospitata senza contraddittorio al Tg3 ed è stata registrata in via D' Amelio, ha detto di trovarsi sul luogo in cui era stato ucciso un uomo che il presidente del Consiglio aveva definito un matto. Lascio a chiunque abbia libertà di pensiero di giudicare l' iniziativa della signora”.
 Poi aggiunge: “Le due signore, entrambe militanti a sinistra, non solo hanno finto di non avere capito che il presidente Berlusconi si è chiaramente riferito a una ristrettissima cerchia di magistrati, ma hanno strumentalizzato due eroi civili che, per fortuna di tutti, sono patrimonio della collettività”.
Ma era uno Schifani militante, ancora innamorato del suo capo.

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